Discepolo segreto di Gesù e membro del Sinedrio, Giuseppe d'Arimatea intervenne coraggiosamente presso Pilato per ottenere il corpo di Cristo dopo la Crocifissione. Aiutato da Nicodemo, lo seppellì nel proprio sepolcro. La tradizione gli attribuisce l'evangelizzazione della Gran Bretagna e il trasporto di reliquie sacre.
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SAN GIUSEPPE D'ARIMATEA
Origini e status sociale
Giuseppe, ricco senatore originario di Arimatea, è presentato come un uomo virtuoso che occupava una posizione elevata a Gerusalemme.
I secolo. Gesù Cristo che, venendo al mondo, volle che un Giuseppe lo prendesse tra le sue braccia, per rendergli i primi doveri della vita, volle anche che un Giuseppe lo ricevesse tra le sue mani dopo la sua morte, per rendergli gli ultimi doveri della sepoltura. Giuseppe, figlio di Davide, proveniente da Betlemme, ricevette il suo corpo nascente dalle mani di Maria, per deporlo nella mangiatoia, e G Joseph, né à Arimathie Discepolo di Gesù che ne curò la sepoltura. iuseppe, nato ad Arimatea, ricevette dalle stesse mani il suo santo corpo, dopo la sua morte, per riporlo nel sepolcro. Poiché la Chiesa consacra questo giorno alla memoria di quest'ultimo, è giusto che riportiamo le lodi che il Vangelo, i santi Padri e gli storici ecclesiastici gli tributano. Giuse ppe era o Arimathie Luogo di origine del santo, identificato con il monte Efraim. riginario di Arimatea, da cui prese il suo soprannome. Era, scrive san Girolamo, come un borgo situato sul monte Efraim, e chiamato, nelle Sacre Scritture, Ramathaim-Zofim, dove nacque anche il profeta Samuele. Lo si chiamava altrimenti Roma, che significa elevata, a causa della sua posizione; e, secondo l'osservazione dello stesso santo Dottore, questo significato si addice molto bene al nostro Giuseppe, perché era estremamente elevato, tanto per le sue eminenti virtù quanto per le sue grandi ricchezze. È senza dubbio ciò che gli diede motivo di lasciare il villaggio di Arimatea per venire a dimorare a Gerusalemme, capitale di tutto il regno, dove acquistò case, giardini e altri possedimenti, per i quali è chiamato ricco da san Matteo; e da san Marco, nobile decurione, cioè consigliere o senatore, perché colui che a Roma veniva chiamato senatore, era nominato, nelle altre città confederate, decurione o consigliere. Questo ufficio gli dava accesso alle più celebri assemblee della città: è in questa qualità che si trovò in quel famoso, ma detestabile consiglio, che fu tenuto presso il sommo sacerdote Caifa, dove si cercarono i mezzi per mettere a morte il Figlio di Dio. Ma, poiché era giusto e uomo dabbene, secondo i termini espressi di san Luca, e che, secondo san Giovanni, era discepolo nascosto di Gesù, riconobbe l'iniquità del loro progetto e della loro risoluzione, e non volle mai acconsentirvi. Infine, quando la sentenza di morte emessa Pilate Governatore romano citato nella confessione di fede di Teodora. da Pilato contro il Salvatore fu eseguita, si spogliò di quello spirito di timore che l'aveva obbligato a tenersi nascosto, e mostrò pubblicamente di essere discepolo del Crocifisso, proprio nel tempo in cui tutti gli altri, dopo essersi vantati così tanto di non abbandonarlo mai, l'avevano vergognosamente lasciato. Vedendo dunque questo caro Maestro morto sulla croce in mezzo al lutto e ai rimpianti di tutte le creature, e non potendo più celare i sentimenti del suo cuore, se ne andò audacemente da Pilato, gli rappresentò l'innocenza e la santità di colui che aveva fatto morire, e gli disse che, dopo averla riconosciuta, non si doveva trattare il suo corpo come quello degli altri suppliziati, ma che bisognava, al contrario, fargli dare un'onesta sepoltura; per quanto lo riguardava, si offriva di rendergli questo buon ufficio, se glielo si fosse permesso. Sant'Anselmo aggiunge che la Santa Vergine gli rivelò che, quando Giuseppe d'Arimatea chiese il corpo di Gesù a Pilato, questo discepolo, per ottenere da lui tale favore, gli fece conoscere che la madre di Gesù era straziata dal dolore fin dalla morte di suo Figlio, che la sola cosa che potesse moderare il suo dolore era di darle almeno la soddisfazione di seppellirlo, e che Pilato, dopo essersi assicurato dal centurione che Gesù aveva reso lo spirito, ordinò che si consegnasse il suo corpo a Giuseppe. Quest'ordine del governatore consolò meravigliosamente questo caro discepolo. Acquistò prontamente un sudario, si recò al Calvario e staccò dalla croce quel corpo sacro: triste spettacolo, al quale assistettero san Giovanni l'Evangelista, Maria Maddalena, Maria di Cleofa e soprattutto la divina Maria, che, secondo il racconto di Metafraste, tese le braccia per ricevere quel santo deposito. Fu allora che abbracciò amorosamente quel corpo adorabile che aveva concepito e portato nel suo casto grembo: lo baciò teneramente, ne lavò con le sue lacrime le piaghe sacre, e infine, alla parola succedendo i singhiozzi, esclamò in questi termini, dice il cardinale Baronio nei suoi Annali: «O mio Salvatore, o mio Dio! questo mistero che era risolto prima della costituzione dei secoli, eccolo finalmente compiuto». Quindi, rivolgendosi a Giuseppe d'Arimatea: «Spetta a voi», gli disse, «riporre ora questo divino corpo nel sepolcro e rendergli gli ultimi doveri».
La sepoltura di Cristo
Discepolo nascosto, Giuseppe si espone pubblicamente dopo la Crocifissione per reclamare il corpo di Gesù da Pilato e procedere alla sua sepoltura con la Vergine Maria.
Per quanto riguarda il Sacro Sindone, nel quale Giuseppe d'Arimatea seppellì il corpo del Salvatore, il padre François Victon, dei Minimi, ne parla in questo modo, in un trattato che ha scritto appositamente su questo soggetto: È, dice, di una tela fine e forte, larga tre cubiti, lunga dodici e di un solo pezzo; la figura e le ombre del corpo di Nostro Signore vi sono rappresentate, tanto sul fondo quanto sulla pie ga. Gius Nicodème Discepolo che aiutò Giuseppe nell'imbalsamazione e nella sepoltura. eppe e Nicodemo unsero questo corpo adorabile con cento libbre di mirra e aloe, e lo deposero poi nel monumento che questo primo discepolo si era fatto scavare molto recentemente per sé, nella roccia, in un luogo del suo giardino. Ecco ciò che ci insegnano i quattro Evangelisti, e ciò che abbiamo di certo su questo discepolo di Gesù. In un V angelo attribuito a Nicodemo Évangile attribué à Nicodème Testo apocrifo che narra l'imprigionamento di Giuseppe. , è segnato, se dobbiamo credere a Gregorio di Tours e a Baronio, che i Principi dei sacerdoti si irritarono così fortemente contro Giuseppe d'Arimatea, riguardo alla sepoltura che aveva dato a Gesù Cristo, che si impadronirono di questo discepolo, lo rinchiusero e lo custodirono essi stessi mentre i soldati vegliavano sul sepolcro; che la notte in cui il Salvatore risuscitò, Giuseppe fu miracolosamente liberato dalla prigione da un angelo, e che i Giudei, rimproverando ai soldati la loro viltà per aver lasciato così portare via il corpo di Gesù dal sepolcro, questi risposero loro: «Consegnateci Giuseppe, e noi vi
Il Sacro Sudario e la prigione
Il testo descrive l'uso del sudario e riporta una tradizione, tratta dal Vangelo di Nicodemo, sull'imprigionamento di Giuseppe da parte dei Giudei e la sua miracolosa liberazione.
VITE DEI SANTI. — Tomo III. 33
consegneremo Cristo; ma poiché voi non potete restituirci il benefattore di Dio, neppure noi possiamo, da parte nostra, mettervi il Figlio di Dio nelle mani.
Missioni e tradizioni post-pasquali
Due tradizioni si contrappongono: una fine della vita a Gerusalemme con il trasferimento delle reliquie in Francia, o un esilio evangelizzatore in Provenza e poi in Gran Bretagna.
Sebbene la tradizione non ci insegni nulla sul ritiro di Giuseppe d'Arimatea dopo la sepoltura di Gesù, si può tuttavia essere certi che egli rimase, fino alla fine della sua vita, in compagnia della santissima Vergine e degli altri discepoli, e che così si trovò con loro il giorno dell'Ascensione, sul monte degli Ulivi, per vedere salire al cielo quello stesso corpo al quale aveva reso i pii doveri della sepoltura; che dieci giorni dopo ricevette lo Spirito Santo con i dodici Apostoli; che portò il prezzo di tutti i suoi beni ai loro piedi per abbracciare egli stesso una vita tutta apostolica, e che infine morì a Gerusalemme, da dove il suo corpo fu trasportato in Francia, sotto Carlo Magno, nell 'abbazia di Moyen-Mouti abbaye de Moyen-Moutier Monastero dei Vosgi che rivendica il possesso delle reliquie del santo. er, nella diocesi di Toul, da Fortunato, patriarca di G Fortunat, patriarche de Grado Patriarca di Grado che portò delle reliquie in Francia. rado, che fuggiva la persecuzione degli idolatri e che fu, in seguito, abate dello stesso monaste ro, fondato da saint Hylduiphe Fondatore dell'abbazia di Moyen-Moutier. sant'Ilduolfo, arcivescovo di Treviri. Vi sono autori che credono che i Giudei non cessarono mai di perseguitare questo generoso discepolo e che, per bandirlo dalle loro terre, lo esposero senza vele e senza remi, insieme a santa Marta, santa Maddalena, san Lazzaro loro fratello e san Massimino; ma che la nave, per un effetto della divina Provvidenza, essendo arrivata felicemente al porto di Marsiglia, in Provenza, Giuseppe d'Arimatea attraversò tutta la Francia e passò fino alla Gran Bretagna, vi predicò Gesù Cristo e vi morì in pace; ed è apparentemente per questo che gli inglesi lo riconoscono come loro primo Apostolo.
Iconografia e leggende medievali
Il santo è associato a simboli forti come la Sacra Sindone, la coppa dell'Ultima Cena (Graal) e il bastone fiorito di Glastonbury.
Le arti hanno riassunto così la storia del santo che diede sepoltura a Gesù:
1° Secondo una leggenda cara agli inglesi del Medioevo, san Giuseppe d'Arimatea avrebbe ereditato la coppa utilizzata da Gesù Cristo il giorno dell'Ultima Cena: ecco perché viene dipinto con una coppa in mano; — 2° viene ancora rappresentato mentre tiene una delle estremità della Sacra Sindone, mentre Nicodemo ne tiene l'altra; — 3° fa naturalmente parte del gruppo di coloro che seppelliscono il Salvatore: Nicodemo, san Giovanni e la Santa Vergine, quando questa scena viene riprodotta dalla pittura, dalla scultura o dall'incisione; — 4° altre volte viene rappresentato mentre pianta un bastone nel terreno, poiché la leggend Glastonbury Luogo finale di traslazione delle reliquie del santo. a inglese sostiene ancora che a Glastonbury egli conficcò in terra il suo bastone, che divenne un arbusto capace di produrre verso Natale fiori rossi e bianchi; — 5° infine lo si colloca nel vascello che condusse san Lazzaro e santa Maddalena sulle coste della Provenza.
La questione delle reliquie a Moyen-Moutier
Un'analisi critica discute la presunta presenza del corpo del santo nell'abbazia di Moyen-Moutier, portato dal patriarca Fortunato sotto Carlo Magno.
## RELIQUIE DI SAN GIUSEPPE D'ARIMATEA.
L'abate Deblaye ci scriveva da Imling, il 25 novembre 1862:
Sono lieto di poter rispondere alle vostre domande del 22 novembre 1862.
1° Il corpo di san Giuseppe d'Arimatea è stato portato a Moyen-Moutier: e poi, in seguito, rubato da alcuni monaci?
Ne resta ancora qualche traccia?
Dom Humbert Belhomme, nella sua *Historia mediani monasterii, argentorati*, 1724, in-4°, ci risponderà.
Fortunato, patriarca di Grado, e non di Gerusalemme, dovendo rifugiarsi in Francia, ottenne da Carlo Magno l'abbazia di Moyen-Moutier. La storia dei successori di sant'Ildulfo, che Dom Belhomme pubblica nel suo libro, basandosi su un manoscritto di Paderborn, credendolo anonimo, sebbene sia di Valcando, monaco di Moyen-Moutier, all'inizio dell'XI secolo, parla così delle reliquie portate lì da Fortunato: « Ipsius vero collatione, ex cunctis pene instrumentis
humans conversationi atque passioni Domini aptatis amplexibilia pignora locus hic mernit percipere, paritorque pretiosorum Martyrum Stephani, Lazari quadridui sepulti, Georgii, atque Pancrati, cum plurimis : quod nunc longum videtur prosequi.
Le reliquie sopra menzionate non furono affatto reliquie intere, ma parziali; perciò non ne resta più nulla. Vedete d'altronde che il nostro più antico cronista non parla affatto di Giuseppe d'Arimatea.
Ecco la nota di Dom Belhomme sul testo qui sopra:
« E. Richerius in chronico Senonieni et Johannes a Bayona in historia Medianensi tradunt Fortunatum attulisse ad medianum monasterium corpus sancti Josephi Arimathei, sed postmodum eo videlicet tempore, quo Canonici idem monasterium possederunt, a quibusdam monuchis peregrinis nocte furatum et exportatum fuisse. At rem suspectam reddit silentium anonymi hujus auctoris (Valcandi), qui Richerium docentis et Joannem a Bayono trecentis annis præcedit ».
Dom Belhomme mi sembra nel giusto, nel non credere ai racconti di Richer e di Jean de Bayon. È ben certo che da molti secoli non resta alcuna traccia di questa reliquia a Moyen-Moutier.
2° Chiedete poi che fine abbia fatto l'abbazia? L'antica abbazia fu demolita circa cento anni fa, e ricostruita qualche centinaio di metri più in basso: della prima non resta quasi più nulla se non il muro di cinta; l'attuale canonica, che è del tutto recente, si trova quasi sul sito della chiesa. La demolizione totale da parte dei monaci stessi avrebbe portato alla luce i tesori e i monumenti nascosti, se ce ne fossero stati.
La nuova abbazia esiste ancora in gran parte e appartiene ai signori Sellières, che possiedono anche l'abbazia di Senones; entrambe sono fabbriche di cotone: Moyen-Moutier è la lavanderia. La chiesa, che esiste interamente con la sua torre, è parrocchiale.
La chiesa possiede ancora il corpo di sant'Ildulfo, quasi completo; i corpi dei suoi due discepoli, Giovanni e Benigno, due fratelli; alcune ossa di san Spinulo o Spin, altro discepolo. Un'altra parte è stata trasportata dal priorato di Belval nella chiesa parrocchiale di Portieux, e tutte le grandi ossa che si trovavano nell'abbazia di San Leopoldo, a Nancy, sono andate perdute durante la Rivoluzione: — alcune ossa del corpo di san Genus, altro discepolo; i corpi di san Massimino, arcivescovo di Treviri e di san Bonifacio, il tebeo, meno le teste, portati a Moyen-Moutier, probabilmente da sant'Ildulfo.
Nella cassa di sant'Ildulfo si trova anche una dalmatica del VII secolo che potrebbe benissimo essere di san Leodegario, piuttosto che quella che veniva chiamata la tunica di sant'Ildulfo, visto questo testo della cronaca di Jean de Bayon: « Ego vero in ipso scrinio vidi, cum plurimis aliis ipsorum martyrum reliquis, de saxo quo lapidatus est sanctus Stephanus, et carbones sanguineos sancti Laurentii levit, et dalmaticam sancti Leodegarii ».
Nel 1854, ho pubblicato, nel Journal de la Société d'Archéologie Lorraine, una descrizione di questo indumento sacro.
La tomba di sant'Ildulfo esiste anche nella cappella di San Gregorio, nel cimitero: è un sarcofago di pietra senza iscrizione. — Le reliquie di Moyen-Moutier sono state riconosciute solennemente il 6 agosto 1854, da Monsignor Caverot, vescovo di Saint-Dié, dopo un lungo studio di revisione fatto da me.
Il martirologio romano segna la memoria di questo discepolo di Gesù il 17 marzo, e il cardinale Baronio ne parla nel primo tomo dei suoi Annali.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Membro del consiglio presso Caifa (si oppose alla condanna)
- Richiesta del corpo di Gesù a Pilato dopo la Crocifissione
- Sepoltura di Cristo nel suo sepolcro nuovo
- Liberazione miracolosa dalla prigione per mezzo di un angelo (secondo Nicodemo)
- Arrivo leggendario in Provenza e poi in Gran Bretagna
Miracoli
- Liberazione dalla prigione per mezzo di un angelo
- Bastone piantato in terra che diventa un arbusto fiorito a Natale
Citazioni
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Spetta ora a voi deporre questo corpo divino nel sepolcro e rendergli gli ultimi doveri.
Parole attribuite alla Santa Vergine da Baronio