16 aprile 18° secolo

Benedetto Giuseppe Labre

Povero in Gesù Crocifisso

Festa
16 aprile
Morte
16 avril 1783 (naturelle)
Epoca
18° secolo

Nato nell'Artois nel 1748, Benedetto Giuseppe Labre rinuncia alla vita monastica per diventare un pellegrino mendicante, percorrendo i santuari d'Europa in una miseria totale. Soprannominato il 'San Alessio del suo secolo', passa le sue giornate in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, particolarmente a Roma. Muore nel 1783 in odore di santità, scatenando un fervore popolare immediato.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

IL BEATO BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

Vita 01 / 09

Origini e pietà precoce

Benedetto Giuseppe nasce nel 1748 ad Amettes in una famiglia pia e manifesta fin dall'infanzia un'attrazione eccezionale per la preghiera e la mortificazione.

Nel XVIII secolo, un piccolo villaggio della provincia dell'Artois, chiamato Amettes e dipendente dalla diocesi di Boulogne, aveva conservato tutta la semplicità dei costumi antichi e tutta la purezza della nostra santa religione. Dio vi pose lo sguardo, come un tempo sulla più piccola delle città di Giuda, e lì, in una famiglia che era solita fornire gran parte dei suoi membri al reclutamento del clero diocesano, scelse un ramo raccomandabile tra tutti per una probità secolare, per farne uscire un emulo del patriarca d'Assisi, un nuovo imitatore di colui che, possedendo tutti i tesori della divinità, si è fatto povero per noi; un uomo, infine, che portava volontariamente l'amore e la pratica della santa povertà tanto lontano quanto è possibile immaginare.

I capi di questo ramo, Jean-Baptiste Labre e Anne-Barbe Grandsire, sua moglie, ottennero per il loro matrimonio la benedizione che Dio accordava agli antichi patriarchi, ai quali somigliavano per la fedeltà alle usanze dei loro antenati. Ebbero quindici figli, che allevarono senza troppi disagi, poiché avevano un'agiatezza sufficiente ai loro gusti moderati. Benedetto Giuseppe, il primogenito di questa bel Benoît-Joseph Pellegrino mendicante francese del XVIII secolo, celebre per il suo estremo ascetismo. la stirpe, nacque il 26 marzo 1748.

Fanciullo veramente benedetto, e che ne ricevette il nome forse per una disposizione segreta della Provvidenza: il Creatore lo aveva dotato di uno spirito vivo e penetrante, di un giudizio sano e solido, di una memoria facile e sicura. Il suo cuore era tenero, la sua volontà forte, la sua anima non abbandonava mai la verità una volta conosciuta. Annunciò, fin dai suoi primi anni, inclinazioni pronunciate per il bene, gusti semplici e innocenti, una grande ingenuità, segno solitamente precursore della rettitudine dei sentimenti. Il suo carattere vivace fu presto temperato dalla sua ragione nascente e da una grande sottomissione ai genitori. Questi gli trasmisero, come il più bello dei patrimoni, i sentimenti di pietà che avevano ereditato dai loro antenati. Gli ispirarono fin da presto il timore di Dio, che è la vera sapienza; una profonda stima per la sua qualità di cristiano, così come una tenera devozione alla santissima Vergine e al suo Sposo, che la fiducia del paese non separa l'uno dall'altro: Gesù, Maria, Giuseppe, furono le prime parole che la sua lingua imparò a pronunciare.

Ancora piccolissimo, prestava una seria attenzione ai saggi discorsi, amava pregare e sentir parlare delle verità della religione. Metteva una grazia incantevole nel tracciare il suo segno di croce e nel balbettare le formule che gli dettava sua madre. «Fin dalla sua più tenera infanzia, depose lei, così come suo marito, l'ho visto compiacersi nelle pratiche religiose e imitare tutto ciò che si faceva in chiesa, dove potevo condurlo e tenerlo quanto volevo.»

La grazia, l'esempio e gli insegnamenti della sua famiglia gravarono in modo ineffabile, in questo cuore già padrone delle sue passioni, le grandi massime della religione, sull'obbligo di servire Dio, di seguire Gesù Cristo rinnegando se stessi, sulla necessità di mortificare i propri sensi e di fare penitenza per vivere di una vita soprannaturale. Si vide spuntare fin da allora in questo bambino di quattro anni un'attrazione particolare per la mortificazione, una sorta di noncuranza per gli agi e le comodità, e un'indifferenza ben superiore alla sua età per il cibo e il vestiario. A cinque anni, la preghiera fatta in comune da tutta la famiglia non gli bastava; si ritirava talvolta in disparte per recitare quelle che conosceva. Già faceva le sue delizie nel prepararsi a servire la santa messa; qualunque cosa gli si chiedesse che avesse rapporto con Dio, non vi trovava alcuna difficoltà e vi si dedicava con il massimo zelo.

La Provvidenza mise allora sul suo cammino, come un secondo angelo custode per guidare i suoi primi passi nel sentiero della scienza e della pietà, che conveniva alla sua età, Jacques-Joseph Vincent, il maggiore dei suoi zii materni, che, già suddiacono, si preparava al sacerdozio con la regolarità dei più austeri religiosi. Preso dalle attitudini che notava nel nipote, si mise a coltivarlo con affetto; passava una parte delle sue giornate a istruirlo e a educarlo agli esercizi di devozione. Lo conduceva e lo tratteneva in chiesa per lunghe ore che avrebbero scoraggiato chiunque altro; lo impiegava a spazzarla e ad adornarla secondo le sue forze; gli insegnava, sotto forma di ricreazione, il cerimoniale del servizio della messa. Quando suo zio rientrò in seminario, il giovane Benedetto andò a scuola, dove si mostrò avaro del suo tempo, pieno di fiducia nei suoi maestri; nemico della dissipazione, così ordinaria a quell'età, amava la compagnia delle persone sagge e riflessive, e il suo più grande piacere era ascoltarle. Si ritirava spesso in disparte per leggere libri di pietà.

Ma ciò che dimostra meglio il lavoro della grazia divina in quest'anima pura è il suo ardore crescente per le mortificazioni, man mano che cresceva; si studiava già a mortificare il suo corpo con privazioni e disagi. Allora, rinnovando gli esempi di san Casimiro e di san Giovanni della Croce, poneva talvolta una tavoletta sul suo cuscino per riposare la testa meno mollemente. La sua modestia era tale che, quando conversava con persone dell'altro sesso, mai alzava gli occhi su di esse, in modo da distinguerle l'una dall'altra. Fu soprattutto verso il suo settimo o ottavo anno che il suo gusto si pronunciò per gli esercizi della religione e per una preghiera più frequente. Di sua iniziativa si recava in chiesa quando poteva, sia al mattino, sia durante la giornata. Non appena fu abbastanza istruito, le sue delizie furono servire la messa, e lo faceva con tanta modestia e convenienza che gli assistenti ne erano meravigliati. Era un grazioso spettacolo vederlo ai piedi dell'altare, tenere le sue piccole mani giunte devotamente davanti al petto, gli occhi bassi, la testa immobile, in una parola, nell'atteggiamento di un angelo! Tutta la sua distrazione era compiere bene il cerimoniale. Tutti coloro che furono testimoni della pietà che irradiava sul suo volto e su tutta la sua persona, se ne ricordavano ancora venticinque anni dopo, come se fosse stata una cosa recentissima, e ne parlavano solo con ammirazione: verso quell'epoca, piacque a Dio chiamare a sé una sorella di Benedetto, nata da pochi mesi: la contemplò per quasi un'ora, e diceva ad alta voce: «Cara piccola, quanto il tuo destino è degno di invidia! Perché non posso essere felice quanto te!»

Si racconta ancora nel paese che, passeggiando un giorno nel cimitero del villaggio, sentì dei giovani tenere alcuni discorsi liberi, e che subito si ritirò in disparte e si mise in ginocchio davanti a una croce, pregando il buon Dio per coloro che avevano appena offeso. Infine, si può applicare a lui l'elogio che san Bernardo fece del giovane Malachia: «Sebbene bambino per gli anni, aveva i costumi di un vecchio.»

Vita 02 / 09

Educazione e tentativi monastici

Formato dai suoi zii ecclesiastici, tenta senza successo di entrare alla Trappa e alla Certosa, scontrandosi con rifiuti o prove di salute.

Quando Benedetto fu nel suo tredicesimo anno, i suoi genitori affidarono la sua educazione a suo zio e padrino Francesco-Giuseppe Labre, parroco di Erin. Fu presso questo santo sacerdote che si unì per la prima volta al suo Salvatore. Non aveva trascurato nulla per preparare un alloggio pulito e ben ornato a questo ospite divino; e quando lo ebbe ricevuto, nulla quaggiù potrebbe dare un'idea delle delizie di cui fu inondato. Ricevette lo stesso giorno lo spirito di verità nella Cresima; da allora fu tutto trasformato, divenne una nuova creatura animata dalla vita stessa di Gesù Cristo. Ora che ha gustato il sapore della manna celeste, sembra che abbia perso ogni altro gusto, persino per gli alimenti più indispensabili al nutrimento del corpo. Inizia da allora a privarsi frequentemente e in segreto di una parte delle vivande che gli vengono date, e le distribuisce, senza che nessuno se ne accorga, attraverso una finestra, a un povero al quale assegna questo appuntamento. Avrebbe calpestato i frutti più squisiti nel giardino di suo zio, piuttosto che toccare quelli stessi che erano più capaci di tentarlo; si sarebbe fatto scrupolo di raccoglierne uno solo, anche se fossero caduti dall'albero da soli. Un altro effetto della comunione fu l'aumento del suo raccoglimento abituale: non provava più piacere in nulla se non nel conversare con Dio, solo a solo, e sceglieva per questo i luoghi più ritirati. Da qui venne la sua predilezione per un gabinetto appartato nella canonica, dove si era sicuri di trovarlo, quando il dovere non lo chiamava altrove; se non lo si trovava lì, bisognava andare in chiesa, dove lo si vedeva in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Avrebbe passato intere giornate e quasi le notti in questo celeste colloquio della sua anima con il suo Salvatore, dimostrando, con il suo esempio, che non vi si trova né amarezza né noia.

Se non si comunicava che ogni mese, è perché la sua anima, avida di questo pane celeste, era trattenuta dagli scrupoli di una coscienza timorata all'eccesso. Si scorse anche in lui un raddoppio di zelo per la gloria di Dio e per la salvezza del prossimo. Quando era testimone di qualche offesa grave alla maestà divina, il suo dolore arrivava fino alla costernazione. Coglieva tutte le occasioni per insegnare la dottrina cristiana, o per dare qualche istruzione pia ai bambini più piccoli di lui. Si istruiva lui stesso nella lingua latina, non solo per obbedienza, ma anche perché era la lingua della Sacra Scrittura e degli uffici della Chiesa. Tutto il tempo che poteva risparmiare, lo consacrava a letture pie: la biblioteca di suo zio bastava appena alla sua attività. È così che impiegava i congedi che gli venivano accordati, oppure li consacrava a qualche buona opera, come visitare poveri malati, o ecclesiastici pii dei dintorni, con i quali poteva conferire di religione.

Un giorno di festa patronale, suo zio non vedendolo con i giovani della sua età, con i quali lo aveva mandato, disse a coloro che lo circondavano: «Scommetto che mio nipote è andato in qualche angolo per leggere o per pregare».

Il signor Dupuich, direttore del pio giovane, ebbe la curiosità di accertarsi del fatto. Lo cerca ovunque: infine lo trova in un fienile, prostrato davanti a un crocifisso che aveva appeso alla parete. Benedetto era così assorbito nella sua preghiera, che non udì nulla; e, sorpreso tanto quanto edificato, il signor Dupuich si allontanò, non volendo affatto disturbarlo in una così santa ricreazione. Preludeva così al genere di vita che condusse fino alla sua morte, che si può riassumere in due parole, pregare, soffrire. Non perdeva un'occasione di soffrire, con meno dispiacere di quanto un avaro non perda l'occasione di arricchirsi. Nei freddi più rigorosi, non si avvicinava mai al fuoco, nonostante gli inviti più pressanti. Bisognava esortarlo per fargli prendere il nutrimento indispensabile; allora sceglieva sempre ciò che c'era di più comune e di più grossolano, lasciando agli altri i pezzi migliori; se li aveva a sua disposizione, era per darli ai domestici.

All'età di quindici anni, la sua attrazione per la lettura della Vita dei Santi e dei libri che trattano della vita spirituale divenne così forte, che i suoi studi della lingua latina, che, del resto, conosceva già abbastanza bene, cominciarono a soffrirne. Un solo disegno lo occupava tutto intero: conoscere la volontà di Dio su di lui e i mezzi più sicuri per santificarsi, per salvare la sua anima. Suo zio, vedendolo rilassarsi nei suoi studi, credette di dover insistere sulla loro importanza per il sacerdozio, e proibì a Benedetto l'ingresso della sua biblioteca, non abbandonandogli che i libri che giudicava necessari. Ma come resistere all'attrazione della grazia? Dio voleva fare del suo servitore tutt'altro che un dotto ecclesiastico. Appena apriva Cicerone o Quinto Curzio, un gran peso gli opprimeva il cuore: apriva, al contrario, un libro di pietà, la sua anima era sollevata e portata fino a Dio.

Le sante Scritture, soprattutto, parlavano al suo cuore, così come i sermoni del P. Lejeune. Li aveva giornalmente in mano, li studiava con amore, li sapeva quasi a memoria. Due discorsi lo scossero principalmente: furono quelli delle pene dell'inferno e del piccolo numero degli eletti; aveva continuamente davanti agli occhi dell'anima questa massima: «Che giova all'uomo guadagnare l'universo, se viene a perdere la sua anima!». Dio gli rivelò dapprima la sua volontà generale su di lui; lo chiamava a un rinnegamento assoluto, si riservava di fargli conoscere le sue volontà speciali dopo averlo preparato per la via delle prove. Benedetto credette che la Provvidenza lo chiamasse nel recinto di qualche monastero: uno solo, quello della Trappa, recentemente riformato, gli sembrava capace di saziare la sua fame di mortificazioni. Ma i s uoi genit la Trappe Ordine monastico austero che il santo tentò di integrare più volte. ori resistettero dapprima a questo disegno: gli obiettarono che avrebbe potuto altrettanto bene servire Dio e fare la sua salvezza nello stato ecclesiastico che nel chiostro, e persino che avrebbe fatto più bene lavorando alla santificazione degli altri, che vivere per lui solo seppellendosi in un deserto. Invano il santo giovane rappresentò loro che nessuna considerazione poteva dispensarlo dall'obbedire alla voce che lo chiamava: ebbe un bel perorare la sua causa, pregare, supplicare, non poté guadagnare nulla. In attesa che fosse in età di disporre della sua persona, poiché aveva ancora solo diciassette anni, fece, per quanto gli era possibile, la prova della vita penitente dopo la quale sospirava, una specie di apprendistato della Trappa. Più di una volta fu sorpreso a dormire sul pavimento, anche nella più rigorosa stagione. Non si limitava più a dare qualche pezzo di pane ai poveri: quando poteva sfuggire agli sguardi, il suo pasto tutto intero passava nelle mani di qualche bisognoso.

Ottenne da suo zio il permesso di osservare i digiuni di precetto. Non appariva più all'esterno che per recarsi in chiesa; le sue comunioni divenute più frequenti, i suoi costumi angelici, la sua umile docilità, la sua rara modestia, il suo perpetuo raccoglimento, lo facevano chiamare il giovane Santo e gli attiravano già una sorta di venerazione pubblica. Una malattia epidemica devastando il paese, nel 1766, Benedetto si dedicò al servizio dei malati, con suo zio, che vide cadere martire della carità. Comprese allora, meglio che mai, quanto la vita umana sia fragile, e si fortificò nel disegno di rinunciare a tutto per acquisire i beni eterni. Gli fu consigliato di rinunciare alla Trappa, che spaventava i suoi genitori, per una Certosa dove la vita sarebbe stata sufficientemente austera. Sempre flessibile alla voce dei suoi superiori, Benedetto seguì questo consiglio. Suo padre e sua madre, sebbene questo sacrificio costasse loro quanto quello di Abramo a Isacco, diedero il loro consenso. Andò dapprima a bussare alla Certosa del Val-Sainte-Aldegonde, nella diocesi di Saint-Omer, la quale non poté riceverlo, a causa delle grandi perdite che aveva appena subito, e che diminuivano le sue risorse. Parte allora a piedi per quella di Neuville, nella diocesi di Boulogne; là, il R. P. priore, credendolo destinato al coro e al sacerdozio, gli disse di terminare i suoi studi e di imparare un po' di dialettica e i principi del canto piano prima di presentarsi. Ritornò dopo quattro mesi: lo esaminarono, trovarono la sua scienza quasi sufficiente, ebbero soprattutto riguardo alla vivacità del suo desiderio, e lo ammisero al numero dei postulanti.

Nei primi momenti, il pio Anacoreta si credette al colmo dei suoi voti; stava per vivere finalmente nel cavo della pietra, e gustare le delizie di una vita nascosta in Gesù Cristo. Ma a questa rapida allegrezza succedette presto una di queste tribolazioni interiori, che sono come i passaggi ardui e scoscesi, attraverso i quali devono passare le anime chiamate alla più sublime contemplazione. D'altro canto, credeva la vita dei Certosini troppo dolce per un peccatore come lui: Dio, che aveva altre vedute su di lui, non faceva affatto discendere nella sua anima quella grazia simpatica che forma il legame tra un Ordine religioso e coloro che vi chiama. Fu dunque obbligato a lasciare la Certosa; ma appena ritornato sotto il tetto paterno, lo lascia di nuovo, nonostante le preghiere e le lacrime dei suoi genitori; parte nel cuore dell'inverno, senza bagaglio, senza alcuna preoccupazione dei mezzi di trasporto, per paesi sconosciuti, per piogge torrenziali; fa a piedi sessanta leghe per andare a presentarsi alla Trappa di Mortagne, in Normandia. Si rifiutano di riceverlo prima dell'età di ventiquattro anni; gli bisogna dunque abbassare la testa e ritornare nel suo villaggio, dove arriva con gli abiti in brandelli e i piedi lacerati. Rientrato presso i Certosini, il 12 agosto 1769, all'età di ventun anni, unicamente per obbedire al suo vescovo che aveva consultato a questo proposito, ne uscì per gli stessi motivi della prima volta. Ritornò alla Trappa di Mortagne, e, trovandola chiusa per lui di nuovo, finché non avrà ventiquattro anni, si mette in cammino per quella di Septfonds. Vi è ammesso e riveste l'abito di novizio l'11 novembre.

È probabilmente recandosi a Septfonds che andò a inginocchiarsi ad Autun sul suolo consacrato dal sangue di san Sinforiano. Nel 1861, la tradizione del pellegrinaggio che fece ad Autun il beato Labre viveva ancora nella memoria di alcuni anziani. Fu l'ultimo pellegrino illustre che visitò una tomba così celebre per più di quindici secoli.

Missione 03 / 09

La vocazione di pellegrino mendicante

Dio gli rivela la sua vera missione: vivere nel mondo come un pellegrino senza tetto, a imitazione di sant'Alessio, visitando i grandi santuari d'Europa.

Quale felice sorpresa per lui vedere che l'austerità non era minore a Septfonds che alla Trappa! Fin dall'inizio, apparve come un religioso consumato. Ma doveva ancora passare una terza volta attraverso il crogiolo delle tribolazioni interiori. Si accusava di colpe che esistevano solo nei timori di una coscienza troppo timorata; pensava di non avere alcuna contrizione, perché non era, come alcuni santi penitenti, favorito da una contrizione sensibile fino al pianto, al gemito, al singhiozzo. In meno di sei mesi, queste desolazioni del cuore, unite alle austerità e ai digiuni, lo avevano dimagrito ed estenuato. Una febbre ardente si dichiarò e i medici, consultati, lo giudicarono troppo debole per sostenere il rigore della Regola. Ma non si volle che partisse prima di essersi ristabilito; lo si fece dunque trasportare nell'ospedale esterno, dove edificò tutti. Era, diceva un Fratello, una conversazione non interrotta con Dio, favorita dal silenzio più assoluto del malato. Colui che era incaricato di curarlo invitava spesso i suoi confratelli a venire a visitarlo, dicendo: «Il giovane Labre è un Santo, andiamo a vederlo». Durante la sua convalescenza, non ebbe nulla di più urgente che impiegarsi nella cura degli altri malati, dei quali la sua carità lo rendeva il servitore più devoto. Prese congedo dai buoni Padri il 2 luglio 1770; ma cosa farà? dove andrà? Rivolse queste domande a Nostro Signore, che gli mise dapprima in pensiero di dirigersi verso i santuari più celebri, come quelli di Loreto e di Roma, nell'intenzione di conoscere meglio la sua vocazione. Lasciò la Francia e prese la strada per Loreto, attraverso il Piemonte, chiedendo senza sosta al Signore aiuto e luce per conoscere e compiere la sua divina volontà. Dio gli rivelò infine, attraverso un'illuminazione molto chiara dell'intelligenza, unita a un'ispirazione sensibile al cuore, che «questo divino volere era che camminasse sulle tracce di sant'Alessio, abbandonando per sempre patria, agi, comodità e tutto ciò che c'è di lusinghiero al mondo, per condurre un nuovo genere di vita, la più povera, la più penosa e la più penitente; e questo non in un deserto, non in un chiostro, ma in mezzo al mondo, visitando devotamente come pellegrino i santuari più rinomati».

Il santo Pellegrino iniziò da Nostra Signora di Loreto, il 6 novembre 1770; la sua seconda stazione fu la tomba di san Francesco d'Assisi, dove si fece iscrivere nell'arciconfraternita detta del Santo Cordone. Fin dal suo arrivo a Roma, fu profondamente toc Rome Città natale di Massimiano. cato nel vedere le immagini della sua buona Madre negli incroci e nelle strade; in tutte le case, la maggior parte delle famiglie le riservava un posto d'onore con una lampada accesa davanti. Si fermava davanti a quelle che erano più in venerazione, esprimendo i suoi affetti con gesti pii e, dopo averle guardate mille volte, vi ritornava ancora e le guardava con un nuovo fervore. Non sapeva come rendere la gioia che provava per questo culto pubblico e così universale reso a Maria.

Missione 04 / 09

Peregrinazioni e carità

Percorre l'Italia, la Spagna e la Francia, moltiplicando gli atti di carità eroica e manifestando doni soprannaturali di lettura dei cuori.

Fu presto al corrente di tutte le cerimonie che avevano luogo nelle chiese di Roma, di tutte le devozioni che vi si praticavano, e non ne mancò nessuna. Quando conobbe la Scala Santa, andò spesso a salirla in ginocchio, lentamente e meditando ad ogni gradino le umiliazioni del Salvatore che l'aveva calpestata quando lo trascinavano al pretorio. Verso la fine di maggio 1771, partì per la città di Fabriano, vicino alla quale si venera la tomba di san Romualdo. Provò una tale devozione per san Giacomo il Maggiore, che passò una giornata intera nella sua chiesa, sempre in ginocchio, senza cambiare né posto, né posizione, attento a tutte le messe che si succedevano nel mattino. Durante le ore in cui la chiesa restava deserta, teneva le braccia in croce, gli occhi fissi sul tabernacolo o sulla statua del Santo. Quando vide il sacrestano chiudere le porte, lo pregò di voler bene permettergli di passare la notte in chiesa. Quando usciva, molti lo indicavano col dito e lo qualificavano come Santo. L'ammirazione aumentò quando lo si vide dare ai poveri le poche elemosine che riceveva. Una donna vedova, vedendolo passare sotto una pioggia battente, lo invitò ad entrare per mettersi al riparo. Egli accetta, la saluta secondo la sua abitudine, con queste parole: «Lodati siano Gesù e Maria!». E, per la sua figura così affabile e così pia, ispira a questa donna una grande fiducia: lei gli apre il suo cuore, gli racconta le sue pene. Trovò una tale consolazione nelle parole del santo Pellegrino, che volle procurare la stessa felicità a una giovane persona che, da più di nove anni, stava a letto, soffrendo molto per uno scirro allo stomaco. Benedetto parlò alla malata della felicità di essere crocifisso con Gesù Cristo, e le disse, tra le altre parole, che dal suo letto sarebbe passata in paradiso. Sembrava alla paziente di ascoltare Gesù Cristo stesso; giudicandosi indegna di essere visitata da Gesù Cristo in persona, ebbe l'idea che fosse un Santo del cielo inviato da Dio per consolarla; e non era senza ragione: poiché il servo di Dio, approfittando di un momento in cui si trovava solo con lei, le parlò di un segreto di coscienza relativo a qualche illusione interiore che lei aveva avuto e che non aveva ancora svelato al suo direttore. Confessò in seguito che, senza una luce soprannaturale, non avrebbe potuto penetrare il suo interno come aveva fatto.

Contro la sua abitudine, il servo di Dio accettò la cena che la sua cara malata e le sue due sorelle gli offrirono, pensando senza dubbio, all'esempio del divino Modello, che non rifiutava di prendere parte ai banchetti, quando vi vedeva l'occasione favorevole di servire ai convitati qualche alimento spirituale. Ma a stento toccava ciò che gli veniva servito, e, alle insistenze che gli venivano fatte, rispondeva: «Mi occorre poco; il superfluo non serve che a preparare un pasto più grande per i vermi». Continuava a parlare delle cose di Dio e della salvezza; ma condiva i suoi discorsi spirituali con tanta naturalezza e grazia, che le tre sorelle e la vedova ne erano commosse fino alle lacrime e dimenticavano di mangiare per essere più attente alle sue riflessioni pie. Esclamò più volte: «Mio Dio, qual è la vostra bontà di aver dato a questi alimenti la virtù di sostenere i nostri corpi?»

La giovane inferma gli chiese come dobbiamo amare Dio e quali sono i segni di questo amore; egli rispose: «Per amare Dio convenientemente occorrono tre cuori in uno solo. Il primo deve essere tutto di fuoco verso Dio e farci pensare continuamente a Dio, parlare abitualmente di Dio, agire costantemente per Dio, e soprattutto sopportare con pazienza il male che gli piace inviarci durante tutta la durata della nostra vita. Il secondo deve essere tutto di carne verso il prossimo e portarci ad aiutarlo nei suoi bisogni temporali con le elemosine, e ancor più nei suoi bisogni spirituali con l'istruzione, il consiglio, l'esempio e la preghiera; deve soprattutto intenerirsi per i peccatori, e più particolarmente per i nemici, e chiedere al Signore di illuminarli per portarli alla penitenza; deve anche essere pieno di una pia compassione per le anime del purgatorio, affinché Gesù e Maria si degnino di introdurle nel luogo del riposo. Il terzo deve essere tutto di bronzo per se stessi e far aborrire ogni sorta di sensualità, resistere senza tregua all'amore di sé, abiurare la volontà propria, castigare il corpo con il digiuno e con l'astinenza, e domare tutte le inclinazioni della natura corrotta: poiché più odierete e più maltratterete la vostra carne, più grande sarà la vostra ricompensa nell'altra vita.»

Prima di lasciare questa famiglia, Benedetto volle lasciare un segno della sua gratitudine per l'accoglienza che aveva ricevuto: chiese un foglio di carta, scrisse in latino un'orazione rivolta a Nostro Signore Gesù Cristo, e, rimettendola alle sue ostesse, le assicurò che se l'avessero recitata con fede, avrebbero visto la loro casa e le case vicine preservate dal fulmine, dall'incendio e dai terremoti. È ciò che è accaduto più volte, tra l'altro durante il terremoto del 1781.

Benedetto fu costretto a sottrarsi con la fuga alla stima che cresceva per lui in tutta la città. Ispirato senza dubbio da uno spirito profetico, aggiunse, ringraziando il sacrestano delle bontà che si erano avute per lui, che Dio si sarebbe degnato lui stesso di pagare il suo debito verso la chiesa e l'ospizio. Qualche tempo dopo, si riceveva all'improvviso una somma di cento scudi romani, lasciata dal testamento di una dama tedesca, sconosciuta a Fabriano, e il cui erede ignorava l'esistenza della chiesa di San Giacomo e del suo ospizio.

Mai Benedetto si fermò da allora passando in una città dove «si era fatto caso di lui come di qualcosa di buono». I suoi vari pellegrinaggi nel regno di Napoli fecero presagire che sarebbe stato un ornamento della Chiesa. I suoi grandi esempi di virtù fecero una tale impressione sugli abitanti, che ancora oggi, dopo circa ottant'anni, il ricordo ne è vivo nello spirito di alcuni anziani. Arrivato davanti a una prigione, da dove i detenuti imploravano, attraverso le sbarre dei loro sotterranei, la pietà dei passanti, si fermò, e, vedendo questi infelici, ne ebbe una grande compassione. Tutto a un tratto si inginocchia, si scopre, pone il suo cappello per terra davanti a sé, depone sui suoi bordi il crocifisso che stacca dal suo petto, prega un istante guardandolo fissamente, poi intona le Litanie della Vergine di Loreto con una voce celeste che commuoveva gli ascoltatori fino al fondo dell'anima; subito il denaro cade da ogni parte nel cappello del pellegrino, egli raccoglie queste offerte, le bacia tutto commosso come per ringraziare il pubblico, si alza e va a distribuirle ai poveri prigionieri; ripeté questo atto di carità tutti i giorni davanti alle chiese.

Un abitante della città di Bari, che ebbe la fortuna di fargli accettare l'ospitalità nella sua casa, lo pregò, prima di lasciarlo partire, di dargli almeno qualche consiglio per ricordo: nello stesso istante il martello dell'orologio venne ad annunciare che una frazione della vita umana era trascorsa: «Ebbene!» replicò il servo di Dio, «ogni volta che sentirete questa campana, ricordatevi che non siete padroni dell'ora seguente, e pensate allo stesso tempo alla Passione che ha voluto soffrire Nostro Signore per metterci in possesso dell'eternità». La persona alla quale lasciò questa pia massima, sebbene nel fiore dell'età, e di una salute molto robusta, non tardò a passare al riposo eterno, dopo una breve malattia.

Per andare in Spagna, passò per Moulins, nel Borbonese, dove soggiornò alcuni mesi. Un pio cristiano avendogli offerto un riparo, perché si era nel pieno dell'inverno, egli rifiutò di accettare un letto, non volendo assolutamente dormire che in soffitta, su un po' di paglia. Durante le lunghe serate d'inverno, faceva una lettura alla famiglia; altre persone del vicinato non tardarono ad aumentare il suo uditorio, attirate, come dicevano, dalla curiosità di vedere un Santo. Dopo la lettura, si ritirava nel suo sottotetto per continuare a leggere e a meditare; passava la maggior parte delle sue notti in questo pio esercizio. Lo si sentì anche flagellarsi duramente, e si sorprese nella sua paglia una frusta di corde armate di punte. Durante la Quaresima, passava talvolta due o tre giorni senza mangiare.

Se si portava il santo Viatico ai malati, non mancava mai di accompagnarlo. Lo si vedeva comunicarsi frequentemente alla prima messa; questa santa consuetudine fu per lui un'occasione di umiliazione. Il prete sacrestano, vedendolo avvicinarsi così spesso alla santa Mensa, giudicò che fosse sconveniente per un laico, così giovane e così mal vestito, ricevere così familiarmente il Dio di ogni maestà, e, colto da un falso zelo, lo cacciò dalla tavola di comunione. Benedetto sopporta questo affronto con pazienza e umiltà: mantiene il silenzio e si ritira; i giorni seguenti, si presenta di nuovo alla santa Mensa, pronto a ricevere un nuovo insulto, e lo sopporta con la stessa abnegazione, finché il parroco della parrocchia, istruito del fatto, represse lo zelo indiscreto del prete sacrestano. Ebbe a soffrire ben altre persecuzioni che sarebbe troppo lungo raccontare, e che non fecero che aumentare la sua reputazione di santità. Gli si attribuivano diversi miracoli, tra l'altro che del pane e dei piselli si fossero moltiplicati tra le sue mani mentre ne faceva una distribuzione ai poveri il giovedì santo, e che un malato fu guarito dalle sue preghiere. Se lo seguiamo in mille santuari dell'Alsazia, della Lorena, della Svizzera e della Germania, raccoglieremo le leggende più meravigliose. Diremo solo le virtù di cui dava ovunque l'esempio.

Teologia 05 / 09

Una vita di assoluta indigenza

Il santo vive in una povertà radicale, nutrendosi di scarti e alloggiando tra le rovine del Colosseo, mentre pratica una costante mortificazione.

Mai la povertà e la rinuncia dei religiosi più rigidi si avvicinarono a ciò che il servo di Dio praticò di sua spontanea volontà durante gli ultimi quindici anni della sua vita. In effetti, i religiosi della più stretta osservanza hanno almeno ancora una piccola cella come abitazione, qualche asse o stuoia come letto, un saio rinnovato a tempo debito come vestito; la loro tavola è provvista di cibi grossolani, è vero, ma sufficientemente abbondanti e senza alcuna cura da parte loro; vi trovano per bere qualche bicchiere tenuto pulito, fosse pure di legno o di argilla; ma Benedetto si privò di tutto ciò e visse in una indigenza generale che ha dell'incredibile. I suoi vestiti non erano che veri stracci, che bastavano appena a coprire la nudità del suo corpo, ma che non potevano affatto difenderlo dall'inclemenza delle stagioni. Le sue calzature si riducevano il più delle volte a ciabatte o pantofole bucate da ogni parte, come per lasciarvi entrare l'acqua e il fango. La sua testa non era meglio coperta. Talvolta si spogliava ancora di più, per meglio imitare il Figlio di Dio, che non temette di spogliarsi della maestà divina: molti lo hanno visto andare a piedi nudi per le strade o per le vie. Durante la maggior parte della sua vita di pellegrino, non solo non ebbe una dimora, ma non volle nemmeno posare abitualmente il piede sotto lo stesso tetto; non doveva forse conformarsi letteralmente all'esempio di colui che ha detto: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli i loro nidi; ma il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo?»

Durante i suoi primi soggiorni a Roma, cominciò col ripararsi solitamente vicino al Quirinale, in un buco di muro, alloggio più adatto a un animale che a un uomo. Cambiò poi per deferenza verso il consiglio di un ecclesiastico e si alloggiò sotto le volte aperte e in rovina del Colosseo, come il passero solitario tra le macerie, o la rondine tra le rovine. Cambi ava spe Colysée Rovine romane dove il santo alloggiò per diversi anni. sso giaciglio, per evitare tutto ciò che avrebbe potuto somigliare a un possesso. Nei suoi lunghi viaggi, la terra gli serviva da letto; prendeva come riparo una siepe o un muro. Che diremo della sua povertà nel vitto? Prendeva di cibo quanto bastava per non morire. Quanto alla qualità, i suoi cibi preferiti erano solitamente ciò che poteva trovare di più vile, cose di scarto, persino schiacciate sotto i piedi e gettate dalle finestre in strada o sul letame: foglie di cavolo ingiallite, scorze di arance amare, bucce di erbe appassite, frutti guasti e marci. Salvo rare eccezioni, il suo stomaco non conosceva più né carne, né pietanze di alcun genere; non beveva mai se non dopo questo singolare pasto; la sua bevanda in viaggio era l'acqua dei fossi, e in città quella delle fontane pubbliche, senza altra tazza che le sue labbra, applicate direttamente all'orifizio dei tubi; il che fu causa del fatto che dopo la sua morte si videro molte di queste fontane assediate da una folla pia, perché erano considerate santificate da questo grande servo di Dio.

Cristiani pieni di fede, senza essere trattenuti dalla ripugnanza che il suo aspetto doveva ispirare, ambirono al vantaggio di averlo alla loro tavola: egli se ne difendeva il più possibile, poiché la sua condizione di povero non comportava una tale distinzione. Questa condizione di povero era per lui un motivo per presentarsi alle distribuzioni giornaliere, meno per approfittare della zuppa che vi si dava, che per fare atto della professione che aveva volontariamente abbracciato. Aveva l'abitudine di porsi all'ultimo posto e di attendere che gli altri fossero serviti; di qui, accadeva che spesso non riceveva nulla, o almeno ciò che c'era di peggio; se ne tornava contento come se avesse ottenuto la parte migliore. Di più, si lasciava facilmente togliere ciò che aveva ricevuto, quando i distributori, affascinati dalla sua eccessiva riservatezza, lo facevano passare avanti agli altri e gli davano una larga parte. È con la stessa indifferenza che accoglieva le offerte di elemosina. Spesso non rispondeva alle persone che lo chiamavano per dargli qualcosa, perché non se ne accorgeva, essendo tutto assorbito in Dio. Una volta, a San Sisto e a San Domenico, era in meditazione; un prete si avvicina a lui e gli mette un'elemosina in mano. Ben lontano dall'essere distratto da questo atto caritatevole, non se ne accorse nemmeno. Talvolta dei benefattori lo costrinsero a ricevere ciò che non voleva; lo prendeva per non rattristarli o per rispetto verso il loro carattere; ma appena erano scomparsi, lo dava ad altri. Tuttavia, non era abbastanza per lui disprezzare ogni proprietà, anche la più legittima e la più necessaria, ne aveva una sorta di orrore. Si può dire che, al contrario degli altri uomini, era il nemico giurato del denaro e non voleva ricevere la più piccola moneta di quel metallo, che sembrava bruciargli la mano. Molte volte, per errore, gli fu messa in mano qualche moneta di questo genere, come abbiamo detto: appena se ne accorgeva, correva dietro alla persona per restituirgliela. Ecco come intendeva la massima: «Chiunque di voi non rinuncia a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo». C'è bisogno, dopo questo, di parlare della sua mortificazione? Si può immaginare una vita più dura e più mortificata? Nelle vigilie e negli altri giorni di digiuno, non appariva affatto alla porta dei conventi; si era proposto in quei giorni di imitare l'esempio dei primi fedeli, mangiando solo una volta al giorno, e si può dire che spesso li superava, poiché gli accadde più di una volta di non prendere per tutto nutrimento, verso la fine del giorno, che un po' di pane inzuppato nell'acqua della fontana pubblica. I mercoledì e i sabati erano spesso, e i venerdì quasi sempre, giorni di digiuno assoluto per lui.

Percorrere una moltitudine di contrade diverse, di città celebri, senza aprire gli occhi, o almeno senza guardare nulla, ciò sembra quasi impossibile. Ecco tuttavia ciò che il servo di Dio, per un prodigio della grazia, praticò nel modo più assoluto in tutti i suoi pellegrinaggi. Mai inoltre prestò l'orecchio volontariamente ad alcun discorso vano e curioso, o privo di edificazione; mai concesse al senso dell'udito il piacere di ascoltare alcun canto né alcun suono di strumento. Mai conobbe i profumi che lusingano l'olfatto; ma, al contrario, se gli capitava di essere molestato da odori sgradevoli, non faceva nulla per allontanarli o per liberarsene; quella era la sua sensualità. È impossibile imporre una maggiore ritenzione alla propria lingua di quanto egli facesse. Era arrivato a non parlare mai per primo a chi che sia, se non per pura necessità o per motivo di carità, e a non rispondere il più delle volte che con un cenno del capo. Adempiva alla lettera il consiglio dello Spirito Santo: «Metti alla tua bocca porte e serrature». Nel mezzo del tumulto del mondo il suo silenzio era perpetuo, perpetuo il suo colloquio con Dio. Mesi interi passavano senza che proferisse parola; di modo che meriterebbe altrettanto bene la qualifica di silenziario quanto il Santo noto con questo nome.

Quanto al senso del tatto diffuso per tutto il corpo, era per lui il grande mezzo di penitenze di ogni istante. «Portava nelle sue membra la mortificazione di Gesù Cristo in ogni tempo e in ogni luogo», e viveva solo per crocifiggere la sua carne con tutte le sue concupiscenze; seppe farsi strumenti di macerazione, che non avevano l'inconveniente di esporlo alla stima, e gli procuravano il vantaggio di una penitenza non interrotta. Il freddo, il caldo, l'umidità, i venti, tutta la natura in una parola, tutte le incomodità, tutte le circostanze della vita, gli fornivano i mezzi per immolare la sua carne al Signore, come Iefte la sua figlia unica, unendo questo sacrificio a quello del suo Salvatore. Aveva di più, sulla sua carne, come un cilicio vivente che lo lacerava senza sosta, come san Tommaso di Canterbury, cancelliere d'Inghilterra, di cui lo storico dice: «Dopo che ebbe subito la morte del martirio, si trovò il suo cilicio talmente pieno di insetti pediculari, che si giudicò questo martirio anteriore, nel mezzo del lusso e della mollezza di una corte, ben più insopportabile dell'ultimo». Non solo non cercava di liberarsi da questi ospiti incomodi, ma aveva assolutamente voluto questo tormento così afflittivo e così umiliante; solo, per spirito di carità, prendeva tutte le precauzioni per risparmiare agli altri il disgusto che poteva loro causare in ciò. Viveva separato dai poveri stessi e non si avvicinava mai a loro. D'altronde, l'odore della sua santità e lo splendore della sua anima facevano spesso scomparire il disgusto che la sua vista avrebbe dovuto ispirare, e la sua pelle, quando si lavò il suo corpo dopo la sua morte, lungi dall'offrire alcuna macchia, alcun vestigio di graffio, apparve netta come quella di un bambino appena nato. Il custode dell'ospizio attestò che non scorse alcuna traccia nel letto che occupava, e la stessa cosa fu constatata nel letto dove morì; che dico? i suoi stracci, pieni di quel parassitismo, divennero un tesoro che migliaia di persone si contesero!

Teologia 06 / 09

Vita mistica e virtù angeliche

Nonostante il suo aspetto miserevole, egli brilla per la sua modestia, il suo silenzio perpetuo e un'intensa unione contemplativa con Dio, particolarmente davanti all'Eucaristia.

Tra le spine di questa mortificazione, si sviluppava in tutto il suo splendore il bel fiore della continenza e della modestia. Benedetto fuggiva, con lo stesso brivido che si prova alla vista di un serpente, tutto ciò che poteva recarvi la minima offesa. «Se una donna mi toccasse», diceva, «sul momento mi strapperei la pelle che avrebbe toccato». Teneva costantemente chiusa la porta dei suoi sensi, attraverso la quale il serpente infernale avrebbe potuto penetrare nel giardino della sua anima: camminava per le strade come se fosse stato in chiesa. Il suo contegno era estatico e non gli accadde mai di voltare la testa o di lasciar vagare gli occhi. Fuggiva la conversazione delle donne con la stessa cura con cui ne evitava l'avvicinamento o la vista; non conversava con nessuna, se non spinto da una necessità positiva.

La minima parola oscena o licenziosa che colpiva le sue orecchie era un colpo di tuono che lo faceva rabbrividire e tremare. Uno dei suoi confessori, pressandolo con domande per sapere perché si proibisse così rigorosamente l'uso del vino, lo obbligò a rispondergli, sospirando, che voleva, con questa privazione, smussare lo stimolo della carne e mettere al suo corpo il freno che gli impedisse di recalcitrare. Risposta ben conforme alla sentenza della Scrittura: «Il vino e le donne fanno apostatare i saggi»; e tuttavia, chi lo crederebbe? quest'uomo così penitente, così circospetto, così delicato di coscienza, dovette lottare contro i più violenti assalti, come i Girolamo, gli Antonio, i Pietro d'Alcantara, per difendere una virtù che gli era così cara. Appena cominciava a gustare il sonno, era assalito dalle tentazioni più violente. Fu spesso costretto a rotolarsi per terra con coraggio, come un tempo il suo patrono, implorando il soccorso divino, invocando la Vergine immacolata, facendo su di sé numerosi segni di croce, colpendosi il petto e figurandosi la croce del Salvatore: non cessava di combattere finché non avesse riportato una vittoria completa. I suoi confessori hanno assicurato che, in tutto il corso della sua vita, non scoprirono la più leggera mancanza né la più leggera macchia; così, molte persone lo designavano solo come un angelo terrestre, un san Luigi Gonzaga. Ecco come, con il soccorso della grazia, Benedetto era diventato talmente padrone dell'appetito dell'anima che si chiama concupiscibile, perché ci porta a desiderare e a ricercare il bene sensibile, che in esso non sorgeva, per così dire, più alcun movimento deliberato. Quanto all'altro appetito, che compone anche la parte sensitiva dell'anima, voglio dire l'irascibile, che ci porta a fuggire il male sensibile e a difendercene, esso era realmente morto in lui. Uno dei suoi confessori diceva che, a forza di esercizio, aveva acquisito un tale impero sull'irascibilità che era, a suo avviso, diventato la mansuetudine e l'affabilità stessa, e non esitava affatto a paragonarlo e ad uguagliarlo sotto questo rapporto a san Bonaventura e a san Francesco di Sales: nulla essendo capace di alterare la santa pace della sua anima, né la serenità del suo volto.

Una sera, uscendo da Notre-Dame des Monts, urtò nell'oscurità un giovane che, per vendicarsi, gli assestò un colpo di bastone, poi uno schiaffo. Benedetto, come al solito, ricevette l'uno e l'altro senza chiedergliene la ragione. Camminando un'altra volta, in via del Corso, a passo rapido, fu caricato di ingiurie e di scherni da alcuni passanti. Invece di affrettarsi, rallentò il passo per godere più a lungo della felicità di essere insultato. E per passare alla parte superiore dell'anima, la sua volontà era schiava dell'obbedienza. Egli era, come consiglia san Pietro, sottomesso a ogni creatura per amore di Dio, imitando Colui che si è fatto obbediente fino alla morte. È per obbedienza che usò talvolta del letto che gli era preparato, che si avvicinò al fuoco in inverno almeno per qualche istante, che bevve qualche sorso di vino, che ricevette elemosine di cui non aveva bisogno per il giorno stesso, che accettò qualche raro invito a prendere un vero pasto e a gustare cibi che gli venivano serviti. Crediamo di aver citato qui gli atti di sottomissione che gli costavano di più. Aveva nello spirito pensieri così bassi di se stesso che è impossibile, secondo l'abate Marconi, suo confessore, immaginare chi potrebbe ave abbé Marconi Confessore e biografo del santo a Roma. rne uno più basso di sé, e paragona la sua umiltà a un mare così profondo che non c'è sonda capace di misurarne il fondo. Indirizzava continuamente a Dio la supplica di sant'Agostino: «Signore, fate che io vi conosca e che conosca me stesso, voi per amarvi, io per disprezzarmi». Una delle sue più grandi virtù fu senza dubbio la cura che aveva di sottrarre a tutti gli occhi le sue virtù e ciò che accadeva tra Dio e lui. Non metteva meno applicazione a nascondere la sua condizione e la sua origine, desiderando farsi passare per il più vile e l'ultimo degli uomini. È per questo che evitava i suoi compatrioti man mano che imparava meglio la lingua italiana e che prendeva ordinariamente i suoi confessori tra i sacerdoti di questa nazione. Ma, nonostante i suoi sforzi, era spesso tradito dalla delicatezza dei suoi tratti, dalla grazia della sua fisionomia, dall'urbanità del suo linguaggio e da non so quale nobiltà di maniere che prendeva la sua fonte nella gentilezza della sua educazione, e ancor più nel perfetto equilibrio della sua anima, sempre padrona dei suoi movimenti. Sebbene, fin dalla sua giovinezza, leggesse la Sacra Scrittura in latino, e che più di uno dei suoi ammiratori sia stato persuaso che Dio gliene avesse dato una particolare intelligenza, tanto citava i testi a proposito, tanto li applicava con giustezza e precisione, tuttavia si faceva un dovere costante di assistere alla spiegazione elementare della dottrina cristiana come un ignorante. Seguiva il catechismo che si faceva nel Colosseo per la classe infima e i bambini più abbandonati. La virtù di Gesù Cristo ha un profumo che è difficile racchiudere, ne sfugge sempre qualcosa: di qui accadde che spesso Benedetto fu esposto a sentire il suo elogio e a ricevere segni di considerazione. Se ne turbava facilmente; era per lui un vero dolore vedersi oggetto di qualche rispetto: una parola di lode lo faceva tremare, una testimonianza d'onore lo sconvolgeva fino al fondo dell'anima.

Essendo penetrato da questo oracolo che Dio trova macchie persino nei puri spiriti che circondano il suo trono, e vedendosi così inferiore agli angeli del cielo, trovava sempre imperfezioni in se stesso, e le accusava al tribunale della penitenza con la stessa contrizione come se si fosse trattato di colpe enormi. Non bisogna dunque stupirsi se i suoi confessori furono unanimi nell'assicurare che egli osservava minuziosamente i precetti di Dio e della Chiesa; che non commise mai una colpa, nemmeno veniale, di proposito deliberato; che non sembrava nemmeno soggetto alle aberrazioni volontarie di desiderio e di pensiero; di modo che le sue confessioni non offrivano materia sufficiente all'assoluzione.

Non c'è bisogno di dire con quale attenzione e quale fervore il Beato si sbrigasse di tutte le sue preghiere giornaliere. Le recitava, qualunque ne fosse il numero, lentamente, posatamente, articolando ogni sillaba e pesando il senso di ogni parola. Molte persone lo chiamavano l'Uomo della preghiera.

Il modo in cui recitava l'ufficio divino ne faceva una vera meditazione: dopo la lettura di un salmo o di una lezione, deponeva il libro per dare corso ai pensieri e ai sentimenti che suscitava in lui lo Spirito Santo, tenendo gli occhi diretti verso il cielo o verso l'immagine della Vergine a Notre-Dame des Monts. Quanto all'orazione mentale, pervenne presto a quel grado superiore a ogni metodo, che si chiama contemplazione. Il suo spirito era subito come seguito dallo spirito di Dio, e il suo cuore si infiammava di sante affezioni. Una pia vedova lo aveva ben giudicato quando racconta che, vedendogli lo sguardo fissato verso il cielo, indice dello sguardo interiore, diceva: «Oh! felice mortale, che sai cosa vedi?» e si figurava che Dio si compiacesse di fargli gustare le delizie del perfetto amore. Di qui cresceva in lui ogni giorno l'avversione per tutto ciò che non è Dio, al punto di guardare, con san Paolo, tutte le grandezze e i godimenti del mondo, come un vile e miserabile fango, degno tutt'al più di essere calpestato. La lunghezza delle sue orazioni era tale che si può dire senza esagerazione che ha passato la maggior parte dei suoi ultimi quindici anni nella contemplazione. Spesso non si osava interromperlo con il rumore delle porte o passando troppo vicino a lui nelle chiese: molti vi venivano apposta per animarsi con il suo esempio e stimolarsi alla meditazione; perché, si diceva, non si è mai visto pregare in questo modo, e, per farsene un'idea, bisogna averlo visto: gli angeli non si tengono diversamente davanti al trono di Dio! Quanti sentivano il loro cuore intenerirsi guardandolo e le lacrime scappare involontariamente dai loro occhi! quanti si raccomandavano interiormente alla sua intercessione, come si fa a quella dei beati che godono già della visione di tutte le cose in Dio! il che è ben il più alto grado di stima che si possa avere di un uomo ancora viaggiatore sulla terra. È tuttavia ciò che faceva un santo sacerdote di ottant'anni. Un futuro vescovo si piazzava il più vicino possibile al povero, senza farsi scorgere, e provava da questa semplice vicinanza una tale emozione che la sua preghiera ne diventava più fervente.

Per annunciarsi ostensibilmente alla faccia del mondo come servitore di Maria, Benedetto adottò l'usanza di portare il rosario sospeso al collo e non lo lasciò più fino alla morte. Sulle strade, nelle vie, in chiesa, in pellegrinaggio, di notte come di giorno, si poteva riconoscerlo da questo emblema. Era la sua decorazione di scelta, quella di cui faceva mostra con piacere e alla quale attaccava più prezzo di quanto mai grande della terra ne attaccasse alle insegne dei suoi ordini. La fiducia di cui il suo cuore traboccava verso questa buona madre, sfuggiva talvolta nel mezzo delle sue orazioni: ripeteva a mezza voce questa invocazione: Mia Madre! O Maria! Mia Madre! con un accento così espressivo e così pronunciato che evidentemente faceva sforzo per non farne un grande grido. La sua devozione verso la santa Eucaristia lo fa annoverare tra gli adoratori più celebri del Santissimo Sacramento: santa Rosa da Lima, san Luigi Bertrando, san Tommaso d'Aquino, santa Giovanna di Chantal, ecc. Provava una tale gioia in presenza di Gesù Cristo che traspirava all'esterno in un modo che aveva qualcosa di più che umano, e che si ammirava sulle sue labbra un sorriso che teneva più dell'angelo che dell'uomo. È ciò che faceva dire a molti che vedeva Gesù con gli occhi del corpo.

Uno dei suoi confessori, avendolo obbligato a dirgli cosa gli facesse più impressione nella vita del Salvatore, rispose che era l'abiezione alla quale questo divino Maestro era disceso nelle ultime ore della sua vita. Questo ricordo, risvegliato dalle interrogazioni del confessore, gli occasionò un movimento di dolore così amaro che questi la paragona a quella della madre più tenera, che vedrebbe un figlio innocente e caro massacrato sotto i suoi occhi con barbarie, e poco mancò che rispondendo, il cuore non gli mancasse; piangeva sul suo Beneamato, il suo Amico, e soffriva veramente con lui; non avrebbe sofferto di più se avessero attaccato lui stesso alla croce. Non mancava mai ogni mattina di porsi nelle piaghe del Salvatore, figurandosi quelle dei suoi membri come i buchi della pietra e quella del costato come la grotta della roccia dove si ritira la colomba.

Quando Benedetto aveva così la sua anima unita a Dio, una luce celeste rifulgeva da Dio su di essa, e spesso da essa sul corpo, per una grazia speciale che fu accordata a molti Santi: il suo volto brillava di uno splendore soprannaturale, e il suo corpo, trasportato dallo slancio dell'anima, elevandosi senza tuttavia perdere interamente terra, prendeva una posizione che non si poteva spiegare in un modo naturale.

Miracolo 07 / 09

Doni di profezia e di bilocazione

Verso la fine della sua vita, manifestò doni di bilocazione e predisse con precisione la sua morte, così come i futuri sconvolgimenti della Rivoluzione francese.

Non si citano fatti abbastanza ben constatati per affermare che il servo di Dio ebbe durante la sua vita il dono dei miracoli, sebbene Dio si sia compiaciuto di esaudire vistosamente le sue preghiere. Nel caso in cui il beneficio concesso avesse avuto qualcosa di miracoloso, è probabile che Benedetto non ne abbia avuto conoscenza: la sua umiltà ne avrebbe sofferto troppo; ma egli aveva, soprattutto verso la fine della sua vita, il dono di leggere nel profondo delle coscienze. Per questo molte persone lo evitavano, per timore che vedesse qualche macchia nella loro anima. Un giorno si trova sul passaggio di un giovane scapestrato, che non conosceva; prende il suo tempo per avvicinarsi a lui e, con il tono della più grande dolcezza, gli dice: «Figlio mio, tu sei nella disgrazia del nostro Dio, va' a fare una buona confessione, perché la tua morte è vicina». Il giovane si mise a ridere di questo avvertimento e si fece beffe di colui che lo dava; ma lo sventurato morì poco dopo, e morì impenitente. Un altro avvertimento dello stesso genere ebbe un successo migliore per un uomo di una certa età; Benedetto, avendolo avvicinato, gli disse: «Fratello mio, scacciate il pensiero che avete, è una tentazione del demonio». A questa esortazione imprevista, il colpevole rimase stupito e confuso, e scacciò dal suo cuore il progetto criminale che vi nutriva di abbandonare la propria sposa. Benedetto fu anche oggetto di un favore che Dio sembra aver riservato per i nostri tempi, al fine di confondere meglio l'incredulità con questo miracolo, il più inspiegabile di tutti. Lo si vide spesso in diversi luoghi, esattamente alla stessa ora.

Così, mentre era rinchiuso nell'ospizio dei poveri, dove dormiva negli ultimi anni della sua vita e da cui non ci si poteva assentare, fu visto e osservato da diversi testimoni, in adorazione nel suo portamento ordinario ed estatico, a diverse ore della notte, e fino a dopo mezzanotte, davanti al Santissimo Sacramento esposto per l'adorazione perpetua. Mentre era rinchiuso nello stesso ospizio, lo si vide nella notte di Natale del 1782 assistere, nella chiesa di Notre-Dame des Monts, al Mattutino, alla messa di mezzanotte e a tutto il resto della cerimonia, fino al bacio dei piedi del santo Bambino Gesù. Ammesso nell'intimità del Re eterno, era ben difficile che non avesse parte a qualcuno dei suoi segreti, come la conoscenza del futuro. Conobbe in anticipo la sua morte prossima, il luogo della sua sepoltura, gli omaggi che gli sarebbero stati resi dopo la sua morte, i religiosi che avrebbero dovuto lavorarvi: conobbe le sventure che si sarebbero abbattute sulla Francia nel '93 e fece una folla di altre predizioni che sarebbe troppo lungo riportare e che furono giustificate dall'evento.

Vita 08 / 09

Morte e glorificazione immediata

Muore a Roma il 16 aprile 1783; la folla lo acclama immediatamente come un santo e i miracoli scoppiano fin dai suoi funerali.

Tuttavia un dolore profondo divorava il cuore di Labre e doveva affrettare la sua fine. Questo amante di Dio, così insensibile alle proprie pene, risentiva di tutte le ingiurie che il XVIII secolo vomitava contro il suo divino Amico. Mai gli uomini erano apparsi più accaniti contro Dio. Ogni giorno la massa dei libri empi, delle bestemmie, delle apostasie andava crescendo. L'orizzonte di questo infelice secolo si caricava di tante empietà che l'ira divina, messa alla prova da sessant'anni, stava finalmente per scoppiare in un'orribile tempesta. Labre, con le sue austerità, con le sue preghiere, tratteneva il braccio di Dio finché poteva; ma questo braccio vendicatore diventava sempre più pesante e le forze di Labre diminuivano. Ogni colpo che colpiva Dio, colpiva anche lui. Provava questa atroce tortura di vedere il suo Padre, il suo Amico, il suo Sposo maltrattato, calpestato; e da chi? dai suoi fratelli, da fratelli ingrati, ma che egli amava, perché erano come lui figli di uno stesso Padre, e perché li vedeva tutti grondanti del sangue che la loro salvezza era costata. Avrebbe voluto vendicare questa divina Vittima, ma anche i carnefici occupavano un largo posto nel suo cuore, e non sapeva che pregare per loro, invece di maledirli. In questi strazi il suo cuore si spezzava. Quante volte non lo ha confessato al signor Marconi? «Padre mio», diceva, «questo dolore mi uccide».

Questa morte preziosa non fu rivelata solo al nostro Santo. Una religiosa di santa vita seppe «che un fiore stava per essere colto nel giardino di D. Paolo Mancini». Voleva parlare dell'ospizio dove il Beato passava le notti. D'altro canto, il figlio dei coniugi Sari, che attendevano il servo di Dio a Loreto per il suo pellegrinaggio annuale, ripeté loro più di una volta: «Non aspettatelo, Benedetto è morto; Benedetto è andato in paradiso, è il cuore che me lo dice».

Il venerdì di Passione si confessò per l'ultima volta: «Appena inginocchiato si mise a piangere», dice il suo confessore; «due ruscelli di lacrime cadevano dai suoi occhi pacificamente e senza sospiri né singhiozzi. Come di consueto, non trovai materia per l'assoluzione. Vidi di più che, dalla sua ultima confessione, la più leggera tentazione non aveva turbato il suo interno tutto in pace, sereno e tranquillo. Questo mi mostrava che era giunto al mezzogiorno della bella luce. Un tale astro non appartiene più alla terra: è nel cielo, è nella gloria eterna che deve brillare». In effetti, il mercoledì santo, 16 aprile 1783, Benedetto fece, come di consueto, una lunga e fervente orazione, quando al mattino, verso le otto, fu colto da un malore mortale. Lo si vide giacere, come privo di sensi e di forza, sui gradini esterni di Santa Maria ai Monti, la sua chiesa di predilezione. Ci si affrettò a soccorrerlo e gli si diede un bicchiere d'acqua, poiché lo aveva chiesto. Lo prese in mano, lo offrì devotamente al Signore, con sospiri infuocati, gli occhi levati al cielo; poi, avendo bevuto, sollevò di nuovo le sue palpebre morenti e le sue due mani, rendendo grazie come se avesse ricevuto il più grande sollievo. Questo tratto edificante fece versare lacrime al testimone che lo raccontò. La sua debolezza era così grande che non si poteva risollevarlo; diverse persone gli offrirono caritatevolmente la loro casa per accoglierlo; le ringraziò tutte con umiltà. Francesco Zaccarelli, macellaio ai Monti, di fron te alla caserma dei François Zaccarelli Macellaio romano che accolse il santo per i suoi ultimi istanti. soldati corsi, a poca distanza dalla chiesa, si presentò. Era un uomo di bene affezionato al servo di Dio. Gli disse: «Benedetto, state male, bisogna curarvi; volete venire a casa?». Il moribondo aprì gli occhi, li fissò su Francesco e rispose: «A casa vostra? sì, voglio andarci volentieri». Lo si trasportò immediatamente e lo si depose tutto vestito su un letto, dicendogli di lasciarsi fare per obbedienza. Si provò a rimetterlo facendogli prendere qualcosa; ma perse presto conoscenza; e la sera, mentre si recitavano le Litanie vicino a lui, a queste parole: *Sancta Maria, ora pro nobis*, il suo volto prese il candore del latte, cessò di respirare. Ecco i due soli segni dai quali ci si accorse che si era appena addormentato nel Signore. All'età di trentacinque anni e ventun giorni, come abbiamo appena detto, la sua anima volò nel seno di Dio, verso Maria, la sua buona Madre, nel momento in cui si invocava per lui il suo santo Nome, che aveva avuto continuamente sulle labbra durante la sua vita; e, per una coincidenza non meno felice, le campane di Santa Maria Maggiore sembravano anch'esse invocare questo santo Nome tra il cielo e la terra, dando il segnale del *Salve Regina*, ordinato dal Santo Padre per implorare la potente Madre di Dio nei bisogni della Chiesa. Il P. Angelo chiuse la bocca e gli occhi di colui che sarebbe stato degno di ricevere questo servizio dalla mano di un angelo. Fu allora che per strada, i bambini spinti da una forza superiore, fecero sentire: «Il Santo è morto! il Santo è morto!». Ricominciarono il mattino seguente nella stessa strada e sulla piazza di Santa Maria ai Monti. Alle grida dei bambini non tardarono ad aggiungersi le voci e gli atti del popolo intero a Roma. Tutti dicevano con il confessore del defunto: «Felice penitenza, che, senza dubbio, lo ha portato con un volo alla gloria eterna!». Alla notizia che era morto un povero di santa vita, alcuni aggiungevano: «Senza alcun dubbio, è il povero delle Quarant'Ore!» (nome che gli si dava perché lo si vedeva prostrato, con il volto di un cherubino, davanti al Santissimo Sacramento esposto per le Quarant'Ore). Altri: «Sant'Alessio è morto! il santo povero è morto!». Tutto il mondo accorreva verso la dimora di Zaccarelli, per vedere il nuovo Santo: verso la metà del giorno, il concorso crebbe a tal punto che si fu obbligati a piazzare dei soldati alla porta esterna e a quella della camera, per contenere la folla, dove si confondevano borghesi, militari, nobili, religiosi e sacerdoti. Roma tutta intera, spinta da un movimento dall'alto, venne a inginocchiarsi in quella camera divenuta un santuario. Questo involucro terrestre, che l'anima del Beato aveva trattato come un vecchio sacco strappato, Dio volle che fosse già onorato, in attesa che si cambiasse al giorno della risurrezione in un abito di gloria. Vi si facevano toccare rosari, si baciavano con rispetto i piedi e le mani, non ci si poteva saziare di vedere questo glorioso cadavere, che non era affatto freddo, e quelle carni che conservavano la loro elasticità. Molti testimoniarono di aver voluto recitare il *De profundis* e che, per una ripugnanza insormontabile, lo avevano o sostituito o terminato con il *Gloria Patri*, invece del *Requiem*. La venerazione e la folla raddoppiarono quando si espose il santo Povero nella chiesa di Santa Maria ai Monti. Nonostante la vigilanza per impedire i pii furti, non si riuscì a prevenirli tutti e, per rimediare a delle irriverenze inevitabili, si dovette non solo trasportare il Santissimo Sacramento nell'oratorio del collegio vicino, ma differire l'esposizione solenne delle Quarant'Ore, che ebbero luogo questa volta nella chiesa di San Quirico. Così, Roma tutta intera fu testimone dell'adempimento della predizione che Benedetto aveva fatto otto mesi prima, con le lacrime agli occhi e singhiozzando, al suo confessore: «che ci si sarebbe affrettati a gara per venerarlo; che gli si sarebbero resi onori straordinari; che il Santissimo Sacramento sarebbe stato tolto dalla chiesa e che al suo posto una moltitudine di persone sarebbe venuta a venerare lui stesso».

I suoi funerali furono una specie di trionfo, non solo a causa della pompa terrestre di cui si circondava il Povero, ma anche per un riflesso della gloria di cui la sua anima godeva nel cielo, e che Dio voleva far risplendere sulla sua bara; voglio dire che i miracoli erano cominciati. Così, nel tragitto attraverso la chiesa, che continuava a essere piena di gente, un uomo paralitico toccò la bara e fu completamente guarito. La folla si mise a gridare: Grazia! Miracolo! E fu al rumore di queste acclamazioni che le preziose spoglie furono messe in una sepoltura distinta, nella chiesa di Santa Maria ai Monti. Si pose nella bara un atto autentico contenente questo magnifico elogio:

«Benedetto Giuseppe diede in ogni luogo fulgidi esempi di virtù cristiane; brillò per la povertà evangelica praticata nella massima perfezione, vivendo miseramente di elemosine spontaneamente offerte, di cui ne teneva una piccola parte per sé, dando il resto ai poveri. Edificò, con la sua profonda umiltà, il suo altissimo disprezzo del mondo e di se stesso; con i rigori della penitenza, la sua continua orazione; diede l'edificante esempio del soggiorno quotidiano nelle chiese della città, dal sorgere al tramontare del sole. Insigne nell'esercizio di tutte le altre virtù, amabile e caro a tutti, nonostante i suoi disgustosi stracci, si dimenticava di se stesso e si applicava unicamente a piacere a Dio». La stessa lastra sulla quale si era così spesso inginocchiato durante la sua vita, ricoprì la sua tomba.

Culto 09 / 09

Riconoscimento della Chiesa e reliquie

Beatificato da Pio IX nel 1860, il suo culto si diffuse in tutto il mondo e le sue reliquie sono venerate a Roma, Arras e Amiens.

La devozione verso questo nuovo Santo, le sue reliquie e le sue immagini si diffusero presto in tutta la Chiesa. Pio VI iniziò i primi atti giuridici tendenti alla sua beatificazione; Pio VII li proseguì, Gregorio XVI li portò a t ermine Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. , Pio IX ne proclamò il glorioso risultato nel 1860.

Monsignor Parisis, vescovo di Arras, riportò da Roma, quello stesso anno, una parte del capo del Beato, che collocò nella sua cattedrale. Splendide feste furono celebrate il 15, 16 e 17 luglio, in occasione della beatificazione e della ricezione di questa insigne reliquia.

Si conservano alcune sue reliquie presso il Sacro Cuore e le Orsoline di Amiens, così come nella chiesa di Le Forêt, dove una solenne traslazione ebbe luogo il 15 maggio 1864. Si mostra a Lihons, nella diocesi di Amiens, la casa dove ricevette ospitalità, quando vi si recò per visitare le reliquie del priorato. Tra Monchy-l'Agache e Douvieux, una croce porta il nome di Benedetto Labre, perché, secondo la tradizione, questo santo personaggio vi rimase a lungo in orazione, mentre compiva un pellegrinaggio a Notre-Dame de Liesse e alla chiesa di San Quintino.

Tratto dalla sua vita, scritta dal Reverendo Padre Desonyers, missionario della Compagnia del Preziosissimo Sangue.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita ad Amettes il 26 marzo 1748
  2. Educazione presso lo zio parroco di Erin
  3. Tentativi infruttuosi di entrare alla Trappa e alla Certosa
  4. Vocazione di pellegrino mendicante sulle orme di sant'Alessio
  5. Numerosi pellegrinaggi a Loreto, Roma e in tutta Europa
  6. Morto a Roma presso il macellaio Zaccarelli

Miracoli

  1. Moltiplicazione del pane e dei piselli durante una distribuzione ai poveri
  2. Guarigione di un malato tramite le sue preghiere
  3. Dono della bilocazione (visto in più luoghi contemporaneamente)
  4. Dono di profezia e lettura delle coscienze
  5. Guarigione di un uomo paralizzato durante i suoi funerali

Citazioni

  • Per amare Dio convenientemente occorrono tre cuori in uno solo: uno di fuoco per Dio, uno di carne per il prossimo, uno di bronzo per se stessi. Conversazione con una famiglia a Fabriano

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo