Vescovo di Grenoble per cinquantadue anni, Ugo fu uno zelante riformatore che lottò contro la simonia e la corruzione. È celebre per aver accolto san Bruno e fondato con lui il deserto della Grande Chartreuse. Nonostante le sue alte funzioni, visse in una profonda umiltà e in una costante austerità monastica.
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SAN UGO, VESCOVO DI GRENOBLE
Origini e formazione
Ugo nasce nel 1053 vicino a Valence in una famiglia pia e prosegue brillanti studi universitari all'estero prima di tornare a Valence.
San Ugo nacque nel 1053, a Châteauneuf-d'Isère, a due leghe da Valence. Suo padre, sposato in seconde nozze, ebbe dalla nuova sposa diversi figli. Il nostro Santo fu tra questi, e divenne una fonte di benedizioni per lui e per tutta la sua famiglia.
Mentre sua madre lo portava in grembo, le sembrò che, nel momento in cui lo metteva al mondo, san Pietro, accompagnato da molti altri santi, lo prendesse tra le braccia e lo elevasse al cielo. Colpito da questo prodigio, Odilo ne, pa Odilon Padre di sant'Ugo, ufficiale divenuto monaco alla Grande Chartreuse. dre del bambino, decise di dedicare le più grandi cure alla sua educazione.
Odilone era un valoroso ufficiale che aveva trascorso la sua giovinezza negli accampamenti e aveva sempre saputo conciliare i doveri del cristiano con quelli del soldato. I suoi costumi erano puri, e la sua pietà superava quella di molti religiosi suoi contemporanei.
Più tardi, lasciò il mondo e tutti i suoi vantaggi materiali per andare a finire i suoi giorni alla Grande Chartreuse, sotto la guida di san Bruno. Morì lì, all'età di 100 anni, tra le braccia di suo figlio divenuto vescovo, circondato da benedizioni, munito del viatico, di tutti i soccorsi e di tutte le consolazioni che Dio riserva ai suoi eletti in quel momento supremo.
Trattenuta nel mondo dalle cure che doveva agli altri suoi figli, la degna sposa di Odilone vi visse come se non vi fosse, nella pratica continua del digiuno, della preghiera, dell'elemosina e di tutte le virtù cristiane.
Ebbe anch'ella la felicità di essere assistita da san Ugo nell'ora della morte. Come il suo degno sposo, ricevette dalla mano di suo figlio tutti i sacramenti che preparano il cristiano al terribile passaggio da questa vita all'altra.
Nato da genitori così virtuosi, Ugo non tardò a manifestarsi e a rispondere fedelmente ai disegni che Dio aveva su di lui. Fin dai suoi anni più teneri, possedeva la saggezza dell'età matura. Compì i suoi studi con successo al collegio di Valence; il suo gusto per le lettere e per tutte le scienze divine e umane era così grande che non esitò affatto a lasciare il suo paese per andare a perfezionarsi nelle università straniere. Dopo alcuni anni tornò con molta esperienza e sapere, e senza aver perso nulla della sua purezza e della sua fede.
Durante il suo allontanamento, il nostro Santo non dovette solo sopportare i dolori dell'assenza, ma dovette, per mancanza di denaro, imporsi molte privazioni che non osava, per modestia, rivelare ai suoi amici; ma nella sua ammirevole pazienza, soffriva con gioia per l'amore di Gesù Cristo che ha egli stesso tanto sofferto per gli uomini.
L'ascesa all'episcopato
Notato dal legato Ugo di Die, viene eletto vescovo di Grenoble nel 1080 nonostante la sua viva resistenza e il suo sentimento di indegnità.
Tornato a Valence, vi fu provvisto di una prebenda di canonico nella chiesa cattedrale; vi si comportò con tale prudenza e con tanta edificazione che il celebre Ugo, prima vescovo di Die, poi arcivescovo di Lione, essendo stato nominato legato in Francia dal Papa Gregorio VII, lo prese in affetto, lo fece suo consigliere e lo pregò di condividere con lui i lavori della sua legazione. Seguì dunque il legato a Lione, e di lì ad Avignone, dove, durante la celebrazione di un Concilio, dei deputati vennero, da parte del clero di Gren Grenoble Sede della diocesi in cui si sono svolti i fatti. oble, a chiederlo come vescovo (1080). Il legato acconsentì con gioia alla loro richiesta, ma il Santo ne fu spaventato e colto da dolore; tremando in tutto il corpo, si mise a gridare che non aveva né l'età, né la scienza, né la virtù necessaria per un incarico così grande, e che non avrebbe mai sofferto che una dignità eminente come l'episcopato fosse macchiata dalla consacrazione di un soggetto così indegno: sentimento di umiltà che conservò fino alla fine della sua vita; poiché, nonostante i suoi miracoli e la sua saggissima amministrazione, che gli conciliavano il rispetto e l'ammirazione di tutti, non si considerò mai se non come il più incapace di tutti i vescovi, e fu sempre pronto a lasciare l'episcopato. Ma il legato che, secondo la testimonianza di Ivo di Chartres, era uno dei più grandi uomini e dei più santi personaggi del suo tempo, non ebbe alcun riguardo per le sue lacrime; rapito dal vedere che non solo non ricercava affatto gli onori che non gli convenivano, ma che rifiutava persino quelli di cui i suoi meriti lo rendevano degno, e che gli venivano offerti all'età di ventisette anni, fece così bene con le sue rimostranze, che placò i suoi timori, trionfò sulla sua ostinazione e lo decise infine ad accettare questo incarico, troppo pesante per i più forti, se non sono sostenuti da Dio; ma che non lo è troppo per i più deboli, quando il suo spirito li anima e la sua virtù li fortifica. Così gli conferì tutti gli Ordini fino al sacerdozio, e lo persuase a venire con lui a Roma, per ricevere dal Papa stesso la consacrazione episcopale; poiché Ugo si sarebbe ben guardato dal riceverla dalle mani di Varmondo, arcivescovo di Vienne e suo metropolita, che passava pubblicamente per simoniaco.
Consacrazione a Roma e prove
Consacrato dal Papa a Roma, subisce una lunga tentazione di blasfemia contro la Provvidenza, interpretata come una prova spirituale per la sua umiltà.
Mentre attendeva a Roma il giorno della sua consacrazione, il demonio cominciò a tormentarlo con un'importuna tentazione di blasfemia sulla Provvidenza, che fu, fino alla sua ultima malattia, la prova della sua virtù e il soggetto delle sue vittorie. Dio permise che questa tentazione gli giungesse affinché, dovendo egli compiere nella sua vita un gran numero di azioni eroiche e di cose prodigiose, che gli attirarono la stima e gli applausi di un'infinità di persone di ogni stato e condizione, avesse continuamente in se stesso, non un pungolo della carne, come san Paolo, ma una pena, una croce spirituale, che lo avvertisse di ciò che era e lo tenesse nella consapevolezza del suo nulla e in un umile sentimento della sua bassezza. Ma ciò che è del tutto sorprendente è che, durante un così lungo lasso di tempo, egli fu talmente in guardia, sorvegliò così fedelmente tutti i movimenti del suo cuore, che il demonio non poté mai ottenere da lui, non dico un consenso ai pensieri di blasfemia che gli suggeriva, ma nemmeno una negligenza o una viltà nel respingerli.
Tuttavia, questo grande uomo, vedendosi attaccato da questo nuovo genere di pena, volle servirsi di tale occasione per dispensarsi dal peso della carica pastorale che gli stava per essere imposta. Ne parlò dapprima al legato Ugo, che lo aveva condotto a Roma, e, avendogli aperto il suo cuore e ciò che vi accadeva, gli disse che temeva che questa tentazione gli fosse giunta come punizione per aver acconsentito troppo facilmente alla sua elezione: ma che, in ogni caso, non doveva farsi carico della guida di una diocesi, poiché era un'occupazione sufficiente per lui respingere le tentazioni dalle quali gli era impossibile liberarsi. Il legato lo consolò e lo incoraggiò al meglio; ma, per togliergli ogni motivo di pena, gli consigliò di rivelarsi interamente al Papa, nella disposizione di sottomettersi poi ciecamente a tutto ciò che Sua Santità avrebbe ordinato. San Ugo lo fece con molta sincerità e franchezza; ma poiché il Santo Padre era perfettamente illuminato, penetrò anche i disegni di Dio sul suo servo e riconobbe che, da un lato, il demonio non gli aveva suscitato questa guerra se non per impedire i grandi servizi che egli doveva rendere alla Chiesa, e che, dall'altro, Dio non l'aveva permessa se non per rafforzarlo maggiormente e renderlo uno strumento più degno della sua volontà. Così, avendolo meravigliosamente consolato e fortificato, gli impose le mani e lo consacrò vescovo di Grenoble. La contessa Matilde, che era allora molto potente in Italia e che assisteva generosamente la Santa Sed e in ogni suo bis comtesse Mathilde Contessa influente che favorì la riconciliazione di Canossa. ogno, fornì tutto il necessario per la cerimonia di questa consacrazione e donò a questo nuovo vescovo un pastorale, o bastone pastorale, con il Libro degli Uffici di sant'Ambrogio e i salmi accompagnati dai Commentari di sant'Agostino. Era un dono prezioso a quel tempo quello di un salterio.
Riforma della diocesi ed esilio monastico
Di fronte alla corruzione della sua diocesi, tenta di riformare i costumi prima di ritirarsi brevemente nell'abbazia di La Chaise-Dieu, da dove il Papa lo richiama.
San Ugo, dopo la sua consacrazione, partì da Roma con la benedizione del Papa e si recò al più presto nella sua diocesi; ma la trovò in uno stato deplorevole e quasi interamente corrotta dall'usura, dalla simonia, dalla dissolutezza, dall'impurità, dai concubinati, dai matrimoni incestuosi e sacrileghi, e da mille altri vizi che non erano meno comuni tra i sacerdoti e i chierici inferiori che tra i laici, senza che, per questo, né gli uni né gli altri si astenessero dall'accostarsi agli altari e dal ricevere i santi Misteri, tanto grande era la loro ignoranza e cecità. Le rendite del vescovado erano state inoltre dissipate o vendute a dei laici da alcuni dei prelati che avevano occupato la sede; di modo che a stento rimaneva al nostro Santo di che sussistere, poiché non voleva, come molti altri, trarre profitto dalle grazie spirituali e dalla collazione dei Sacramenti che sapeva doversi dare gratuitamente. Non è possibile descrivere qui ciò che fece in quegli inizi per rimediare a mali così grandi. Impiegò tutti i mezzi che la prudenza, lo zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime, il desiderio ardente di adempiere al proprio dovere e la luce dello Spirito Santo poterono suggerirgli. Unì alle sue rimostranze, ai fulmini della predicazione e delle minacce, alle sue preghiere e alle sue lacrime, il digiuno, l'orazione, l'elemosina e tutto ciò che era capace di attirare la grazia e la misericordia di Dio sul suo popolo; ma poiché riconobbe, per una luce celeste, che il frutto dei suoi lavori non era ancora maturo, e che il momento dell'intera rinnovazione della sua diocesi non era ancora giunto, si ritirò, dopo due anni di sforzi continui, nel monastero di La Chaise-Dieu, dell'Ordine di Cluny, dove prese l'abito di san Benedetto (1084). Non è che volesse abbandonare la sua diocesi; ma considerando che era ancora giovane, e soprattutto persuadendosi, per quell'umiltà che lo ha accompagnato tutta la vita, di avere un'infinità di imperfezioni da correggere, credette che un ritiro di qualche tempo in quel monastero gli sarebbe servito estremamente per adempiere più degnamente, in seguito, a tutti i doveri del suo ufficio. Si vide in lui un modello di tutte le perfezioni religiose; e per quanto nuovo fosse, non vi era esercizio in cui non servisse da modello ai più anziani. Ma il papa Gregorio VII, avendo appreso del suo ritiro, gli inviò subito un ordine espresso di ritornare nel pape Grégoire VII Papa sotto il cui pontificato morì san Gausberto. la sua diocesi e di riprendere il timone della sua nave, che sembrava aver abbandonato. Obbedì senza resistenza, e sebbene fosse stato solo un anno a La Chaise-Dieu, ne riportò tanta unzione e fervore che da allora fece molto più bene alle sue pecorelle.
La nascita della Grande Chartreuse
Ugo accoglie san Bruno e i suoi compagni, guidandoli verso il deserto della Chartreuse in conformità con una visione profetica di sette stelle.
Circa tre anni dopo il suo ritorno a Grenoble (1086), san Bruno, saint Bruno Fondatore dell'ordine dei Certosini. accompagnato da sei dei suoi amici, venne a trovarlo, con l'intento di gettare le fondamenta del suo Ordine in qualche luogo ritirato della sua giurisdizione. Il santo vescovo lo ricevette con molta gioia e gli accordò volentieri ciò che chiedeva; qualche tempo prima, Dio gli aveva fatto vedere in sogno sette stelle di grande splendore, le quali, camminando davanti a lui, lo conducevano al deserto della Chartr désert de la Chartreuse Luogo di ritiro di Goffredo nel 1114. euse, come in un luogo dove avrebbe trovato un vero riposo. Comprese facilmente che esse significavano quei sette venerabili personaggi che si rivolgevano a lui per ritirarsi in una solitudine. Non si accontentò di indicare loro un luogo adatto al loro disegno; li vi condusse lui stesso e, volendo approfittare della loro conversazione, dalla quale si sentiva meravigliosamente ritemprato, vi tornava molto spesso e vi rimaneva quanto gli obblighi del suo ufficio glielo permettevano. Era così umile con loro che, la piccolezza del luogo costringendo, agli inizi, questi santi anacoreti ad alloggiare in due nella stessa cella, il compagno di sant'Ugo si lamentava del fatto che, invece di trattarlo da inferiore, agiva con lui come con il suo maestro e il suo superiore. I fascini della contemplazione lo trattenevano talvolta così a lungo in quella benedetta solitudine, che san Bruno era costretto ad avvertirlo di andare a riprendere le cure del suo gregge.
Vita ascetica e carità
Conduce una vita di estrema austerità, distinguendosi per la sua carità verso i poveri, il suo rigore morale e i suoi ripetuti tentativi di dimettersi.
Il santo Vescovo vedeva cambiare a poco a poco il volto della sua diocesi, quando nuovi turbamenti vennero ad assalirlo e a gettare mille ostacoli sulla sua vita. Non entreremo nel racconto dei dissidi che ebbe con diversi signori e che avrebbero riempito la sua esistenza di amarezza: ci basterà dire, per edificare i nostri lettori e spingerli alla pazienza e alla fiducia in Dio, che dopo trentasei anni di lotte, poté finalmente godere di un po' di riposo. Liberato ormai dalla preoccupazione degli affari temporali, raddoppiò lo zelo per la propria salvezza e la santificazione dei suoi cari diocesani.
Il suo zelo e il suo amore per la povertà e la penitenza lo portarono fino al punto di voler vendere i suoi cavalli per darne il denaro ai poveri e andare poi a piedi a predicare, catechizzare e conferire i Sacramenti in tutta la sua diocesi. Ma san Bruno lo dissuase, perché questa azione poteva passare per una singolarità, e perché la diocesi di Grenoble, essendo tutta piena di montagne e di rocce, non avrebbe mai potuto resistere alla fatica di percorrerla e visitarla a piedi.
Univa ai lavori dell'episcopato le più grandi austerità del chiostro, e i suoi digiuni, le sue veglie e le altre mortificazioni erano così grandi e assidue che gli causarono presto una pesantezza di stomaco e un mal di testa che gli durarono fino alla morte. La sua tavola era ordinariamente condita da una santa lettura, che ascoltava con uno spirito così attento che spesso inumidiva il suo pane con l'acqua che scorreva dai suoi occhi. Piangeva ancora con molta tenerezza quando era al confessionale; e un venerabile certosino, chiamato Gautier, ha testimoniato che, confessandosi da lui prima di entrare in religione, il Santo aveva versato su di lui tante lacrime che i suoi capelli, il suo volto e i suoi abiti ne erano rimasti tutti bagnati. Per quanto riguarda le donne, non le confessava affatto in luoghi segreti o oscuri, ma in confessionali pubblici, che erano in vista di tutti. Era così riservato nel guardarle che, dopo aver occupato per cinquantadue anni la cattedra di Grenoble, a stento ne conosceva una di vista. Avendo parlato a una dama che si era presentata a lui con la gola e il seno troppo scoperti, alcuni si stupivano del fatto che non l'avesse ripresa; fu costretto a rispondere che non se n'era accorto. E diceva a questo proposito che non sapeva come colui che non custodiva i propri occhi potesse garantirsi dai cattivi pensieri, poiché è attraverso di essi, secondo Geremia, che la morte entra nel nostro cuore¹.
Questo santo Prelato non era meno attento a non prestare orecchio ai mormorii, perché basta a ciascuno, diceva, conoscere i propri peccati, per piangerli e farne penitenza, senza preoccuparsi di conoscere quelli degli altri, il che non può servire che a ferire la coscienza. Era talmente distaccato dalle cose della terra che non provava alcun piacere nell'apprendere notizie, né nel raccontarne, e non poteva soffrire che le persone della sua casa, che erano quasi tutte chierici o religiosi, si intrattenessero con tali bagattelle. Aveva spesso estasi molto sublimi, nelle quali gustava, con un piacere ineffabile, le dolcezze infinite della Divinità; e da lì traeva una forza meravigliosa per soffrire le pene corporali dalle quali fu così a lungo tormentato. Era l'uomo più retto e più veritiero nelle parole del mondo; un conte, chiamato Guido, che d'altronde era suo nemico e che egli aveva scomunicato due volte per le sue violenze contro la Chiesa, fu costretto ad ammettere che non credeva che una menzogna fosse mai uscita dalla sua bocca. I suoi giudizi erano così disinteressati ed equi che nessuno avrebbe osato appellarsi; non guardava né al povero né al ricco, né all'amico né al nemico, ma solo alla giustizia della causa; e sebbene ne abbia terminate un'infinità in un così gran numero di anni in cui ha governato la sua diocesi, poteva dire, con il profeta Samuele, di non aver mai ricevuto un solo regalo, sapendo che i regali accecano e corrompono i più saggi.
Ma, sebbene tutte le virtù di questo grande Prelato fossero altrettanti incanti che gli guadagnavano l'amore di coloro che avevano la fortuna di frequentarlo, tuttavia questa bontà naturale, elevata dallo spirito della carità, che lo faceva compatire tutte le afflizioni del prossimo, era il più potente richiamo per conciliargli i cuori. In effetti, era così caritatevole che negava tutto a se stesso per avere di che dare ai poveri; distribuiva loro così liberalmente tutte le rendite della sua chiesa che, in un anno di carestia, vendette persino il suo anello e il suo calice d'oro per soccorrere i mendicanti della sua diocesi. Si prendeva una cura particolare nell'accordare i dissidi; quando non riusciva a venirne a capo con le sue rimostranze, si gettava ai piedi delle persone interessate, sia che le trovasse in campagna, sia che le incontrasse in mezzo alle strade, per convincerle a riconciliarsi tra loro, e non le lasciava finché non gli avessero finalmente accordato la sua richiesta. Grazie alla sua viva sensibilità, fu un predicatore trascinante e patetico. La sua predicazione non era delicata, ma vigorosa; faceva una tale impressione nelle anime che le persone lo interrompevano per confessare pubblicamente i loro crimini, e non era appena sceso dal pulpito che si recava al tribunale della penitenza, per riconciliarvi con Dio i peccatori che queste esortazioni avevano toccato.
Non si può parlare abbastanza della sua umiltà: sebbene procurasse beni infiniti a tutti gli Ordini della sua diocesi, agli ecclesiastici, ai religiosi e ai laici, tuttavia non cercò per tutta la vita che l'occasione di disfarsi della sua prelatura, giudicandosene molto indegno. E, in effetti, fece per questo grandi istanze presso i papi Gelasio II, Callisto II e Onorio II: pregò soprattutto quest'ultimo, adducendo la sua vecchiaia e le sue malattie continue; ma questo Papa gli rispose che lo preferiva vecchio e malato, per il bene del suo popolo, piuttosto che chiunque altro che fosse più giovane e in piena salute. Ugo non continuò meno le sue iniziative: andò lui stesso a Roma per far accettare le sue dimissioni. Ciò fu tuttavia ancora senza successo, perché il papa Onorio persistette coraggiosamente nel rifiutargli queste dimissioni, che credeva dovessero essere pregiudizievoli per la sua Chiesa. È ciò che fece anche il papa Innocenzo II, suo successore.
¹ Gerem., 12, 22.
Difesa della Chiesa universale
Partecipa attivamente ai concili di Vienne e di Le Puy, lottando contro l'imperatore Enrico IV e l'antipapa Anacleto II.
Se la vigilanza di san Ugo fu così utile alla Chiesa di Grenoble, non lo fu di meno per la Chiesa universale. Egli fu uno di coloro che, nell'anno 1112, nel concilio di Vienne, si adoperarono con maggior ardore per l'escomunica dell'imperatore Enrico IV, per essersi impadronito, con tradimento, di papa Pasquale e di tutto il clero della santa Chiesa romana. E nello scisma di Pierleone, che voleva essere riconosciuto papa al posto di Innocenzo II, e che si faceva chiamare Anacleto II, si trovò con gli altri prelati al concilio di Le Puy, nel Velay, e lo scomunicò come scismatico. Questo santo Vescovo è tanto più lodevole in ciò, in quanto era strettamente legato a questo antipapa e a suo padre che lo aveva favorito in diverse occasioni; ma, fedele servitore di Dio, rinunciò generosamente a tutti i suoi interessi in una faccenda in cui ne andava dell'interesse generale della Chiesa cattolica, sposa di Gesù Cristo.
Fine della vita e culto
Muore nel 1132 dopo 52 anni di episcopato e viene canonizzato solo due anni più tardi da papa Innocenzo II.
In quell'occasione, la tentazione della bestemmia si dissipò interamente, tanto che non gliene rimase nemmeno il ricordo; ma le sue malattie si aggravarono a tal punto che non gli rimase più vigore, né memoria se non per le cose spirituali. In questo stato, agiva con tanta dolcezza che non chiedeva mai nulla a coloro che lo servivano, se non sotto forma di supplica; e, quando gli avevano reso il servizio, li ringraziava con queste parole: «Fratello mio, Dio voglia ricompensarvi della carità che mi avete fatto». Se si trovava qualcuno che mostrasse disgusto nel fare ciò che chiedeva, o che si lamentasse di lui, si batteva il petto e, accusandosi come se ne fosse stato colpevole, chiedeva penitenza. Recitava continuamente, per quanto languente fosse, salmi, litanie e inni; e si notò che in una notte disse trecento volte l'orazione domenicale. I religiosi che lo assistevano temevano che questa assiduità nel pregare lo incomodasse; ma egli disse loro, con la sua umiltà ordinaria, che ben lungi dall'aumentare le sue miserie, essa ne era un rimedio molto efficace. Spesso piangeva amaramente e gettava profondi sospiri; e poiché gli si chiedeva perché si lamentasse così tanto, dato che non aveva mai commesso né spergiuro, né omicidio, né adulterio, né alcun crimine: «Che importa», rispose, «poiché la sola concupiscenza e la sola vanità sono capaci di perderci senza la misericordia di Dio!»
Poiché il vescovo di Die, che era stato decano della sua chiesa, desiderava ricevere l'abito religioso dalle sue mani, egli saltò gioiosamente dal letto e compì questa cerimonia, dopo di che si prostrò con la faccia a terra per ringraziare la Bontà divina di aver ispirato questo disegno al suo discepolo. Un signore, chiamato Guido, essendo venuto a chiedere in ginocchio la sua benedizione, il Santo lo riprese severamente per un'imposta che aveva messo sui suoi vassalli, e lo minacciò dell'ira di Dio se non l'avesse tolta. Questo signore riconobbe che era stato Dio a rivelargli quella faccenda, e gli promise di sopprimere l'imposta della quale non aveva ancora ricevuto nulla.
Infine, l'anno 1132, il 1° aprile, che era il venerdì prima delle Palme, piacque a Dio di coronare il suo servitore e di chiamarlo all'eternità beata. Aveva ottant'anni: ne aveva passati cinquantadue nella prelatura. Si conservò il suo corpo senza sepoltura fino al martedì della settimana seguente; e, sebbene fosse stato consumato dalle malattie, non esalò alcun cattivo odore. Fu inumato da tre vescovi nella chiesa di Notre-Dame, a Grenoble, dove Dio ha reso il suo sepolcro illustre per diversi miracoli: papa Innocenzo II fece il decreto della sua canonizzazione a Pisa, il 22 ap rile 1134, due a pape Innocent II Papa regnante durante la vita del santo. nni dopo il suo decesso.
Posterità e fonti storiche
La sua iconografia sottolinea il legame con i Certosini; le sue reliquie furono bruciate dagli Ugonotti nel XVI secolo.
San Ugo viene rappresentato mentre confessa, poiché ripristinò nella sua diocesi l'uso dei Sacramenti, che non erano quasi più frequentati, e poiché egli stesso si dedicava con grande zelo, modestia e umiltà al ministero della confessione.
Talvolta è stato raffigurato in abito certosino, per mostrare che la sua felicità più grande era condividere la solitudine di quei religiosi, che egli stesso aveva stabilito nella sua diocesi.
Gli si attribuisce anche il cigno silenzioso per significare il suo amore per la solitudine e le istanze che presentò presso la Santa Sede per ottenere di lasciare la sua cattedra e ritirarsi nell'abbazia di La Chaise-Dieu.
Inoltre, viene mostrato mentre esamina un piano di costruzione per indicare che fu come il fondatore della Grande Chartreuse.
Vi è un altro emblema con il quale si vuole significare quasi la stessa cosa. San Ugo vede cadere ai suoi piedi sette stelle: sono i compagni di san Bruno che vengono a supplicarlo di accoglierli nella sua diocesi.
Lo si vede ancora rappresentato in gruppo con san Bruno, sant'Ugo di Lincoln e santa Roselina, poiché, visitata alla sua morte dai tre servitori di Dio, questa beata li vide tutti in abiti certosini.
Spesso è stato mostrato anche mentre versa lacrime, per segnare il dolore che provava nel vedere il triste stato in cui la sua Chiesa era stata ridotta dall'incuria del suo predecessore e per ricordare la pietà così tenera con cui attendeva a tutti gli esercizi del suo santo ministero.
Sant'Ugo era alto e di bell'aspetto, ma di una timidezza straordinaria. È particolarmente onorato a Grenoble, la sua città episcopale, e alla Grande Chartreuse, di cui è considerato il fondatore, insieme a san Bruno.
## RELIQUIE DI SANT'UGO. — I SUOI STORICI.
Ci resta ben poco delle reliquie di sant'Ugo; la mano degli uomini, ancora più di quella del tempo, ha distrutto tutto. Nel XVI secolo, quando Grenoble fu presa dal barone des Adrets, a capo dei suoi Ugonotti, tu tte le chiese fu baron des Adrets Capo militare il cui assedio di Apt causò la spoliazione del reliquiario. rono consegnate al saccheggio; si fece scendere sulla piazza pubblica il corpo del santo Prelato che era conservato in un'urna d'argento, e lo si bruciò.
Sant'Ugo non ha lasciato alcuna opera, sia perché tutti i suoi momenti fossero colmi dai lavori del suo ministero, sia perché, oppresso per tutta la vita da infermità, gli fosse impossibile dedicarsi a studi assidui. Del suo episcopato non abbiamo che tre cartulari o raccolte di carte che fece redigere senza dubbio per evitare ai suoi successori l'imbarazzo in cui si era trovato. Depositati agli archivi nazionali durante la Rivoluzione, questi cartulari sono stati restituiti alla diocesi di Grenoble. Del resto, la Biblioteca di questa città ne possiede due copie. Dicevamo nella nostra ultima edizione: «Si dovrebbero pubblicare questi preziosi documenti e tutti quelli di questo genere, al fine, se si può impiegare questo linguaggio, di assicurare la storia contro l'incendio; poiché quale perdita irreparabile non è quando esiste una sola copia o rare copie, e un sinistro si abbatte proprio sul luogo che serve loro da deposito, come poco tempo fa a Bordeaux?» Oggi apprendiamo che questi cartulari sono stati pubblicati dal signor Jules Marion, in-4°, 1869.
Dei luoghi che hanno visto nascere sant'Ugo a Châteauneuf, non restano su un'altura che domina il bosco che le rovine di un vecchio castello chiamato ancora oggi Castello di sant'Ugo. Sotto queste rovine, dal lato dell'Isère, vi è una fontana alla quale si attribuiscono proprietà miracolose; la si chiama anche fontana di sant'Ugo.
La sua vita è stata composta per ordine di papa Innocenzo II, dal Reverendo Padre Jacques Guigues, quinto priore della Grande Chartreuse. Oltre a questo documento originale, oltre a Baronius e alle altre storie generali, si può utilmente consultare il signor Nadal, agiologia di Valence, e soprattutto il signor Albert du Boys che ha trattato l'argomento ex-professo.
Questo Guigues era unito da vincoli di una santa amicizia a l grande Bernardo di Bernard de Clairvaux Contemporaneo e ammiratore di Guigo. Chiaravalle. Quest'ultimo, avendo preso la strada della Chartreuse per andare a visitare i suoi amici della montagna, non mancò di presentare, passando per Grenoble, i suoi omaggi a sant'Ugo. Ora, quale non fu la pia sorpresa del venerabile abate, quando vide un prelato coronato di capelli bianchi, la cui fama pubblicava ovunque la virtù, prostrarsi ai suoi piedi e chiedergli la benedizione? Mai senza dubbio atto di umiltà fu meglio apprezzato che da un così illustre visitatore: da allora, aggiunge lo storico di san Bernardo, questi due figli della luce non furono che un cuore e un'anima sola. Ma per tornare a Guigues, storico del nostro Santo, il suo lavoro è notevole soprattutto dal punto di vista della pietà e dell'ascetismo.
I Bollandisti hanno riprodotto la vita originale scritta dal venerabile Guigues.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Châteauneuf-d'Isère nel 1053
- Studi a Valence e in università straniere
- Nomina a vescovo di Grenoble nel 1080
- Ritiro presso il monastero di La Chaise-Dieu (1084)
- Insediamento di san Bruno e dei suoi compagni alla Grande Chartreuse (1086)
- Partecipazione al concilio di Vienne (1112)
- Canonizzazione da parte di Innocenzo II nel 1134
Miracoli
- Visione delle sette stelle che annunciano l'arrivo di san Bruno
- Fonte miracolosa a Châteauneuf
- Incorruttibilità parziale del corpo dopo la morte
Citazioni
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Solo la cupidigia e la vanità sono capaci di rovinarci senza la misericordia di Dio!
Parole riferite durante la sua ultima malattia