5 aprile 14° secolo

San Vincenzo Ferreri

DELL'ORDINE DI SAN DOMENICO, CONFESSORE

Confessore

Festa
5 aprile
Morte
5 avril 1419 (naturelle)
Epoca
14° secolo

Domenicano spagnolo del XIV secolo, Vincenzo Ferreri fu un predicatore di immensa influenza, che percorse l'Europa per annunciare il Giudizio universale. Soprannominato l'Angelo dell'Apocalisse, operò innumerevoli miracoli e lavorò alla risoluzione del Grande Scisma d'Occidente. Terminò i suoi giorni in Bretagna, dove le sue reliquie sono tuttora venerate a Vannes.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 10

SAN VINCENZO FERRERI,

DELL'ORDINE DI SAN DOMENICO, CONFESSORE

Vita 01 / 10

Origini e formazione intellettuale

Nascita a Valencia nel 1357 in una famiglia pia, seguita da studi precoci e brillanti in filosofia e teologia.

La città di Valencia, in Spagna, assai feconda di Santi, diede al mondo Vincenz Vincent Domenicano spagnolo, celebre predicatore e taumaturgo del XIV e XV secolo. o, dell'antica famiglia dei Ferrer, il 23 gennaio 1357. Guglielmo Ferrer, suo padre, e Costanza Miguel, sua madre, erano persone assai pie, e si può credere che fu grazie alle grandi elemosine che facevano ai poveri che meritarono di avere un tale figlio. Nostro Signore fece loro conoscere, prima della sua nascita, l'eccellenza del dono che voleva fare loro. Un religioso, vestito dell'abito di San Domenico, a pparve al padre Saint-Dominique Ordine religioso mendicante fondato da san Domenico. e lo assicurò che avrebbe avuto un figlio del suo stesso Ordine, che avrebbe brillato nella Chiesa per l'integrità della sua vita, per la purezza della sua dottrina e per la grandezza dei suoi miracoli; e, quanto alla madre, contrariamente al solito, non sentì alcun dolore nel portarlo; inoltre, udì spesso, durante la gravidanza, come un cagnolino che abbaiava nelle sue viscere; l'arcivescovo di Valencia, suo parente, interpretò questo segno e le disse che il bambino che avrebbe messo al mondo sarebbe stato un eccellente predicatore. Il suo battesimo avvenne con molta solennità, e fu chiamato Vincenzo: doveva, infatti, riportare insigni vittorie sui tre nemici della nostra salvezza: il demonio, la carne e il mondo.

Appena ebbe l'uso della ragione, i suoi genitori, che lo amavano teneramente e volevano fare di lui qualcosa di grande, lo mandarono a scuola; vi fece progressi così notevoli che fu giudicato capace, a dodici anni, di intraprendere la filosofia, e a quattordici, la teologia; in queste scienze, non solo superava tutti i suoi condiscepoli, ma eguagliava persino i suoi professori e si acquistò la reputazione di un grande filosofo e di un eccellente teologo. Si vide apparire fin da allora in lui l'inclinazione che aveva per la predicazione: poiché prendeva piacere ad assemblare i suoi compagni e a recitare davanti a loro i sermoni che aveva udito dai pulpiti di Valencia. Il suo amore era ancora più grande per la pietà che per lo studio. Frequentava le chiese e vi passava ogni giorno molto tempo in orazione; non mancava mai di digiunare il mercoledì e il venerdì: pratica che osservò inviolabilmente per tutto il resto della sua vita. La sua tenerezza e la sua devozione per la santa Vergine erano estreme, e un predicatore gli sembrava sempre aver ben predicato quando aveva pubblicato le lodi di questa Regina degli Angeli. Le lacrime che scorrevano allora dai suoi occhi facevano vedere la gioia di cui il suo cuore era colmo. La passione e la morte di Nostro Signore erano un altro oggetto della sua devozione: non poteva leggere né udire nulla su questo soggetto senza piangere d'amore e di compassione; così non mancava mai di recitare le Ore della Croce e quelle di Nostra Signora. Lungi dal recare danno ai suoi studi, questa regolarità gli meritava dal Cielo l'apertura della mente e le luci necessarie per riuscire. Aveva anche una grandissima carità per i poveri; dava loro tutto ciò che era in suo potere, li conduceva liberamente nella casa dei suoi genitori per ricevervi l'elemosina; e, avendo ricevuto da quegli stessi genitori la terza parte di ciò che poteva sperare dalla loro eredità, impiegò solo quattro giorni a distribuire tutto ai bisognosi, e soprattutto alle case religiose, che considerava come compagnie beate di poveri evangelici.

Vita 02 / 10

Ingresso nell'Ordine dei Frati Predicatori

Vincenzo sceglie la vita religiosa a 17 anni ed entra nel convento di San Domenico a Valencia nonostante altre prospettive mondane.

Quando ebbe diciassette anni, suo padre gli fece tre proposte. La prima, di entrare nell'ordine di San Domenico, secondo la visione che ne aveva avuto prima che venisse al mondo. La seconda, di sposarsi, cosa che avrebbe potuto fare molto vantaggiosamente, avendo molti beni e le qualità di corpo e di spirito necessarie per fare una grande fortuna nel secolo. La terza, di andare a Roma o a Parigi, per farvi valere i talenti straordinari che Dio gli aveva dato. Vincenzo non deliberò molto su queste tre cose: disse subito a suo padre che sceglieva la prima, alla quale Dio lo aveva destinato dall'eternità. Questa scelta causò una gioia estrema tanto a suo padre quanto a sua madre: non cessarono tutto il giorno di testimoniargli la loro soddisfazione, ben diversi da quei genitori crudeli che distolgono i loro figli dalla professione religiosa, e preferiscono vederli nell'impegno dei vizi del mondo piuttosto che in questa condizione santa, dove si fa stato di combatterli e di superarli.

Il giorno seguente, suo padre lo condusse lui stesso al convento di San Domenico, e lo presentò al priore. Tutta la comunità lo ricevette e lo ammise al numero dei postulanti, e tre giorni dopo, il 5 febbraio 1367, festa di sant'Agata, prese l'abito religioso con un contentamento estremo della sua anima, e in mezzo alla gioia generale degli assistenti: si vide bene che la sua vocazione aveva Dio per autore: così lo si considerò come una luce che sorgeva sull'orizzonte della Chiesa. Il suo noviziato fu un'imitazione perpetua della vita di san Domenico, che lesse con molta assiduità e applicazione; di modo che non ebbe pena, alla fine dell'anno, di essere ricevuto a fare professione.

Predicazione 03 / 10

Insegnamento e vita spirituale

Dottore a Lleida, insegna a Valencia e redige il suo Trattato della vita spirituale, promuovendo una costante unione con Cristo.

Dopo i suoi voti, sapendo che per riuscire nella predicazione del Vangelo, fine della sua vocazione religiosa e di quella del suo Ordine, gli erano necessarie tre cose: l'orazione continua, lo studio della teologia e la lettura della Sacra Scrittura, vi si applicò seriamente e accumulò, per questo mezzo, un tesoro di lumi e di unzione che gli sarebbe servito in seguito per illuminare tutta l'Europa, per toccare e convertire un'infinità di cuori. Qualche anno dopo, fu obbligato a insegnare filosofia ai giovani religiosi del suo monastero; e vi si dedicò in modo tale che più di settanta secolari venivano anch'essi per ascoltarlo.

I suoi superiori, ammirando sempre più la sua erudizione, lo inviarono a Barcellona, dove si trovavano allora i più dotti uomini del loro Ordine; e di lì all'università di Lleida, dove, non avendo ancora ventotto anni, fu fatto dottore dal cardinale Pietro de Luna, a quel t empo legato in Spagna, cardinal Pierre de Lune Papa che elevò l'Istituto a Ordine religioso nel 1725. e in seguito in Francia, alla corte del re Carlo VI. Essendo stato onorato del berretto di dottore, ritornò a Valencia, luogo della sua nascita e della sua professione, dove fu ricevuto con grande rispetto da diverse persone di qualità, che gli andarono incontro e gli testimoniarono una singolare stima. Trascorsi alcuni giorni, il vescovo, con il suo capitolo e i magistrati della città, lo pregarono di esporre pubblicamente la Sacra Scrittura e di tenere lezioni di teologia. Lo fece con tanto successo, e predicò al popolo con tanto zelo ed edificazione, che si veniva da ogni parte per ascoltarlo. Studente, professore o predicatore, praticò sempre il consiglio che egli stesso dà nel suo mirabile *Trattato della vita spirituale*: «Qualunque este nsione di spirito si creda d Traité de la vie spirituelle Opera ascetica maggiore scritta da Vincenzo Ferrer. i avere, dice, non bisogna mai omettere le pratiche di devozione; leggendo e studiando, si deve sempre elevare il cuore a Gesù Cristo, per chiedergli la grazia dell'intelligenza; ed è necessario ritirare spesso gli occhi dal libro per nascondersi interiormente nelle piaghe del Crocifisso».

Era questo il metodo che seguiva studiando, principalmente dopo essersi interamente consacrato all'esercizio della predicazione, che era il suo principale talento; poiché componeva ordinariamente i suoi sermoni ai piedi del crocifisso, per trarre dalle piaghe di Gesù Cristo crocifisso la luce e il fuoco di cui aveva bisogno per toccare i suoi uditori, e, dopo il sermone, si metteva ancora ai piedi del crocifisso per riportarne tutto il successo alla sua gloria e per rinnovare i suoi propositi di praticare per primo ciò che aveva insegnato agli altri. Un giorno, poiché un gran signore doveva assistere alla sua predicazione, invece di seguire questo metodo, si preparò con lavoro e con grande applicazione di spirito, ma non riuscì come al solito. Facendosi ascoltare il giorno seguente davanti allo stesso signore con le disposizioni che era solito portare, predicò incomparabilmente meglio e con molta più unzione e forza. Questo principe, che se ne accorse, gliene chiese la ragione; egli gli rispose ingenuamente che era perché la prima volta aveva predicato Vincenzo, e la seconda volta aveva predicato Gesù Cristo. Non bisogna dunque stupirsi se questo zelante predicatore faceva tanto rumore con i suoi sermoni, e se non se ne usciva mai senza una composizione di cuore, e con il proposito di abbandonare il peccato e di iniziare una vita migliore.

Vita 04 / 10

Prove e vittorie sul demonio

Il santo subisce diverse tentazioni diaboliche e calunnie orchestrate da invidiosi, dalle quali trionfa grazie alla sua virtù e all'aiuto divino.

Il demonio, non potendo sopportare che egli camminasse a passi così grandi sulla via della perfezione e che gli sottraesse ogni giorno un così gran numero di anime di cui credeva di essere il padrone, si servì di vari mezzi per perderlo o per arrestarlo nel felice progresso della sua corsa. Un giorno, gli apparve sotto le sembianze di un anacoreta: diceva di essere uno di quegli antichi solitari che avevano vissuto con tanta santità nei deserti della Tebaide; raccontò che da giovane si era dato ai piaceri, ma che ciò non gli aveva impedito di arrivare, in seguito, a una grande purezza di vita; gli consigliò di non indebolirsi tanto nella giovinezza con le austerità e le veglie, ma di concedere qualcosa alla debolezza e alle necessità del corpo, tanto più che aveva bisogno di forza per la predicazione e che la discrezione era la madre di tutte le virtù. Non c'era nulla di più plausibile né di più artificioso di questa tentazione; ma il Santo, avendola scoperta, respinse coraggiosamente il demonio, sia con il segno della croce, sia dicendogli: «Va', Satana, non voglio dare meno la mia giovinezza a Dio che la mia vecchiaia». Un'altra volta, questo nemico degli uomini gli apparve sotto le sembianze di un etiope e lo minacciò di fargli una guerra continua, dalla quale alla fine sarebbe uscito vittorioso; ma le minacce non gli riuscirono meglio delle astuzie, e il Santo lo confuse rispondendogli che colui che gli aveva dato la forza di cominciare, gli avrebbe dato anche il coraggio di perseverare. Infine, avendo Vincenzo letto, nel libro di san Girolamo sulla verginità della Madre di Dio, queste parole del Saggio: «Nessuno può essere continente se Dio non lo sostiene con la sua grazia», e postosi subito in ginocchio davanti a un'immagine di Nostra Signora per chiederle la conservazione della sua verginità, quel mostro infernale ebbe l'effronteria di formare una voce dal lato di quell'immagine, che diceva che egli era stato vergine fino ad allora, ma che avrebbe perso presto un fiore così prezioso. Non si può concepire quale fu il dolore e la confusione di questo fervente Religioso nell'udire queste parole; ma la Santa Vergine, che non voleva lasciarlo a lungo in pena, gli apparve subito con una bellezza ammirevole e gli fece conoscere che la prima voce veniva dal nemico e che, quanto a lei, non lo avrebbe mai abbandonato. Lo spirito presuntuoso fu coperto da tale confusione che non osò più servirsi delle stesse armi per attaccarlo.

Ma poiché il suo orgoglio sale sempre e non si arrende mai fino alla nostra morte, prese altre misure per fare guerra al Servo di Dio. Mise in mente a una donna di fingersi malata, di chiamarlo da lei per confessarsi e, lì, di testimoniare per lui una passione violenta e criminale. Il Santo le disse che doveva arrossire per una così grande effronteria; e, senza troppo appoggiarsi sulle proprie forze, né pretendere di restare vicino al fuoco senza bruciarsi, prese incontanente la fuga e lasciò quell'impudente piena di confusione e di furore. Tuttavia, poiché temette di essere denunciata dal santo Religioso, volle mettere al sicuro il proprio onore gridando con tutte le sue forze che il suo confessore aveva voluto farle violenza; ma Dio, il vendicatore delle ingiurie fatte ai suoi servi, permise al demonio di entrare nel corpo di lei e di tormentarla con tanta crudeltà che era ben visibile che si trattava di un castigo per la sua calunnia. Gli esorcismi furono impiegati per guarirla, ma ella poté esserlo solo grazie alle preghiere di san Vincenzo.

Alcuni invidiosi, irritati dalle lodi che non si cessava di dare alla sua virtù e spinti da un'ispirazione diabolica, convinsero una donna di malaffare, con l'esca di una grande somma di denaro, a introdursi segretamente nella cella del Santo. L'aiutarono a recarvisi una sera d'inverno in cui egli prolungava la sua preghiera in chiesa. Quando Vincenzo aprì la porta della sua cella e trovò seduta ai piedi del suo letto quella misera, credette dapprima a un inganno del demonio che voleva tentarlo sotto quella forma seducente. Fece il segno della croce ed esclamò: «Che fai qui, Satana, nemico di Dio? — Non sono Satana, rispose la cortigiana, ma una giovane che non può più resistere all'amore che ha per te»... Stava per continuare, ma il Santo la interruppe e, con tono breve e imperioso: «Vattene, scellerata», le gridò, «e bada che una morte improvvisa non ti punisca per la tua orribile iniquità! Come hai osato tentare di contaminare il mio corpo e la mia anima, che fin dalla mia infanzia ho consacrato a Gesù Cristo?». Sia per spavento, sia per eccesso di audacia, la disgraziata rimaneva immobile. Allora Vincenzo sparse a terra dei carboni ardenti contenuti in un braciere e, inginocchiandosi sui carboni, disse alla cortigiana: «Vieni, se osi, vieni a gettarti su questo fuoco; non è così terribile come quello dell'inferno». A questo spettacolo la donna cadde quasi morta, piangendo, singhiozzando, chiedendo perdono al Santo e promettendogli di cambiare interamente vita. Gli rivelò il nome di coloro che l'avevano spinta a quell'atto. Vincenzo la fece uscire, ordinandole di tenere nascosti i nomi dei suoi complici. Ma ella non promise il silenzio. Fin dal giorno seguente raccontò tutto e coprì di vergogna coloro che avevano voluto calunniare e disonorare il Santo. La peccatrice fece una sincera conversione.

Questa doppia vittoria non stancò lo spirito tentatore. Portò un vecchio peccatore, che il Santo aveva ripreso, a travestirsi con l'abito religioso per andare poi a trovare, di notte, una donna di malaffare. Questa, prima che egli ripartisse, volle sapere il suo nome: Mi chiamo Vincenzo Ferreri, disse maliziosamente, ma vi scongiuro di non parlare del nostro incontro a nessuno. Ella lo promise, poi si affrettò a pubblicarlo con circostanze così particolari che gli amici stessi di Vincenzo non sapevano cosa pensare.

Il Santo si era umiliato davanti al Signore; attendeva dalla misericordia divina la sua giustificazione e si prosternava, pieno di rassegnazione, ai piedi degli altari, con la speranza che la sua innocenza trionfasse su questa odiosa calunnia. In effetti, Bonifacio, suo fratello, allora magistrato a Valencia, approfit Boniface, son frère Fratello di Vincenzo, magistrato a Valencia e successivamente priore della Grande Chartreuse. tò di un'occasione solenne per far riconoscere il colpevole alla persona che lo cercava. Fu mostrato a costei il Padre Vincenzo, ma ella rispose che conosceva bene il servo di Dio, sebbene ne ignorasse il nome, che lo aveva sentito predicare quattro volte e che colui che cercava era già avanti negli anni. L'impostore fu scoperto e il suo infame stratagemma diede un nuovo splendore all'innocenza del Santo.

Si dice che alla fine quel vecchio, colpito dalla mansuetudine di Vincenzo, si convertì e, cosa rara, abbandonò in età avanzata le abitudini della sua giovinezza che erano invecchiate con lui.

Contesto 05 / 10

Al servizio del papato di Avignone

Confessore di Benedetto XIII durante il Grande Scisma d'Occidente, tenta di negoziare la pace tra i diversi pretendenti al trono pontificio.

A quel tempo, morto Clemente VII, che si era sempre posto come successore di san Pietro contro il papa Urbano VI, il celebre Pietro de Luna, di cui abbiamo già parlato, fu eletto al suo posto dai suffragi dei cardinali di quella parte, e si fece chiamare Bened etto XIII. Benoît XIII Papa che elevò l'Istituto a Ordine religioso nel 1725. Una delle prime cose che fece dopo la sua incoronazione fu di inviare messaggeri a san Vincenzo, di cui conosceva i grandi meriti, per obbligarlo a venire alla sua corte. Quando fu arrivato, lo prese come suo confessore e gli diede l'incarico di maestro del sacro palazzo. Il Santo aveva in avversione quegli onori che lo strappavano spesso al suo chiostro e lo distoglievano dagli esercizi dello studio, dell'orazione e della predicazione; tuttavia, li accettò per obbedienza, sapendo bene che Dio lo avrebbe fatto uscire secondo l'ordine invariabile dei suoi disegni, quando gli fosse piaciuto: se ci si stupisce che un uomo così santo e così colmo dell'amore e della luce di Dio abbia seguito la parte di un papa scismatico, e sia stato persino il suo confessore, si deve considerare che Dio illumina i suoi più grandi servitori solo quanto gli piace e nel tempo che gli piace; d'altronde, la questione della legittima successione di san Pietro era allora estremamente confusa e difficile da risolvere, poiché ognuno dei tre che si dicevano papi pretendeva di essere il vero Papa; la parte di Benedetto era seguita dalla Francia e dalla Spagna, e giudicata la migliore da un gran numero di persone eminenti per sapienza e santità. Noi teniamo senza dubbio per articolo di fede che, come non vi è che una sola Chiesa cattolica, non può esservi che un solo sommo Pontefice; la fede non ci obbliga tuttavia a credere che questo sommo Pastore sia colui che è riconosciuto come tale da una parte dei fedeli, quando gli altri fedeli ne riconoscono un altro, quando la questione è oscura e difficile di per sé, e non è stata ancora decisa dal giudizio della Chiesa.

Tuttavia, un gran numero di principi e prelati, avendo inutilmente lavorato per far cessare questo grande scisma , volsero lo grand schisme Crisi del papato di cui Elisabetta predisse la fine. sguardo verso il nostro Santo per negoziare un affare di tale importanza. Egli fece diversi viaggi per questo motivo, sia verso l'imperatore Sigismondo, che era allora in Catalogna, sia verso Carlo VI, re di Francia, e verso Martino, re d'Aragona; aveva persino persuaso Benedetto XIII a rinunciare volontariamente a questa suprema dignità, e a calpestare gli onori del mondo per dare la pace alla Chiesa. Ma questo papa non perseverò in un così santo pensiero; non acconsentì più dei suoi antagonisti di Roma: Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII; non più dei papi del concilio di Pisa, Alessandro V e Giovanni XXIII, o ancor meno, ad abdicare, per l'unità e la pace della Chiesa, una carica che, divisa in due o tre, fatta a brandelli, usurpata, era ben meno potente nell'allontanare l'anarchia e la discordia dal corpo mistico di Gesù Cristo. Queste sventure cessarono solo nel 1417, con l'elezione di Martino V, come unico papa.

Missione 06 / 10

La visione di Avignone e la chiamata alla missione

Dopo una guarigione miracolosa e una visione di Cristo, Vincenzo riceve la missione di percorrere l'Europa per predicare il Giudizio universale.

Quando vide gli sforzi inutili che si facevano per indurre il Papa a deporre la tiara, Vincenzo fu colto da un profondo dolore. Il soggiorno presso la corte pontificia gli divenne gravoso, e ottenne di ritirarsi nel convento dei religiosi del suo Ordine ad Avigno Avignon Città di cui san Rufo fu il primo vescovo e fondatore della chiesa. ne. Tale fu la sua tristezza che cadde gravemente malato; la febbre lo divorava; nessun rimedio poté diminuire l'intensità del male che lo sfiniva. Era a letto da dodici giorni e attendeva la morte, che doveva porre fine agli amari dolori che lo consumavano. La vigilia della festa di san Francesco, il 3 ottobre 1396, ebbe una crisi così forte che tutti coloro che circondavano il suo letto di dolore furono costernati e credettero che stesse per rendere l'ultimo respiro. Ma Dio volle allora verificare nel suo servo ciò che aveva detto nel libro di Giobbe: «Quando crederai di essere sul punto di perire senza risorse, allora ti leverai come la stella del mattino».

All'improvviso la cella di Vincenzo fu riempita di una luce prodigiosa e di un celeste splendore.

Il Salvatore del mondo, accompagnato da una moltitudine di angeli e dai gloriosi patriarchi Domenico e Francesco, si presentò al malato. «Alzati sano e salvo, Vincenzo», gli disse, «e consolati: lo scisma finirà presto, e sarà quando gli uomini avranno posto fine alle numerose iniquità di cui si macchiano. Alzati dunque, e va' a predicare contro i vizi; è per questo che ti ho scelto appositamente. Avverti i peccatori di convertirsi, perché il mio giudizio è vicino».

Il Salvatore gli parlò ancora di tre cose. Gli disse innanzitutto che, per renderlo capace di ascoltare e di perseguire l'apostolato di cui lo incaricava, lo confermava in grazia: favore singolare, che dovette straordinariamente rallegrare un'anima così piena di umiltà e di timore. Aggiunse che sarebbe uscito vittorioso da tutte le persecuzioni suscitate contro di lui, e che nei suoi combattimenti il soccorso divino non gli sarebbe mai mancato, finché, dopo aver predicato il giudizio in gran parte dell'Europa, con grande frutto per le anime, non avesse finito santamente la sua vita alle estremità di quella parte del mondo. Infine gli diede diverse istruzioni sul modo in cui doveva esercitare il suo ministero apostolico. I suoi storici non ce ne hanno trasmesso i dettagli, ma è facile indovinarli dall'ordine mirabile invariabilmente seguito dal nuovo apostolo nell'esercizio del suo ministero miracoloso. Cessando di parlare al Santo, il Signore, in segno d'amore, gli toccò il volto con la sua mano destra. «O mio Vincenzo, alzati», gli disse una seconda volta; poi scomparve. Il tocco divino aveva prodotto il suo effetto. Improvvisamente Vincenzo si sentì perfettamente guarito e il suo cuore fu colmo di ineffabili consolazioni.

Questa apparizione meravigliosa, raccontata dai più antichi biografi del Santo, è tanto più degna di fede in quanto il Santo stesso l'ha confermata in una lettera che scrisse a Benedetto XIII, quindici anni più tardi.

La cella dove san Vincenzo Ferrer ricevette una grazia così notevole e una missione così miracolosa, fu trasformata in una cappella che divenne oggetto di grande devozione. Il cataclisma rivoluzionario la distrusse insieme al convento che la racchiudeva.

Il giorno dopo la sua guarigione miracolosa, Vincenzo si recò dal Papa. Questi fu tanto gioioso quanto sorpreso di vedere in perfetta salute colui che la sera stessa, in una visita benevola, aveva visto alle porte della morte. Fu più sorpreso ancora, ma meno gioioso, quando sentì il Santo chiedergli il permesso di lasciare la città e di andare a predicare liberamente e poveramente il Vangelo di contrada in contrada. Benedetto XIII non credette di dovergli dare questo permesso per il momento: aveva bisogno di lui. Vincenzo non volle disobbedire; sapeva che le rivelazioni particolari devono essere sottoposte al controllo della Chiesa di Dio; si rassegnò dunque a rimandare a un altro momento l'esecuzione del suo progetto. Questa attesa fu lunga. Lo trattennero due anni, durante i quali servì con una pazienza eroica e una fedeltà esemplare, nell'ufficio di maestro del sacro palazzo, colui che considerava il vero vicario di Nostro Signore. Infine ottenne il giusto motivo delle sue richieste. Per trattenerlo e legarlo per sempre alla causa dei papi di Avignone, gli avevano offerto il vescovado di Lerida e il cappello cardinalizio; Vincenzo aveva rifiutato. «Devo eseguire», diceva, «l'ordine che ho ricevuto da Dio, e Dio mi ha comandato di andare a predicare il giudizio a tutte le nazioni». Un giorno dunque che, desolato dalla resistenza di Benedetto XIII ai suoi voti più ardenti, pregava con lacrime davanti al suo crocifisso e offriva a Dio il dolore della sua anima, il Salvatore consolò la sua tristezza, facendogli udire miracolosamente questa parola: «Va', ti aspetterò ancora: Vade, adhuc expectabo te». Comprese che non si sarebbe più opposto alle sue sollecitazioni e, in effetti, Benedetto XIII gli permise di percorrere il mondo come apostolo e di predicare il Vangelo a tutti i popoli dell'Europa. Gli accordò per questo i poteri più estesi, poteri che furono confermati più tardi dal concilio di Costanza e dal papa Martino V.

Vincenzo iniziò ad Avignone stesso il suo nuovo apostolato il 25 novembre 1398.

Missione 07 / 10

L'apostolo itinerante e la sua compagnia di penitenti

Percorre l'Europa a piedi, seguito da migliaia di penitenti e flagellanti, organizzando una rigorosa vita comunitaria.

Poi, percorse in poco tempo gran parte dell'Europa, predicando in Catalogna, in Provenza, nel Delfinato, in Savoia, in Lombardia, a Genova, in Germania, in Lorena, nelle Fiandre, in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda, nel regno di Granada e quasi per tutta la Spagna, in molte altre città e province d'Italia e di Francia, e infine in Bassa Bretagna, dove lo vedremo finire i suoi giorni, dopo aver detto qualcosa delle sue virtù, per evitare ripetizioni.

Sebbene fosse munito delle autorizzazioni più ampie da parte dei sovrani Pontefici, san Vincenzo Ferrer non predicava mai in alcun luogo senza la benedizione e l'assenso del vescovo diocesano, né il permesso dei superiori del suo Ordine. Si impose la regola di camminare sempre a piedi, quando passava di città in città e di paese in paese, quali che fossero la distanza, la difficoltà delle strade e il rigore delle stagioni. Fu solo verso gli ultimi anni della sua vita che una piaga dolorosa a una delle sue gambe lo costrinse a usare una cavalcatura. Ma anche in questo osservò lo spirito di semplicità e di povertà. Rifiutava i cavalli e viaggiava su un asino gracile, per avere un nuovo tratto di somiglianza con il Salvatore degli uomini.

Prima di entrare in una città per evangelizzarla, si gettava in ginocchio con tutto il suo seguito; poi, alzando gli occhi al cielo e versando abbondanti lacrime, pregava per il popolo a cui stava per predicare il giudizio. Il suo ingresso era solitamente molto solenne. Vescovo, clero, magistrati, nobiltà, una folla numerosa, fiumi di popolo accorrevano al suo incontro. Lo si conduceva sotto un baldacchino; lo si onorava al pari di un personaggio reale, o piuttosto di un apostolo, di un angelo del cielo. Si cantavano con un entusiasmo indescrivibile inni, salmi, cantici sacri. A volte si facevano leghe intere per andargli incontro. Il luogo dove lo si raggiungeva era ornato da una croce incaricata di perpetuare il ricordo di quella felicità. Tale era anche molto spesso il concorso del popolo che si portava davanti a lui, che per impedire alla moltitudine troppo avida e troppo agitata di premerlo, di rovesciarlo e di calpestarlo, bisognava rinchiuderlo in una solida barriera di legno; precauzione abbastanza spesso inutile contro la veemenza e l'indiscrezione popolari, tanto si desiderava vederlo, ascoltarlo e persino toccarlo. In mezzo a queste ovazioni prodigiose, la sua umiltà era perfetta; in quei momenti aveva senza sosta nella mente e sulla bocca queste parole del Salmista: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome solo dai gloria».

Quando c'era nella città un convento del suo Ordine, vi si ritirava, a meno che il vescovo non lo obbligasse a venire nel suo palazzo per essere più utile al popolo. Ma nei villaggi dove il suo Ordine non aveva casa, andava ad alloggiare in un monastero di religiosi o presso il parroco.

Dirigendosi verso il luogo scelto per la sua dimora, cantava con quelli della sua compagnia le litanie della Vergine o alcune preghiere pie.

Nonostante le fatiche del viaggio, il Santo non si riposava entrando nella casa che doveva abitare. Continuava i suoi esercizi nell'ordine consueto, digiunava, osservava l'astinenza, faceva orazione, leggeva la santa Scrittura e prendeva una colazione molto frugale. Si sa, la Regola dei Frati Predicatori non obbliga sotto alcuna pena di peccato, e aggiungiamo questo: fuori dal convento ammette una dispensa quasi generale dalle osservanze che costituiscono la vita monastica; il nostro eccellente religioso vi era tuttavia fedele quanto il più fervente novizio. Ne conservava tutte le austerità; ne aggiungeva persino altre. Così portava continuamente un rude cilicio; ogni sera, prima della sua colazione, si amministrava una disciplina sanguinosa; e quando era troppo debole per agire da solo, pregava uno dei suoi compagni, nel nome della Passione del Salvatore, di rendergli questo buon ufficio e di non risparmiarlo.

L'uomo di Dio si coricava tardi e si concedeva cinque ore di sonno soltanto; il suo letto ordinario era la terra o alcuni fasci di ramoscelli. Una pietra o il libro sacro delle Scritture gli serviva da cuscino. Si alzava sempre a mezzanotte per dire Mattutino, e recitava il suo ufficio in ginocchio, molto distintamente e con molta devozione.

La sua castità era ammirevole. Mai guardò una donna in faccia; mai, per trent'anni, vide di tutto il suo corpo che le sue mani nude. Aveva un così grande amore per la povertà evangelica, che esortava tutti ad abbracciarla; molte persone molto ricche, di ogni condizione, distribuirono i loro beni ai poveri per seguire Gesù Cristo povero, all'esempio del suo servitore.

Commossa dai miracoli del Salvatore, e desiderosa di ascoltare la sua dottrina, una grande folla seguiva i suoi passi attraverso la Giudea e la Samaria, dove andava, predicando il regno di Dio. Fu un sentimento simile che raggruppò attorno a san Vincenzo Ferrer alcune persone, felici di seguirlo e di camminare sotto la sua direzione nelle vie della salvezza. Il Santo credette di dover permettere a queste persone di attaccarsi a lui. Il loro numero non tardò ad aumentare; presto si dovettero contare a migliaia i devoti pellegrini che si associarono alle sue corse. La truppa del nostro Santo comprendeva tre categorie principali: la prima formata dai suoi coadiutori, il cui numero saliva a una cinquantina di religiosi o sacerdoti; la seconda, composta da un numero abbastanza considerevole di Terziari dell'Ordine di San Domenico; la terza, riunendo una moltitudine di penitenti il cui numero ha talvolta raggiunto la cifra enorme di diecimila. Lo spettacolo delle virtù eroiche praticate da questi pii pellegrini era una predicazione che parlava agli occhi con tanta eloquenza, quanta ne avevano i sermoni del maestro che risuonavano alle orecchie. Si riceveva allo stesso tempo il precetto e l'esempio della pietà cristiana. Questo numeroso personale accelerava il movimento religioso. Gli uni istruivano gli ignoranti, gli altri davano a ciascuno in particolare i consigli che san Vincenzo dava a tutti in generale. Eccitavano gli uni e gli altri a una pronta imitazione, e aggiungevano ai grandi esercizi religiosi una pompa, un entusiasmo che, di vicino in vicino, non tardava a guadagnare tutti i cuori per una salutare contagione.

Il Santo aveva prescritto dei saggi regolamenti, sia per l'ammissione dei fedeli in questa santa compagnia, sia per il loro modo di vivere. Si respingevano coloro che non godevano di una buona reputazione. I peccatori pubblici dovevano fare prima una penitenza pubblica molto rigorosa, e ancora formavano una sezione a parte, chiamata dei flagellanti, dove si vedevano ladri, assassini, cortigiane, maghi, streghe che espiavano i loro crimini con austerità edificanti. La confessione e la comunione erano d'uso almeno una volta alla settimana. Questa doppia pratica contribuiva a unire i cuori a Dio con legami più stretti, e a stringere tra i membri della società i nodi della carità cristiana.

La sua orazione era continua; e la presenza di Dio gli era così familiare che non ne distoglieva mai né il suo spirito né il suo cuore. Non dava che cinque piccole ore al sonno, eppure poteva dire, come la sposa, che se i suoi sensi erano allora assopiti, il suo cuore non cessava di essere sveglio; poiché non smetteva, durante tutto quel tempo, di pensare a Dio e di occuparsi delle verità eterne. Aveva sempre il crocifisso in mano, o appeso al collo, per meglio conservare la memoria della Passione del suo Salvatore: e lo chiamava la sua grande bibbia, perché vi trovava tutti i tesori della scienza e della luce di Dio, che sono diffusi nelle sacre Scritture. Si confessava tutti i giorni prima di celebrare la santa messa; e, quando era al Canone, l'unzione della grazia di cui la sua anima era colma si dilatava così tanto, che versava lacrime in abbondanza. La devozione verso la Santa Vergine crebbe sempre in lui con l'età, e lavorava senza sosta a impiantarla nel cuore dei suoi penitenti e dei suoi uditori. Quando arrivava in un luogo, non mancava mai, a qualunque ora fosse, di andare in chiesa a salutare il Santissimo Sacramento, come un figlio ben nato che non entra mai nella casa di suo padre senza rendergli i suoi doveri e salutarlo.

Il più delle volte la chiesa era troppo piccola per contenere il suo numeroso uditorio. Sceglieva allora una vasta piazza o una pianura vicina, e vi faceva erigere un palco abbastanza largo per sostenere a destra un altare e a sinistra un pulpito. Celebrava tutti i giorni una messa solenne, accompagnata dal canto di diversi chierici abili e dalla musica grave di un organo che lo seguiva ovunque.

Dopo la messa, salendo sul pulpito ornato di tappeti preziosi e di un baldacchino che lo proteggeva contro i raggi del sole, e allo stesso tempo permetteva alla sua voce di arrivare con più forza fino alle estremità del suo numeroso uditorio, Vincenzo prendeva la parola, e lasciandosi andare a tutto l'ardore del suo zelo, esponeva con una forza irresistibile, un'eloquenza tutta divina, le grandi verità della religione.

Dopo il sermone, si fermava qualche tempo ai piedi del pulpito per dare le sue mani da baciare al popolo e benedire i malati che gli venivano presentati in folla. Recitava su di loro delle preghiere, che spesso restituivano loro miracolosamente la salute. Una campana avvertiva il popolo di questo istante, e la si chiamava la campana dei miracoli.

Quando aveva terminato quest'opera di carità, il nostro Santo si recava in chiesa con altri sacerdoti, suoi compagni, per ascoltare le confessioni di coloro che si erano convertiti, e vi rimaneva fino a mezzogiorno, ora del suo pasto. Pur provvedendo alle necessità della vita con un frugale nutrimento, si faceva fare una lettura della Scrittura santa; terminato il pasto, continuava lui stesso questa lettura, dove meditava in silenzio per un'ora. Finita la lettura, e recitati i Vespri, predicava ancora al popolo un grande sermone. Il resto della giornata era impiegato ad ascoltare le confessioni, a predicare in particolare ai monaci, alle religiose, ai sacerdoti, a certe riunioni particolari, dove l'ispirazione divina lo conduceva; là, spesso scuoteva le persone indurite, riconciliava gli avversari, faceva restituire i beni acquisiti ingiustamente e consolava gli afflitti.

Verso sera, diceva a uno dei suoi fratelli di suonare la campana dei miracoli. A quel suono ben noto, i malati si radunavano in chiesa per ricevere la salute. Infine, all'ingresso della notte, presiedeva una processione di penitenti che si davano pubblicamente la disciplina, ed è con questa cerimonia che Vincenzo terminava gli esercizi pubblici del suo ministero.

Miracolo 08 / 10

Taumaturgia e dono delle lingue

Celebre per i suoi innumerevoli miracoli e per il dono delle lingue, convertì migliaia di ebrei, mori ed eretici.

Oltre alle grazie santificanti, era mirabilmente dotato di quelle che chiamiamo gratuite, che vengono concesse per la salvezza del prossimo. Tra le altre, possedeva in modo eminente quella di parlare con chiarezza, con forza, con unzione e con divina eloquenza. Quando trattava un argomento di compassione e di amore, lo faceva con una tale dolcezza e con parole così patetiche da intenerire tutti i cuori. Ma quando predicava sul peccato, la morte, il giudizio, il purgatorio o l'inferno, lo faceva con uno zelo così forte e folgorante da gettare il terrore nelle anime più indurite. È ciò che gli accadde un giorno a Tolosa: predicando sul giudizio universale e ripetendo queste parole di san Girolamo: «Sorgete, morti, e venite al giudizio!», spaventò a tal punto i suoi uditori da farli tremare e fremere tutti. Un'altra volta, parlando ancora dello stesso argomento nel mezzo di una piazza pubblica, diverse migliaia di persone che lo ascoltavano furono colte da un tale spavento che caddero in deliquio. Durante la maggior parte dei suoi sermoni si udivano le grida e i gemiti di un gran numero di astanti, tanto che era spesso costretto a interrompere le sue predicazioni e a fermarsi di colpo, finché i singhiozzi dei suoi uditori non fossero cessati. I suoi discorsi non erano solo affettivi: li fortificava anche con ragionamenti così potenti e con tante autorità tratte dalla Scrittura e dai Padri della Chiesa, che si sarebbe detto che sapesse a memoria o avesse davanti agli occhi tutti i libri santi. La sua voce era al tempo stesso forte e gradevole, e per quanto grande fosse la moltitudine dei suoi uditori, i più lontani lo udivano con la stessa facilità di quelli che erano più vicini. È persino accaduto talvolta, per un grande miracolo, che persone lontane diverse leghe, che non avevano potuto recarsi al suo sermone, lo abbiano udito distintamente come se fossero state nel mezzo dell'assemblea. Possedeva così eminentemente il dono delle lingue che quella di cui si serviva dal pulpito diventava intelligibile a ogni sorta di nazione, e non vi era nessuno nel suo uditorio, fosse francese, italiano, tedesco, inglese, greco o barbaro, che non lo intendesse e non comprendesse perfettamente ciò che diceva, come se avesse parlato la lingua propria di tutti quei diversi paesi.

Le predizioni e i miracoli che compiva a ogni momento mostrano abbastanza che aveva il dono della profezia e quelle grazie gratuite che danno il potere di guarire le malattie e di operare ogni sorta di prodigi. Predisse alla madre di Alfonso Borgia, quando era ancora un bambino, e in seguito allo stesso Alfonso Borgia, che sarebbe diventa to Papa e che i Alphonse Borgia Papa che ordinò la revisione del processo di Giovanna. n quella suprema dignità gli avrebbe fatto un grandissimo onore; ciò che si rivelò vero: poiché, dopo la morte di Niccolò V, Alfonso, che era divenuto un grande giureconsulto ed era stato fatto vescovo di Valencia e cardinale, fu infine creato Papa con il nome di Callisto III e canonizzò il nostro Santo. Un giorno, mentre predicava ad Alessandria, città della Liguria, si fermò di colpo nel mezzo del sermone e disse al suo uditorio: «Vi do una buona notizia di cui Nostro Signore mi ha reso partecipe oggi; è che vi è tra noi un giovane

¹ Ranzano, Nider, Antlet, Razzi, Diogo, Vittoria, Miguel, ecc., storici del Santo, citati dal P. Pradel.

VIES DES SAINTS. — Tom. IV. 15

uomo che sarà un giorno l'onore della Congregazione di San Francesco e che, con le sue predicazioni e la sua santità, renderà grandissimi servizi alla Chiesa: lo si invocherà pubblicamente con preghiere prima di me». Era san Bernardino da Siena, la luce dell'Italia e dell'Ordine di San Francesco, che fu canonizzato dal Papa Niccolò V, l'anno 1540, cinqu e anni dopo questo santo saint Bernardin de Sienne Santo francescano la cui canonizzazione attirò Diego a Roma. Predicatore. Avvertì due religiosi, uno del suo Ordine e l'altro degli Eremiti di Sant'Agostino, di confessarsi prontamente, perché sarebbero morti improvvisamente lo stesso giorno; essi lo fecero e, poche ore dopo, morirono come egli aveva loro predetto. Per lo stesso spirito profetico, vedeva le cose assenti, sebbene fossero estremamente lontane. Il decesso di suo padre e quello di sua madre gli furono rivelati mentre predicava, affinché potesse raccomandarli alle preghiere dei suoi uditori.

Uno di coloro che si erano uniti ai pellegrini che seguivano l'Apostolo di Dio aveva uno spirito abbastanza mal disposto da mettere in dubbio interiormente i miracoli e le conversioni che vedeva operare dal taumaturgo. Osservava tutte le sue parole e tutte le sue azioni per trovarvi da ridire, alla maniera dei Farisei, i cui occhi erano sempre fissi sul Salvatore degli uomini nella speranza e nella volontà di coglierlo in fallo. Un giorno Vincenzo lo avvicina, lo guarda fissamente e comincia a rivelargli con il suo discorso tutti i pensieri del suo cuore, tutte le critiche e tutti i dubbi che si affollavano nella sua anima riguardo alla sua condotta apostolica; lo fece con tanta verità e forza che il discepolo, confuso e pentito, si gettò ai suoi piedi e gli chiese umilmente perdono. Vincenzo glielo accordò di buon grado; ma allo stesso tempo gli rivolse un avvertimento paterno: «Pensate», gli disse, «a ciò che fate voi stesso, e non a ciò che fanno gli altri».

Non solo Vincenzo praticava questa virtù che rende l'uomo amabile a coloro che vivono con lui, ma la insinuava agli altri con molta destrezza. Un giorno, una donna venne a trovarlo, lamentandosi vivamente dei maltrattamenti che subiva da parte del marito. «Insegnatemi, mio buon Padre», aggiunse, «un mezzo efficace per avere la pace in casa, affinché quest'uomo non mi maltratti continuamente a parole e nei fatti». Il Santo la lasciò parlare a suo agio; comprese presto la causa del male di cui lei reclamava il rimedio; era solo la sua loquacità e la sua petulanza; eccitava l'ira del marito con il suo chiacchiericcio e le sue repliche insolenti. Allora il Santo le disse: «Se desiderate porre fine a queste disposizioni spiacevoli, andate a trovare il fratello portinaio del nostro convento e fatevi dare in un vaso dell'acqua del pozzo che è nel mezzo del chiostro. Quando vostro marito entrerà in casa, prendete subito un sorso di quest'acqua senza ingoiarlo e tenetelo a lungo in bocca. Se farete questo, ve lo assicuro, vostro marito non si arrabbierà più e diventerà dolce come un agnello». Subito la donna si affrettò a eseguire il consiglio del Santo, trovando che il rimedio non era difficile. Quando il marito entrò in casa, cominciando a irritarsi, lei corse al vaso e bevve il suo sorso d'acqua, che trattenne quanto più poté; il che fece sì che, non trovando risposta, il marito si tacque a sua volta. Egli stesso fu meravigliato del fatto che lei non dicesse nulla e ringraziò Dio di avergli cambiato il cuore e chiuso la bocca, da cui provenivano tutte le loro dispute. Quando il fatto si fu prodotto diverse volte, sempre con lo stesso successo, la donna tornò a trovare san Vincenzo e lo ringraziò con effusione per averle insegnato un simile rimedio. Allora il Santo, parlandole con dolcezza, ma con chiarezza, le disse: «Il rimedio che vi ho insegnato, figlia mia, non è l'acqua del pozzo, come credete, ma il silenzio. Tacendo avete messo la pace tra voi e vostro marito. Appena in casa, lo irritavate con richieste importune, ed egli se ne andava in collera; era colpa vostra se questa collera andava crescendo; le vostre repliche insolenti ne erano la causa. In futuro mantenete il silenzio e sarete sempre in pace con vostro marito». Da qui il proverbio comune a Valencia; quando una donna si lamenta del marito, le si risponde: «Riempitevi la bocca d'acqua e vi accadrà ciò che ha detto san Vincenzo!».

Quando confessava i peccatori, Vincenzo li aiutava miracolosamente a scoprire le colpe che non erano venute loro in mente. Ma ciò che è ancora più singolare è che durante le sue predicazioni gli capitava di fissare gli occhi su certe persone che non aveva mai visto e di cui non aveva mai sentito parlare, e allora avviava la questione dei peccati nei quali cadevano abitualmente, ed entrava in circostanze così particolari e individuali che i peccatori avevano l'abitudine di dire di lui: «Quest'uomo è veramente un santo, conosce tutto ciò che c'è di più nascosto nel nostro intimo». Era un usuraio, un adultero, un ladro, un assassino, un uomo colpevole di misfatti abominevoli? La parola di Vincenzo andava così dritta alla ferita dell'anima, scopriva talmente il segreto del cuore, che alla fine, aiutato da ragionamenti serrati e da un'eloquenza infiammata dall'amore, riusciva a convertirli dai vizi nei quali erano immersi e a ricondurli alla via della giustizia e della penitenza. Dio aveva mostrato al profeta Ezechiele le abominazioni del suo popolo al tempo in cui viveva quel profeta, affinché lo esortasse alla penitenza. Diede a Vincenzo Ferrer le stesse luci. Ovunque andasse a predicare, vedeva i peccati del popolo e le piaghe delle anime; è ciò che dava alla sua parola una direzione così saggia, così prudente, così efficace per la correzione dei disordini. Se non fosse stato così in alcuno dei luoghi in cui si esercitò il suo apostolato, Vincenzo non avrebbe potuto conoscere i peccati particolari, i segreti abominevoli di molti; non avrebbe potuto fissare lo sguardo su di loro, convincerli della loro scelleratezza e portarli efficacemente alla penitenza.

Miracoli eclatanti sostennero la sua missione; il numero è incalcolabile. Più di ottocentosessanta sono riportati in un'inchiesta fatta ad Avignone, Tolosa, Nantes e Nancy; lui stesso, a Salamanca, confessò di averne già operati più di tremila. Dio sembrava obbedire alla volontà e, per così dire, agli ordini del suo apostolo. Durante il periodo del suo apostolato, ne operava regolarmente ogni mattina dopo la sua predicazione: Suona la campana dei miracoli, diceva a uno dei suoi discepoli. A volte, ispirato interiormente, non guariva tutti coloro che si presentavano; ma quando tornavano all'ora assegnata, cosa che non mancavano di fare, finiva sempre per restituire loro la salute. Se avesse fatto nel corso di questi vent'anni solo otto miracoli al giorno, si arriverebbe alla cifra di cinquantottomilaquattrocento. Ma questo calcolo è evidentemente troppo debole, poiché, è un fatto costante, il nostro Santo ne operava non solo nelle assemblee pubbliche e dal pulpito, ma anche camminando, stando al loggiato, a ogni istante, per così dire; da cui questa parola comune tra gli storici della sua vita: «Era un miracolo quando non faceva miracoli, e il più grande miracolo che fece fu di non farne affatto». La parola grave di san Luigi Bertrando conferma la loro testimonianza: «Dio», dice questo Santo, «ha autorizzato la dottrina di Vincenzo Ferrer con tanti miracoli che, dagli Apostoli fino ai nostri giorni, non vi è Santo che ne abbia operati di più. Dio solo ne conosce il numero, come solo conosce il numero delle stelle che popolano il firmamento». La sua virtù era così sovrana in materia di guarigioni che la comunicava agli altri, e persino agli oggetti inanimati che erano stati in suo uso. Spesso il popolo si riuniva per chiedergli una grazia di questo genere; Vincenzo si voltava verso uno dei suoi compagni e gli diceva: «Oggi ho fatto abbastanza miracoli e ne sono stanco. Fate voi stesso ciò che mi si chiede; il Signore che opera per mezzo mio, opererà anche per mezzo vostro». Quattrocento malati riacquistarono la salute sdraiandosi soltanto sul letto dove era morto. Riporteremo qui alcuni di questi miracoli, per far comprendere quale dovesse essere l'ammirazione delle popolazioni che erano le felici testimoni di queste meraviglie.

Uno dei principali fu la resurrezione di un bambino che sua madre aveva ucciso, fatto a pezzi e fatto arrostire in un impeto di frenesia, al quale era soggetta. Suo padre, che ospitava il Santo durante la missione e che, in quel tempo, assisteva al suo sermone, essendo tornato a casa, fu colto da un tale orrore e da un dolore così veemente che era come fuori di sé e non sapeva a cosa risolversi; ma Vincenzo, avendolo seguito ed essendo arrivato al suo alloggio, lo consolò, assicurandolo che Dio non aveva permesso un incidente così tragico se non per trarne la sua gloria. Infatti, essendosi fatto portare le membra del morto, le riunì tutte le une alle altre e, per l'efficacia delle sue preghiere e la forza del segno della croce, ristabilì quel corpo intero e gli restituì la vita: prodigio così singolare che non se ne trova quasi alcuno di simile in tutta la storia ecclesiastica. Si dice che questa meraviglia accadde in Guascogna o in Linguadoca.

A Valencia, presentarono a Vincenzo una mendicante, inferma e muta. Il Santo fece il segno della croce sulla fronte e sulla bocca di questa donna e le chiese cosa volesse. «Chiedo tre cose», disse lei, «la salute del corpo, il pane di ogni giorno e l'uso della parola». L'uomo di Dio le replicò: «Di queste tre cose, due vi sono accordate, la terza non vi conviene per la salvezza della vostra anima». La supplice rispose: Amen, e tornò muta come prima.

Ad Ecija in Andalusia, una ricca ebrea venne per curiosità ad ascoltarlo predicare; ma non gradendo la sua dottrina, entrò in furore, poi si diresse verso la porta. Il popolo si opponeva al suo passaggio: «Si lasci uscire», esclama Vincenzo, «e che tutti si ritirino dal portico della chiesa». All'istante il portico crolla sulla testa dell'ebrea; la ritrovarono spezzata e morta; ma il Santo, dall'alto del pulpito, si mise in preghiera e la resuscitò nel nome di Gesù di Nazaret. Le prime parole dell'israelita furono che non vi era vera religione se non quella dei cristiani. Si convertì e, per perpetuare la memoria di questo evento, stabilì in quella chiesa una fondazione pia.

Non segniamo qui in particolare i malati che ha guarito, i ciechi a cui ha dato la vista, i sordi che ha fatto udire, i muti che ha fatto parlare, le donne incinte che ha sollevato nei loro dolori, né i paralitici che ha rimesso in grado di agire e di camminare. Ciò che non bisogna omettere è che ha spesso moltiplicato così prodigiosamente un po' di pane e di vino che se ne è trovato a sufficienza per nutrire ora duemila, ora quattromila o seimila persone: dopo questa distribuzione il pane e il vino erano altrettanto interi, e persino più abbondanti di prima. Ciò ci mostra che Nostro Signore non opera miracoli minori per mezzo dei suoi servitori di quelli che ha fatto per mezzo di se stesso.

La processione dei disciplinanti era capace da sola di intenerire le anime più indurite. Si faceva ogni sera al tramonto del sole, con qualsiasi tempo, anche sotto la pioggia, la neve, il vento, la tempesta. Vi si vedevano persone di ogni condizione, nobili e plebei, grandi e piccoli, persino bambini di quattro o cinque anni che non temevano di colpirsi con una santa crudeltà, al fine di espiare i peccati del popolo. Questa schiera usciva dalla chiesa, divisa in due parti, quella degli uomini e quella delle donne. Si camminava a due a due, a piedi nudi, il volto velato, il sacco della penitenza ai fianchi e le spalle scoperte, in modo tuttavia che la modestia non fosse offesa. Ogni penitente si colpiva con una disciplina, pensando alla Passione del Salvatore. Il sangue scorreva e persino, trasportati dal fervore, un gran numero arrivava fino a intaccare la carne e a staccarne lembi per la violenza dei colpi. E tuttavia, cosa veramente sorprendente, Dio lo permise così! mai nessuno di questi austeri penitenti soffrì nella sua salute in seguito a questo esercizio; il nostro Santo lo ha fatto notare lui stesso, al fine di mostrare al popolo quanto questa dimostrazione di penitenza sensibile fosse gradita a Dio; in dodici anni non era ancora morta una sola delle persone che formavano la compagnia speciale dei disciplinanti.

Mentre questa processione attraversava le strade della città, si radunavano nella chiesa donne di malaffare e uno dei compagni di san Vincenzo predicava loro sul peccato, sulla penitenza, sull'inferno. Molte di queste disgraziate non resistevano alle pressanti esortazioni che venivano loro rivolte. Le si vedeva il giorno dopo rompere tutti i legami che le legavano al vizio e far parte della processione di penitenza pubblica.

Cosa risultava da tutto ciò? È che fin dall'ingresso di Vincenzo in una città, questa città assumeva l'aspetto di Ninive quando Giona vi predicava la penitenza. Si piangeva quando si udiva la messa del Santo, ma soprattutto si versavano abbondanti lacrime quando esortava i suoi uditori al pentimento. Erano allora sospiri brucianti, singhiozzi profondi, grida che risuonavano nell'aria. Si sarebbe detto che ognuno piangesse la morte di un primogenito, di un padre o di una madre. Le piazze e le pianure che copriva il suo uditorio davano un'idea del giudizio universale: era, infatti, come il terrore futuro e il lamento lamentevole di tutte le tribù della terra nella valle di Giosafat. Ora, nota Nicola di Clémangis, testimone oculare, l'emozione raggiungeva le anime più fredde e i cuori di pietra si ammorbidivano al punto di sciogliersi in lacrime, in gemiti e in accenti strazianti.

Si immagini inoltre l'affluenza straordinaria delle popolazioni. L'uditorio del Santo non era composto solo dagli abitanti della città dove predicava. Gli capitava spesso di vedere attorno al suo pulpito più di cinquantamila persone, sebbene predicasse solo in piccoli villaggi. Si facevano volentieri diverse leghe per udirlo. Mentre predicava, tutti gli artigiani abbandonavano i loro lavori e i negozianti i loro magazzini. Nelle città di studio, i maestri sospendevano le loro lezioni. Il maltempo, il vento, la pioggia non impedivano alla folla di recarsi sulle piazze pubbliche dove il Santo doveva parlare. I malati che avevano abbastanza forza per camminare abbandonavano i loro ospedali, altri si facevano portare; tutti speravano che i loro corpi sarebbero stati guariti insieme alle loro anime, e questa speranza era spesso realizzata.

Si può giudicare in qualche modo, dal fatto seguente, l'ardore che la parola del Santo ispirava al popolo per la penitenza: ovunque Vincenzo arrivava, le piazze pubbliche erano invase da mercanti il cui commercio consisteva unicamente in discipline, in cilici, in catene di ferro, in sacchi di penitenza e in altri strumenti di mortificazione.

Bisogna dunque stupirsi se la sua parola ha prodotto tanto frutto e se si dice che ha convertito diciottomila Mori, Turchi o Saraceni; venticinquemila eretici o scismatici e migliaia senza numero di contadini che non erano meno rozzi e ignoranti nelle cose della fede dei pagani stessi? Certamente, questo grande predicatore si abbassava fino a catechizzare e istruire gli idioti e i bambini; insegnava loro a fare il segno della croce, a dire il Pater, l'Ave, il Credo, il Confiteor e il Salve Regina; e a invocare spesso i santissimi nomi di Gesù e di Maria. Infine ha ritirato dal vizio, nel corso della sua missione, più di centomila peccatori. Non bisognava temere, quando aveva predicato in qualche luogo, di vedervi in chiesa donne con un aspetto contrario alla modestia cristiana e al rispetto che devono agli angeli; poiché otteneva sempre questo vantaggio sulle persone di questo sesso, che rinunciavano al lusso, alla vanità e a tutto ciò che non era secondo le regole della pudicizia. San Vincenzo predicando un giorno nella città di Tortosa, contro lo scisma di Benedetto XIII, davanti alla regina Margherita, vedova di Don Martino, re d'Aragona, questa principessa si sentì così vivamente toccata dal rimorso di aver sostenuto quell'antipapa che ne pianse amaramente davanti a tutta l'assemblea ed entrò poi in un monastero vicino a Barcellona, dove ha finito i suoi giorni nella pratica di una grande umiltà.

Le sue esortazioni al confessionale erano così efficaci che dei penitenti sono morti ai suoi piedi per l'eccesso della contrizione che aveva eccitato nei loro cuori. Quando san Vincenzo Ferrer era in Francia, si trovava a Béziers un uomo che aveva commesso grandi crimini, tra gli altri quello dell'incesto, e di più disperava quasi interamente della misericordia divina. Il Santo essendo andato a predicare nella città abitata da questo grande criminale, costui andò a udirlo e fu talmente penetrato dal fuoco delle sue parole che venne, tutto contrito e umiliato, a gettarsi ai suoi piedi per fargli l'accusa dei suoi peccati. Effettivamente si confessò con una contrizione così grande che san Vincenzo, avendogli imposto sette anni di penitenza, egli esclamò: «Come, mio Padre! per peccati così gravi una così leggera penitenza! — Sì, figlio mio, rispose il Santo, e voglio persino diminuirvela. La vostra penitenza non sarà un digiuno di sette anni, ma solo di tre giorni a pane e acqua». Il dolore di questo vero penitente crebbe sentendo il Santo diminuire così una penitenza che gli sembrava già troppo debole, e rispose: «Ma, mio Padre, è possibile che per colpe così gravi mi imponiate una soddisfazione così leggera?» A queste parole san Vincenzo rispose con santa risoluzione: «Andiamo, figlio mio, non voglio imporvi altra penitenza che questa: tre volte la recitazione del Pater». Il penitente sincero e sottomesso inclinò umilmente la testa e si mise a recitare i suoi tre Pater. Ma il suo dolore fu così grande, la sua contrizione così perfetta che, non potendo terminare la sua penitenza, cadde morto ai piedi del santo confessore. La notte seguente, l'anima gloriosa di questo penitente apparve a Vincenzo: «Per la grande misericordia di Dio, disse, e a causa della mia contrizione perfetta, il Signore mi ha concesso il suo perdono completo e sono entrato in paradiso senza passare per le fiamme del purgatorio».

In un altro luogo, una donna che conduceva una vita scandalosa era venuta in chiesa per ascoltare predicare il Santo. Ma siccome vi era andata per ogni altro motivo che quello di ascoltare la parola divina, si mise in un posto ben visibile, al fine di essere meglio vista dai suoi ammiratori.

L'uomo di Dio sale sul pulpito e si mette a predicare contro i vani ornamenti delle donne e contro i peccati dei sensi. Esorta con forza i suoi uditori a detestarli come altrettante offese a Dio gravissime. O potenza ammirevole della parola divina!... le esortazioni del Santo penetrarono il cuore della cortigiana, al punto che la contrizione di cui fu colta le fece versare una grande abbondanza di lacrime di pentimento; il suo dolore fu persino così vivo che ne fu soffocata: cadde morta per terra alla vista di tutto l'uditorio. Tutti coloro che erano presenti erano stati testimoni del suo dolore e delle sue lacrime, ma nondimeno tremavano per la salvezza della sua anima. Vedendola morire così improvvisamente, presero quella morte subitanea per un castigo di Dio e deploravano la sua perdita, che poteva essere eterna. Ma il santo oratore li consolò prontamente: «Brava gente», disse loro, «non temete per la salvezza di questa donna, perché la sua contrizione perfetta l'ha salvata. Pregate per lei». A queste parole, il santo predicatore fu interrotto da una voce venuta dal cielo che gli disse: «Non è più necessario pregare per lei, ma pregate che lei interceda per voi, perché è già in paradiso». Così fu confermato ciò che aveva annunciato il Santo, che la contrizione perfetta aveva salvato quella donna e che già godeva della corona di gloria tra le anime dei veri penitenti che sono in cielo.

Missione 09 / 10

Missioni in Francia e lotta contro le eresie

Evangelizza il Delfinato, la Savoia e combatte i Valdesi, trasformando radicalmente i costumi delle popolazioni locali.

Riprendiamo ora, in poche parole, il corso della sua vita, dalla grande malattia che ebbe ad Avignone, dove Nostro Signore gli apparve, lo incaricò delle funzioni dell'apostolato e gli restituì una perfetta salute (1398). Uscito da Avignone, percorse i regni di Valencia e d'Aragona, dove, in meno di due anni, compì innumerevoli conversioni e ristabilì ovunque la pietà nelle città, nei borghi e nei villaggi.

All'inizio del XV secolo, il nostro santo Missionario passò in Francia. La debolezza di Carlo VI, le divisioni scandalose dei più potenti signori di questo regno, le conseguenze funeste dello scisma, avevano ridotto la Chiesa gallicana in uno stato degno di pietà; l'ignoranza e la corruzione dei costumi vi esercitavano i più grandi flagelli. Bisognava alzare la voce, tuonare con forza, ravvivare la fede, scuotere le coscienze, strappare i peccatori alla loro vita criminale. Era un compito arduo; Vincenzo se ne acquittò da apostolo.

Evangelizzò dapprima la Provenza, il Delfinato, poi passò in Piemonte e dal Piemonte in Lombardia: ovunque produsse gli stessi frutti di salvezza. Trovandosi in Piemonte, gli abitanti di Moncalieri si lamentarono che, ogni anno, una tempesta rovinava le loro vigne quando erano vicini alla vendemmia. Egli diede loro, come rimedio, di gettarvi dell'acqua benedetta: ciò ebbe un effetto così buono che, essendo sopraggiunta la tempesta, essa non poté nuocere alle vigne che ne erano state asperse, mentre devastò quelle dei padroni increduli che avevano trascurato il mezzo che il Santo aveva dato. Dal Piemonte venne nel Delfinato, l'anno 1402, che evangelizzò più volte. Tre valli soprattutto furono il teatro dei suoi lavori e dei miracolosi successi della sua predicazione: l'Argentière, Freissinières e Vallouise, tutte e tre situate sulla riva destra della Durance, tra Embrun e Briançon. Esse erano allora popolate di eretici, rinomati per le loro violenze, per la loro profonda immoralità e conosciuti sotto il nome di Valdesi.

I ra cconti Vaudois Gruppo religioso dissidente che Vincenzo combatté nelle Alpi. che furono fatti al nostro Santo sulle abitudini dissolute e barbare di questi eretici e sui pericoli di una missione, in mezzo alle gole selvagge che abitavano, lungi dallo scoraggiarlo spaventandolo, infiammarono il suo zelo di un santo ardore. Penetrò dunque tra loro; predicò, si levò con forza contro le mostruose eresie della loro fede e gli infami disordini della loro vita. Tre volte attentarono ai suoi giorni, tre volte fu divinamente protetto. Infine, questi uomini, vinti dalle virtù e dall'eloquenza del pio missionario, abiurarono le loro credenze e rientrarono in massa nel grembo della Chiesa. La trasformazione fu tale che una di queste valli lasciò il suo nome di Val-Pute o Valle-di-Corruzione, e prese il nome di Val-Pure o Valle-di-Purezza, nome che scambiò, sotto Luigi XI, con quello di Vallouise, che conserva ancora.

Dal Delfinato, entrò in Savoia. La sua missione in Savoia è degli anni 1402 e 1403. Nel 1402 ricorreva il settimo giubileo settennale o grande perdono di Nostra Signora di Liesse, ad Annecy, che egli predicò. Si nota che in questo paese il Santo dovette combattere il culto del Grande Oriente, probabilmente già una setta massonica. A Chambéry, fondò un convento del suo Ordine. Percorse poi il Piemonte e la diocesi di Losanna, dove distrusse il culto del sole, stabilito tra i contadini. Passando sulle frontiere della Germania, si recò in Lorena, dove si vede ancora a Toul la cattedra da cui annunciava la parola di Dio. A Genova, l'anno 1405, e sebbene parlasse la sua lingua naturale, che era lo spagnolo, gli stranieri di ogni sorta di nazione, che erano in questa città mercantile, non mancavano di intenderlo perfettamente. Ritornò in Francia, dove, essendo passato per Parigi, continuò la sua missione fino nelle Fiandre, di cui illuminò tutto il paese con la luce delle sue predicazioni. Il re d'Inghilterra avendolo sollecitato a venire anche nei suoi Stati, s'imbarcò per l'Inghilterra, la Scozia e l'Irlanda; le percorse durante gli anni 1406 e 1407. In seguito ripassò in Francia, e predicò nel Poitou e nella Guascogna fino alla Quaresima dell'anno 1408, che impiegò a predicare nell'Alvernia. Fu là che ricevette lettere da Aben-Ava-Macoma, re di Granada, che lo supplicava di recarsi nel suo regno, al fine di istruirlo sui misteri della fede, che aveva intenzione di abbracciare. Questo fervente predicatore, vedendo una così bella occasione di combattere l'Alcorano e di bandire il Maomettismo dalla Spagna, non mancò di volarvi, e, nelle tre settimane in cui predicò davanti al re, lo conquistò così bene che ottenne anche il permesso di lavorare alla conversione dei suoi vassalli. Ma i grandi del suo Stato, animati dal demonio, avendolo minacciato di far sollevare tutto il popolo contro di lui, e di fargli perdere la corona, se non avesse cacciato prontamente questo nuovo predicatore, quel re pusillanime, colto da un vano timore, congedò san Vincenzo senza farsi battezzare, e morì miseramente, poco tempo dopo, nella sua infedeltà.

Il Santo, lasciando Granada, venne a Barcellona e in tutto il paese di Catalogna e di Valencia, dove fece compiere restituzioni e riconciliazioni che sembravano impossibili. Dovette consolare Don Martino, re d'Aragona, dalla perdita funesta del suo unico figlio, re di Sicilia, morto nel seno di un'insigne vittoria riportata sui popoli di Sardegna. Predisse anche la morte dello stesso re d'Aragona, predicando a Morella, vicino a Valencia. Dopo la morte di questo re, essendo sorti grandi torbidi in Spagna per la successione alla corona, Vincenzo passò in Italia, dove predicò a Firenze, a Siena, a Lucca, a Pisa e in molti luoghi dei dintorni. Ma Giovanni, re di Castiglia, avendolo chiamato per porre fine alle divisioni di cui abbiamo appena parlato, ne venne felicemente a capo; tutti si rimisero al suo giudizio, su colui a cui la corona d'Aragona doveva appartenere. Fu ancora abbastanza fortunato da ritirare il re di Castiglia dal partito di Benedetto XIII, e per obbligarlo a riconoscere come Papa colui che sarebbe stato nominato dal concilio di Costanza, che si stava assemblando a questo scopo.

Non si saprebbe credere ciò che fece in seguito per tutta la Spagna; poiché, a stento vi fu città, borgo o villaggio, persino fino nell'isola di Maiorca e di Minorca, dove non portasse la fiaccola del Vangelo e la luce della verità. Questa grande missione compiuta, rientrò in Francia, predicò ovunque nella Linguadoca, nel Berry e nella Borgogna, e riempì queste tre province della reputazione della sua santità, per i grandi miracoli che vi compì.

Vita 10 / 10

Ultima missione in Bretagna e morte a Vannes

Chiamato dal duca Giovanni V, terminò i suoi giorni in Bretagna e morì a Vannes nel 1419, dove le sue reliquie sono tuttora venerate.

San Vincenzo Ferreri si trovava a Le Puy-en-Velay quando un ambasciatore del duca di Bretagna, Giovanni V, gli consegnò una lettera del suo sovrano, che lo pregava di recarsi nei suoi Stati. Gli diceva che diverse città della Bretagna avevano completamente dimenticato la dottrina e la legge di Gesù Cristo, al punto da sembrare abitate da pagani. Queste parole afflissero profondamente il Santo, tuttavia non poté determinare l'epoca del suo passaggio in Bretagna, poiché voleva prima recarsi al concilio di Costanza. Mentre, lungo il cammino, operava prodigi, ricevette un secondo e un terzo ambasciatore del duca di Bretagna, che lo pregava nuovamente di considerare quanto la sua presenza fosse necessaria nei suoi Stati. I fedeli non conoscevano più la religione; a stento gli ecclesiastici conoscevano le cerimonie della messa. I secolari, per mancanza di chi li istruisse, ignoravano non solo i comandamenti di Dio, ma anche il modo di farsi il segno della Croce. Questa ignoranza produceva una folla di disordini, fino a incantesimi e sortilegi. Un quadro così desolante non poteva mancare di commuovere il cuore di san Vincenzo. Risolse di recarsi al più presto in Bretagna, e verso la fine di gennaio 1417, prese la via del Borbonese, della Borgogna, Digione, Clairvaux, Langres, Nancy, il Berry, la Turenna, la cui capitale era una Babilonia di iniquità. Ad Angers, avendo predicato contro il lusso eccessivo delle donne, fece cessare lo scandalo. A Nantes, fu ricevuto come un angelo e guarì diversi malati. A Vannes, dove risiedeva il duca, che meritò il soprannome di B uono p Vannes Luogo di nascita di sant'Emiliano. er la sua singolare dolcezza, il vescovo, assistito dai suoi canonici e da tutto il clero, e il duca stesso con la duchessa e tutto ciò che vi era di nobili, magistrati e popolo nella città, gli venne incontro fino alla cappella di San Lorenzo, a mezza lega dalle porte. Fu condotto in questo modo con mille acclamazioni di gioia fino alla chiesa cattedrale, dove il vescovo volle che desse la benedizione. Il giorno seguente, fu eretto un grande palco davanti al portale, dove celebrò la messa; dopo la messa, predicò su questo passo del capitolo VI di san Giovanni, che era stato letto nel Vangelo: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto», e sollecitò con una forza meravigliosa i suoi uditori a profittare dei resti del banchetto della parola di Dio che portava, come se avesse voluto significare che la sua missione sarebbe finita presto con la sua vita. Predisse alla duchessa che avrebbe dato alla luce un figlio che sarebbe arrivato alla corona di Bretagna, cosa che si verificò; poiché, sebbene questo principe non fosse il primogenito, non mancò di diventare duca, essendo Francesco I, suo fratello, morto senza figli.

Sebbene il lavoro di questa missione fosse molto penoso, a causa della corruzione dei costumi e dei vizi inveterati dei bretoni, il Santo estese ancora il suo zelo fino alla Normandia. Un povero miserabile, essendo alla disperazione per aver dato al demonio un foglio firmato di sua mano, con il quale si abbandonava a lui, il Santo costrinse questo nemico degli uomini a riportare pubblicamente quel foglio, per essere strappato e fatto a pezzi. Liberò anche una fanciulla di cui il demonio si era impossessato, perché non aveva fatto il segno della croce in un grande tumulto che egli stesso aveva eccitato nella casa di suo padre: ma se lo scacciò da alcuni corpi, lo fece uscire da un'infinità di anime, che si erano rese sue schiave con il peccato. E tutti questi paesi hanno risentito a lungo del cambiamento che vi aveva fatto con la forza delle sue ammirevoli predicazioni. Si dice persino che il tribunale di Caen, dopo le predicazioni del nostro Santo, rimase diversi anni senza avere processi da giudicare, la carità cristiana rendendo essa stessa giustizia e terminando tutte le controversie delle parti.

Il demonio faceva bene tutto ciò che poteva per impedire questi grandi frutti: si è talvolta travestito da eremita, e mescolato tra i suoi uditori per screditarlo, e distoglierli dall'ascoltarlo; altre volte ha eccitato tempeste e fatto apparire nell'aria nubi nere e spesse, pronte a risolversi in pioggia e grandine, affinché il mondo che era al sermone, in piena campagna, si ritirasse prontamente e andasse a cercare un riparo nelle case. Ha preso anche la figura di cavalli focosi che sembravano venire a piombare sull'uditorio, per turbarne l'attenzione e interrompere il Santo nel mezzo del suo discorso. Ma quest'uomo ammirevole ha sempre scoperto le sue astuzie e dissipato i suoi cattivi disegni. Un giorno, questo mostro gli disse che era con ragione che lo chiamavano Vincenzo, poiché era sempre vittorioso, e che tutto l'inferno non gli poteva resistere.

La persecuzione delle lingue maldicenti fu molto più sensibile a san Vincenzo di quella dei demoni; e, a dire il vero, questa è stata la pietra di paragone con cui Nostro Signore ha voluto provare la costanza, la fedeltà, l'amore del prossimo, l'umiltà e generalmente tutte le virtù che erano in lui. In effetti, si sono trovate persone, aventi anche qualche apparenza di pietà, che lo hanno caricato di ingiurie, e che lo hanno trattato da vagabondo, da ciarlatano, da ipocrita e da falso profeta; altri dicevano che era un predicatore di favole e di sogni, e che non intraprendeva queste grandi missioni che per fuggire la solitudine, sottrarsi all'obbedienza dei suoi superiori, avere ingresso presso i grandi e farsi adorare dai popoli. Si mostrano ancora oggi prigioni che si dice siano state santificate dalla sua umiltà e dalla sua invincibile pazienza. Ma tutte queste contraddizioni non erano che fregi per comporre la sua corona, e farlo apparire davanti a Dio come un oro purificato dal fuoco ed esente da ogni mescolanza. La sua vita, più austera di quella dei più rigorosi solitari, la sua avversione per le cariche e per le dignità della Chiesa, i suoi miracoli continui, e il successo inestimabile delle sue predicazioni, facevano ben vedere l'ingiustizia di tutti questi rimproveri, e che san Vincenzo era un apostolo straordinariamente inviato dal cielo per la riforma dei costumi dei fedeli. Dio fece anche prodigi per punire queste lingue maldicenti; e la maggior parte, colpite dalla sua mano, furono obbligate a ricorrere al Santo per essere liberate dai flagelli che si erano attirati con le loro calunnie.

Dopo aver percorso la Normandia, ritornò a Vannes Vannes Luogo di nascita di sant'Emiliano. , per continuarvi i suoi lavori. Ma i cinque compagni che conduceva sempre con sé, per assisterlo nelle confessioni e per avere una santa compagnia con cui potesse mantenere una forma di comunità fuori dai conventi del suo Ordine, vedendo che la sua salute diminuiva notevolmente, e che non poteva vivere ancora a lungo, lo pregarono, con molta insistenza, di ritornare a Valencia, affinché questa città, che era stata il luogo della sua nascita, fosse anche quello della sua sepoltura. Resistette loro per qualche tempo; ma, infine, cedendo al loro avviso, dopo aver esortato gli abitanti di Vannes a non dimenticare mai le verità che aveva loro predicato, partì di notte, con i suoi confratelli, per prendere la strada della Spagna. Camminarono sempre fino al levar del sole, e credevano già di essere lontani diverse leghe dalla città; ma, sorto il giorno, videro che erano ancora alle porte. Vincenzo, vedendo questo prodigio, disse ai suoi religiosi che erano con lui: «Rientriamo, fratelli miei, Dio vuole che io muoia qui, e mai Valencia avrà le mie ossa, perché non ha voluto seguire gli avvisi che le ho dato».

rientrarono dunque in città, e la gioia fu così grande, che si corse alle chiese per suonarvi le campane. Ma durò poco; poiché, poco tempo dopo, Vincenzo cadde malato e dichiarò al vescovo, che era Amaury de La Motte, e ai magistrati che vennero a vederlo, che dieci giorni dopo sarebbe partito da questo mondo. Non volle avere medici in questa malattia, perché sapeva che era ordinata da Dio per disporlo alla morte; ma si confessava tutti i giorni, considerando il sacramento della Penitenza come un rimedio sovrano contro le malattie dell'anima. Il lunedì della settimana della Passione, si fece applicare l'indulgenza plenaria che il papa Martino V gli aveva inviato per l'ora della morte; era persuaso che, nonostante i lavori che si possono aver intrapreso per la gloria di Dio, si è sempre servi inutili e che si ha sempre bisogno della sua indulgenza e della sua misericordia. Infine, dopo aver ricevuto gli ultimi Sacramenti dalla mano del vicario generale della chiesa cattedrale, rese il suo spirito a Dio in presenza della duchessa Giovanna di Francia e di tutte le dame di corte, il mercoledì 5 aprile, l'anno di Nostro Signore 1419, e della sua età il settantesimo.

San Vincenzo predicò dal 1398 al 1419. Per i frutti che ha prodotto, non si potrebbe dire che nessun altro missionario l'abbia superato. È stato l'uomo della Provvidenza per mantenere i popoli nella fede, all'epoca dello scisma d'Occidente.

Sarebbe curioso tracciare il quadro di tutti i luoghi, e specialmente quelli del nostro paese, dove Vincenzo lasciò, per così dire, l'impronta dei suoi passi: nomineremo alcune località dove è sussistito più a lungo il ricordo del suo passaggio.

Carpentras conservò con venerazione, fino al 1793, la cattedra nella quale Vincenzo predicò il 14 dicembre 1399; — si vedeva poco tempo fa a Clermont, quella dove salì nel 1407; — si leggeva anche in una chiesa di Nevers, un'iscrizione che ricordava le sue predicazioni in quella città.

A Rodez, la tradizione vuole che abbia predicato in un grande prato del priorato di Saint-Félix, che non ne è lontano. — A Saint-Omer, si venerò a lungo il suo cilicio.

A Graus, in Catalogna, istituì la processione dei disciplinanti, e gettò le fondamenta di questa compagnia meravigliosa di sante anime che lo accompagnarono nelle sue peregrinazioni apostoliche. In questa stessa città di Graus, lasciò, come ricordo, un crocifisso che gli fu chiesto dagli abitanti. Questa immagine divenne lo strumento di diversi miracoli.

Gli angeli lo visitarono spesso; ma una delle più belle manifestazioni angeliche fatte al nostro Santo fu quella dell'angelo custode di Barcellona. Entrando in città vide, vicino alla porta, un giovane risplendente di luce, tenente un gladio da una mano e dall'altra uno scudo. Il Santo gli chiese cosa facesse in quel luogo con quelle armi. «Sono l'angelo custode di Barcellona», rispose, «questa città è sotto la mia protezione». Nel primo sermone che seguì questa visione meravigliosa, Vincenzo raccontò ciò che gli era accaduto, felicitò gli abitanti di Barcellona per la loro felicità, e li pregò di rendere azioni di grazie all'angelo che li custodiva; cosa che fecero costruendo una piccola cappella nel luogo stesso dove l'angelo si era mostrato al santo predicatore. Un'enorme statua di angelo sovrasta ancora oggi (1872) il palazzo della dogana all'ingresso del porto di Barcellona: è, sotto un'altra forma, il ricordo perpetuato della visione di cui Vincenzo fu favorito, e di cui il racconto dovette estremamente rallegrare i cuori dei barcellonesi.

Non sappiamo se la storia in immagini di san Vincenzo sia stata fatta; ci sembra che si potrebbe raccontare nel modo seguente:

1° Uscito in processione, mentre è ancora nella culla. Una lunga siccità desolava Valencia. Un giorno che sua madre, condividendo la tristezza comune, esprimeva la sua inquietudine, sentì il suo bambino in fasce pronunciare distintamente queste parole: Se volete la pioggia, portatemi in processione. Il piccolo Vincenzo vi fu portato trionfalmente, e a stento la cerimonia era terminata che una pioggia abbondante cadde per diverse ore sulla terra disseccata; tale è la tradizione immemorabile degli abitanti di Valencia. — 2° San Domenico tiene il giovane postulante per la mano e lo presenta al priore del monastero di Valencia: questi aveva avuto in effetti questa visione miracolosa la vigilia del giorno in cui Vincenzo venne a bussare alla porta dei Domenicani, accompagnato da suo padre (2 febbraio 1367). — 3° Un povero ferma sua madre per la strada e le dice: Signora, perché siete triste...? Costanza Miguel, in effetti, dopo aver acconsentito all'ingresso di suo figlio tra i Domenicani, andò un giorno a sollecitarlo con lacrime ad entrare nel clero secolare. Vincenzo le ricordò queste parole di san Bernardo: Colui che esce dal convento per rientrare nel secolo lascia la compagnia degli Angeli per prendere quella del demonio... La nobile dama essendo andata a cercare in casa un'abbondante elemosina per ricompensare il povero, consolatore, delle sue buone parole, non lo trovò più, nonostante le sue ricerche; era un Angelo. — 4° In ginocchio, davanti al suo tavolo di lavoro, esala verso il cielo una preghiera ardente; poiché tanto studioso e tanto sapiente quanto era pio, la sua consuetudine era di andare dallo studio alla preghiera, e dalla preghiera allo studio. Vincenzo conosceva l'ebraico, l'arabo e il greco. — 5° Altra scena che si riferisce al tempo dei suoi studi: Una notte, tra le altre, che pregava davanti al crocifisso dei Martiri, e che meditava sui dolori di Gesù contemplando le piaghe delle sue mani, dei suoi piedi e del suo lato sacro, si sentì intenerito fino alle lacrime, e nella sua viva compassione esclamò: «O Signore, quanto avete sofferto sulla croce!» Il crocifisso girò la testa dal lato sinistro dove pregava il Santo, e gli rispose: «Sì, Vincenzo, ho sofferto tutti questi dolori e più ancora». Questo crocifisso miracoloso, la cui testa conservò la posizione che aveva preso pronunciando queste parole, è stato religiosamente conservato fino ai nostri giorni. — 6° In piedi su un cippo, nel mezzo della piazza del Brou a Barcellona, allora afflitta da un'orribile carestia, rappresenta ai suoi uditori quanto l'oblio delle leggi divine attiri flagelli sui popoli cristiani e predice che all'ingresso della notte, due vascelli unicamente carichi di grano entreranno nel porto: un mormorio accolse questa predizione del giovane oratore; ma con grande sorpresa di tutti coloro che avevano irritato la sua profezia, i vascelli annunciati poterono approdare, nonostante la tempesta spaventosa che da diversi giorni agitava il mare (1372-75). — 7° Una nube miracolosa lo rende invisibile a Violante, regina d'Aragona, sposa di Giovanni I. Questa principessa, che si era posta sotto la sua direzione spirituale, ebbe un giorno la curiosità di andarlo a vedere nella sua cella, nonostante il divieto espresso che le aveva fatto. La cella le fu aperta dai religiosi: lo trovarono in ginocchio e in preghiera, ma fu impossibile alla regina vederlo, sebbene fosse davanti a lei. Sono qui, disse Vincenzo, ma finché la regina non uscirà, non mi vedrà. Uscì infine, e quando stava per uscire, si rese visibile, ma armato di un volto severo...; — 8° Un altro episodio ci mostra che san Vincenzo era poco tenero per i grandi della terra, presso i quali non volle mai o quasi mai alloggiare. Un giorno che predicava sul mercato del legno a Valencia, la principessa Giovanna di Prades, sorella della regina d'Aragona, assisteva al suo sermone. Ora, accadde che un'enorme pietra venuta da non si sa dove, cadde sulla testa della principessa e la stese a metà morta. Non è nulla, disse Vincenzo; questa pietra non è caduta per uccidere la principessa, ma solo per abbattere la torre che porta sulla testa: designava così lo stravagante ornamento della sua capigliatura. Poi le gridò: Principessa Giovanna, alzatevi. Con grande stupore di tutti, si rialzò sana e salva. — 9° Il Salvatore del mondo, accompagnato da una moltitudine di Angeli e dai gloriosi Patriarchi, Domenico e Francesco, gli appare, quando è malato ad Avignone. Abbiamo raccontato questa visione più sopra. — 10° Guarisce dei malati imponendo loro le mani. Si cita specialmente un negoziante, chiamato Seuchier, abitante del borgo di Bram, nel dipartimento dell'Aude, a cui Vincenzo rese la vista, durante la missione di Montolieu (25 marzo 1426); un paralitico dei dintorni di Lérida, che il Santo vide con gli occhi dello spirito trascinarsi a mezza lega dal luogo dove predicava e che fece cercare da due servitori del re d'Aragona. — 11° Ecco il soggetto di un bel quadro: Vincenzo è vicino al letto di un moribondo disperato, che risponde a tutte le sue esortazioni con queste orribili parole: Voglio dannarmi a dispetto di Gesù Cristo! Vincenzo, pieno di fiducia nella misericordia di Dio, si volge verso il moribondo e gli dice: Nonostante te, ti salverò. Invita le persone presenti a invocare con fervore la santa Vergine, e si recita il Rosario. Dio vuole mostrare quanto gli piaccia l'eroica speranza del suo servitore; prima che il Rosario sia terminato, la camera del moribondo è riempita di luce; la Madre di Dio appare portando tra le braccia il divino fanciullo, ma tutto coperto di sanguinanti ferite. Il peccatore, testimone di questo spettacolo, chiede perdono a Dio e agli uomini. — 12° Ordina a un bambino ancora in fasce di camminare. Una donna aveva appena messo al mondo un bambino, e suo marito, che cercava un pretesto per lasciarla, l'accusò di infedeltà. La donna desolata ricorse a Vincenzo: «Venite al mio prossimo sermone, le disse; pregate vostro marito di mescolarsi all'uditorio, e non mancate di far portare il vostro piccolo bambino». Quando Vincenzo ebbe terminato il suo discorso, ordinò alla madre di deporre il suo bambino per terra, e a questi di andare a trovare suo padre; il bambino si mise a camminare e districò, nel mezzo della folla, colui che era realmente suo padre. Un miracolo così straordinario non poteva che far rientrare la pace in famiglia. — 13° Mette un crocifisso sulla bocca di un ecclesiastico di Avignone, costituito in dignità. Un giorno, vennero a dirgli che questo personaggio non viveva conformemente alla dignità del suo stato. Passa tutta la notte in preghiere, e allo spuntar del giorno si reca al palazzo del prelato le mani armate di un crocifisso, entra e arriva fino alla camera dove era coricato! «Figlio mio», gli dice, «Gesù viene a trovarvi, fate la pace con lui»; dicendo questo, gli mette il crocifisso sulla bocca ed esce rapidamente. Il nobile ecclesiastico, colpito da stupore, rientrò in se stesso e andò a fare la sua confessione a Vincenzo. — 14° Cambia in statue di marmo due pescatori induriti nel crimine. Predicando un giorno a Pamplona, è colto da un rapimento improvviso nel mezzo del suo discorso che interrompe. Ritornato in sé, avverte il suo uditorio che Dio gli ordina di lasciare lì la sua predicazione per andare a impedire un'offesa grave che si commetteva in città. Subito si dirige, seguito da una folla curiosa, verso un palazzo sontuoso; tocca con le sue mani le porte chiuse; si aprono da sole. Si sentono le voci di due persone che si abbandonano in una camera ai piaceri. Vincenzo rivolge loro la parola dal di fuori e li minaccia di un castigo terribile: si ride di lui. Allora Dio colpì i beffardi e furono cambiati in due statue di marmo. Subito Vincenzo entra e mostra all'assistenza gli effetti terribili della vendetta divina. Tuttavia, toccato da compassione, si avvicina, e soffiando nella bocca delle due statue, rende loro la vita. I due disgraziati si riconoscono colpevoli e si confessano l'uno dopo l'altro. A stento ebbero ricevuto l'assoluzione sacramentale, che la veemenza della loro contrizione diede loro una seconda morte ai piedi del Santo. — 15° Riceve un foglio disceso dal cielo. Predicando un giorno in Spagna, è chiamato per assistere un moribondo ancora più carico di peccati che di anni. A tutte le avances di questo ardente cacciatore di peccatori, il moribondo non risponde che con rifiuti. Vi assicuro, gli dice Vincenzo, che Dio vi ha perdonato; prendo i vostri peccati su di me, e se ho qualche merito ve ne faccio l'abbandono. L'anima turbata del malato si rassicura, e finisce per aggiungere: Mi confesserò, ma bisogna prima che mi mettiate per iscritto la domanda del perdono e la donazione proposta. Subito Vincenzo scrisse il tutto su un foglio di carta e la mise tra le mani del malato: questi entrò in una dolce agonia e spirò pacificamente. A stento aveva reso gli ultimi sospiri che la supplica scomparve per seguire l'anima al tribunale del sovrano Giudice. A qualche tempo di là, come Vincenzo predicava sulla piazza pubblica a più di trentamila persone, si vide scendere dal cielo un foglio di carta che si piazzò tra le mani del predicatore: era quella che aveva dato al moribondo. Vincenzo spiegò allora un mistero che sorprendeva tutto il mondo. Si giudichi l'impressione prodotta sulla folla dal racconto di questo miracolo sorprendente; — un'altra volta, chiamato a Pamplona, vicino al letto di morte di una peccatrice pubblica indurita, le disse che avrebbe fatto venire dal cielo la sua assoluzione, se avesse promesso di confessarsi. «Se è così, lo voglio bene», rispose la cortigiana. Allora tracciò queste parole: «Fratello Vincenzo supplica la santissima Trinità di degnarsi accordare alla presente peccatrice l'assoluzione dei suoi peccati». Lo scritto volò al cielo e ritornò alcuni istanti dopo portando tracciato in lettere d'oro l'impegno seguente: «Noi, santissima Trinità, alla domanda del nostro Vincenzo, accordiamo alla peccatrice di cui ci ha parlato, il perdono delle sue colpe; la dispensiamo da tutte le pene che doveva sopportare, e se si confessa, sarà tra mezz'ora portata nel cielo...» — 16° Vede santa Coletta, sua contemporanea, in preghiera ai piedi del Salvatore e sente Gesù Cristo che gli dice: I tuoi pianti mi sono gradevoli, figlia mia; ma gli uomini che bestemmiano il mio nome, sono ben poco degni di pietà; — 17° Mentre celebra la messa, a Valencia, una donna gli appare come sull'altare circondata da fiamme e tenente tra le braccia un bambino contuso. Era sua sorella Francesca che, sposata a un ricco negoziante, aveva commesso adulterio con uno dei suoi servitori, durante l'assenza di suo marito. Coperta di vergogna, avvelenò quest'uomo, e fece perire il frutto delle sue viscere, prima che venisse al mondo. Per colmo di sventura, non osò confessare queste colpe in confessione. Infine incontrò un prete sconosciuto, confessò i suoi crimini e morì tre giorni dopo. Era deceduta da molto tempo, quando si rivolse a suo fratello per ottenere che la sua pena fosse abbreviata. Vincenzo pregò, e dopo tre giorni gli apparve coronata di fiori, circondata da Angeli e salendo al cielo. — 18° Entrando in una casa, ottiene a una donna brutta il dono della bellezza; a Valencia, che fu ben spesso il teatro dei più eclatanti miracoli del nostro Santo, accadde che, passando un giorno per una certa strada, san Vincenzo sentì uscire da una casa voci rumorose e grida di rabbia, accompagnate da spergiuri, bestemmie e orribili imprecazioni. Il Santo, entrando in questa casa, ne vide uscire il capo di famiglia soffocato dalla collera, e trovò sua moglie che continuava a maledirlo e a vomitare esecrabili bestemmie. Subito Vincenzo intraprese di placarla. Le chiese perché fosse così furiosa, e per quale ragione proferisse bestemmie così detestabili. La donna rispose singhiozzando: «Padre mio, non è solo oggi, ma tutti i giorni e a tutte le ore del giorno, che quest'uomo infelice, mio marito, viene a perseguitarmi, e non finisce mai di picchiarmi e di lacerarmi con i suoi colpi; non è una vita, Padre mio, è una morte continua, una dannazione dell'anima, e un inferno peggiore di quello dei demoni. — No, figlia mia, non parlate così, rispose il Santo con estrema dolcezza; questa collera non vi avanza a nulla, se non a offendere Dio più grandemente ancora, lui che per vostro amore ha sofferto sulla croce e sul calvario. Ma ditemi, di grazia, per quale ragione vostro marito vi perseguita e vi maltratta in tal modo? — È che sono brutta, rispose la donna. — Ed è per questo, rispose il Santo, che offende Dio così forte!» Allora, alzando la sua mano destra sul volto di questa donna, aggiunse: «Andiamo, figlia mia, adesso non sarete più brutta; ma ricordatevi di servire Dio e di essere una santa». All'istante stesso questa povera disgraziata divenne la donna più bella che si trovava allora a Valencia. Dopo di che, l'uomo di Dio l'esortò con molta gravità a servire il Signore ben fedelmente e a essere santa, assicurandola che in futuro suo marito non avrebbe più avuto occasione di ingiuriarla e di maltrattarla a causa della sua bruttezza. Quindi partì, contento di aver così ritirato da questa casa l'occasione di offendere Dio così gravemente, e di aver rimediato alla sorte eterna di quest'uomo che maltrattava sua moglie con tanta crudeltà. Questo miracolo è diventato così celebre in Spagna, che ai nostri giorni ancora, quando si incontra una donna difforme, si dice in modo di proverbio: «Questa donna avrebbe ben bisogno della mano di san Vincenzo»; — 19° Cosa che sembra incredibile! un pubblico intero l'ha visto nel mezzo della sua predicazione prendere subitamente delle ali, volare nell'aria, scomparire per andare molto lontano a consolare e incoraggiare una persona malata che reclamava la sua assistenza, e poi ritornare nello stesso modo dopo aver riempito questo atto di carità, per continuare la sua predicazione. È per questo che si rappresenta Vincenzo con le ali, come gli angeli. — 20° Gli Angeli giocano un altro ruolo nelle immagini del nostro Santo. Nel momento in cui la sua anima purissima lasciava il suo corpo, le finestre della camera dove spirava si aprirono da sole improvvisamente, e si vide entrare una folla di uccellini, non più grossi di farfalle, bellissimi e più bianchi della neve; riempirono non solo la camera, ma tutta la casa. Quando il Santo ebbe reso l'ultimo sospiro, questi uccelli meravigliosi scomparvero, ma lasciarono il luogo imbalsamato di un profumo delizioso. Tutti furono convinti che fossero Angeli che si erano mostrati sotto questa forma per venire a cercare il Santo, e condurre la sua anima in trionfo al paradiso; — 21° Ma c'è un terzo tratto nella vita del Santo che è la ragione principale per cui gli si attribuiscono le ali. Il Santo, predicando un giorno a Salamanca a diverse migliaia di persone, arrestò un momento il suo discorso; poi si mise a dire alla folla stupita: «Sono l'Angelo annunciato da san Giovanni nell'Apocalisse, quest'Angelo che deve predicare a tutti i popoli, a tutte le nazioni, in tutte le lingue, e dire loro: Temete Dio e rendetegli ogni onore, perché l'ora del giudizio si avvicina». San Vincenzo, vedendo il popolo sorpreso e sembrando anche non voler aggiungere fede alle sue parole, ripeté queste parole: «Ve lo dico ancora una volta, sono l'Angelo dell'Apocalisse, e di questa affermazione voglio darvi una prova manifesta. Andate alla porta di San Paolo, vi troverete una morta che si conduce alla sepoltura; conducetela qui, e avrete la prova di ciò che vi annuncio». Così come aveva detto il Santo ispirato dallo spirito profetico, si trovò la morta; la si condusse sulla piazza, e si mise la bara in modo che tutto il mondo potesse vederla. San Vincenzo ordinò a questa morta di ritornare alla vita. «Chi sono?» le disse comandandole di parlare. La morta si alzò subito e disse: «Voi, padre Vincenzo, siete l'Angelo dell'Apocalisse, così come avete annunciato». Il Santo chiese poi alla resuscitata se volesse morire di nuovo, o se resterebbe ancora volentieri sulla terra. Questa rispose che desiderava vivere ancora, e il Santo le disse: «Vivrete ancora un buon numero di anni». Cosa che avvenne effettivamente. — 22° Un altro prodigio non meno straordinario di quello dell'apparizione delle farfalle si fece al momento della sua morte, che può fornire un motivo di più agli artisti. Jean Liquillie, di Dinan, aveva in suo possesso diverse candele che erano servite alla messa del Santo, e le custodiva preziosamente in una cassa chiusa a chiave, nella sua propria camera. Il 2 febbraio 1419, desiderando farle bruciare in onore della Vergine, va a prenderle; ma non le trova punto. Tutte le sue investigazioni per sapere cosa fossero diventate sono vane. Ma qual non è il suo stupore, il 5 aprile dello stesso anno, nel vedere tutte queste candele sulla sua cassa, dove erano miracolosamente accese. Andò a cercare sua moglie per contemplare questa meraviglia, ma non ne comprese dapprima il significato. Quando più tardi seppe che questo giorno stesso era quello della morte di san Vincenzo, allora si spiegò il prodigio. — 23° Si potrebbe aggiungere l'asino. Abbiamo già detto che, povero e umile, il religioso san Vincenzo andava nelle sue missioni e dappertutto a piedi, finché infine, alcuni anni prima della sua morte, avendo una piaga alla gamba, fu nella necessità di farsi trasportare. Il povero di Gesù Cristo non volle scegliere altra cavalcatura che un asino gracile, cioè l'animale più vile e più abietto. Ne accettò uno in elemosina; non aveva denaro per comprarlo; la sua povertà inoltre era così grande, che non aveva nemmeno di che farlo ferrare. Un giorno lo condusse da un maniscalco, pregandolo per carità di voler bene ferrargli la sua bestia. Quando l'operazione fu terminata, il maniscalco, non pensando minimamente di aver lavorato per carità, chiese al religioso il prezzo della manodopera e delle sue forniture. «Non ho nulla da darvi, gli disse il Santo, ma Dio vi ricompenserà della vostra carità. — Eh Padre! riprese l'operaio, non posso lavorare unicamente per carità: sono, vedete, carico di famiglia... Pagatemi, aggiunse, o non vi rendo il vostro asino». Il buon Santo lo pregò di nuovo, esortandolo a fargli questa elemosina; ma il maniscalco rispose ancora: «È certo che non posso farlo, e non avrete né la bestia né i ferri che non mi abbiate pagato». Allora il Santo, o prodigio inaudito! volgendosi dal lato della bestia, le disse: «Quest'uomo non vuole dare i ferri che vi ha messo, perché non posso pagarlo; andiamo, rendeteglieli, e partiamo». A queste parole, l'animale, come se avesse compreso, scosse i suoi piedi l'uno dopo l'altro, e gettò miracolosamente i ferri che il maniscalco gli aveva posato. Alla vista di questo miracolo, l'operaio, stupito, si precipitò alle ginocchia del Santo, gli chiese perdono della sua avarizia ostinata, e, ferrando di nuovo l'asino, gli diede i ferri e il suo lavoro per carità. Si accontentò di raccomandarsi umilmente alle preghiere del religioso, riconoscendo che se un Santo così grande pregava per lui, la sua intercessione gli avrebbe riportato ben più di tutto l'oro e di tutti i tesori del mondo. — 24° e la croce. Un giorno Vincenzo si fece introdurre nella sinagoga di Salamanca da un israelita con il quale si era legato d'amicizia per questo motivo. Vi entrò il crocifisso alla mano, cosa che mise la confusione e il turbamento tra gli assistenti. Ma il Santo li tranquillizzò dicendo loro che era venuto per parlare loro di un affare importante, e lo pensava ben così, poiché non trovava punto affare più importante di quello della salvezza. A questo motto di affare importante, gli ebrei si immaginarono dunque che fosse per parlare loro di qualche interesse pubblico, e lo ascoltarono con grande attenzione. Allora, usando dolci e soavi parole, Vincenzo cominciò a parlare loro della santa fede cristiana e particolarmente della Passione e della morte del Figlio di Dio. Mentre il santo predicatore si sforzava di persuadere agli infedeli le glorie della croce del Cristo Redentore del mondo, apparve un gran numero di croci sugli abiti di ciascuno di coloro che erano riuniti in questa celebre sinagoga. Ma ciò che è più prodigioso ancora, è che le croci che apparivano al di fuori sugli abiti degli uomini e delle donne penetravano invisibilmente nei loro cuori, e, mossi dalla grazia divina, si fecero tutti cristiani. La consolazione del Santo fu così grande in questa prodigiosa conversione, che volle battezzarli tutti delle sue proprie mani. Poi fece consacrare questa sinagoga in una chiesa che fu chiamata la Vera-Croce. — 25° Il padre Cahier, nelle sue *Caratteristiche*, riproduce una bellissima figura di san Vincenzo Ferreri. Drappeggiato maestosamente nella sua ampia toga di domenicano, delle ali sono attaccate alle sue spalle: i nostri lettori conoscono ora il significato di questo attributo. Dalla mano destra, colui che si è qualificato lui stesso d'Angelo dell'Apocalisse mostra il cielo, e la sua mano sinistra tiene con agio un'immensa tromba, come ricordo delle sue predicazioni sul giudizio finale; — lo stesso autore indica gli attributi seguenti, come essendo più specialmente caratteristici del Santo nell'arte popolare: il monogramma del nome di Gesù, per allusione a queste parole che aprivano a san Paolo e a tutti i missionari la carriera dell'apostolato: «Porterà il mio nome davanti ai popoli e ai re»; queste parole dell'Apocalisse, tracciate su una banderuola: «Temete il Signore, e rendetegli l'onore che gli è dovuto, perché l'ora del giudizio si avvicina»; una cattedra, perché si fa risalire a lui, se non lo stabilimento, almeno la propagazione dell'uso d'invocare la santa Vergine, prima del sermone; un cappello di cardinale, ai suoi piedi, per esprimere il suo rifiuto delle dignità ecclesiastiche; una bandiera, come simbolo delle predicazioni con le quali arruolava i peccatori convertiti sotto la bandiera di Gesù Cristo; il bambino, tagliato in pezzi, al quale rese la vita; una fiamma sulla fronte, come simbolo dell'ispirazione (maniera poco raccomandabile); il giglio, simbolo della verginità, conservata fino alla morte. — Secondo lo stesso autore, san Vincenzo Ferreri è il patrono dei mattonai, tegolai, idraulici e copritori. Non abbiamo scoperto il motivo di questo patrocinio. Sarebbe a causa dei numerosi morti che resuscitò? (La storia ha registrato quaranta resurrezioni, operate da san Vincenzo, tra le altre quella di un architetto.) E perché gli uomini di queste diverse professioni sono più particolarmente esposti a cadute mortali?

Terminiamo con il ritratto di san Vincenzo. Il nostro beato Predicatore era dotato di tutte le qualità oratorie capaci d'impressionare le moltitudini. Un esteriore gradevole preveniva dapprima in suo favore: era di taglia media, ben proporzionato, disinvolto, bello di volto; dei capelli dorati formavano la sua corona; imbiancarono leggermente verso la fine della sua vita; la sua fronte era larga, maestosa, serena; il contorno della sua figura era ammirabilmente disegnato; i suoi grandi occhi bruni e vivi respiravano lo splendore, non meno che la modestia; nella sua giovinezza aveva la carnagione bianca, colorata di un rossore vermiglio; le sue lunghe mortificazioni diedero alla sua figura un'austera pallidezza, segno irrecusabile della sua penitenza. La sua sola vista, subito che era in cattedra, ispirava una meravigliosa composizione al cuore di tutti, tanto la santità e le diverse virtù che l'accompagnano, risplendevano sul suo volto; Sulla fine della sua vita predicava con tanta forza e vigore, con tanta vivacità nel gesto, che sembrava non un vecchio abbattuto dall'età e dalla fatica, ma un potente giovane uomo riscaldato da un'impetuosa ardore e arrivato a stento alla sua trentesima anno. Questo dispiegamento subitaneo di forza durante la sua predicazione era come un miracolo quotidiano che rapiva gli assistenti. Il sermone terminato, ridiveniva di nuovo debole, infermo, estenuato; il suo volto era pallido, il suo cammino lento, aveva bisogno di appoggiarsi sul braccio soccorrevole che l'aveva aiutato a salire in cattedra; non si poteva credere che fosse lo stesso uomo, e si diceva che mentre predicava, lo Spirito Santo agiva in lui per rianimare il suo corpo debile e comunicargli una miracolosa energia.

## RELIQUIE E SCRITTI DI SAN VINCENZO FERRERI.

Il suo corpo fu solennemente depositato nel coro della chiesa cattedrale di Vannes, dove ha fatto un gran numero di miracoli, che hanno portato il papa Callisto III a metterlo nel numero dei Santi, il 19 giugno dell'anno 1455, sebbene la bolla della canonizzazione non sia stata spedita che sotto il pontificato di Pio II, suo successore, l'anno 1458, il 7 ottobre. Tutto ciò che gli era servito, come il suo abito, il suo bastone, il materasso dove aveva dormito durante la sua malattia e l'acqua di cui lo si era lavato dopo la sua morte, che è sempre rimasta incorruttibile, ha fatto quantità di guarigioni miracolose. Dopo che è stato canonizzato, si è rilevato il suo sepolcro, e le sue ossa sacre sono state trasferite Calixte III Papa che ordinò la revisione del processo di Giovanna. in una cassa chiusa da tre chiavi; alcune vertebre furono lasciate nel sepolcro, e la mascella inferiore fu messa in un ricco reliquiario.

Gli abitanti di Vannes si sono visti più di una volta esposti al pericolo di perdere il corpo di san Vincenzo. Verso la metà del XVI secolo, un corpo di spagnoli inviato da Filippo II avendo protetto efficacemente la città contro gli sforzi degli eretici, il capitolo della cattedrale volle testimoniare al capo, Dom Juan d'Aguilar, la sua riconoscenza, e gli offrì un frammento considerevole di una o delle costole. Ma i soldati formarono il complotto di togliere il corpo tutto intero. Fortunatamente i canonici furono avvertiti a tempo. Nascosero dunque essi stessi, durante la notte, la cassa che conteneva il corpo di san Vincenzo, e lo fecero con tanto segreto, che questa cassa rimase sconosciuta e come sepolta nell'oblio dall'anno 1390 fino al 1637. A quest'epoca fu scoperta dal vescovo di Vannes, Sébastien de Rosnader. Le sante reliquie furono verificate molto esattamente, e se ne fece una seconda traslazione il 6 settembre, giorno da allora consacrato per rinnovarne la memoria tutti gli anni.

La traslazione solenne di queste sante reliquie ha avuto luogo, in effetti, il 6 settembre. Anticamente la festa si celebrava ogni anno lo stesso giorno. Ma, dal Concordato, si celebra la prima domenica di settembre.

Durante i torbidi rivoluzionari, il popolo di Vannes ebbe la fortuna di sottrarre le reliquie di san Vincenzo Ferreri alle mani sacrileghe che profanavano le chiese per impossessarsi delle loro spoglie. Il tempo non ha diminuito la devozione della Bretagna verso il suo Apostolo. Ogni anno, la prima domenica del mese di settembre, le reliquie insigni di san Vincenzo sono portate attraverso le strade di Vannes, scortate dalle autorità civili, militari e giudiziarie, e da una folla innumerevole; sono preti che hanno l'onore di portare questo pegno prezioso di una protezione costante. Tutte le case sono tese di bianchi drappeggi. Durante il colera del 1854, una simile processione consolò il popolo di Vannes e diminuì l'intensità del flagello.

Ecco il titolo degli opuscoli che ha lasciato san Vincenzo Ferreri:

*Il Trattato delle Supposizioni dialettiche.* Lo pubblicò non avendo che ventiquattro anni.

*Trattato della vita spirituale.* Opera eccellente e diverse volte tradotta; molto utile e propria a consolare nelle tentazioni contro la fede.

San Vincenzo de' Paoli riconosceva san Vincenzo Ferreri per il suo patrono speciale. Studiava senza sosta la sua vita, e senza sosta aveva tra le mani il *Trattato della vita spirituale*, al fine di conformarvi il suo cuore e i suoi atti, e di conformarvi anche il cuore e gli atti dei preti del suo istituto.

*Trattato del nuovo scisma che è scoppiato nella Chiesa*, indirizzato a Pietro, re d'Aragona. Questo trattato ha per soggetto il grande scisma d'Occidente che, a quest'epoca, desolava la Chiesa.

*Della fine del mondo e del tempo dell'Anticristo.* Epistola scritta a Benedetto XIII, residente ad Avignone.

*Epistola al Padre di Puynois, generale dell'Ordine dei Frati Predicatori*, per dargli conoscenza dei suoi lavori apostolici.

*Frammento d'Epistola a suo fratello Bonifacio*, allora priore della Grande-Chartreuse.

*Frammento d'Epistola a Jean Gerson, cancelliere dell'Università di Parigi.* Questa epistola fu scritta durante la tenuta del concilio di Costanza.

*Due Epistole a Don Martino, infante d'Aragona; Epistola a Ferdinando I, re d'Aragona.*

Tutte le opere qui sopra indicate sono in latino; eccetto le due lettere all'infante Don Martino, che abbiamo appena citato, e che sono in catalano.

*Suffragio per l'elezione di Ferdinando, re d'Aragona.*

*Sentenza che nove uomini scelti portarono in favore dell'infante Ferdinando, nell'anno 1410.*

Tutti questi opuscoli di san Vincenzo furono raccolti dal Padre Vincenzo Justiniano, e pubblicati in un volume in-8°, a Valencia, nel 1591.

Si attribuiscono ancora allo stesso Santo altri due opuscoli; l'uno, in latino, ha per titolo: *Revisione dell'uomo interiore*, e l'altro, scritto nella sua lingua materna, tratta delle cerimonie della messa.

Il primo che ha scritto la vita di san Vincenzo è stato Pietro Ranzano, dello stesso Ordine di San Domenico, e vescovo di Lucera, nella provincia della Puglia. Da allora, il padre Alexandre le Grand, di Morlaix, e il padre Jean Rebac, detto di Santa Maria, vi hanno anche lavorato: è da questi autori che questo compendio è stato tratto dal padre Giry. — Abbiamo sensibilmente modificato e aumentato il testo della precedente edizione per mezzo della *Vita del Santo*, dal R. P. Pradel, dell'*Anno domenicano*, e di diverse agiografie diocesane: Nevers, Avignone, Vannes, Arras, ecc.; per mezzo anche di note locali.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Valencia il 23 gennaio 1357
  2. Ingresso nell'Ordine di San Domenico il 5 febbraio 1367
  3. Dottorato conseguito a Lleida all'età di 28 anni
  4. Confessore di papa Benedetto XIII ad Avignone
  5. Visione di Cristo nel 1396 che gli ordina di predicare il giudizio
  6. Inizio dell'apostolato itinerante nel 1398
  7. Partecipazione alla risoluzione della successione d'Aragona
  8. Missione in Bretagna a partire dal 1417
  9. Morto a Vannes nel 1419
  10. Canonizzazione da parte di Callisto III nel 1455

Miracoli

  1. Resurrezione di un bambino fatto a pezzi
  2. Dono delle lingue (compreso da tutte le nazioni)
  3. Guarigioni istantanee al suono della campana dei miracoli
  4. Moltiplicazione del pane e del vino
  5. Trasformazione di due peccatori in statue di marmo
  6. Apparizione di uccelli bianchi (angeli) alla sua morte

Citazioni

  • Temete Dio e dategli gloria, perché è giunta l'ora del suo giudizio Apocalisse (citato dal Santo)
  • Va', Satana, non voglio dare a Dio meno la mia giovinezza che la mia vecchiaia Risposta al demonio

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo