17 aprile 14° secolo

Beata Chiara Gambacorti

PATRONA DELLA CITTÀ DI PISA

Patrona della città di Pisa

Festa
17 aprile
Morte
17 avril (année non précisée dans le texte, culte approuvé en 1830) (naturelle)
Categorie
religiosa , domenicana , priora , vedova
Epoca
14° secolo

Figlia del signore di Pisa, Chiara (nata Tora) Gambacorti visse un breve matrimonio prima di consacrarsi a Dio tra le Domenicane. Diede prova di un eroismo raro perdonando pubblicamente l'assassino di suo padre e dei suoi fratelli, arrivando a offrire asilo alla famiglia dell'omicida. Fondatrice del convento di Santa Croce, è onorata per la sua carità verso i poveri e gli orfani.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

LA BEATA CHIARA GAMBACORTI

PATRONA DELLA CITTÀ DI PISA

Contesto 01 / 09

Origini e contesto politico

Proveniente dall'illustre famiglia Gambacorti in un'instabile Repubblica di Pisa, Tora (futura Chiara) si distingue fin dall'infanzia per la sua pietà.

La storia delle repubbliche è certamente piena, di tanto in tanto, di eroiche imprese e magnanime azioni, ma, molto spesso anche, è intessuta di sedizioni, guerre, tradimenti e massacri, che obbligano un giorno i cittadini a porsi sotto l'autorità di uno solo. Tale fu la storia della Repubblica Pisana, un tempo così gloriosa e ora scomparsa. A seguito di lunghe discordie, Pietro Gambacorti, distinto per la sua illustre nascita, per un grande carattere e un grande cuore, ricevette il peso delle cose pubbliche, per la fiducia dei Pisani.

Pietro Gambacorti era di un'antica e illustre famiglia e aveva allora diversi figli, tra cui una, la giovane Tora, poi chiamata Chiara, aveva raggiunto i l suo settimo anno. Se ne Thora, depuis nommée Clara Compagna di Maria Mancini e figlia di Pietro Gambacorti. parlava già come di una bambina notevole per la sua candore e la sua pietà. Avanzando in età doveva crescere ancora in virtù e in fervore. Il fratello maggiore di Tora, Pietro Gambacorti, soprannominato Pietro da Pisa, dava anch'egli segni d i santità che Piétro de Pise Fratello di Chiara, fondatore dell'Ordine degli Eremiti di San Girolamo. più tardi si verificarono pienamente, poiché fondò l'Ordine degli Eremiti di San Girolamo, e fu messo dalla Chiesa al rango dei Beati dove si doveva anche collocare la sua giovane sorella.

Ricordiamo il sangue e la dignità della beata Chiara, non per farle della sua famiglia un merito nullo agli occhi di Dio, ma per meglio far risaltare la natura e la gravità degli eventi che misero così spesso la sua forza alla prova.

Vita 02 / 09

Matrimonio e carità secolare

Fidanzata a sette anni e sposata a quindici con Simone da Massa, conduce una vita da sposa devota praticando al contempo una carità eroica verso i poveri e i lebbrosi.

Pochi giorni dopo l'elezione che lo poneva a capo della repubblica, Pietro Gambacorti, per meglio assicurare il suo nuovo potere, dichiarò davanti al popolo riunito che fidanzava sua figlia Thora a Simone da M Simon de Massa Sposo di Chiara, morto prematuramente. assa, giovane nobile della città, e prendendo la mano di Thora, la pose in quella di Simone. Questi aveva allora quattordici anni; guardò con occhio orgoglioso e soddisfatto la sua dolce e incantevole fidanzata. Le due famiglie applaudirono, il popolo scoppiò in rumorose acclamazioni; solo Thora impallidì, e quando Simone, su invito di suo padre, si chinò verso di lei, Thora tese allora innocentemente la guancia dicendo: «Chiederò al buon Dio che mi faccia la grazia di amarti, se devo essere tua moglie. — Ti sarà dunque difficile? chiese Simone. — Non so se Dio lo voglia», aggiunse Thora.

In effetti, piacere a Dio e fare la sua volontà era già l'unica preoccupazione di Thora. La famiglia di Thora si occupava solo di mantenere ed estendere il proprio potere e di fissare nella propria casa quell'autorità fluttuante che, all'epoca in cui ci riportiamo, passava nelle città italiane di mano in mano, di fazione in fazione. Ma la giovane fidanzata di Simone da Massa restava estranea a tutti questi pensieri di guerra e di ambizione; continuava a essere umile, semplice e dolce. Per lei, il vero destino e l'unica felicità quaggiù era avanzare nella virtù e purificare il santuario interiore, dove, secondo la sua espressa parola, Dio stesso vuole abitare. Amava Dio ardentemente e, dopo Dio, non amava che i suoi genitori e i poveri, i rappresentanti privilegiati di Cristo. La si vedeva, ancora giovanissima, passare intere notti in orazione, pregare per lunghe ore davanti al tabernacolo e sospirare alla vista di quella piccola porta d'oro che non si apriva ancora per lei. La sua più grande ricompensa, il suo più dolce svago, quello che otteneva da suo padre con le sue grazie infantili, era andare a visitare i poveri e i malati e portare loro elemosine meno preziose del sorriso e della compassione con cui le accompagnava.

Le feste brillanti del palazzo Gambacorti la opprimevano di stanchezza e di tristezza; ma la gioia degli angeli raggiava sul suo bel volto quando si avvicinava ai poveri di Gesù Cristo. Dio metteva sulle sue labbra parole sempre consolanti, che elevavano l'anima dei suoi protetti al di sopra della terra e li disponevano a portare senza mormorare il peso della croce. Tutti si stupivano davanti a questa saggezza precoce, e le compagne di Thora raccontavano con un'ammirazione mista a timore che, simile a Caterina Benincasa (santa Caterina da Siena), r icercava i lebbrosi e che la si era vista in gin Catherine Benincasa (sainte Catherine de Sienne) Santa mistica domenicana alla quale Agnese viene paragonata. occhio lavare e baciare le loro piaghe!

Simone da Massa si rallegrava delle lodi che sentiva fare ovunque di Thora, poiché l'amava, e attendeva con impazienza l'epoca in cui avrebbe potuto sposarla. Gli anni fuggivano, Thora aveva quasi quindici anni e il giorno dell'anniversario della sua nascita fu fissato per essere quello del suo matrimonio. Vi si dispose implorando da Dio con fervore le grazie che rendono le spose caste e le madri benedette, e un cilicio si nascose sotto i suoi ricchi abiti da nozze come si era spesso nascosto sotto i suoi abiti di fanciulla.

La sua unione con Simone da Massa non rallentò il suo ardore per le opere della più ammirevole carità. Si cita a questo proposito un tratto dei più toccanti. Questa giovane e graziosa donna si incamminava ogni giorno verso una povera casa, dove giaceva, su un giaciglio, un'ammalata il cui volto fetido e ripugnante era divorato da un orrendo ulcera. Lì confortava la sventurata o con tenere parole, o preparando il suo cibo, o riparando il disordine del suo letto, o medicando l'orribile piaga, e infine non lasciava quella stanza se non dopo aver dolcemente avvicinato il suo fresco e giovane volto a quel volto sporco e infetto, come se volesse condividere il male dell'infortunata e alleviare le sue pene partecipando ai suoi dolori.

Disdegnando tutti gli ornamenti, ingannava con pii artifici suo marito e i suoi genitori per dare ai poveri persino i suoi vestiti e i suoi gioielli di nozze. Un giorno, a coloro che le rimproveravano di aver abbandonato persino il suo vestito, rispose con animazione che le restava il più bello tra tutti i vestiti: quello della carità. Se talvolta il suo volto perdeva la sua gaiezza abituale, se la si vedeva triste e pensierosa, era solo perché non aveva più nulla per i suoi poveri, i cui bisogni la inquietavano e l'affliggevano; ma la sua carità era così attiva e così ingegnosa che raramente mancava di soccorso per gli sventurati.

Costretta a dividere il suo affetto per Dio con lo sposo al quale suo padre l'aveva unita con nodi sacri, si sforzava tuttavia di offrire un amore puro e intero al suo sposo celeste. Quando si univa a lui con l'orazione, toglieva sempre dal dito l'anello di matrimonio; facendo così al suo cuore una dolce illusione, poteva dire al suo Gesù, con le vergini, che era sua, sua soltanto, e che non divideva il suo amore con nessun altro.

Conversione 03 / 09

Vocazione e prova familiare

Divenuta vedova precocemente, rifiuta un secondo matrimonio per entrare tra le Clarisse, ma la sua famiglia la rapisce con la forza e la imprigiona per cinque mesi.

Pochi mesi erano trascorsi quando il giovane Simone da Massa morì colpito da un male improvviso. Questa morte addolorò profondamente la sua famiglia e quella alla quale si era appena unito. Anche Tora lo pianse, ma, nel suo dolore, comprese che i suoi legami terreni erano spezzati. Il Signore la chiamava a sé solo, non doveva più servire ai progetti ambiziosi della sua famiglia; volle con un segno esteriore far conoscere ai suoi genitori i suoi sentimenti e i suoi pensieri segreti. Tagliò i suoi lunghi capelli, lasciò le vesti di seta e di lana fine che da tempo nascondevano l'abito della penitenza, e apparve così vestita in mezzo alla sua famiglia che già discuteva sulla nuova alleanza che si voleva proporle. — Tu piangi il tuo sposo, figlia mia, le disse suo padre, io l'ho pianto con te, ma un altro altrettanto amabile e ricco ti cerca in matrimonio, e prima di pochi mesi ti condurrà all'altare. — Tora scosse la testa e rispose: Un altro, in effetti, mi chiama a sé, ma non è uno sposo mortale; un altro cerca la tua alleanza, padre mio, non respingerlo, poiché questo sposo è Gesù Cristo stesso. — Vuoi farti religiosa? — Sì, mio signore e padre, e vengo a sollecitare la vostra benedizione. Siete ciò che amo di più al mondo, eppure devo lasciarvi, poiché ho udito la voce che dice a coloro che piangono: « Il Maestro è qui e ti chiama! » A queste parole pronunciate con una risoluzione ferma e calma, Pietro Gambacorti e i suoi figli si ribellarono con rabbia, poiché la mano di Tora era destinata a procurar loro nuovi amici e più forti alleanze.

Tora, avendo esaurito invano le preghiere e le suppliche per ottenere il consenso di suo padre, si fa ricevere segretamente in un convento di Clarisse. Lì, riveste l'abito della penitenza di San Francesco e lascia il suo nome del secolo per prendere quello di Chiara, l'umile Vergine d'Assisi. Si credeva al sicuro in quell'asilo sac ro e si abbandonava dolcemente a Claire, l'humble Vierge d'Assise Compagna di Maria Mancini e figlia di Pietro Gambacorti. i trasporti dell'amore divino, quando un giorno vede accorrere verso di lei le religiose, sue compagne, ansimanti, sconvolte, che, senza dirle una parola, la prendono e la portano in un istante tra le braccia di uomini armati radunati alla porta del convento, e aventi a loro capo uno dei fratelli di Chiara. Quest'ultima, riconoscendolo, comprende ciò che è accaduto, vede tutte le sue speranze annientate, ma la sua anima non ne è abbattuta, i suoi sforzi sono falliti, i suoi progetti sono rovesciati, ma la sua forza non è vinta. Si rivolge verso quel fratello che le ordinava con furore di seguirlo. « Inginocchiatevi vicino a me », dice con grande dolcezza, « e pregate con me affinché io possa sopportare il colpo che mi colpisce; non dubitatene, vi seguirò, non voglio resistere alla volontà del Signore ». Ma quel fratello inumano non si lasciò intenerire, la trascina con brutalità verso il palazzo paterno. La rinchiudono in una stanza

come in una prigione che deve prolungarsi finché non abbia finalmente ceduto ai desideri della sua famiglia. È lasciata in un abbandono completo; tre giorni interi passano senza che le venga dato alcun nutrimento, quello che si decidono finalmente a portarle è grossolano e insufficiente. Non le è concesso né di assistere al santo sacrificio, né di deporre al tribunale della penitenza i segreti della sua coscienza, né di nutrire la sua anima del pane che rende forti. Se qualcuno entra nella sua prigione, è per tormentarla al fine di indurla a cedere alle volontà di suo padre.

Il suo celeste Sposo, per mettere ancora meglio alla prova la forza del suo amore, l'abbandonò, dopo averla per qualche tempo colmata di quelle dolcezze interiori che per le anime giuste fanno scendere il paradiso in terra; si trovò nell'angoscia di una desolante aridità e di timori tanto più crudeli, in quanto ogni soccorso spirituale le mancava. In mezzo a queste crudeli prove la sua forza non vacillò un istante. Sappiamo dall'autore contemporaneo della sua vita, che benedisse costantemente il Dio che l'aveva trovata degna di sopportare qualcosa per il suo amore; le sue labbra non pronunciarono mai alcuna lamentela contro coloro che la trattavano così duramente. In mezzo ai rigori della sua prigionia, le era dolce ripetere ciò che diceva Agnese nell'estasi del suo amore: Che conservava invariabile la fede data a colui solo al quale si era unita con tanto ardore; e soffrendo, aggiungeva: « Che il mio corpo perisca prima che piaccia ad altri occhi che a quelli del mio Gesù! »

Fondazione 04 / 09

Fondazione del monastero di Santa Croce

Liberata, si unisce alle Domenicane e fonda il monastero di Santa Croce a Pisa, dove diviene priora e instaura una riforma rigorosa.

Infine, il Dio che serviva con tanto amore permise che questo coraggio così grande e costante intenerisse suo padre. Dopo cinque mesi, fu libera di seguire la sua vocazione; un richiamo interiore, altri dicono una rivelazione, la guidò questa volta in una casa di Domeni cane. Suo pa Dominicaines Ordine religioso mendicante fondato da san Domenico. dre, tornato a più miti consigli, le fece costruire un convento, che prese il nome di Santa Croce. Ella vi servì Di couvent, qui prit le nom de Sainte-Croix Monastero fondato da Pietro Gambacorti per sua figlia Chiara. o nella più stretta osservanza, o piuttosto, come diceva, vi regnò con lui: cui servire, regnare est. Mantenne il nome di Chiara e, tredici anni dopo, fu nominata priora. In questo pio asilo la giovane religiosa gustava quel riposo inesprimibile, quella serenità deliziosa delle anime che si sentono collocate nella propria vocazione e che comprendono di obbedire, pienamente e senza riserve, ai disegni che la Provvidenza ha formato su di loro. Questa certezza è la prima base della felicità terrena. Chiara, abbracciando la vita religiosa, somigliava a quegli esuli che, dopo una lunga assenza, ritornano nel loro paese; gli aspetti, i paesaggi, le usanze sono loro familiari, la loro bocca che balbettava un tempo lingue straniere, riprende con gioia l'idioma natale; così era per Chiara. Esiliata nel mondo, estranea alle sue idee, al suo linguaggio, si ritrovava nella sua vera patria, in mezzo a quel recinto benedetto dove Gesù Cristo regnava solo. Tutto ciò che vedeva, tutto ciò che udiva era l'eco dei suoi stessi sentimenti, dei suoi stessi pensieri; là si amava Dio come lei voleva amarlo; là si calpestavano le delizie del mondo che aveva conosciuto e disprezzato; là si aspirava al cielo, unico oggetto dei suoi desideri; ella diceva con il re profeta: «Quanto sono amabili le tue dimore, o Signore, Dio degli eserciti! La mia carne e il mio cuore esultano di gioia pensando al Dio vivente!...» La sua anima, inondata dal balsamo della più viva pietà, si spandeva come una coppa troppo piena e versava attorno a sé flutti di carità e di tenerezza.

Al riparo nel porto, non dimenticava coloro che, rimasti in mezzo al mare tempestoso del mondo, soffrivano, e che sempre avevano avuto una così larga parte nei suoi affetti. Nonostante la grande povertà del suo convento, soccorreva ancora gli indigenti con le abbondanti elemosine che sollecitava e otteneva per loro. Gli afflitti venivano a trovare colei che aveva ricevuto dal cielo il dono di parole felici e consolanti, e la sua compassione vigilante, che non dimenticava nessuna delle miserie umane, si estese persino ai trovatelli, allora così trascurati. Se ne occupò attivamente; dal fondo del chiostro trovò loro dei benefattori e riuscì ad aprire a queste povere creature abbandonate un asilo che sussiste ancora, e ciò mediante un atto della più generosa rinuncia.

Una pia donna, che già a Pisa accoglieva ed educava nella sua casa diversi orfani, essendo sul letto di morte, raccomandò il suo ospedale alla nostra Beata. Chiara accettò subito e di buon grado quel lascito oneroso. Contava su un uomo ricco, pio e senza figli, per aiutarla in questa impresa, e lo pregò di consacrarsi con la sua fortuna alla cura dei bambini abbandonati. Questi dichiarò che non poteva, perché aveva già disposto dei suoi beni in favore del monastero dove viveva la Beata, e di cui ella era già superiora. Cosa deciderà la priora, la fondatrice del monastero? Ella vede, da una parte, i bisogni delle sue compagne, molte delle quali inferme; aveva imparato a ripetere spesso le parole del Salvatore con le quali si chiede a Dio il necessario di cui spesso mancava; dall'altra, sente le grida dei poveri che bussano continuamente alla porta del convento per i loro bisogni giornalieri; forse anche un sentimento di interesse e di affetto parlerà al suo cuore per quell'asilo della pietà che ha fondato e le ordinerà di assicurarne l'esistenza. Ma no, la grande voce della carità le parla più forte di ogni altra; senza esitazione, senza rimpianto, ma con il volto lieto e brillante di una santa e celeste allegrezza, ella pronuncia la sua rinuncia assoluta in favore dei poveri bambini abbandonati.

Fin dall'infanzia, la beata Chiara mortificava il suo corpo innocente con ogni genere di penitenza. Con arte infinita, si applicò a vincere la fame per abituarsi a un digiuno che fosse quasi continuo. Ma quando entrò nel chiostro, il suo amore per la penitenza prese ancora più slancio; gli alimenti più cattivi e più comuni erano quelli di sua scelta, e ciò non bastandole, spesso li ricopriva di cenere. Sebbene soggetta a svenimenti di stomaco, si nutriva abitualmente dei resti più ripugnanti delle sue compagne; si dedicava, nonostante la sua salute debole, alle occupazioni e ai lavori più faticosi e più abietti del convento, prendendoli come esercizi di penitenza. Non portava mai altro che gli abiti abbandonati dalle sue sorelle perché troppo logori. Nel suo amore per la povertà, non riusciva a comprendere come si approvassero queste parole di Salomone: «Non darmi né povertà né ricchezza, ma accordami il necessario per vivere», non trovando lei la virtù della povertà se non dove il necessario mancava.

Sappiamo che, fin da bambina, la beata Chiara aveva già l'abitudine di passare notti intere in preghiera; ecco perché nel suo convento le fu data una cella a parte affinché potesse liberamente vegliare e pregare senza disturbare il riposo delle religiose. Durante questo santo esercizio, spandeva torrenti di lacrime che avevano la loro fonte nel suo ardente amore per Dio. Le sue lacrime avevano un grande valore presso il Signore, e molti segni visibili ne furono la prova fin dal primo tempo del suo noviziato. Un giorno, la sua maestra avanza a passi lenti e senza rumore, credendo che Chiara fosse sorpresa dal sonno; le posa la mano sulla spalla per svegliarla, ma l'innocente fanciulla si volta con un volto sereno; la maestra resta immobile e senza dir parola; ha compreso che Chiara era in estasi, poiché la sua novizia resta immobile. Un penetrante e soave odore del paradiso si esala tutto attorno alla giovane religiosa. Questo soave odore del cielo riempì ben spesso i luoghi dove Chiara pregava e rimase nei suoi abiti molto tempo dopo la sua morte.

Non parleremo di tutte le virtù della beata Chiara. Non diremo nulla della sua umiltà, della sua obbedienza; della vigilanza e della prudenza che dispiegò essendo superiora; dell'osservanza, del silenzio e della severità che seppe stabilire come fondatrice del suo convento: queste pagine non avrebbero fine. Aveva dato a questo convento il nome di Santa Croce. Voleva, con questo istituto, procurare al suo Gesù spose tenere e fedeli che cantassero senza sosta le sue lodi; spandeva attorno a sé così vive scintille dell'amore divino, che tutti coloro con i quali si intratteneva ne erano infiammati. Nessuno la lasciava senza essere diventato migliore; tutti cedevano all'ascendente delle sue esortazioni; i peccatori si convertivano. Abusi si riformarono; pratiche di pietà si stabilirono; in diversi monasteri, la regola abbandonata fu rimessa in vigore; altri conventi si fondarono, per sua ispirazione, in diverse parti d'Italia, con una più stretta osservanza e una disciplina rigorosa. Fu l'esempio di Chiara che incoraggiò il beato Giovanni Dominici, poi arcivescovo di Ragusa, a tentare nella provincia di Lombardia una riforma che ebbe tanto successo, così come racconta la storia dell'Ordine di San Domenico. Ma, pur esercitando dentro e fuori tante opere di misericordia, Chiara, simile ai buoni angeli, non perdeva mai di vista il volto del Signore. La preghiera era la sua forza e la sua ispirazi bienheureux Jean Dominic Arcivescovo di Ragusa, riformatore dell'ordine domenicano incoraggiato da Chiara. one, e si preparava, ai piedi del tabernacolo, a rispondere al Signore che interroga le anime che ama attraverso la prova.

Vita 05 / 09

Il sacrificio della clausura

Durante una sanguinosa rivoluzione, rifiuta di aprire la clausura a suo fratello Lorenzo, inseguito dalla folla, privilegiando la regola religiosa al legame di sangue.

Mentre la beata Chiara viveva pacifica e nascosta, la sua patria era minacciata da grandi pericoli. Lo straniero gettava sguardi di cupidigia sulla Repubblica di Pisa, sul suo territorio fertile, su quella città dalle ottanta chiese o cappelle, così ricca di monumenti sontuosi. Galeazzo Visconti, duca di Milano, cercava di avvolgere questa bella città nella rete delle sue conquiste; i suoi soldati non erano ancora penetrati nel recinto di Pisa, ma il suo oro vi aveva trovato mani avide e infami aperte per riceverlo. Pietro Gambacorti si credeva sicuro del potere che possedeva da ventiquattro anni e, nella sua cieca fiducia, non vedeva elevarsi accanto a lui il nemico della sua stirpe e del suo paese. Iacopo Appiano, suo amico, suo figlio adottiv Iacopo Appiano Traditore e assassino della famiglia Gambacorti, usurpatore del potere a Pisa. o, il confidente dei suoi pensieri più intimi, intratteneva da alcuni anni relazioni colpevoli con Galeazzo Visconti. Investito delle prime funzioni della Repubblica, pieno di talento, di destrezza e di insinuazione, non gli era stato difficile assicurarsi un gran numero di creature e minare in segreto il credito e la potenza di Gambacorti. Invano un amico devoto aveva voluto avvertire quest'ultimo; egli aveva risposto scuotendo la testa: «Appiano non tradirà il suo vecchio amico!... Ho vissuto settant'anni senza diffidenza, non venite ad alterare la mia fede nell'amicizia».

Questa nobile e santa fiducia fu tradita. Voci sorde si erano diffuse per la città ed erano giunte fino al monastero delle Figlie di San Domenico. Si sapeva che la potenza e forse la vita di Gambacorti erano minacciate. Chiara portò il suo dolore e il suo spavento ai piedi dell'altare, suo rifugio e suo asilo abituali. All'improvviso, grida tumultuose che si levavano dalla strada e che venivano a turbare la pace del santuario, la fecero fremere. La voce corrucciata dei grandi mari, i furori stridenti del temporale tra le nubi sono meno terribili del rumore delle sommosse popolari. Chiara tremava, non poteva più pregare con le labbra, ma le sue lacrime, preghiere eloquenti, dicevano a Dio le profonde sofferenze della sua anima. I clamori si levavano sempre più minacciosi e implacabili; ella distingue attraverso queste vociferazioni grida sinistre: «Morte a Gambacorti! viva, viva Appiano». — «O mio padre», esclamò, «quale morte orribile minaccia la tua testa canuta! o mio Dio! mio Dio! salvalo... o, se deve cadere sotto i colpi dei suoi nemici, ricevi la vittima nel cielo e perdona ai suoi carnefici!» Si rialzò per andare a raggiungere le sue sorelle che sapeva allarmate per lei. Nel momento in cui Chiara entrava in mezzo a loro, i clamori della strada raddoppiarono e le grida di: «Morte! morte! uccidetelo! colpitelo! nessuna grazia!» aumentarono lo spavento dei loro cuori. Nello stesso momento, grida raddoppiate scossero la porta: Chiara vi corse e, attraverso la grata che si apriva sulla strada, vide una popolazione ebbra di furore, di vino e di sangue, che inseguiva come un branco ardente un uomo già ferito. Questi era riuscito ad aggrapparsi alle sbarre della porta del monastero; ella riconobbe quell'uomo: era suo fratello Lorenzo! «Asilo», esclamò con voce fioca, e riconoscendo Chiara, le disse: «Mia sorell a, nost Lorenzo Fratello di Chiara, assassinato sotto le mura del monastero. ro padre è appena stato massacrato dai sicari di Appiano; uno dei nostri fratelli è perito con lui; questo popolo ingrato mi insegue e vuole anche la mia morte. Asilo! mia sorella, asilo!». Ora, questo monastero non aveva il diritto d'asilo, la clausura vi era severamente proibita agli uomini. Chiara, aprendo le porte del suo convento, avrebbe gravemente infranto le regole del suo Ordine e compromesso la vita e l'onore delle sue sorelle. Il popolo non avrebbe mancato di penetrare nel monastero per inseguirvi la sua vittima e, nel suo furore, non avrebbe rispettato nulla. Che crudele alternativa! Il dovere è evidente, ma la carne e il sangue reclamano. Una lotta terribile scoppia nell'anima della superiora. Cosa deciderà? La donna forte è sottoposta a una dura prova, il suo coraggio sta per vacillare? La portinaia agita le sue chiavi e, portandole verso la serratura, esclama: «Dobbiamo aprire, madre mia? — No, rispose Chiara, questa porta deve restare chiusa!... Lorenzo, non posso aprirti un asilo!...». Lorenzo comprese, rispose solo con uno sguardo tristemente rassegnato, si lasciò ricadere, si allontanò. Ma a due passi l'orda furiosa lo raggiunse e lo colpì con dieci colpi mortali!... Nel momento in cui spirava, Chiara era caduta come morta tra le braccia delle sue sorelle spaventate. Fu l'atto più eroico della sua vita. La legge naturale impone doveri assoluti; la legge creata dagli uomini, no. Ella sacrificò tutto al suo dovere, la sua volontà non aveva vacillato un solo istante, ma la prova era troppo dura per il suo cuore e la natura, alla fine, riprese i suoi diritti.

Teologia 06 / 09

Il perdono eroico

Dopo il massacro di suo padre e dei suoi fratelli, perdona pubblicamente il traditore Iacopo Appiano e chiede di mangiare un piatto proveniente dalla sua tavola in segno di riconciliazione.

Pietro Gambacorti e due dei suoi figli erano caduti sotto i colpi perduti di Appiano, e Chiara, colpita al cuore, camminava a passi affrettati verso la tomba. La mano del traditore l'aveva colpita colpendo la sua famiglia. Il suo corpo era oppresso dal peso della malattia, ma la sua memoria e la sua ragione conservavano la loro vivacità, e le sue sorelle si accorgevano che non perdeva il ricordo delle sventure della sua casa; poiché, in ogni momento in cui si entrava nella sua cella, la si trovava sempre in lacrime, e volgendo verso il crocifisso uno sguardo doloroso e rassegnato. Le sue guance erano segnate da un pallore livido; ma il nome di Appiano, quando lo si pronunciava davanti a lei, colorava la sua fronte, e un'indignazione muta si leggeva allora nei suoi occhi. Tuttavia, non parlava mai di quell'uomo. La sua morte, si pensava, era prossima. Non prendeva alcun nutrimento, e la vita sembrava pronta ad abbandonare quel corpo esausto; lei stessa si credeva al momento di apparire davanti al sovrano Giudice, e chiese il confessore del convento. Questi venne, lei si confessò a lungo e con molte lacrime; le sorelle che la servivano, tornando presso di lei, si stupirono che l'ultima confessione di una vita innocente e mortificata dovesse essere accompagnata da un dolore così amaro. Glielo dissero. Chiara sorrise debolmente, e le pregò di preparare nella sua stanza l'altare dove la santa Ostia, che il sacerdote era andato a cercare, doveva riposare. Poi, le mani giunte, il cuore infiammato, attese. Presto il suono di una campana annunciò l'avvicinarsi del Viatico dei morenti; tutte le religiose, un cero in mano, precedevano e seguivano il divino Sposo delle loro anime. Quando Chiara lo scorse, i suoi occhi morenti si rianimarono; si sollevò sul suo giaciglio, e dopo un momento di silenzio raccolto, disse ad alta voce: «Mie sorelle, alla presenza del mio Dio che sto per ricevere, per l'ultima volta senza dubbio, dichiaro che perdono a Iacopo Appiano e ai suoi il male che ha fatto alla mia famiglia... Lo perdono con tutto il mio cuore! Abiuro ogni risentimento e prego il Signore di essergli misericordioso e soccorrevole!... Ricordatevi delle mie ultime parole: non ho più nemici sulla terra...»

Nel terminare queste parole, levò verso il santo Ciborio uno sguardo calmo e tenero, e quando ebbe ricevuto il pane dei forti, tutti notarono che la sua fronte sembrava meno pallida e che i segni di una morte prossima parevano svanire dal suo volto. Rimase a lungo immersa in un profondo raccoglimento, un sorriso pacifico illuminava i suoi tratti: la donna forte riposava nella sua vittoria, e la sua anima, calmata dall'oblio delle ingiurie e dalla dolce influenza della misericordia, godeva senza ostacoli della presenza del Dio consolatore. Vedendola un po' rianimata, la sottopriora le chiese se non volesse provare a prendere un po' di nutrimento. Chiara rispose: «Prenderei volentieri qualcosa per fortificarmi; ma avrei, a questo riguardo, una preghiera da rivolgervi. — Parlate, mia cara madre, sarete obbedita. — Ebbene! desidererei che si andasse da parte mia da Iacopo Appiano, e che lo si pregasse di inviarmi un piatto della sua tavola, così come faceva, quando ero malata, il mio povero e amato padre... Mi sembra che questo cibo mi guarirebbe». Il volto della sottopriora esprimeva un profondo stupore: «Madre mia», esclamò, «ci pensate? Appiano, l'assassino...» — «Non rinnovate questi ricordi, sorella mia, sono stati fin troppo vivi nella mia anima... amavo coloro che non ci sono più quanto mai figlia e sorella abbia amato, giudicate ciò che ho provato per il loro assassino! Ma la grazia vittoriosa di Gesù ha soggiogato il mio cuore, voglio, come il nostro buon Maestro, amare e perdonare. Ahimè! perché odiare? siamo per così poco tempo sulla terra. Sì, figlia mia, il Signore si riserva la vendetta... Appiano non vi sfuggirà... Ah! preghiamo piuttosto affinché si penta e che siamo tutti riuniti in cielo!»

A questo grido sfuggito dal cuore della Santa, la sottopriora non resistette più; vi riconobbe l'ispirazione divina. Un servitore fu subito inviato, e arrivò da Appiano all'ora del pasto; comunicò il suo messaggio. Il nuovo signore di Pisa restò confuso alle sue parole così inattese: impallidì e tacque. Sua moglie scoppiò in lacrime ed esclamò: «Bisogna obbedirle... oh santa e infelice figlia!» Riempì subito un cesto di pesci, di frutta e di pane, e lo diede al servitore, dicendo con voce umile e tremante: «Portate questo alla santa Dama che vi manda, e ditele che, poveri peccatori, ci raccomandiamo alle sue preghiere». E quando fu partito, disse con dolore a suo marito silenzioso e costernato: «Oh! Iacopo! Cosa avete fatto? la figlia del nostro benefattore. — Tacete», gli rispose, «il cielo la vendica già!»

Si portò a Chiara ciò che aveva chiesto; ne prese un po' di pane e lo mangiò, dopo aver pregato Dio, e questo pane che le sue compagne chiamavano il pane del perdono, parve esercitare sul suo corpo debole una virtù misteriosa. Guarì, si rialzò da quel letto dove languiva dalla morte di suo padre e dei suoi fratelli, e riprese con un fervore nuovo la sua vita di preghiere e di opere sante. Pregava spesso per i suoi cari defunti e per Appiano, il loro assassino, e quando ci si stupiva delle sue costanti orazioni, delle sue lunghe veglie, delle fatiche e delle macerazioni alle quali sottoponeva il suo corpo così debole, diceva solo alle sue sorelle: «Oh! vegliate e pregate con me... ce ne sono sulla terra che presto saranno sorpresi dall'arrivo del Figlio dell'Uomo. È terribile cadere nelle mani del Dio vivente! Preghiamo!»

Vita 07 / 09

Asilo per i nemici

Alla caduta di Appiano, Chiara offre rifugio all'interno del suo monastero alla vedova e alle figlie dell'assassino della sua famiglia, proteggendole dal furore popolare.

La giustizia di Dio, spesso anche sulla terra, è poco tardiva, e sovente la freccia torna a trafiggere colui che l'ha scagliata. Il favore popolare, incostante quanto irriflessivo, si distolse presto da Appiano, e quell'amaro calice che il suo infame tradimento aveva preparato a un amico, a un benefattore, lo bevve a sua volta. La sedizione che aveva acceso contro Gambacorti, la sentì ruggire alle porte del suo palazzo; le grida di morte che aveva un tempo insegnato alla plebe tornarono alle sue orecchie, ed era ora il suo nome che minacciavano; il potere che aveva scosso sotto i passi di un altro, sprofondò sotto i suoi piedi, e i pugnali che aveva affilato per l'omicidio, si diressero verso il suo petto. Trattato a sua volta, e a più giusto titolo, da nemico pubblico e sedizioso, perse dapprima il potere e in seguito la vita.

I servitori del monastero portarono un giorno questa notizia a Chiara; ella levò gli occhi al cielo e disse con dolore: «O grande Dio! quanto le vostre vendette sono pronte e terribili! non vi avevo chiesto la morte di quest'uomo, ma la sua conversione, e ora, Signore, imploro dalle vostre eterne misericordie la salvezza della sua anima!» Pregò poi alcuni momenti in silenzio, e durante questo tempo una delle religiose si informò della sorte della moglie e delle figlie di Appiano. «Sono erranti per Pisa, rispose il servitore, minacciate dalla folla furiosa, non trovano nessuno, nemmeno tra i più caldi sostenitori di Appiano, che voglia dar loro asilo. Si teme il furore del popolo, esasperato da quando si sa che Appiano voleva vendere Pisa al duca di Milano. Non hanno più nulla: il loro palazzo è saccheggiato, le loro ricchezze sono disperse, i loro amici sono in fuga... — Che vengano qui! esclamò Chiara, le porte del monastero saranno loro aperte, andate a cercarle: la figlia di Gambacorti ha il diritto di salvare la vedova e i figli di Appiano! andate, in nome del cielo!»

Due servitori devoti corsero alla ricerca delle fuggitive, e dopo due ore condussero al monastero la vedova e le sue figlie in lacrime. Chiara le attendeva, Chiara le ricevette tra le sue braccia e disse loro con un accento inesprimibile: «Qui, non avete nulla da temere!» La casa che non aveva potuto aprire al suo amato fratello, divenne per la moglie e le figlie dell'assassino un asilo sacro dove nessuno osò inseguirle; l'ira e la vendetta del popolo si arrestarono davanti alla virtù di Chiara come davanti a una barriera insormontabile: non si osò più odiare coloro alle quali ella aveva perdonato.

Eredità 08 / 09

Morte e segni di santità

Muore dopo lunghe sofferenze; il suo corpo e la sua lingua rimangono miracolosamente preservati, e fenomeni mistici accompagnano il suo trapasso.

Ora che, stupiti da così numerose e belle virtù, abbiamo ammirato l'eroismo della donna forte, è tempo che la vediamo raccogliere la ricompensa promessa alla forza e alla santità. La malattia venne presto a colpirla, sofferenze orribili l'assalirono per diversi anni; ma infine Dio le rivelò che la sua morte era vicina, e l'avvertì persino dell'ora e del momento in cui avrebbe dovuto apparire davanti al suo Padre celeste. Allora la gioia brillò sui suoi tratti: era già la ricompensa che Dio le preparava per tutta la forza che aveva mostrato. Fortitudo et decor indumentum ejus, et ridebit in die novissimo: «È stata rivestita di forza e di bellezza, e sarà nella gioia ai suoi ultimi momenti». Dio sta per mostrarsi, lei apre le braccia, le distende sul suo letto, e richiamando l'ultimo respiro sulle labbra: «Signore», dice con trasporto, «Signore, eccomi in croce con voi!». A queste parole, una luce celeste brilla sul suo volto, e gli occhi fissi verso il cielo, sorride, benedice le sue compagne ed esala l'ultimo respiro.

Appena Chiara ha reso l'anima, il colorito bruno del suo volto diventa, in un istante, bianco e abbagliante; la gloria della sua bella anima si riflette sul corpo che ha appena lasciato. Dio si compiacque di darne una folla di segni; le sorelle riunite attorno a lei si misero a recitare i salmi secondo l'uso dell'Ordine; dovevano terminare ciascuno con il versetto Requiem; ma pur volendo conformarsi su questo punto alla regola, non poterono mai dire che il Gloria Patri. Un venerabile sacerdote venuto per pregare presso il luogo dove riposava, ebbe una visione che gliela mostrò in cielo, la fronte ornata da una corona d'oro. Lo Spirito Santo ha detto infatti che la celeste corona d'oro appartiene alla forza unita alla santità. Corona aurea super caput ejus expressa signo sanctitatis; opus virtutis. «Una corona d'oro era sul suo capo, dove era stato inciso il segno della santità; era il prezzo della sua virtù».

Grandi onori furono resi all'umile religiosa; clero e popolo, cittadini di Pisa e stranieri, ricchi e poveri, accorsero per cercare e guardare ciò che restava di lei; invece di spargere lacrime di tristezza per una tale perdita, manifestavano la gioia più viva: tutti erano convinti che se avevano perso una sorella sulla terra, avevano acquisito in cielo un'avvocata e una protettrice.

Numerosi miracoli si operarono alla sua tomba. Fu aperta alcuni giorni dopo la cerimonia dei funerali, e il suo corpo gettò dalla bocca un sangue così fresco e così vermiglio come se fosse stata viva. Tredici anni dopo, essendo stati fatti nuovi scavi, la sua lingua fu trovata fresca e integra come al momento della sua morte. Dio voleva con ciò onorare ciò che, nella Beata, era stato impiegato continuamente per benedirlo e per attirargli anime. La preziosa reliquia fu deposta in un bel vaso e collocata nel tabernacolo.

Una tradizione delle più autentiche ci riferisce che dalla morte della beata Chiara, circa un mese prima che una delle sorelle del convento della Croce debba lasciare il mondo, le ossa dell'antica priora si agitano nel sepolcro dove sono racchiuse. È un avvertimento dato alle religiose affinché si preparino alla morte. Dopo aver tanto vegliato sulle sue sorelle mentre era sulla terra, con la tenerezza e la fermezza di una vera madre, Chiara continuava in cielo ad esercitare il suo ministero di misericordia e d'amore.

Culto 09 / 09

Riconoscimento ufficiale

Papa Pio VIII approva il suo culto immemorabile nel 1830, fissando la sua festa al 17 aprile per la diocesi di Pisa e per l'Ordine dei Predicatori.

Il culto immemorabile reso alla degna priora del convento di Pisa fu approvato, nel 1830, da pa pa Pio VIII. pape Pie VIII Papa che ha approvato il culto di Chiara Gambacorti nel 1830. Il decreto di beatificazione fu allora promulgato con il permesso, per la diocesi di Pisa e per l'Ordine dei Frati Predicatori, di celebrare l'ufficio di suor Chiara Gambacorti il 17 aprile di ogni anno.

Estratto in parte dal Panegirico della beata Chiara Gambacorti, pronunciato nel 1831, a Pisa, da monsignor Luigi della Fantaria, e dalle Huit Béatitudes di Mme Froment.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Fidanzamento all'età di sette anni con Simone da Massa
  2. Matrimonio all'età di quindici anni
  3. Vedovanza precoce dopo pochi mesi di matrimonio
  4. Ingresso segreto tra le Clarisse con il nome di Chiara
  5. Rapimento da parte del fratello e sequestro di cinque mesi da parte della famiglia
  6. Ingresso tra le Domenicane e fondazione del convento di Santa Croce
  7. Massacro del padre e dei fratelli per mano di Iacopo Appiano
  8. Perdono pubblico all'assassino della sua famiglia e accoglienza della sua vedova in convento

Miracoli

  1. Soave odore celeste emanato durante le sue estasi e dopo la sua morte
  2. Guarigione misteriosa dopo aver mangiato il 'pane del perdono' inviato da Appiano
  3. Agitazione delle sue ossa nel sepolcro per annunciare la morte di una sorella del convento
  4. Incorruttibilità della lingua ritrovata tredici anni dopo la sua morte

Citazioni

  • Chiederò al buon Dio che mi faccia la grazia di amarti, se devo essere tua moglie. Parole di Thora a Simone da Massa
  • Dichiaro di perdonare a Iacopo Appiano e ai suoi il male che ha fatto alla mia famiglia... non ho più nemici sulla terra. Dichiarazione prima del Viatico

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo