Monaco di Péronne e poi abate di Nogent, Goffredo divenne vescovo di Amiens nel 1104. Noto per la sua austerità monastica e la sua carità verso i lebbrosi, lottò contro i signori predoni e i costumi dissoluti del suo tempo. Dopo un breve ritiro alla Grande Chartreuse, morì a Soissons nel 1115.
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S. GOFFREDO DI MOLINCOURT, VESCOVO DI AMIENS
Giovinezza e formazione monastica
Nato intorno al 1066 nel Soissonnais, Goffredo è consacrato a Dio fin dall'infanzia ed educato nell'abbazia di Mont-Saint-Quentin sotto la guida dell'abate Godefroy.
Goffredo Geoffroy Vescovo di Amiens ed ex abate di Nogent-sous-Coucy. nacque verso l'anno 1066 a Molincourt o Monticourt, nel Soissonnais, da una famiglia ancor più distinta per le sue virtù e la sua carità che per le sue ricchezze e la sua antica origine. Suo padre, che si chiamava Frodon, avrebbe terminato i suoi giorni nel monastero di Notre-Dame de Nogent, che aveva arricchito con beni considerevoli. Sua madre, chiamata Elisabetta, avrebbe consacrato la sua vedovanza a ogni sorta di buone opere.
La nascita di Goffredo fu preceduta da circostanze meravigliose. Godefroy, settimo abate di M Mont-Saint-Quentin Monastero vicino a Péronne dove Goffredo fu educato. ont-Saint-Quentin, vicino a Péronne, attraversando il Soissonnais, ricevette un giorno ospitalità da Frodon ed Elisabetta, dei quali ricompensò il benevolo accoglimento intrattenendoli, con l'eloquenza che gli era abituale, sulle gioie e gli splendori dell'eternità. In seguito chiese loro se avessero avuto la felicità di consacrare un figlio agli altari del Signore. Essi risposero, versando lacrime, di avere due figli impegnati nella carriera delle armi e che, da dieci anni, avevano invano sollecitato dal cielo l'arrivo di un altro figlio che avrebbero votato alla vita monastica. Pieni di fede nella potenza divina, implorarono le preghiere del loro ospite affinché i loro voti, fino ad allora sterili, fossero un giorno esauditi. Godefroy li fortificò nella loro speranza, ricordando loro l'onnipotenza dell'intercessione: ma, pieno di modestia, mise da parte la sua personalità e promise che i suoi religiosi avrebbero unito le loro ferventi preghiere affinché Dio benedicesse la fecondità di Elisabetta. Frodon, riconoscente in anticipo, si affrettò a offrire due vigneti al pio viaggiatore, per il mantenimento della sua abbazia. I voti di Elisabetta furono esauditi nel corso dello stesso anno; il bambino che mise al mondo fu subito portato al monastero di Péronne e Godefroy, conferendogli il battesimo, gli impose il proprio nome.
Non appena il bambino ebbe raggiunto l'età di cinque anni, i suoi genitori lo condussero di nuovo all'abbazia di Mont-Saint-Quentin, dove il venerabile Godefroy lo ricevette come un deposito che il cielo gli affidava. Lo rivestì dell'abito monastico, imitando in ciò l'esempio di san Benedetto, che aveva agito allo stesso modo nei confronti di san Placido, di sette anni. Il nuovo Samuele crebbe in età e sapienza all'ombra degli altari, ispirando a tutti, con la sua docilità e le sue virtù nascenti, un'affettuosa ammirazione.
Un giorno, mentre passeggiava solo nel cortile dell'abbazia, una gru mal addomesticata si gettò su di lui e gli conficcò il becco nell'occhio. Il bambino invocò subito il nome di Gesù e fece un segno di croce sulla sua ferita: fu completamente guarito, conservando solo una leggera cicatrice che non alterava affatto la bellezza della sua fisionomia; conservò questo segno per tutta la vita, come un sigillo della protezione divina. I suoi tratti spiravano talmente candore e innocenza che si poteva applicare a lui ciò che il Nuovo Testamento dice di santo Stefano, ovvero che aveva il volto di un angelo.
Goffredo si dedicava con ardore allo studio della Sacra Scrittura, non per apparire sapiente agli occhi degli uomini, ma per acquisire la scienza della salvezza. Era ancor più con il cuore che con lo spirito che meditava profondamente le parole dei libri santi, per attingervi le regole di tutta la sua condotta. Spesso prolungava le sue veglie fino a sera, accontentandosi poi di un po' di pane e acqua, dopo aver riservato ai poveri il pesce e il vino che gli erano destinati.
Goffredo era talmente padrone dei suoi sensi che non gli capitava mai di lasciar vagare i suoi sguardi per un semplice motivo di curiosità, o di lasciar degenerare la sua conversazione in parole oziose. Considerando la Regola come l'espressione stessa della volontà divina, vi si sottometteva con la più rigorosa esattezza e riponeva tutta la sua gioia nell'obbedire. All'insaputa dei suoi fratelli, il giovane novizio consacrava parte delle sue notti alle effusioni dell'orazione, ora nell'oratorio di San Tommaso, ora nella cappella di San Gilles, dove Dio aveva manifestato la sua gloria attraverso vari prodigi; così che poteva dire con il Salmista: «Mi sono nutrito delle mie lacrime notte e giorno».
L'abate di Mont-Saint-Quentin, volendo dargli una nuova occasione di esercitare il suo zelo, lo incaricò della cura dei malati. Goffredo assolveva le funzioni più penose e più ripugnanti con quella carità ingegnosa che sa alleviare le sofferenze degli altri condividendole. La sua dedizione era così disinteressata che avrebbe voluto, per così dire, esercitarla senza l'esca delle ricompense che sono promesse ai cuori compassionevoli: «O mio Dio», esclamava, «non c'è forse un po' di egoismo nel servirvi nelle vostre membra sofferenti? Voi promettete così grandi remunerazioni a coloro che vi glorificano in questo modo, che queste opere di commiserazione sembrano spogliate di una parte del loro merito!»
Più di una volta il demonio tentò invano di ostacolare i suoi pii disegni. Una sera in cui l'obbedienza dirigeva i passi di Goffredo verso la cucina, scorse un serpente dalle spire tortuose, simile a quello che volle spaventare san Romano, il discepolo compiuto di san Benedetto. Guidato dal suo dovere, continuò la sua strada; ma ecco che improvvisamente gli apparve un religioso recentemente defunto, vestito di nero, dall'aspetto orribile ed esalante un odore infetto. Goffredo fu presto illuminato, da una segreta ispirazione del cielo, sulla natura di questa visione; e, grazie a un semplice segno di croce, mise in fuga quel ripugnante fantasma. In diverse altre circostanze, sventò allo stesso modo le astuzie dello spirito infernale. Attingendo da queste prove un raddoppio di fiducia in Dio, ripeteva con il Salmista: «Non ho nulla da temere dalla moltitudine dei miei nemici, o Signore, perché voi siete il mio difensore e il mio sostegno!»
Goffredo fu investito in seguito della carica di ospedaliere. Era soprattutto verso i poveri che amava esercitare le sue funzioni. Per loro, si spogliava volentieri dei suoi abiti, preferendo soffrire il freddo piuttosto che non compiere letteralmente i precetti del divino Maestro. Aveva come aiuto, in questo impiego, suo fratello Odon, che aveva attirato all'abbazia di Mont-Saint-Quentin. Il nuovo religioso sembrava voler riparare il tempo che aveva perduto nel secolo: per diciotto anni, fece una completa astinenza dalla carne e, durante la Quaresima, non aprì bocca se non per confessarsi. Fu uno dei monaci che edificarono maggiormente l'abbazia di Péronne con una vita regolare e una morte veramente santa.
Responsabilità economiche e sacerdozio
Goffredo gestisce le finanze della sua abbazia con abilità di fronte ai signori locali prima di essere ordinato sacerdote nel 1092 dal vescovo di Noyon.
La regione in cui era situata l'abbazia era quasi interamente priva di vigneti e si vedeva costretta a ricorrere in gran parte a vini stranieri. Si contò sull'abilità di Goffredo per approvvigionare il monastero. Queste occupazioni del tutto materiali gli ispirarono dapprima una certa ripugnanza; ma rifletté presto sul fatto che si può servire Dio in ogni modo, e che non vi è alcun genere di lavoro che non possa essere santificato dallo spirito che lo anima. Vi erano d'altronde dei pericoli da affrontare. Roberto, castellano di Péronne, Oddone, signore di Ham, e Clarembaud di Vendeuil, estendevano le loro tiranniche devastazioni nel Santerre, nel Vermandois, nel Soissonnais e nel Laonnois; ed erano così temuti che nessun chierico, nessun monaco osava sfidare il pericolo delle strade infestate. Goffredo riuscì ad ammansire la loro ferocia; guadagnò persino le loro buone grazie e poté presto ristabilire la prosperità nelle finanze gravate dell'abbazia.
Un giorno in cui le sue funzioni di economo lo avevano condotto a Soissons, si recò al monastero di San Crispino e San Crispiniano, dove si celebrava la festa patronale. Uscendo dall'ufficio di Prima, si accorse che il refettorio era pieno di religiosi che banchettavano; invitato a pranzare con loro: «Ebbene!» esclamò, «è possibile che preferiate il nutrimento del corpo a quello dell'anima; la celebrazione dei santi misteri non è compiuta e già vi sazierete di vivande! Ah! miei diletti fratelli, lasciate questi luoghi e venite con me a cantare le lodi del Signore. Adempiamo prima ai nostri doveri verso di lui, e più tardi penseremo ai bisogni del corpo». Questa esortazione umiliò i monaci senza convertirli; si lasciarono trasportare dall'ira e proferirono ingiurie contro il loro importuno confratello. Questi non se ne turbò affatto; si ritirò in silenzio, meditando questa massima della Sapienza: «Chi pretende di istruire l'insultatore fa torto a se stesso». Dio ricompensò la mansuetudine del suo servo facendo rifiorire la regolarità in quel monastero dove si conservò a lungo il ricordo di questo incidente; e anche, comunicandosi più intimamente a Goffredo durante il resto dei suoi giorni.
Quando Goffredo ebbe raggiunto l'età di venticinque anni compiuti (1092), il suo abate gli ordinò di prepararsi al sacerdozio. L'obbedienza facendogli un dovere di superare le apprensioni della sua umiltà, ricevette il sacerdozio dalle mani di Ratbodo, vescovo di Noyon, diocesi alla quale apparteneva l'abbazia del Mont-Saint-Quentin.
Abbazia a Nogent-sous-Coucy
Eletto abate di Nogent nel 1095, restaura materialmente e spiritualmente il monastero in rovina, imponendovi una disciplina rigorosa.
Un colpo più duro doveva presto essere inferto alla sua modestia. L'abbazia d i Notre-Dame de Nogent-sous-Cou Notre-Dame de Nogent-sous-Coucy Abbazia di cui Goffredo fu l'abate riformatore. cy era così mal amministrata da Enrico, abate di Saint-Remi di Reims, la cui vecchiaia malaticcia ne paralizzava le forze, che Elinando, vescovo di Laon, ed Enguerrand, signore di Boves e di Coucy, unirono i loro sforzi per indurlo ad abdicare. I religiosi di Nogent, guidati dai consigli dell'arcivescovo di Reims e di vari altri prelati, elessero Goffredo, nella speranza che egli sapesse risollevare le rovine materiali e morali della loro casa. Si rivolsero a Filippo I affinché appianasse tutte le difficoltà. Il monarca, incantato da una tale scelta, ne scrisse subito all'abate Godefroy di Péronne. Questo santo vecchio sentì ancora più dei suoi religiosi tutta la portata del sacrificio che si esigeva; ma, trattenendo le lacrime e soffocando il suo dolore, ricordò l'esempio di Abramo che conduceva il suo Isacco fino al luogo dell'immolazione, e ebbe il coraggio di accompagnare a Laon il discepolo prediletto che non lo aveva mai lasciato dall'età di cinque anni.
Goffredo perorò davanti al vescovo di Laon la causa delle sue ripugnanze e della sua modestia. Pretestando la sua giovinezza e la sua ignoranza: «Come», diceva, «sarei capace di governare un'abbazia, io che non saprei nemmeno essere portinaio della chiesa o custode dei vasi sacri? Il disordine e la confusione non sarebbero i frutti inevitabili della mia inesperienza?» Ma queste pie esagerazioni di una coscienza timorata non fecero che mettere in rilievo la sincerità della sua abnegazione, e si vide che egli era della tempra di quei cristiani dei primi secoli che spiegavano tanto zelo per evitare gli onori quanto se ne mise più tardi per ricercarli.
Dopo aver ricevuto la benedizione dalle mani di Elinando, vescovo di Laon, Goffredo si recò a Nogent (1095), dove non trovò che sei professi e due giovani novizi. I principali edifici cadevano in rovina, mentre il resto era abbandonato alle invasioni dei cardi e delle ortiche. Il Santo risollevò le mura del monastero, rese l'abitazione decorosa e recuperò i beni che avevano usurpato degli invadenti vicini. Un'osteria fu presto costruita per i pellegrini e gli indigenti malati: era quello il suo soggiorno di predilezione. Vi prodigava ai suoi ospiti tutte le delicate attenzioni della carità, e, se uno di loro veniva a mancare, lo seppelliva con le sue proprie mani.
L'abbazia di Nogent non tardò punto a riconquistare la sua antica reputazione di regolarità, e nuove vocazioni vennero presto a vivificarla. Due illustri abati, Lamberto, di Florennes, e Valrado, di Saint-Nicolas de Ribemont, non esitarono a rassegnare la loro dignità per venire a praticare, sotto un tale maestro, le leggi di una più grande perfezione.
A Nogent, come al Mont-Saint-Quentin, Goffredo spingeva la sobrietà fino ai più estremi limiti. Il cuoco del monastero si immaginò un giorno di mettere un po' di mollica di pane e di pepe nelle verdure che preparava all'olio e al sale per il pasto dell'abate. Questi se ne accorse, rimproverò severamente il fratello e lo minacciò della sua disgrazia, se avesse osato ancora presentargli ciò che chiamava vivande troppo lusinghiere per i sensi.
È con tali esempi, più ancora che con le sue esortazioni, che egli manteneva il fervore tra i suoi religiosi. Non trascurava nulla per ispirare loro un vivo amore per il loro stato, la pratica di una povertà assoluta, l'orrore della menzogna e la dedizione per i poveri.
Quanto Goffredo era indulgente per le colpe che sono il risultato della debolezza umana, tanto era severo per quelle che hanno il loro principio nella perversità della volontà. Un giorno prescrisse all'economo Teobaldo di prestare una sella da cavallo a uno straniero che ne aveva fatto richiesta. Avendo appreso che questo disobbediente religioso aveva eluso tale ordine, lo manda al capitolo e gli rimprovera la sua condotta. «Sì, ho disobbedito», esclama l'insolente; «i vostri comandamenti sono così intollerabili, che ci costringete a scuotere il giogo». Dopo aver inflitto al delinquente la punizione che meritava, Goffredo fece accendere un grande fuoco e consegnò alle fiamme quella sella da cavallo che era stata un'occasione di scandalo, introducendo la rivolta nel soggiorno della pace e della giustizia.
Miracoli e visioni profetiche
La sua santità è attestata da miracoli, in particolare la fine di una siccità a Soissons e una visione di san Firmino che gli annunciava il suo futuro episcopato.
Un buon numero di persone di distinzione si affidava alla direzione spirituale di Goffredo. Adelaide, viscontessa di Coucy, venne a stabilirsi a Nogent finché vi rimase il santo abate, e consacrò la sua immensa fortuna a soccorrere i poveri e a dotare le chiese. Un'altra delle sue penitenti, di nome Viveta, originaria di una nobile famiglia delle Fiandre, gli dovette un soccorso miracoloso. Questa pia dama, dopo aver perso il marito, aveva preso il velo con le sue tre figlie, presso l'abbazia di Notre-Dame di Soissons. Prima di recarsi in Germania per compiere una missione per la sua badessa, andò a trarre un corroborante viatico dal suo direttore. Aveva appena lasciato Nogent, con il suo seguito, e attraversava la pericolosa foresta che si estende tra Saint-Paul-au-Bois e Cerisy, quando fu attaccata da briganti che saccheggiarono i suoi bagagli e imprigionarono lei e i suoi servitori nella loro dimora sotterranea. Viveta approfittò dell'ebbrezza in cui si immersero presto i ladri per rompere i suoi legami e fuggire a Nogent. Lì, supplicò Goffredo di intercedere, in favore dei prigionieri rimasti nella caverna, presso la Vergine e san Nicola, di cui si celebrava allora la festa. Essendosi il Santo messo in preghiera nel suo oratorio, davanti all'altare di Maria, si videro presto arrivare i servitori della nobile dama: i loro legami erano stati miracolosamente spezzati. I briganti, testimoni di un tale prodigio, ne concepirono un timore così salutare che si convertirono improvvisamente e si affrettarono a restituire il bottino.
In quella stessa epoca, le preghiere di Goffredo ottennero un altro successo miracoloso. La diocesi di Soissons era desolata da un'orribile siccità; gli alberi e le piante erano bruciati dall'ardore del sole; gli animali morivano di sete nei campi; i fiumi inariditi lasciavano i loro pesci morti a corrompersi nel fango fermentato; un'aria pestilenziale propagava ovunque malattie e morte. In questo frangente, Ugo di Pierrefonds, vescovo di Soissons, chiamò a sé l'abate di Nogent, nella speranza che i suoi consigli trovassero il modo di placare ciò che si considerava una conseguenza dell'ira celeste. Su suo consiglio, il Prelato prescrisse uno di quei digiuni austeri, simile a quello dei Niniviti, in cui i bambini e gli animali stessi non erano affatto esclusi dalle leggi dell'astinenza. Fin dal primo giorno di questa penitenza, si portarono le principali reliquie della diocesi nella vasta chiesa di Santo Stefano, dove si era riunito il popolo costernato. Goffredo sale sul pulpito e prodiga parole di consolazione e di speranza; improvvisamente il cielo si copre di nuvole, scoppia un temporale e la pioggia cade in modo così torrenziale che ognuno ebbe grande difficoltà a poter riguadagnare la propria dimora.
Qualche tempo dopo, Manasse II, arcivescovo di Reims, che aveva invitato Goffredo ad assistere a uno dei suoi Concili provinciali (1103), lo pregò, davanti a quell'augusta assemblea, di prendere in mano il governo dell'abbazia di Saint-Remi di Reims. Il nostro santo abate motivò il suo rifiuto con la sua presunta incapacità e, poiché i vescovi insistevano, esclamò che, fedele alle prescrizioni del concilio di Nicea, non poteva risolversi a ripudiare la sua povera chiesa di Nogent per prenderne un'altra più illustre e più ricca.
La Provvidenza tuttavia riservava Goffredo a destini più alti. Volle per così dire familiarizzarlo con questo pensiero, facendogli intravedere le grandezze che doveva subire. Una notte, mentre era in quello stato di sonnolenza che partecipa della veglia e del sonno, gli sembrò di vedere un personaggio di statura media, vestito con una toga bianca, portante la barba lunga, radioso come un angelo, un libro in mano, un anello d'oro al dito. Spaventato da questa apparizione, Goffredo impresse sulla sua fronte il segno della croce. «Rassicuratevi», gli disse sorridendo la bianca apparizione, «non sono di quelli che si mettono in fuga con il segno della Redenzione. Sono inviato dal cielo per annunciarvi che Dio ha disegno di costituirvi uno dei Principi della sua Chiesa. Non posso dirvi di più, vedrete presto compiersi le mie parole. Nell'attesa, fortificatevi nella potenza del Signore».
L'angelo scomparve; san Goffredo, scorgendo alla sua destra una vasta sala elegantemente ornata, penetrò in quel recinto, dove dei sacerdoti, rivestiti di camici, implorarono la sua benedizione e lo proclamarono loro futuro vescovo. Un personaggio venerabile, seduto su un seggio elevato, gli fa segno di avvicinarsi, gli impedisce di prostrarsi ai suoi piedi e gli rivolge queste parole: «O servo di Dio, incidi profondamente nella tua memoria ciò che sto per rivelarti. Sono stato il primo vescovo di questa città, dove, per la fede di Cristo, ho sofferto la persecuzione e la morte; questa città, io te la affido affinché tu governi con zelo il mio antico gregge». Goffredo avrebbe voluto conoscere il nome del Pontefice che gli parlava, della città in cui si trovava; ma, senza rispondere alle sue domande, il misterioso personaggio scomparve e tutta la visione svanì. Fu molto tempo dopo che Goffredo comprese e raccontò il sogno profetico in cui g li era apparso san Fir saint Firmin le martyr Primo vescovo e martire di Amiens, protettore spirituale di Goffredo. mino il martire.
Elezione alla sede vescovile di Amiens
Nel 1104, viene eletto vescovo di Amiens nonostante le sue reticenze e si distingue per la sua umiltà e la sua dedizione assoluta verso i poveri e i lebbrosi.
Il sogno si trasformò presto in realtà. Gervino, vescovo di Amiens, aveva deposto la mitra e quella diocesi si trovava senza pastore. Dopo un giorno di digiuno preparatorio, i fedeli e il clero, con voto unanime, elesser o l'abate di Nogent-sous-Co l'abbé de Nogent-sous-Coucy Vescovo di Amiens ed ex abate di Nogent-sous-Coucy. ucy, la cui reputazione aveva da tempo raggiunto quelle contrade.
Dei deputati della città furono inviati al concilio di Troyes (1104), presieduto dal cardinale Riccardo, vescovo di Albano, legato della Santa Sede, al quale assisteva l'abate di Nogent. Esposero che la scelta della diocesi, priva di pontefice da due anni, era caduta su Goffredo; che il re Filippo l'aveva confermata con gioia e che solo l'opposizione dell'eletto poteva ostacolare questo felice disegno. In effetti, Goffredo meditava già di fuggire, quando ne fu impedito dall'ordine del legato. Si sottomise allora agli ordini del Concilio e la sua risoluzione fu accolta da grida di giubilo.
Goffredo fu consacrato a Reims (1104) da Manasse II, arcivescovo di quella metropoli, alla presenza di un gran numero di vescovi, tra i quali si distinguevano Lamberto di Arras e Giovanni di Comines, di Thérouanne, suoi intimi amici. Quando, secondo l'uso, posarono sul suo capo il libro dei Vangeli e lo aprirono a caso, la prima frase che apparve fu questa: «Giunto il tempo del parto di Elisabetta, essa diede alla luce un figlio». Tutta l'assemblea fu colpita dall'applicazione che si poteva fare di questo passo all'ordinando, poiché sua madre, come quella di san Giovanni Battista, si chiamava Elisabetta; come lei, era stata a lungo sterile ed entrambe dovevano la loro felice fecondità all'intervento divino.
Accompagnato dai vescovi di Thérouanne e di Arras, san Goffredo si recò ad Amiens. Giunto alla chiesa di Saint-Acheul, scese da cavallo e, nonostante la difficoltà dei cammini, proseguì a piedi nudi il suo percorso fino alla chiesa di San Firmino, in mezzo a una folla piena di giubilo. Lì, pronunciò un discorso talmente colmo di saggezza ed eloquenza che gli uditori d'élite lo trovarono superiore a tutto ciò che avessero mai ascoltato e ciascuno riconobbe nel nuovo pastore l'organo ispirato dello Spirito Santo.
L'autorità dei suoi esempi non rimase inferiore a quella delle sue parole. Legato di cuore alla vita monastica, ne conservò l'abito, accontentandosi di aggiungervi un modesto mantello. Fin dal suo arrivo, Goffredo si mostrò zelante protettore degli oppressi; per portar loro soccorso, non temette di affrontare l'odio dei loro tiranni. Ogni giorno, sull'esempio di san Firmino il Confessore, riuniva tredici poveri al vescovado, lavava loro i piedi in segno di umiltà e serviva loro da mangiare con le proprie mani.
Abituato fin dalla giovane età a mortificare le ripugnanze della natura, san Goffredo provava solo le impressioni di una gioia tutta cristiana, laddove altri sarebbero stati penosamente colpiti. Essendosi presentati a lui dei mendicanti, in una calda giornata d'estate, lo si distoglieva dall'accoglierli a causa dell'odore fetido che esalavano. Il santo vescovo, lungi dal lasciarsi influenzare da questa considerazione, non vide in quegli indigenti che membra sofferenti del corpo mistico di Gesù Cristo, diede loro il bacio di pace, si intrattenne con loro e distribuì elemosine.
Un'altra volta, trovandosi a corto di denaro, mentre dei lebbrosi, dall'aspetto ripugnante, erano venuti in gran numero a sollecitare la sua carità quotidiana, prescrisse al suo economo di preparar loro subito un pasto.
Non essendo stato eseguito quest'ordine, i lebbrosi, quattro ore più tardi, tornarono alla carica. Goffredo scese allora in cucina, dove, fino a quel momento, non aveva mai messo piede. Vi trovò un enorme salmone che caricò sulle sue spalle e portò lui stesso ai lebbrosi affamati. L'economo, appreso questo atto di generosità, lo tacciò di follia e, dando libero sfogo alla sua irritazione, esclamò che il suo padrone si sarebbe presto ridotto lui stesso a quella mendicità che scuoteva negli altri. Il Santo si sforzò di calmare quel malumore, dicendo che non era giusto che uomini riscattati al prezzo del sangue di Gesù Cristo e destinati alla suprema beatitudine dei cieli fossero condannati sulla terra al supplizio della fame, mentre si riservavano al più indegno dei vescovi i piaceri di cibi troppo succulenti.
San Goffredo, indulgente per i difetti altrui, sopportava accanto a sé un certo Giselberto, i cui costumi erano corrotti, ma che rendeva grandi servizi alla sua chiesa per la sua abilità nel dirigere le cerimonie; il vescovo si limitava a rivolgergli frequenti rimproveri, sperando che la grazia di Dio toccasse un giorno l'anima del peccatore. Costui, per un'odiosa rancore, spargeva calunnie sul conto del suo vescovo, tacciava la sua condotta di ipocrisia e spiava da tempo l'occasione di vendicarsi a colpo sicuro; credette di averla trovata quando Nicola, abate di Corbie, invitò il vescovo di Amiens a fare la dedicazione di una cappella di San Tommaso, che dipendeva dal monastero (1105). Quando il giorno della consacrazione fu arrivato, Giselberto scappò segretamente, sperando bene di procurare un affronto segnalato al suo vescovo, che era del tutto ignorante nella scienza delle cerimonie sacre. Ma Goffredo non si turbò affatto per questo contrattempo; mettendo tutta la sua fiducia in Dio, poté, senza consigli, adempiere così bene alle sue funzioni che lo si sarebbe creduto dotato di un'attitudine speciale per compierle.
La vivacità stessa della sua fede diventava spesso un ostacolo per l'adempimento regolare dei riti sacri. Quando celebrava i santi misteri, il suo volto si illuminava del fervore che animava i suoi pensieri; nel mezzo di queste estasi, non aveva più la forza di alzare la voce, né di voltare i fogli del messale, e versava torrenti di lacrime che interrompevano un momento la divina liturgia.
Avrebbe voluto che tutti i suoi preti portassero all'altare un cuore puro come il suo, e allontanava dal santuario coloro che la loro condotta scandalosa ne rendeva indegni; così si creava nemici inconciliabili, la cui vendetta lo circondava di pericoli. La concubina di un prete che aveva interdetto gli inviò un giorno una bottiglia di vino, senza dubbio col pretesto di una riconciliazione. Goffredo, avvertito da una segreta ispirazione, non ne volle gustare senza averlo fatto provare. Avendo intinto un pezzo di pane in quella perfida bevanda, mescolata con elleboro, lo diede al cane che custodiva il suo cortile. La povera bestia andò ad addormentarsi sul letto del vescovo, ma, ahimè, per non risvegliarsi più.
Oblioso dei suoi bisogni, il nostro Santo pensava sempre a quelli degli altri. Aveva l'abitudine, nei giorni di festa, di distribuire una colazione ai chierici il cui digiuno era stato prolungato dalla lunghezza degli uffici. In una di queste occasioni, essendosi un prete permesso di prendere la sua coppa episcopale e di fare con essa sconvenienti buffonate, il prelato fece vendere quella tazza a profitto dei poveri, per non avere più sotto gli occhi un odioso ricordo.
Accompagnato da un domestico, Goffredo andava spesso a visitare i santuari della città, o a consolare i poveri e i lebbrosi, di cui sollevava le pene con le sue elemosine, le sue benedizioni, le sue affabilità e anche con i sacramenti che amministrava loro.
Per terminare ciò che riguarda le virtù episcopali del nostro Santo, aggiungeremo che coltivava con gusto il canto ecclesiastico nel quale era versato fin dall'infanzia, che presiedeva a tutti gli uffici della sua cattedrale e che assisteva, a piedi nudi e rivestito di un cilicio, alla distribuzione delle ceneri.
Culto di san Firmino e conflitti feudali
Organizza la traslazione delle reliquie di san Firmino e si oppone fermamente alle vessazioni dei signori locali come Guermond di Picquigny.
Fu nel 4410 che Goffredo effettuò la traslazione delle reliquie di san Firmino il Mar saint Firmin le Martyr Primo vescovo e martire di Amiens, protettore spirituale di Goffredo. tire. Un giorno, predicando nella sua cattedrale, volse lo sguardo verso la troppo modesta urna che conteneva i resti del nostro primo vescovo: «O miei cari figli», esclamò, «considerate ciò che dobbiamo ai santi Martiri la cui protezione ci mette al riparo dai pericoli di questa vita e i cui suffragi ci apriranno le porte dei cieli. Invochiamoli dunque spesso, affinché siano i nostri intercessori presso Dio. È per questo che i nostri antenati hanno eretto chiese in loro onore e hanno ornato i loro monumenti d'oro, d'argento e di pietre preziose. Imitateli, o voi che vedete la miseria dell'urna dove si trovano le reliquie del vostro santo patrono, e consacrate le vostre ricchezze a preparargli un asilo più degno».
La parola eloquente di Goffredo impressionò talmente l'uditorio che i fedeli si affrettarono a portare oro, argento e gioielli, per costruire un'urna più ricca di quella che esisteva già da cinque secoli. Alcuni di loro intrapresero persino lunghi viaggi, al fine di riportarne ciò che avrebbero trovato di più prezioso per decorare la basilica di San Firmino. Quando la nuova urna, lavorata con arte squisita, fu terminata, Goffredo vi fece la traslazione delle reliquie con un prodigioso concorso di fedeli accorsi da ogni parte. In una toccante allocuzione, li esortò a raddoppiare la fiducia verso i resti venerati del santo Martire e a mettersi, loro e la loro famiglia, sotto la sua protezione tutelare.
Un certo numero di abitanti dei dintorni di Amiens, che non avevano potuto assistere a questa solennità, vennero, qualche giorno dopo, a supplicare il loro vescovo di mostrare loro le reliquie di san Firmino; Goffredo, dopo aver inizialmente rifiutato, si lasciò infine toccare dalle loro suppliche e assegnò loro il giorno di Ognissanti per questa nuova cerimonia.
Fin dalla seconda settimana di ottobre, una nebbia talmente fitta si era estesa sull'Amiénois che intercettava completamente i raggi del sole. Quando arrivò il giorno in cui si celebra la festa di tutti i Santi, i fedeli, immersi nella costernazione, si recarono in folla nella cattedrale. Lì, san Goffredo, rivestito delle sue insegne pontificali e a piedi nudi, trasse le reliquie dalla loro urna, le pose in un velo di seta, di colore porpora, e da un luogo elevato ne fece l'ostensione, esclamando: «Ecco le ossa sacre del martire san Firmino, che è il nostro protettore!». Improvvisamente il sole versò flutti di luce nell'involucro sacro e riempì tutti i cuori di allegrezza. I fedeli, raddoppiando allora di fiducia nell'intercessione del loro santo patrono, chiesero che la sua mano destra fosse messa da parte, affinché, nelle calamità pubbliche, si potesse vedere e baciare più facilmente questa santa reliquia. Il vescovo acconsentì a questo pio desiderio.
Roberto di Gerusalemme, conte di Fiandra, che aveva illustrato il suo nome alle crociate, volle celebrare a Saint-Omer le feste di Natale dell'anno 4410. Invitò a questa solennità un gran numero di signori e vescovi, e pregò Goffredo, che aveva in grande stima, di celebrare la messa di mezzanotte. Quando arrivò il momento dell'offertorio, l'officiante rifiutò le offerte di tutti coloro che portavano baffi arricciati e lunghi capelli. Queste mode nuove, considerate come un lusso effeminato, erano state proscritte da diversi concili, tra gli altri da quello di Rouen, tenutosi nel 1096. L'assistenza parve molto sorpresa e si chiese chi fosse questo prelato che osava agire con tanta autorità nei confronti di alti e potenti signori. Quando questi ebbero appreso il nome e la santità dell'officiante, si affrettarono, in mancanza di forbici, a tagliarsi i capelli con la loro spada o il loro coltello, stimandosi felici, al prezzo di un così leggero sacrificio, di non essere privati della benedizione di un tale vescovo. In questa occasione, il conte di Fiandra sentì crescere la sua venerazione per Goffredo, e, in tutta la Francia, si ammirò la fermezza di questo pontefice che non aveva temuto di fare, in una chiesa straniera, ciò che ben altri prelati non avrebbero osato tentare nella propria diocesi.
Fu tornando da Saint-Omer ad Amiens, con il castellano Adamo, che accadde un'avventura che doveva mettere in luce la dedizione che san Goffredo portava nelle sue amicizie. Mettendo piede sul territorio di Amiens, Adamo manifestò i suoi timori riguardo a Guermond, signore di Picquigny e visdomino di Amiens , che da lungo tempo lo persegu Guermond, seigneur de Picquigny Signore locale e avversario di Goffredo. itava con il suo odio. Perciò Adamo voleva prendere un'altra strada per non cadere nelle mani di un nemico dal quale non sperava alcun quartiere. Il fiducioso vescovo si sforzò di rassicurarlo ricordandogli la pace giurata, aggiungendo che non doveva avere nulla da temere in sua compagnia, poiché Guermond era il suo primo vassallo. Goffredo si era fatto illusione: apparendo presto alla testa dei suoi uomini d'arme, il visdomino si impadronì di Adamo, nonostante le suppliche del prelato, e lo condusse carico di catene nelle prigioni sotterranee di Picquigny. Il nostro Santo, colmo di dolore, abbandonato dai suoi servitori, seguì il suo amico prigioniero fino al castello di Guermond, il cui ingresso gli fu negato. Di ritorno ad Amiens, espose al suo clero questo odioso agguato e, dopo aver fatto deporre a terra le urne dei Santi, scomunicò il visdomino e interdisse le chiese di Picquigny. Ma, ben lungi dal sottomettersi, Guermond si vendicò devastando le campagne e incendiando le chiese dei dintorni.
Per consolarsi di tante calamità, il Santo si intratteneva spesso con due dei suoi servitori, chiamati Gaufrid e Orbert: il primo custodiva le greggi del vescovado; il secondo ne coltivava le terre. Il pastore, novello Amos, aveva lo spirito di Dio sulle labbra e insegnava agli altri pastori le vie dell'eternità. Perciò il buon prelato si compiaceva nella conversazione familiare di questi pii servitori e si edificava nel vederli soccorrere, vestire e nutrire i poveri.
Fu per loro consiglio che si decise a tentare la liberazione del castellano di Amiens. Accompagnato da loro (l'uno portando le sue scarpe e l'altro il suo piccolo mantello), rivestito di un semplice cilicio, partì a piedi nudi per Picquigny, nonostante i rigori del mese di gennaio (1111). Goffredo si fermò al monastero di Saint-Remi, situato in mezzo ai boschi, e che fu designato più tardi sotto il nome di Notre-Dame de Grâce. I religiosi, istruiti da lui sullo scopo di questo viaggio, offrirono di accompagnarlo; ma il nostro Santo si accontentò di raccomandare la sua impresa alle loro preghiere e continuò la sua strada recitando salmi, secondo la sua pia consuetudine. Arrivato sulla piazza di Picquigny e scorgendo il visdomino che passava, si gettò alle sue ginocchia, velandosi il capo, per non essere riconosciuto di primo acchito. «Chi siete e cosa volete da me?» esclamò il visdomino. «Sono Goffredo, vescovo di Amiens, il vostro signore sia nel temporale che nello spirituale. All'esempio di Gesù Cristo, mio maestro, che morì sulla croce per salvare Adamo e la sua posterità, vengo, sotto questi abiti di penitente, a sollecitare la libertà di un altro Adamo che voi trattenete nelle catene». I testimoni di questa scena, colpiti dalla stranezza di un tale spettacolo, si affrettarono a risollevare il santo vescovo; ma il visdomino, lungi dal lasciarsi intenerire, esclamò: «Con quale faccia, monaco insolente, osate apparire in mia presenza? Vi immaginate che la vostra parola cambierà i miei disegni? Questo Adamo che voi reclamate è caduto nelle mie mani per il volere della fortuna e resterà mio prigioniero fino alla sua morte». Per sfuggire agli insulti e alle minacce con cui Guermond accompagnava i suoi ostinati rifiuti, Goffredo si ritirò nella chiesa di San Martino, e vi passò la notte in preghiera.
Il mattino seguente, fece suonare le campane e, davanti a un'immensa assemblea accorsa da tutti i dintorni, rinnovò la sua scomunica contro il tiranno di Picquigny, provando bene con ciò che l'umiliazione che si era imposto la vigilia era il frutto della sua carità e non un segno di debolezza.
Da allora, Goffredo non cessò di invocare san Firmino per la liberazione di Adamo. I suoi voti furono infine esauditi. Guermond, imprigionato a sua volta da Guglielmo Talvas, conte di Ponthieu, degno successore di Roberto il Diavolo, fece implorare l'intercessione del vescovo di Amiens, promettendo di riparare i suoi torti, di restaurare le chiese che aveva rovinato e di rendere la libertà al castellano di Amiens. Goffredo, essendo riuscito in questa difficile negoziazione, ricondusse il visdomino pentito al suo castello di Picquigny e ne riportò il castellano Adamo.
Crisi politica e ritiro alla Certosa
Esausto per i disordini legati al comune di Amiens, si ritira brevemente alla Grande Chartreuse prima di essere costretto dal Concilio a riprendere la sua sede.
La lotta per le investiture agitava allora la Chiesa e l'Impero. L'imperatore Enrico V aveva fatto prigioniero il papa Pasquale II, e pretendeva di averne ottenuto la concessione del diritto in contesa. Guido, arcivescovo di Vienne, si era trovato al concilio Lateranense (1112) dove questa grave questione era stata dibattuta. Di ritorno a Vienne, vi convocò un concilio affinché i vescovi di Francia prendessero a loro volta la difesa delle libertà della Chiesa. L'arcivescovo, trovandosi indisposto al momento della sessione (16 settembre 1112), pregò Goffredo di sostituirlo nella presidenza. Il nostro vescovo accettò questa importante missione; nonostante la febbre di cui soffriva allora, diresse i lavori del concilio e, di concerto con gli altri vescovi, inflisse la nota di eresia alla dottrina che pretendeva che una mano laica potesse conferire l'investitura. Ritornando nella sua diocesi, Goffredo si fermò qualche tempo all'abbazia di Cluny, dove lasciò un'alta idea del suo merito e delle sue virtù.
Goffredo prese parte alla fondazione del comune di Amiens; ma i signori, pretendendo di mantenere tutti i loro privilegi, vi fu da allora guerra dichiarata tra questo partito e quello del comune. I domini della Chiesa furono devastati dal saccheggio e dall'incendio. Spaventato dai disordini che insanguinavano la città di Amiens, Goffredo si dimise dalle sue funzioni, e risolse di consacrare alla solitudine il resto della sua vita. Accompagnato da un reli gioso dell'abbazi Grande-Chartreuse Luogo di ritiro di Goffredo nel 1114. a di Nogent, si recò alla Grande Chartreuse, attraversando la città di Laon, dove assistette alla dedicazione della chiesa (6 settembre 1114). Il beato Guigo, superiore del monastero, gli avrebbe volentieri dato l'abito religioso, se non avesse temuto di scontentare l'arcivescovo di Reims e la Santa Sede. Sebbene fosse penetrato di ammirazione per quell'umile vescovo, che si sottometteva interamente alla Regola austera di San Bruno, volle tuttavia mettere alla prova fino a che punto potessero spingersi la sua pazienza e la sua dolcezza: «Non è forse vero», gli disse, «che avete spesso venduto le vostre ordinazioni a prezzo di denaro?» — «Mio padre», gli rispose il Santo, «non ho mai macchiato le mie mani episcopali di questa infame simonia; ma non ne sono più innocente davanti a Dio, poiché cento volte mi sono lasciato sedurre dall'adulazione e sono stato accessibile alle lusinghe della lode». Il generale dei Certosini, vedendo che Goffredo aveva trovato occasione di umiliarsi là dove ben altri non avrebbero visto che un legittimo motivo di indignazione, ammirò interiormente quella coraggiosa pazienza nel sopportare le ingiurie.
Il 6 dicembre 1114, sotto l'episcopato di Pietro di Dammartin, un Concilio, presieduto da Conone, vescovo di Preneste, legato della Santa Sede, si apriva a Beauvais. Il principale scopo di questa assemblea era di trattare gli interessi della provincia ecclesiastica di Reims. Si colpì con la scomunica Tommaso di Marle, il persecutore di Goffredo, e lo si dichiarò decaduto dai ranghi della cavalleria francese, a causa dei brigantaggi che aveva commesso nei vescovadi di Reims, di Laon e di Amiens.
Quando questa sentenza fu conosciuta ad Amiens, si inviarono dei deputati al concilio di Beauvais, per lamentarsi del ritiro di Goffredo e sollecitare il permesso di scegliergli un successore. Raoul le Verd, arcivescovo di Reims, rispose loro: «Come osate formulare una tale richiesta, voi le cui intrighi e discordie hanno cacciato dalla sua sede un vescovo che era il modello di tutte le virtù? Dove potreste trovare un eletto che si avvicinasse alla sua santità? Dovreste arrossire di vergogna pensando che avete privato la sede di Amiens di un Prelato così compiuto. Cosa avete da rimproverargli? Ha perseguito guadagni sordidi? Ha trafficato beni ecclesiastici?» — «Mai», risposero i delegati. — «Ebbene!» riprese l'arcivescovo, «finché vivrà, rimarrà il vostro Pastore. Non occupatevi dunque più che di ricondurlo tra voi».
Subito dopo, il Concilio ricevette una lettera che Goffredo gli indirizzava dalla Grande Chartreuse. Il santo vescovo supplicava i suoi colleghi di considerarlo come dimissionario da una sede che si credeva indegno di occupare. Si era sempre sforzato, diceva, di insegnare in tutta la sua purezza la dottrina di Gesù Cristo, ma i suoi esempi non erano stati in armonia con le sue istruzioni. I Padri del Concilio versarono lacrime ascoltando questa missiva, dettata dalla più profonda umiltà, e rinviarono questa faccenda al Concilio che doveva prossimamente riunirsi a Soissons.
Questa riunione si aprì il giorno dell'Epifania dell'anno 1115. Per ordine di Luigi il Grosso, i Padri del Concilio inviarono alla Grande Chartreuse Enrico, abate di Mont-Saint-Quentin, e Umberto, monaco di Cluny, con lettere per Goffredo e per i religiosi di San Bruno. A questi ultimi, veniva ingiunto di non trattenere il vescovo di Amiens, ma di rimandarlo al più presto a occupare la sua sede; a Goffredo, si rimproverava l'abbandono delle sue pecorelle e si prescriveva un pronto ritorno. Il pio Pontefice, dopo aver versato molte lacrime, si rassegnò a obbedire agli ordini del re e del Concilio, e lasciò quell'austera solitudine dove era rimasto dall'8 dicembre 1114 fino all'inizio della Quaresima dell'anno 1115. Arrivato a Reims la quarta domenica di Quaresima, nel momento in cui Conone, legato della Santa Sede, teneva un Concilio nel quale l'imperatore Enrico V fu di nuovo condannato, Goffredo, esausto per le macerazioni e le fatiche del viaggio, non si recò meno subito in seno all'assemblea. Il legato gli rimproverò severamente di aver disertato la sua sede, di aver preferito le cure della propria santificazione agli interessi spirituali del suo gregge, e gli ingiunse di riprendere immediatamente le sue funzioni episcopali. Goffredo si affrettò allora a tornare ad Amiens, dove fu accolto con un'allegrezza unanime.
Ultimi combattimenti e morte
Dopo aver profetizzato l'incendio di Amiens, muore l'8 novembre 1115 a Soissons durante un viaggio verso Reims.
Una delle prime preoccupazioni del santo vescovo fu quella di ricondurre i suoi diocesani al rispetto dell'astinenza quaresimale e di reprimere la nuova usanza che si stava introducendo, fin da allora, di mangiare grasso nelle domeniche di Quaresima. Avendo appreso che alcuni trasgredivano i suoi ordini e che altri, pur sottomettendosi, mormoravano contro la sua severità, Goffredo si recò, il giovedì santo, secondo la sua consuetudine, alla chiesa di San Firmino e vi predicò specialmente sulla fatale intemperanza dei nostri progenitori, superata, diceva, da coloro che violano la facile legge del digiuno. I suoi ascoltatori, toccati da queste parole, si gettarono in ginocchio proclamandosi colpevoli. Il vescovo ingiunse loro, come penitenza, di differire la loro comunione pasquale fino al lunedì di Pasqua.
Un parrocchiano della chiesa di San Remigio non volle affatto sottomettersi a questo ritardo che considerava come un affronto. Per non essere riconosciuto dal suo parroco, il venerabile Folco, si travestì con abiti femminili e, il giorno di Pasqua, si avvicinò alla santa Mensa; ma fu colto da violenti dolori non appena ebbe ricevuto la santa Ostia e fu costretto a rigettarla con fiotti di sangue che gli uscivano dalla bocca. Colpito dal rimorso, il colpevole, confessando il suo sesso e il suo inganno, deplorò il suo sacrilegio, il che produsse una profonda impressione su coloro che avevano osato sollevarsi contro le ingiunzioni del loro vescovo.
Tommaso di Marle e il castellano Adamo desolavano ancora la città di Amiens con le loro devastazioni. Goffredo, che non poteva opporre a queste oppressioni che preghiere impotenti, andò a trovare, a Beauvais, il vescovo Ivo di Chartres e lo supplicò di scrivere al re af finché ristab Louis le Gros Re di Francia contemporaneo di Goffredo. ilisse la pace con la forza delle armi, nell'interesse stesso della sua corona. Luigi il Grosso aveva ricevuto dai nuovi borghesi di Amiens un tributo considerevole, a titolo di affrancamento, e si trovava, per questo stesso motivo, obbligato a far rispettare l'impegno che aveva contratto. Determinato dalla lettera di Ivo di Chartres, si recò ad Amiens, ma con truppe mal organizzate. Goffredo predicò davanti a lui, la domenica delle Palme (1115), lanciò l'anatema contro la guarnigione del Castillon e promise il regno dei cieli a chiunque morisse attaccando quella fortezza, covo di crimini e brigantaggi. Quando giunse il momento in cui soldati e borghesi, sotto la guida del re, sferrarono l'assalto alla torre principale, san Goffredo si recò a piedi nudi vicino alla tomba di san Firmino e pregò Dio di far trionfare la causa del buon diritto. I suoi voti non dovevano essere esauditi così presto; le truppe di Adamo distrussero le macchine degli assedianti e il re, ferito da una freccia che attraversò il suo usbergo, fu costretto a rinunciare a questa impresa. Solo un blocco di due anni poté ridurre il Castillon per fame, e fu allora che fu rasa al suolo quella orgogliosa fortezza dei conti di Amiens. Per preghiera di Goffredo, si conservò il carcere dove era stato martirizzato il nostro primo Apostolo, e fu su questa cripta venerata che Enguerrand de Boves fece presto costruire la chiesa di San Firmino-en-Castillon.
Un profondo sentimento di giustizia guidava sempre la condotta di san Goffredo, sia nei torbidi politici che agitavano allora la città di Amiens, sia nei più piccoli dettagli dell'amministrazione pastorale. Ne troviamo una nuova prova nel seguente incidente in cui seppe unire la severità alla misericordia.
Al convento di San Michele, a Doullens, c'era una religiosa, piena di semplicità e di virtù, che aveva già fatto tre volte il pellegrinaggio di Gerusalemme. Una sera, la sua superiora le ordinò di tenere un cero di cera per illuminarla durante il pasto. La buona suora si affrettò a obbedire a quest'ordine, ma, a causa di una maldestrezza involontaria, lasciò cadere a terra il cero che si spense. La priora si mise in collera, colpì la povera ragazza e, dopo averla perseguitata con i suoi insulti per diversi giorni, la mise alla porta del monastero. L'innocente vittima, allora, andò a trovare il vescovo di Amiens che le prodigò le sue consolazioni e le procurò un asilo presso una donna onorevole, chiamata Eremburge, che dimorava vicino al vescovado. Subito Goffredo scrisse alla superiora di Doullens per ordinarle di recarsi immediatamente, e a piedi, da lui. La cattiva religiosa obbedì a questo appello; ma, poiché prevedeva i rimproveri del prelato, diede sfogo alla sua irascibilità e si lasciò andare dapprima in insulti contro di lui. «Ricordatevi», le disse il vescovo, «che io tengo qui il posto di Gesù Cristo. Io sono il vostro giudice, ed è in questa qualità che vi chiedo conto della suora che ho affidato alla vostra custodia». — «Ignoro ciò che volete dirmi; non ho perso nessuna delle mie suore». — «Vi parlo di quella eccellente ragazza che una sera avete costretto a illuminarvi con un cero. Non avete avuto la crudeltà di cacciarla dal vostro monastero per una misera inezia? Non avete dunque pensato che se questa povera abbandonata cadesse nella disperazione, che se la miseria la spingesse a vendere il suo onore, voi sareste davanti a Dio responsabile della sua perdita! Vi ordino di cercarla ovunque, per farla rientrare nel vostro monastero, e finché non l'avrete trovata, vi condanno a un digiuno assoluto». — La superiora di San Michele percorse invano tutti i quartieri della città. Estenuata dalla fatica e dalla fame, ritornò la sera al vescovado, dove le sue lacrime testimoniarono il suo sincero pentimento. Il vescovo allora si lasciò toccare, fece chiamare la religiosa e la rimise nelle mani della sua superiora, alla quale accordò un generoso perdono.
Prima di rendere la sua anima a Dio, Goffredo doveva essere testimone del disastro che fece della città di Amiens un cumulo di ceneri e di rovine. Una notte che Goffredo pregava davanti alle reliquie di san Firmino, rapito in estasi, si trovò trasportato fuori dalla città, sulla strada che conduce a Saint-Acheul. Improvvisamente, scorgendo dal lato del mezzogiorno un carro trainato da cavalli ardenti e numerosi cavalieri i cui destrieri vomitavano fiamme solfuree, sente scontrarsi gli scudi, gli elmi e le spade, e vede tutti questi fantastici guerrieri precipitarsi verso la città che vogliono distruggere. Goffredo aveva appena impresso sulla sua fronte il segno della croce, per mettere in fuga queste orribili apparizioni, quando vide un pontefice, l'anello episcopale al dito, una palma alla mano, la testa cinta da una corona di gigli e di rose, da cui si staccava una croce: «Io sono Firmino, martire e primo vescovo di questa città», disse l'apparizione. «Come un tempo, sono ancora pronto a soccorrerla nel momento del pericolo. Le prevaricazioni del tuo popolo hanno acceso l'ira del Signore: rivela ciò che hai appena visto; con le tue esortazioni, i tuoi rimproveri e le tue invettive, converti i peccatori e implora con me la clemenza di Dio». San Firmino risalì subito verso i cieli; Goffredo, tornato in sé, vide i suoi vestiti inzuppati dai fiotti di lacrime che aveva versato; ciò che gli fu una prova della realtà della sua visione.
Invano il nostro Santo, docile a questi misteriosi avvisi, impiegò le suppliche, le minacce e le promesse per ricondurre il suo gregge nei sentieri del bene: si tacciavano i suoi racconti di visioni chimeriche, e fu solo troppo tardi che si poté apprezzare la triste veridicità dei suoi discorsi profetici.
Il 23 agosto 1115, vigilia di San Bartolomeo, fitte tenebre si estesero sulla città; i fuochi che celavano nei loro fianchi incendiarono le case e propagarono un tale spavento che non si pensò nemmeno a lottare contro l'invasione delle fiamme. Si vedevano orribili corvi planare nell'aria, con carboni ardenti nel becco, e animali galleggiare a metà consumati nella Somme. Tutta la città di Amiens fu distrutta, a eccezione della chiesa di San Firmino, del palazzo episcopale e di alcune capanne di poveri.
È nel Ponthieu, dove era in corso di visite pastorali, che Goffredo apprese questi tristi eventi; subito accorse sul teatro di queste desolazioni: «Oh miei cari figli», esclamava, «perché non avete creduto alle mie parole? Avreste placato l'ira divina con la sincerità della vostra penitenza. Trarrete almeno qualche profitto dalle vostre disgrazie, riformando i vostri costumi e riconoscendo la giustizia del castigo che vi ha colpiti. Se agirete così, vi prometto, in nome di Dio, che la Provvidenza guarirà tutti i mali che vi hanno afflitti». Questa volta, gli abitanti di Amiens credettero alla sua parola e seguirono i suoi consigli. Così, due anni erano appena trascorsi, che i danni del passato erano riparati e che le promesse di Goffredo avevano ricevuto il loro compimento.
Il santo vescovo, a mano a mano che sentiva avvicinarsi il termine della sua esistenza, moltiplicava le sue opere di carità e di misericordia, raddoppiando di zelo per purificare la sua vita. Non dimenticò il monastero del Mont-Saint-Quentin, dove erano trascorsi i suoi giorni più felici: gli donò un altare, un calice d'oro e di che provvedere all'illuminazione della chiesa così come al nutrimento dei fratelli e dei poveri.
Si sarebbe detto che avesse previsto la data della sua morte. Quando andò a visitare Giovanni, vescovo di Thérouanne, per intrattenersi con lui sulle miserie del tempo, questi lo scongiurò di assistere ai suoi funerali che considerava prossimi; ma il nostro Santo gli affermò che lo avrebbe preceduto nella tomba; in effetti, il vescovo di Thérouanne non morì che quindici anni più tardi (nel 1130).
Circondato da trappole, in balia di calunnie e persecuzioni, san Goffredo, il cui carattere ci appare essere stato incline allo scoraggiamento, pensò di andare a riparare i suoi ultimi giorni sotto le silenziose ombre della Grande-Chartreuse. Era là che avrebbe voluto morire, lontano dalle discordie politiche che agitavano senza sosta la sua città episcopale. Tuttavia, risolse di andare a prendere consiglio da Raoul le Verd, arcivescovo di Reims.
Eudes, abate del monastero di Saint-Crépin di Soissons, avendo appreso che il vescovo di Amiens attraversava il Soissonnais per recarsi nella metropoli, inviò a suo incontro e lo fece pregare di venire a celebrare, nella sua abbazia, la solennità della festa patronale (25 ottobre). Goffredo si recò a questo invito; ma, la notte stessa del suo arrivo, risentì i primi attacchi della febbre che doveva portarlo via. Fin dal giorno seguente, tuttavia, volle rimettersi in cammino: a stento ebbe fatto due leghe, che sentì le sue forze abbandonarlo e fu costretto a fermarsi in una masseria che dipendeva dall'abbazia di Saint-Crépin. Raccontò allora ai suoi compagni di viaggio il sogno che aveva avuto la notte precedente. Quattro illustri personaggi, vestiti di bianche albe, diceva, lo avevano portato in una chiesa, e là, in presenza di una numerosa folla in lacrime, avevano deposto sul suo corpo una grande pietra funeraria.
Tre giorni dopo, l'abate Eudes, che era stato avvertito della gravità di questo incidente, andò a visitare quel caro monastère de Soissons Luogo di nascita e di morte di Goffredo. malato e lo fece trasportare, per acqua, fino al monastero di Soissons, dove ricevette gli ultimi sacramenti dalle mani del vescovo Lisiard de Crépy. Goffredo disse addio ai religiosi, emise il voto di essere inumato nella sala capitolare e rese la sua anima a Dio l'8 novembre 1115, senza che gli approcci della morte abbiano alterato la calma dei suoi tratti.
Lisiard, vescovo di Soissons, avrebbe voluto che Goffredo fosse inumato nella cattedrale di San Gervasio e San Protasio. Ma Eudes, abate di Saint-Crépin, fece prevalere i diritti del suo monastero, che erano, del resto, in armonia con i voti del morente. Il santo vescovo di Amiens fu dunque sepolto nella sala capitolare dell'abbazia.
Tra i personaggi eminenti che assistettero ai suoi funerali, si notavano Lisiard, vescovo di Soissons, Clérembault, vescovo di Senlis, Raoul III, abate di San Medardo, e molti altri abati. Poiché era stato impossibile alla folla poter penetrare nella chiesa, per contemplare un'ultima volta i tratti del defunto, ci fu chi si immaginò di guardare dalle finestre, con l'aiuto di un alto ponteggio. Delle donne vi avevano preso posto, tra le altre la sposa di Enguerrand, ricco borghese della città. Il ponteggio si ruppe sotto il peso e fu precipitato a terra. Si temeva di dover deplorare la morte di un gran numero di vittime: nessuno aveva avuto la minima contusione. Questo evento fu considerato come il primo miracolo postumo di san Goffredo.
Un'incisione di Sébastien Leclerc rappresenta san Goffredo accompagnato dal cane che morì avvelenato, dopo aver mangiato un pezzo di pane intinto in una bevanda che si destinava al santo vescovo. — Nei Fasti Mariani, lo si vede in ginocchio, pregare Dio di distogliere dalla sua città episcopale i flagelli che la minacciano, flagelli che sono simboleggiati da eserciti schierati in battaglia e fiamme che cadono dal cielo.
CULTO E RELIQUIE.
La santità di Goffredo fu proclamata dai suoi contemporanei; ma fu soprattutto rivelata dai miracoli che si compirono sulla sua tomba. Il suo nome è iscritto nelle antiche litanie di Amiens, nei martirologi di Roma, di Amiens, ecc. Una via di Amiens porta il nome di Saint-Gouffroy.
Eudes, abate di Saint-Crépin di Soissons, seppellendo il corpo di san Goffredo, si riservò la sua cintura e il suo pettine episcopale che portò sempre su di sé, come vere reliquie. Il 5 aprile 1138, Josselin, vescovo di Soissons, trasportò il corpo di san Goffredo, inumato da ventitré anni, dalla sala capitolare di Saint-Crépin-le-Grand nel coro della chiesa abbaziale.
Nel 1617, Jérôme Hennequin, vescovo di Soissons, fece fare degli scavi nell'antica sala capitolare dell'abbazia di Saint-Crépin, e credette un momento di aver trovato i resti di san Goffredo in un corpo rivestito di abiti pontificali; ma essendo sorto il dubbio, si rimise nella terra quel corpo sconosciuto. Il Padre Longueval scriveva nel 1734: «Non si è ancora scoperto la tomba di san Goffredo, sebbene i monaci di Saint-Crépin abbiano fatto delle ricerche per trovarla».
Non bisogna dunque accordare alcuna credenza ad André Duval quando ci dice (Additions à Ribadeneira): «Questo sacro tesoro è stato portato via con la sua cassa nella reale abbazia delle religiose di Nostra Signora, nella stessa città di Soissons, dove riposa da quando vi è stato salvato dal furore degli Ugonotti, con le altre reliquie che erano in questa abbazia di Saint-Crépin».
Abbiamo estratto questa biografia dall'Hagiographie du diocèse d'Amiens, dell'abate Corbiet, canonico onorario e storiografo della diocesi.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita intorno al 1066 nel Soissonnais
- Ingresso nell'abbazia di Mont-Saint-Quentin all'età di 5 anni
- Ordinazione sacerdotale nel 1092
- Elezione ad abate di Nogent-sous-Coucy nel 1095
- Consacrato vescovo di Amiens nel 1104
- Ritiro temporaneo alla Grande-Chartreuse (1114-1115)
- Morto nell'abbazia di Saint-Crépin a Soissons nel 1115
Miracoli
- Guarigione istantanea di una ferita all'occhio dopo il segno della croce
- Pioggia torrenziale ottenuta dopo un digiuno pubblico contro la siccità
- Liberazione miracolosa dei servi di Viveta
- Visione profetica dell'incendio di Amiens
- Salvezza della folla durante il crollo di un'impalcatura ai suoi funerali
Citazioni
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Non ho mai macchiato le mie mani episcopali di questa infame simonia; ma non per questo sono più innocente davanti a Dio, poiché cento volte mi sono lasciato sedurre dall'adulazione.
Risposta al superiore della Grande Chartreuse