Nato a Ravenna e rimasto orfano presto, Pier Damiani divenne un eminente studioso prima di ritirarsi nell'eremo di Fonte Avellana. Divenuto Cardinale-Vescovo di Ostia per obbedienza, fu consigliere di diversi papi e un riformatore instancabile della Chiesa contro la simonia e il nicolaismo. Morì a Faenza nel 1072 dopo un'ultima missione di pace.
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SAN PIER DAMIANI, CARDINALE-VESCOVO DI OSTIA
Contesto storico
Pier Damiani vive nell'XI secolo sotto il regno dell'imperatore Enrico IV e il pontificato di Alessandro II.
988-1072. — Papa: A lessandro II Alexandre II Papa la cui elezione fu sostenuta da Pier Damiani contro l'antipapa. . — Imperatore di Germania: Enrico Henri IV Re di Francia menzionato per la datazione della cappella. IV.
Un'infanzia segnata dall'abbandono
Nato a Ravenna, Pietro fu inizialmente abbandonato dalla madre prima di essere maltrattato da uno dei suoi fratelli che lo trattava come un servo.
Questo grande uomo nacque a Ravenn a, citt Ravenne Città natale del santo e luogo della sua ultima missione. à d'Italia. Non era ancora nato, che la divina Provvidenza gli preparò delle croci.
Quando Pietro era ancora al seno, il suo fratello maggiore mostrò a sua madre molto dispiacere nel vedere una famiglia così numerosa per dividere i pochi beni che avevano; questa madre, che aveva mille imbarazzi, mille tormenti nei suoi affari domestici, fu sensibilmente colpita dai rimproveri che il figlio maggiore le faceva; si lasciò andare a una specie di disperazione, e perse il coraggio e la tenerezza che doveva avere in qualità di madre per allevare il giovane bambino che nutriva. Il suo rigore verso di lui fu tale che gli rifiutò il suo latte, e lo abbandonò senza voler più dargli il nutrimento di cui aveva bisogno.
Ma Dio che provvede, dice il Profeta, alle necessità dei piccoli uccelli che invocano il suo nome con i loro gridi, quando sono abbandonati da coloro che hanno dato loro la vita, ascoltò anche i sospiri e i piccoli gridi del giovane Pier Damiani; e il suo corpo era già tutto livido e moribondo, quando la Provvidenza divina suscitò una donna straniera che, rivestendosi dell'amore e della tenerezza di una vera madre, si prese tanta cura di questo piccolo bambino, come se fosse stato il frutto del suo stesso seno.
Quando fu in un'età più avanzata, perse ogni speranza di possedere beni temporali, perdendo suo padre e sua madre, che morirono e lo lasciarono destituito di ogni soccorso; uno dei suoi fratelli, tuttavia, sotto pretesto di carità e di compassione, volle prenderlo nella sua famiglia; ma, lungi dall'esser lui favorevole, non ebbe per lui che durezze, facendolo lavorare come un mercenario, e rifiutandogli le cose più necessarie alla vita; lo si obbligava ad andare a piedi nudi, lo si caricava di colpi, era solo a metà vestito, e non si ebbe vergogna di mandarlo nei campi a custodire il bestiame come l'ultimo dei servi. Pier Damiani soffriva tutto ciò con una pazienza ammirevole, non lamentandosi di nulla e ricevendo tutto dalla mano di Dio, che rispettava nella condotta dei suoi parenti, qualunque durezza esercitassero verso di lui.
Educazione e ascesa intellettuale
Preso in carico dal fratello Damiano, studia a Faenza e Parma, diventando un maestro ammirato prima di scegliere la vita religiosa.
Man mano che avanzava in età, cresceva anche in virtù; più conosceva il mondo e le sue false attrattive, più lo fuggiva. Disprezzava, con grande libertà di spirito, i beni della terra, stimando più la povertà che le ricchezze. Si racconta che, avendo un giorno trovato per caso una moneta, ne provò dapprima una piccola gioia nella speranza di comprare qualche leccornia; ma, facendo una seconda riflessione nello stesso momento, e considerando che il piacere che voleva procurarsi sarebbe passato in un istante, andò subito a dare la sua moneta d'argento a un sacerdote, affinché celebrasse alcune messe per il riposo dell'anima di suo padre.
Dopo essere rimasto abbastanza a lungo sotto la dura guida di quello dei suoi fratelli di cui abbiamo parlato, un altro dei suoi fratelli, chiamato Damian o, toc Damien Fratello di Pietro che finanziò i suoi studi e di cui prese il nome. cato da compassione nel vederlo in uno stato così deplorevole, lo accolse presso di sé e, notando in lui buone disposizioni per le scienze, lo fece studiare. Questo fratello, allora arciprete di Ravenna, abbracciò in seguito lo stato monastico. Si crede che fu per riconoscenza verso tutte le sue cure che il nostro Santo prese in seguito il soprannome di Damiano. Egli ebbe infatti per lui tutta la tenerezza di un padre. Lo mandò dapprima a Faenza, poi a Parma. I suoi maestri furono sorpresi dalla vivacità e dall'ampiezza del suo spirito: divenne in poco tempo oggetto dell'ammirazione di tutti, e la sua reputazione aumentò a tal punto che un gran numero di giovani lo scelsero come loro maestro dichiarandosi suoi discepoli; ebbe facile accesso nelle case dei nobili, e le persone di spirito provavano un piacere singolare a trovarsi in sua compagnia; acquisì beni con il suo lavoro e il suo merito, e ne aveva abbastanza per intraprendere un'onorevole carriera nel mondo, se avesse voluto rispondere alle avances che gli venivano fatte.
Gli onori e i piaceri si presentavano continuamente ai suoi occhi; ma Dio, che aveva avuto di lui una cura particolare fin dalla culla, non permise che si allontanasse dal cammino della virtù. Si muniva delle armi dei Santi per calmare le sue passioni e sottometterle alle leggi della ragione e della grazia. Portava di solito, a questo scopo, un rude cilicio sotto i suoi abiti, d'altronde abbastanza curati, per meglio nascondere le sue austerità; si esercitava, essendo ancora nel secolo, alla pratica dei digiuni, delle veglie e della preghiera. Quando si sentiva attaccato da qualche tentazione contro la purezza, si immergeva il corpo in acque semiglaciali durante la notte, finché non avesse ottenuto la calma che desiderava.
L'ascesi a Fonte Avellana
Si unisce agli eremiti camaldolesi di Fonte Avellana, dove pratica una penitenza estrema e diventa un modello di fervore.
Amava molto visitare i luoghi consacrati al Signore; una delle sue principali devozioni era recitare e meditare i salmi di Davide. Donava ai poveri gran parte dei suoi beni: li invitava spesso alla sua tavola e li serviva lui stesso, considerandoli membra di Gesù Cristo. Sebbene conducesse una vita molto innocente nel mondo, decise di abbracciare la vita monastica, ma lontano dal suo paese, per timore di essere distolto dai suoi parenti e amici. Mentre era in questo pensiero, incontrò due eremiti camaldolesi del deserto di Fonte Avellana, di cui aveva sentito pa rlare; essend Font-Avellane Eremo e monastero dove Pier Damiani abbracciò la vita eremitica. osi aperto con loro, essi lo fortificarono nel suo proposito e, poiché manifestò il desiderio di ritirarsi con loro, gli promisero che il loro abate lo avrebbe accolto. Offrì loro un vaso d'argento da portare al loro abate, ma essi dissero che era troppo grande e che sarebbe stato d'impaccio lungo il cammino, ed egli rimase molto edificato dal loro disinteresse. Per mettersi alla prova, trascorse quaranta giorni in una cella simile a quelle degli eremiti; poi, preso il momento opportuno, si strappò dalle braccia dei suoi cari e si recò a Fonte Avellana, dove, secondo l'uso, fu affidato a uno dei fratelli per essere istruito. Questi, dopo averlo condotto alla sua cella, gli fece togliere gli abiti civili, lo rivestì di un cilicio e lo ricondusse all'abate, che lo fece subito rivestire di una cocolla. Pietro si stupì che gli venisse dato l'abito fin da subito senza averlo messo alla prova e senza averglielo fatto chiedere; ma si sottomise alla volontà del superiore, sebbene allora la presa d'abito non fosse separata dalla professione. Quando si vide rivestito dell'abito religioso, mostrò un fervore così grande che tutti coloro che vivevano con lui lo prendevano a esempio e riformavano la loro condotta sulla sua, sebbene fossero già molto avanzati nel cammino della perfezione. Non ebbe difficoltà ad adattarsi a tutte le regole praticate nella santa casa che aveva scelto, sebbene il modo di vivere vi fosse molto austero: infatti si digiunava di solito quattro giorni alla settimana a pane e acqua, e negli altri giorni si aggiungeva solo un po' di verdura; l'uso del vino vi era sconosciuto. In ogni tempo, si era obbligati ad andare scalzi anche in mezzo ai deserti pieni di spine; i religiosi vivevano due a due in celle separate le une dalle altre. Si esercitavano giorno e notte in ogni sorta di sante pratiche, come le macerazioni corporali, le adorazioni, le genuflessioni, le prostrazioni, la salmodia, le orazioni e altre simili di cui i Santi si sono sempre serviti per mantenere il fervore dello spirito, e rendere anche, in questo modo, il duplice culto esteriore e interiore dovuto a Dio.
La consuetudine dei religiosi di Fonte Avellana era di recitare il Salterio durante la notte; ma Pier Damiani, la cui pietà non aveva confini, anticipava il tempo in cui venivano svegliati i suoi fratelli, per aumentare le sue orazioni aumentando le sue veglie. L'eccesso delle sue mortificazioni andò così lontano che ne divenne malato: fu colpito da un'insonnia dalla quale ebbe molta difficoltà a guarire. Questa malattia gli insegnò in seguito che non bisogna sempre seguire l'ardore del proprio zelo e che si deve usare discrezione negli esercizi di pietà; ma alla fine Dio gli restituì la salute che aveva perduto solo sforzandosi di dargli testimonianze di un amore più perfetto.
Governo ed espansione monastica
Divenuto priore, fondò numerosi monasteri e formò discepoli illustri come san Domenico Loricato.
Dopo che questo illustre Solitario ebbe trascorso diversi anni in una vita nascosta e sconosciuta, durante la quale acquisì grandi grazie e un vasto bagaglio di dottrina nella conoscenza delle Sacre Scritture, piacque alla divina Provvidenza mettere questo bel candelabro sul candeliere. Il suo superiore gli ordinò dapprima di rivolgere esortazioni ai religiosi della sua comunità. Egli adempì a questo dovere con tale successo e plauso che la notizia si diffuse in tutti i monasteri vicini: gli abati dei dintorni chiedevano come una grazia al superiore di Fonte Avellana di voler permettere che questo fervente religioso venisse a dimorare per qualche tempo presso di loro, affinché potesse condividere con gli altri Solitari il pane della parola di Dio, che annunciava con tanta unzione ed eloquenza. Egli andò, infatti, nei monasteri circostanti a distribuire i rari talenti di cui Dio lo aveva favorito, e non edificava meno con la santità dei suoi esempi che con la forza delle sue predicazioni e dei suoi discorsi pieni di zelo. Fu così che rimase due anni a Pomposa, di cui il virtuoso Guido era abate.
Il saggio superiore di questo vero religioso, notando che egli non aveva meno prudenza e discrezione nella sua condotta che dottrina e virtù, lo stabilì dapprima economo dell'eremo o del monastero in cui dimorava; in seguito lo dichiarò suo successore; così, dopo la morte di questo degno abate, che Pier Damiani chiamava, per rispetto e per amicizia, suo maestro e suo padre, egli fu obbligato a caricarsi di questo fardello e a portare il peso del priorato, per il quale aveva sempre nutrito una grande avversione. Adempì a tutti i suoi doveri, in questo nuovo incarico, con il successo che ci si poteva aspettare. Le sue cure erano universali: si estendevano ugualmente sullo spirituale e sul temporale; e poiché lo zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime cresceva nel suo cuore man mano che avanzava in virtù ed età, trovò il modo, senza abbandonare il suo primo gregge, di stabilire un gran numero di altri monasteri in luoghi solitari che andava a scegliere lui stesso nei deserti.
Intraprendeva faticosi viaggi per andare a visitare coloro che abitavano queste nuove solitudini, al fine di sostenerli nel primo fervore che aveva loro ispirato; riceveva un'infinità di postulanti di ogni età e di ogni condizione, che si facevano un vanto e un merito di condurre una vita penitente e nascosta sotto la direzione di un così santo personaggio. Tra i discepoli di eminente virtù che formò e che divennero in seguito luci della Chiesa, si citano san Rodolfo, vescovo di Gubbio (26 giugno); san Domenico Loricato (14 ottobre) e san Giovan ni da Lodi che scrisse la su saint Dominique l'Encuirassé Discepolo di Pier Damiani celebre per le sue austerità. a vita (7 settembre).
Aveva lo spirito così esteso, e allo stesso tempo il cuore infiammato di una carità così universale, che non si accontentava di provvedere ai bisogni spirituali dei monasteri che aveva stabilito; ma aiutava ancora, con le sue istruzioni e i suoi consigli, per iscritto e a voce, le altre case, sia di uomini che di donne, che consideravano i suoi avvertimenti come oracoli e ricevevano le sue decisioni come provenienti dallo Spirito Santo; di modo che divenne come il padre comune di una gran parte dell'Italia.
Cardinale-vescovo di Ostia e riformatore
Nominato cardinale da Stefano IX, lotta contro la simonia e il nicolaismo, in particolare durante una delicata missione a Milano.
I sovrani Pontefici non vollero essere privati dei mirabili consigli di un uomo per il quale si nutriva tanta stima. Tutti coloro che occuparono la sede di Roma, durante la vita di Pier Damiani, trovarono grandi vantaggi nell'avere rapporti con lui. Quando lo scisma dei papi Silvestro III e Giovanni XX fu estinto, verso l'anno 1044, e Gregorio VI fu legittimamente eletto, il santo abate gli scrisse diverse lettere: in una di esse gli testimonia la gioia che aveva provato nell'apprendere la sua esaltazione al sovrano pontificato, e gli fa anche conoscere con quale ardore e zelo egli debba lavorare per rendere alla Chiesa la pace e il suo primo splendore. Baronio crede che questa epistola sia di così grande peso, che essa sola possa servire da potente testimonianza per provare la validità dell'elezione di Gregorio VI; tanto più, dice, che il santo abate non era affatto d'umore da avere false compiacenze che lo impegnassero a dare vane lodi e ad adulare i grandi, non sposando mai altro che gli interessi della verità, riprendendo con grande fermezza coloro che erano colpevoli, e dichiarandosi sempre nemico di chi non era negli interessi della Chiesa.
Non fu meno stimato da Leone IX, che gli indirizzò grandi lodi in una lettera di congratulazioni sullo zelo che mostrava contro gli eretici. Vittore II e Stefano IX intrattennero parimenti una stretta amicizia con questo santo sol itario; fu Étienne IX Papa che nominò Pier Damiani cardinale vescovo di Ostia. il papa Stefano che, avendo scoperto una estensione di spirito e una capacità straordinarie in questo virtuoso personaggio, gli fece offrire il vescovado di Ostia per dargli modo di esercitare il grande zelo di cui appariva animato. Il servo di Dio, che aveva una estrema opposizione per tutte le dignità, e che preferiva la dolcezza della solitudine e l'umile qualità di religioso a tutti i titoli di grandezza, alle più alte prelature ecclesiastiche, rifiutò assolutamente l'onore che si voleva fargli. Tutta la corte di Roma fece grandi istanze per fargli accettare ciò che gli veniva offerto.
Infine, il Papa gli fece un dovere di obbedire e di accettare il vescovado che gli conferiva; questo saggio Pontefice gli mise allo stesso tempo l'anello pastorale al dito e il pastorale in mano; l'umile abate non osò resistere oltre: si sottomise, per pura obbedienza, alle volontà di colui che teneva il posto di Gesù Cristo, e ha confessato, in seguito, che Dio gli aveva fatto conoscere, tre anni prima, la dignità alla quale si vedeva elevato (1057).
Riconobbe presto il peso dell'incarico che gli era stato imposto, perché le sue grandi luci e la fede viva di cui era animato gliene fecero vedere gli obblighi tanto grandi quanto erano; diffidava molto delle sue forze, ma aveva una perfetta fiducia in Dio, sperando di ricevere da Gesù Cristo, sovrano Pastore e Luce di tutti i prelati, i soccorsi di cui aveva bisogno per ben condurre il suo gregge. Iniziò dunque a prendersi grande cura della Chiesa che gli era stata affidata; si fece dare una conoscenza perfetta degli affari della sua diocesi; non risparmiò né i suoi beni, né la sua salute, per rendersi utile ai suoi figli spirituali. Quando predicava, si adattava ai giorni e alle ore del suo popolo: lo si è visto spesso, dopo aver sopportato violenti attacchi di febbre durante la notte, alzarsi di buon mattino, per andare ad ascoltare confessioni, o per predicare, o per andare a cantare messe solenni, o per compiere altre simili funzioni pastorali, che credeva essere suo dovere. Era sempre pronto a sacrificare la sua salute e a dare la vita stessa per la salvezza delle anime che gli erano affidate. Le sue predicazioni erano accompagnate da una grande unzione e sostenute da una profonda dottrina, che sapeva temperare secondo la portata dei suoi uditori; nessuno si annoiava ad ascoltarlo, sebbene il suo zelo gli facesse talvolta passare diverse ore sul pulpito.
Questo vigilante Pastore non fuggiva quando vedeva venire il lupo: andava al contrario ad attaccarlo nel suo rifugio e a dargli la morte prima che venisse a piombare sul suo ovile, troncando, con la spada della scomunica, coloro che volevano introdurre errori nello spirito dei suoi diocesani. Era il flagello degli eretici, e sapeva così efficacemente reprimere la loro audacia e la loro temerarietà, che gli altri prelati lo mandavano a pregare con istanza di venire in loro soccorso, per aiutarli a dissipare le perniciose dottrine che si erano insinuate nelle loro chiese.
La qualità di cardinale, di cui il sovrano Pontefice l'aveva anche onorato, lo obbligò ad estendere il suo zelo oltre i limiti del suo vescovado: guardava gli interessi di tutti i pastori particolari come i suoi propri; esortava tutti i vescovi a mantenere una perfetta unione nelle loro diocesi; ma se giudicava che la pace fosse così necessaria nelle chiese particolari, era ben più persuaso che bisognasse che vi fosse una perfetta intelligenza nel Sacro Collegio, che doveva lavorare con il sovrano Pontefice alla pace della Chiesa universale; è per questo che non mancò di opporsi con generosità alle pretese dell'antipapa Benedetto X, che si fece nominare sovrano Pontefice, dopo la morte di Stefano IX (1058); sostenne, con uno zelo incomparabile, l'elezione legittima di Niccolò II.
Fu al tempo di questo Papa che la chiesa di Milano si trovò infettata da due grandi disordini: era una cosa tutta pubblica e di uso comune quella di acquistare benefici a prezzo di denaro; non si aveva più riguardo alla capacità né ai buoni costumi, che sono tuttavia le sole qualità di cui si debba tener conto, secondo i santi Canoni, nella distribuzione dei benefici: si acquistava persino l'ordinazione; l'altro disordine era che i preti, calpestando la santità del loro stato e le leggi ecclesiastiche, osavano contrarre matrimoni con tanta pompa e splendore quanto i secolari.
Una grande divisione si elevò nella chiesa di Milano, tra il clero e il popolo, in occasione degli scandali di cui abbiamo appena parlato. I milanesi, cercando il rimedio a questi mali, ebbero ricorso al papa Niccolò II. Il sovrano Pontefice gettò gli occhi sul prudente prelato, Pier Damiani: lo inviò sul posto. Vi fu ricevuto dal popolo come un angelo inviato dal cielo; ma, quando ebbe dichiarato il soggetto della sua legazione, il clero, i cui membri malati non volevano ricevere guarigione, si elevò insolentemente contro i disegni di questo saggio medico; i capi più interessati del partito biasimarono il rimedio di cui voleva servirsi e pubblicarono ovunque che la chiesa di Milano non doveva essere sottomessa alle leggi della Chiesa romana, che non facevano che ciò che i loro predecessori avevano fatto, e che la chiesa che sant'Ambrogio aveva un tempo governato non doveva rendere ragione della sua condotta a nessuno.
Il santo Legato usò la sua prudenza ordinaria in un affare di tale importanza, dove si trattava di far ritornare di buon grado degli spiriti sviati, per rimetterli nella via della salvezza; fece loro conoscere, attraverso un gran numero di potenti ragioni, quale fosse l'estensione dell'autorità della Santa Sede su tutte le chiese; provò loro chiaramente il potere che aveva di riformare i costumi e la dottrina dei suoi figli quando aveva ragione di farlo, e li fece cadere d'accordo sul fatto che erano nell'errore e fuori dalla via della salvezza. Vi furono altre difficoltà ben più grandi da superare per applicare il rimedio conveniente a tanti mali; ma la Sapienza divina gli suggerì i mezzi per riuscirvi bene, e, dopo aver fatto ciò che le circostanze del tempo e i santi Canoni della Chiesa esigevano in tal caso per mettere ordine ai disordini presenti, si attaccò con più cura a provvedere all'avvenire. A tal fine, fece sottoscrivere all'arcivescovo e a tutti i suoi ufficiali una dichiarazione in buona forma, con la quale protestavano in buona fede che non avrebbero mai più esatto nulla nella collazione dei benefici in alcun modo; giurarono sui santi Vangeli che non avrebbero mai violato la parola data: di più, il santo Prelato impose una penitenza a tutti coloro che erano evidentemente in colpa, e in seguito li riconciliò con la Chiesa; osservò, in tutto questo affare, di non ammettere e di non conservare nessuno di coloro che erano convinti di non avere né la capacità, né i buoni costumi richiesti per ben assolvere al loro ufficio: è così che questo saggio Prelato pose rimedio a due dei più grandi mali che possano introdursi nella Chiesa.
Difesa del papato
Si oppose fermamente all'antipapa Cadalo e sostenne la legittimità di Alessandro II presso l'imperatore Enrico IV.
La Chiesa godeva allora di una pace abbastanza grande; ma fu attraversata dagli intrighi o dall'ambizione di Cadalo, vescovo di Parma, che, alla morte di papa Niccolò II, si fece dichiarare Sommo Pontefice, per cabala, disputando così apertamente la prima dignità della Chiesa con Ales sandro II, e Alexandre II Papa la cui elezione fu sostenuta da Pier Damiani contro l'antipapa. letto secondo i santi Canoni. Pier Damiani ebbe, in questa circostanza, una nuova occasione di far apparire l'affetto che nutriva per la Santa Sede; scrisse all'antipapa due lettere estremamente forti, nelle quali gli mostra l'eccesso della sua ambizione, lo scandalo che causava in tutta la Chiesa e il crimine di cui si rendeva colpevole; lo minaccia, con fermezza apostolica, dei fulmini imminenti della vendetta di Dio, il sovrano Giudice; scrisse anche al re di Germania, Enrico IV, che sosteneva questo antipapa: lo esorta a contribuire, in tutto ciò che poteva, a rendere la pace alla Chiesa; indirizzò anche delle lettere a sant'Annone, allora arcivescovo di Colonia, al quale dà giuste lodi per essersi dichiarato contro Cadalo e averlo colpito con gli anatemi ecclesiastici; esorta infine il principe Enrico, di cui abbiamo appena parlato, a terminare interamente la causa con la convocazione di un Concilio, che doveva procurare a questo scopo. Questo Concilio fu riunito: vi si fece, davanti all'imperatore, un'istruita inchiesta sulla questione in oggetto; l'illustre cardinale Pier Damiani vi prese una grande parte, e tutto il Concilio gli diede un'approvazione così universale, che l'antipapa fu condannato e l'elezione di Alessandro II approvata.
Ritiro e ultime legazioni
Ritorna alla vita eremitica pur adempiendo a missioni diplomatiche in Francia e in Germania.
Nel mezzo di questi grandi affari, faceva frequenti riflessioni sulla dolcezza della solitudine e sospirava quell'felice riposo di cui godeva un tempo nei deserti che era stato costretto a lasciare; fece conoscere ad Alessandro, che occupava allora pacificamente il seggio di Roma, l'inclinazione che aveva a ritirarsi, adducendo, per ottenere questa grazia, la sua età avanzata, le sue infermità, tutte le sue forze diminuite e molte altre ragioni che la sua pietà e il desiderio della solitudine gli fecero esporre. Ottenne infine da questo Pontefice, sebbene con grande fatica, ciò che non aveva potuto ottenere da Niccolò II, suo predecessore. La storia, tuttavia, nota che rimase sempre vescovo di Ostia e cardinale, e che fu sollevato solo dalle grandi cure e dagli oneri di queste alte dignità. Andò dunque a ritrovare i suoi religiosi nel deserto, al monastero di Fonte Avellana: vi chiese la più povera di tutte le celle; digiunava quasi tutti i giorni a pane e acqua; il pane di cui si serviva era fatto solo di crusca o d'orzo; non voleva bere che acqua a metà corrotta ed esposta a lungo all'aria; il piatto ordinario, nel quale questo umile cardinale mangiava, era lo stesso in cui lavava i piedi ai poveri; dormiva su assi molto dure, e sebbene il suo corpo, estenuato da un'infinità di fatiche, fosse ancora carico e circondato da cerchi di ferro costruiti a suo modo, non tralasciava di prendere ogni giorno la disciplina e di percuotersi il corpo, con strumenti molto austeri, che lo spirito di penitenza gli faceva inventare.
Quando faceva esortazioni ai suoi religiosi in Capitolo, e li aveva ripresi per le loro colpe, scendeva egli stesso dal suo seggio e, prosternandosi umilmente a terra, si accusava di tutte le sue imperfezioni; in seguito, non credendo che l'esercizio della flagellazione fosse un'azione indegna delle qualità che portava, poiché Gesù Cristo stesso, il primo e più grande modello di ogni perfezione, aveva voluto soffrirla sul suo santo corpo, si castigava molto severamente in presenza dei suoi religiosi, con quel genere di mortificazione che è stato di così frequente uso tra i Santi.
Dopo questa rude e umiliante pratica di penitenza, che era un potente esempio per animare i suoi religiosi alla virtù, si vedeva questo venerabile prelato rialzarsi dalla postura umiliata che aveva assunto e tornare al suo posto, dove continuava a dare avvisi salutari, ora in generale e ora in particolare, facendo toccare con mano le colpe giornaliere in cui ognuno cadeva, ben persuaso che, senza questo dettaglio, le esortazioni e i rimproveri rimangono senza effetto.
Diceva ai suoi discepoli che era opportuno conoscere bene le proprie forze per sapere cosa si potesse fare per il cielo, e che era sconveniente, per un soldato di Gesù Cristo, ignorare fino a che punto potesse avanzare nel cammino della virtù e nelle vie della penitenza e della mortificazione, tanto più che spesso si può fare molto più di quanto si immagini. Non poteva soffrire che si mancasse di rispetto a Dio, soprattutto nella preghiera pubblica. Essendosi accorto, un giorno che passava per Besançon, che i canonici della cattedrale restavano seduti durante l'ufficio divino, il suo zelo si infiammò e gli mise la penna in mano: indirizzò al vescovo di Besançon un trattato in cui prova che ci si può sedere solo durante le lezioni.
Più questo fervente prelato si avvicinava alla fine, più voleva aumentare il numero delle sue mortificazioni. Passava, verso la fine della sua vita, le sante quaresime, senza usare altro alimento che un po' di erbe cotte e acqua; non prendeva nemmeno alcun nutrimento durante i tre giorni che precedevano la Quaresima. Si crede che sia stato lui a ispirare di prendere il venerdì della settimana per onorare in modo speciale il mistero della Croce e della Passione del Salvatore, che morì in quel giorno: esortava a osservare il digiuno in quel giorno e a fare qualche mortificazione corporea in memoria dei dolori che Gesù Cristo aveva sofferto per noi; questa devozione, che si osserva abbastanza comunemente ancora oggi, fu approvata dapprima dal cielo con alcuni eventi che si credono miracolosi, e in seguito dall'uso comune di tutti i fedeli.
Quando il santo Cardinale di cui parliamo godeva così della felicità del ritiro, e nascondeva con gioia lo splendore della porpora sotto i veli di una profonda umiltà e di un'austera penitenza, il sovrano Pontefice, che aveva tante volte conosciuto, così come i suoi predecessori, la grande esperienza che egli aveva per il disbrigo degli affari più considerevoli e spinosi, lo nominò per andare in Francia in qualità di legato apostolico. Obbedì ciecamente a quest'ordine e si mise in cammino; si recò dapprima all'abbazia di Cluny, dove lo si attendeva per regolare grandi affari; in seguito, proseguendo il suo cammino, visitò gli arcivescovi di Reims, di Sens, di Tours, di Bourges e di Bordeaux, per terminare, in tutte queste diocesi, difficoltà e divergenze di cui si era pregato il sovrano Pontefice di essere il giudice. Essendosi perfettamente adempiuto di tutta la sua missione in Francia, prese la via della Germania per andare a riconciliare il re Enrico IV con Berta, sua sposa, che questo principe voleva ripudiare; si oppose, con grande fermezza, a questa separazione: dichiarò al re che avrebbe Henri IV Re di Francia menzionato per la datazione della cappella. usato contro di lui la severità dei santi Canoni della Chiesa se quel monarca avesse perseguito la sua impresa: minacciò delle censure ecclesiastiche il vescovo di Magonza, che aveva promesso di acconsentire a questa separazione; infine, disse al re che non lo giudicava degno della corona dell'impero, che Enrico sperava presto di ricevere, se avesse dato un così cattivo esempio ai suoi sudditi e se avesse causato un così grande scandalo tra tutti i popoli. Dio diede una così grande benedizione alla giusta severità del santo Legato, che tutti i principi dell'impero e il re stesso desistettero dal disegno che si era formato; Enrico conservò la sua sposa, e ne ebbe un principe che divenne suo successore.
L'imperatrice Agnese, madre di Enrico, prese il santo Cardinale come direttore della sua coscienza, e gli fece una confessione di tutti i peccati della sua vita fin dalla sua più tenera giovinezza. Poiché aveva un po' favorito il partito dell'antipapa Cadalo, andò a Roma a implorare il perdono della sua colpa sulle sante tombe degli Apostoli: ritornò in seguito in Germania; ma, poiché aveva commercio di lettere con il pio Cardinale di cui parliamo, egli le persuase, per buone ragioni, di venire a Roma: cosa che ella eseguì, e vi finì la sua vita in odore di santità.
La storia del celebre personaggio di cui descriviamo la vita fa ancora menzione di alcune altre legazioni di cui la Santa Sede lo onorò; si recò nella città di Firenze, per distruggere l'eresia dei Simoniaci che causavano estremi disordini in quella chiesa, e per estinguere allo stesso tempo un grande scisma che era avvenu to tra il popolo e il c hérésie des Simoniaques Acquisto o vendita di beni spirituali, battaglia principale del santo. lero; tutti questi affari furono felicemente terminati in un concilio di più di cento vescovi, tenuto a Roma, contro i Simoniaci, su sollecitazione del grande Prelato che ne aveva fatto conoscere la necessità al papa Alessandro II.
Transito e riconoscimento ecclesiale
Muore a Faenza nel 1072 dopo una missione a Ravenna. Viene proclamato Dottore della Chiesa da Leone XII.
Infine, l'ultima azione che coronò tutti i lavori del celebre Cardinale fu la legazione di cui il Papa lo incaricò per Rav enna, a Ravenne Città natale del santo e luogo della sua ultima missione. l fine di riconciliarvi il popolo che aveva voluto sostenere ingiustamente fino ad allora l'arcivescovo scomunicato per gravi ragioni. Questo instancabile pastore accettò tale missione, sebbene fosse in età molto avanzata e non gli fosse più agevole intraprendere viaggi; poiché era di Ravenna e ricordava di aver ricevuto la vita e il battesimo in quella città, si faceva un piacere di andare a rendere un buon servizio a quella chiesa, in riconoscenza della qualità di figlio di Dio che vi aveva ricevuto.
Riuscì in questo affare come in tutti gli altri; riconciliò il popolo dopo avergli mostrato il suo errore; rese la pace alla città e a tutta la diocesi, ricevette mille benedizioni per un così buon ufficio e, dopo essersi felicemente acquittato di quest'ultima missione, riprese la via di Roma. Ma giunto il tempo in cui Dio aveva risolto di ricompensare i suoi lavori, fu colto da una febbre ardente lungo il cammino vicino alla città di Faenza, che dista solo mezza gior nata d Faenza Città natale della santa in Romagna. a Ravenna, da dove era partito; fu ricevuto con estrema gioia dai religiosi di un monastero dedicato alla Santa Vergine, situato alle porte della città. Manifestò nella sua malattia tutti gli atti di virtù che ci si poteva attendere da un uomo che viveva da così tanto tempo negli esercizi continui della carità, della penitenza e dell'orazione; fu malato solo nove giorni e il nono, che era il giorno della festa della Cattedra di San Pietro, si fece recitare davanti a sé tutto l'ufficio di quella festa, per una devozione speciale che nutriva verso il principe degli Apostoli; e, dopo aver così soddisfatto la sua pietà e aver messo ordine a tutto ciò che la saggezza e la carità esigevano da lui in quella estrema condizione, rese pacificamente la sua bella anima a Dio, il 23 febbraio dell'anno 1072.
San Pier Damiani è stato rappresentato: 1° con una disciplina in mano, per esprimere l'ardore con cui si dedicava alla mortificazione; 2° sotto i costumi diversi di cardinale, eremita e pellegrino; in quest'ultimo caso, gli si mette un diploma o una bolla in mano per ricordare le diverse legazioni di cui fu incaricato dai Papi. È il patrono di Fonte Avellana e di Faenza. Lo si invoca contro il mal di testa, probabilmente in qualità di uomo di studio.
## CULTO E SCRITTI.
Poiché si sapeva ovunque quale fosse il merito di questo incomparabile Prelato e il pericolo di morte in cui si trovava, erano state poste delle guardie attorno al monastero dove era caduto malato, per timore che i suoi religiosi venissero a sottrarre il suo prezioso corpo. Tutta la città di Faenza, avvertita, si recò nel luogo dove si trovava questo santo deposito; lo si trasportò nella chiesa consacrata alla Madre di Dio; vi giunse un così grande concorso di popolo da tutti i luoghi vicini, che non si poteva entrare in chiesa; tutti si affrettavano a baciare i piedi del pio defunto o a far toccare qualcosa al suo corpo per devozione. Gli elevarono un bellissimo mausoleo; posero la sua tomba in alto nel coro di quella chiesa, di fronte al centro dell'altare, là dove ha ricevuto, per un lunghissimo tempo, i voti di tutti i popoli che sono venuti a venerare la sua memoria e a implorare il suo soccorso. Si potrà vedere nella sua Vita, che è all'inizio delle sue opere, il racconto di diversi grandi miracoli che la brevità non ci permette di riportare qui.
Il Papa Leone XII ha conferito a San Pier Damiani il titolo di Dottore della Chiesa e ha esteso a tutta la cattolicità il culto che gli si rendeva nell'Ordine dei Camaldolesi, così come nelle diocesi di Ravenna e di Faenza. Ha un ufficio doppio nel Breviario romano.
Boisil era, secondo il venerabile Beda, un uomo di eminente virtù e dotato di spirito profetico. Si parlava ovunque solo della santità della sua vita; ciò portò San Cuthbert, quando lasciò il secolo, a preferire il monastero di Melrose a quello di Lindisfarne. Fin dalla prima volta che Boisil lo vide, disse a coloro che erano presenti: Ecco un servitore di Dio. Si applicò a dargli l'intelligenza delle divine Scritture e a perfezionarlo nella pratica di tutte le virtù.
Boisil parlava spesso delle tre persone dell'adorabile Trinità e, quando pronunciava il santo nome di Gesù, lo faceva con una devozione così tenera e talvolta con tale abbondanza di lacrime che gli ascoltatori ne erano inteneriti. Poiché il suo incarico lo metteva nella condizione di istruire i fratelli, se ne acquittava con tutto lo zelo e tutta l'edificazione possibili. Non si limitava all'istruzione dei fratelli; andava ancora a predicare nei villaggi, imitando l'esempio di Gesù Cristo, che faceva le sue delizie nel conversare con i poveri.
Il venerabile Beda riporta diverse predizioni del nostro Santo, una tra le altre sulla peste che devastò l'Inghilterra nel 664. Anche San Cuthbert fu attaccato da questo temibile flagello, ma non ne morì. Boisil, avendolo visto dopo la sua guarigione, gli disse: «Dio vi ha guarito, fratello mio, e il vostro ultimo momento non è ancora giunto. Per quanto mi riguarda, morirò tra sette giorni; così non abbiamo più che questo tempo per intrattenerci». — «Ma», rispose San Cuthbert, «cosa potrò leggere in un così breve spazio?» — «Il vangelo di San Giovanni», rispose il nostro Santo. «Sette giorni basteranno per leggerlo e per fare le nostre riflessioni». Il piacere che San Boisil provava nella lettura del Vangelo secondo San Giovanni veniva da un ardente amore per Gesù Cristo e da un grande desiderio di accendere in lui sempre più il fuoco della divina carità. Il discepolo ritenne dal suo maestro questa solida devozione, e si è trovata nella sua tomba una copia latina del Vangelo secondo San Giovanni.
Giunto il settimo giorno, il Santo fu attaccato dalla peste, come aveva predetto. Più vedeva avvicinarsi il suo ultimo momento, più si rallegrava della prossimità della sua liberazione. Ripeteva spesso e con un fervore straordinario queste parole di Santo Stefano: Signore Gesù, ricevi il mio spirito. La sua beata morte avvenne l'anno 664.
Le reliquie di San Boisil furono portate a Durham nel 1030, accanto a quelle di San Cuthbert, suo discepolo.
Beda dice che il nostro Santo si interessò dall'alto del cielo in favore del suo paese e dei suoi amici; che apparve due volte a uno dei suoi discepoli e che lo incaricò di avvertire San Egberto che la volontà di Dio era che passasse nei monasteri di San Colombano per insegnarvi la vera maniera di celebrare la Pasqua.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Ravenna nel 988
- Ritiro nel deserto di Fonte Avellana
- Elezione ad abate/priore di Fonte Avellana
- Nomina a cardinale vescovo di Ostia nel 1057
- Legazione a Milano per riformare il clero
- Legazione in Francia e in Germania
- Riconciliazione di Ravenna con la Santa Sede
- Morto a Faenza nel 1072
Miracoli
- Eventi miracolosi legati all'istituzione del digiuno del venerdì in onore della Croce
Citazioni
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Signore Gesù, ricevi il mio spirito
Testo fonte (attribuito ai suoi ultimi momenti)