5 maggio 16° secolo

San Pio V

Michele Ghislieri

Papa

Festa
5 maggio
Morte
1er mai 1572 (naturelle)
Epoca
16° secolo

Papa domenicano del XVI secolo, Pio V fu un rigoroso riformatore della Chiesa e dei costumi dopo il Concilio di Trento. È celebre per aver organizzato la Lega Santa che portò alla vittoria di Lepanto contro i Turchi. La sua vita fu segnata da una grande austerità personale, un'intensa devozione al rosario e una carità attiva verso i poveri.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 10

SAN PIO V, PAPA

Vita 01 / 10

Giovinezza e formazione domenicana

Michele Ghislieri nasce nel 1504 in una famiglia nobile ma povera del Piemonte ed entra tra i Domenicani a dodici anni.

Il borgo di Bosco, nel territorio di Alessandria, in Piemonte, è divenuto celebre per la nascita di Pio V. Q Pie V Successore di Pio IV, sostenne Carlo Borromeo nelle sue riforme. uesto grande Papa vi venne al mondo il 17 gennaio 1504, e fu chiamato Michele al fonte battesimale; alcuni autori dicono tuttavia che fu chiamato Antonio, e che il nome di Michele gli fu dato solo al suo ingresso in religione. Suo padre si chiamava Paolo, ed era della famiglia Ghislieri, nobile e patrizia di Bologna, ma che ne era stata bandita molto tempo prima a causa di una sedizione popolare. Sua madre si chiamava Domenica Augeria. Entrambi poveri, ma virtuosi, ebbero grande cura di educare questo bambino nel timore del Signore, persuasi che la buona educazione valesse più di tutti i tesori della terra. Quando ebbe dodici anni, entrò, con il consenso dei genitori, tra i Domenicani di Voghera , a sette leghe da Bos Dominicains de Voghera Ordine religioso a cui apparteneva Magdeleine. co. Ogni mattina serviva la messa e consacrava il resto della giornata allo studio. Passò poi al convento di Vigevano, dove fece il suo noviziato, e poi la sua professione nel 1519. Appena ebbe appreso la filosofia e la teologia, fu giudicato capace di insegnarle. Ricevette il sacerdozio a Genova, all'età di ventiquattro anni. In un Capitolo del suo Ordine, a Parma, nel 1543, sostenne tesi pubbliche in cui confutò mirabilmente gli errori dei luterani e dei calvinisti, che cominciavano a diffondersi.

Vita 02 / 10

Ascesa e incarichi di Inquisitore

Notato per la sua virtù e capacità di governo, divenne inquisitore in Lombardia e poi commissario generale a Roma sotto Paolo IV.

I suoi studi, tuttavia, non gli impedivano di assistere assiduamente al coro e all'orazione, né di adempiere ai suoi altri esercizi di pietà. Questa grande capacità, unita a una solida virtù, fece sì che si posassero gli occhi su di lui per elevarlo agli incarichi del suo Ordine; governò i suoi confratelli con tanta prudenza, dolcezza e carità, che ognuno si riteneva felice di vivere sotto la sua guida: aveva un meraviglioso dominio sugli spiriti più difficili e meno trattabili. Si racconta un fatto notevole che gli accadde quando era priore in Lombardia. La guerra e la carestia affliggevano quella provincia e quelle vicine, trecento soldati giunsero al suo convento per saccheggiarlo: il nostro Santo si presentò loro senza timore, li accolse come ospiti e ispirò loro tanta venerazione che quegli uomini di guerra soggiornarono un mese nella comunità, non solo senza commettere alcun danno, ma persino senza turbarne l'ordine: essi stessi osservavano la regola, presenziando all'ufficio, mangiando nel refettorio con gli altri religiosi e ascoltando, con profondo silenzio, la lettura che vi si faceva. Nominato inquisitore di Como e di Bergamo, il santo religioso fece apparire in questo incarico lo zelo che nutriva per la fede. Vi corse spesso grandi pericoli, che non poterono scuotere la sua costanza. Si arrivò persino a denigrare la sua condotta presso i principi: fu costretto ad andare a giustificarsi a Roma. In quella città si guadagnò la stima dei più grandi personaggi, tra gli altri di Gian Pietro Carafa, cardinale teatino, che fu poi Paul IV Futuro papa che collaborò con Girolamo a Venezia. Paolo IV, e di Rodolfo Pio, cardinale di Carpi; e, su loro raccomandazione, fu stabilito da Giu lio III commissario generale dell'In commissaire général de l'inquisition Istituzione ecclesiastica che ha indagato sulla santità di Giuseppe. quisizione a Roma; e, dopo la morte di questo Papa e quella di Marcello II, che fu solo ventun giorni sul Soglio apostolico, essendo il medesimo cardinale teatino giunto al pontificato, lo fece primo, sovrano e perpetuo inquisitore, con un'autorità così estesa che aveva il potere di giudicare da sé ogni sorta di causa, e di assolvere o condannare in ultima istanza gli accusati, cosa che i sovrani Pontefici non avevano ancora concesso, e che non hanno nemmeno, in seguito, concesso a nessuno, essendosi sempre riservati il giudizio in ultima istanza. Questo Papa lo aveva in precedenza fatto, suo malgrado, vescovo di Nepi e di Sutri, e, due anni dopo, lo aveva creato cardinale prete del titolo della Minerva; ma egli si fece chiamare cardinale Alessandrino, soprannome che portava già da molto tempo, a causa della città di Alessandria, che non era molto lontana dal luogo della sua nascita.

Vita 03 / 10

Cardinalato e rigore morale

Nominato cardinale suo malgrado, conserva il suo stile di vita austero e si oppone alle derive disciplinari all'interno della Curia.

Questi onori, che avrebbero potuto apportare qualche cambiamento negli altri, non fecero alcuna impressione sul suo cuore, ed egli ne era così poco toccato che, quando Paolo IV gli parlò della porpora, gli disse queste parole: «Ebbene! Santo Padre, volete tirarmi fuori dal purgatorio per precipitarmi nell'inferno?». La sua modestia, facendogli considerare questa eminente dignità come molto al di sopra delle sue forze e dei suoi meriti, gli faceva temere di non poterne adempiere abbastanza bene tutti gli obblighi. Non lasciò mai l'abito domenicano, osservò i suoi digiuni e le sue austerità abituali, e non volle che i suoi parenti riponessero nel suo credito la minima speranza temporale. La sua casa fu composta solo da persone di cui non poteva fare a meno per decoro, e la cui vita era irreprensibile. Quando accoglieva qualcuno tra i suoi domestici, lo avvertiva che non entrava tanto in un palazzo quanto in un monastero, dove bisognava vivere da religiosi. Aveva cura che ci si accostasse spesso ai Sacramenti, e prendeva talvolta certi giorni per dare egli stesso la comunione a tutti i membri della sua casa. Era pieno di bontà verso di loro, rispettando il loro sonno, i loro pasti, non sovraccaricandoli mai di fatiche, prendendosi cura di loro durante le malattie.

Pio IV, succeduto a Paolo IV, non appena fu eletto Sommo Pontefice, trasferì il cardinale Alessandrino dalle diocesi di Nepi e Sutri a quella di Mondovì, in Piemonte; poiché quella chiesa era talmente desolata, sia per la negligenza dei vescovi precedenti, sia per la vicinanza degli eretici, che occorreva un pastore che avesse tanto zelo quanto il nostro Santo per ristabilirvi la fede nella sua antica purezza. Non appena fu di ritorno a Roma, dopo la visita della sua diocesi, il Papa, che gli aveva ordinato di tornare, lo inserì in una congregazione che aveva istituito per risolvere le difficoltà riguardanti il Concilio di Trento, che si teneva allora. Il cardinale Alessandrino si mostrò in tutte le sue funzioni difensore delle leggi e della disciplina ecclesiastica. Così si oppose vigorosamente alla promozione al cardinalato di Ferdinando de' Medici e di Federico Gonzaga, a causa della loro giovane età, e perché era il tempo in cui si lavorava attivamente per riformare la disciplina ecclesiastica; quando si trattava dell'onore e dell'interesse della Chiesa, faceva al Papa le rimostranze più audaci. Quando gli si faceva notare che questa eccessiva libertà avrebbe potuto attirargli qualche disgrazia, rispondeva che, non appena non si fosse più voluto tollerare che dicesse la verità, sarebbe tornato di gran cuore nel suo chiostro.

Vita 04 / 10

Elezione al trono di san Pietro

Eletto papa nel 1566 grazie al sostegno di san Carlo Borromeo, iniziò il suo regno con atti di carità verso i poveri.

Dopo la morte di Pio IV, avvenuta il 9 dicembre 1565, san Carlo Borromeo, risoluto a evitare per se stesso una successione che comportava una così grave responsabilità, riunì tutti i suffragi in favore del cardinale Alessandrino. Questa scelta fu universalmente approvata. Ma l'eletto era addolorato: ricorse alle preghiere e alle lacrime affinché non gli venisse imposto un peso superiore alle sue forze. Infine, il timore di resistere alla volontà di Dio lo indusse a dare il suo consenso il 7 gennaio 1566.

Assunse il no Pie V Successore di Pio IV, sostenne Carlo Borromeo nelle sue riforme. me di Pio V, per mostrare al popolo, che temeva la sua severità, che voleva governare con dolcezza. Per questo motivo diceva in seguito «che si sarebbe comportato in modo tale che si avrebbe avuto più rimpianto per la sua morte di quanto si fosse avuto timore per la sua elezione». In effetti, iniziò il suo pontificato con azioni di singolare bontà; non appena sedette sul Soglio apostolico, si fece portare l'elenco di tutti i poveri della città, per dare a ciascuno di loro un'elemosina alla settimana; e, invece di gettare oro e argento al popolo, o di impiegarlo in banchetti e altre spese superflue, come si faceva solitamente all'elezione dei Papi, fece distribuire tutte quelle somme agli ospedali e ai poveri vergognosi. Istituì anche delle persone che si prendessero cura degli orfani e delle giovani, finché non fossero in età da marito; allora, le dotava liberalmente. Infine, il giorno stesso della sua incoronazione, fece dare cinquecento ducati a un contadino che riconobbe in mezzo alla folla, e che lo aveva accolto caritatevolmente in passato presso di sé, quando si era smarrito lungo la strada fuggendo di notte da Bergamo, a causa della persecuzione degli eretici. Queste liberalità dissiparono i vani timori che si erano concepiti sul suo governo, e fecero sperare ai Romani di essere felici sotto il pontificato di un uomo così santo; ma questi non furono che dei preludi delle profusioni che avrebbe fatto in seguito per la pace della Chiesa. La Francia non dimenticherà mai i soccorsi di uomini e denaro che inviò a Carlo IX contro i calvinisti, che avevano preso le armi contro di lui; e non gli siamo poco debitori, come quel re ordinò al suo ambasciatore a Roma di dichiarare in pieno concistoro, delle celebri vittorie di Jarnac e di Moncontour, dove le truppe italiane, che aveva inviato sotto la guida del conte di Santa Fiora, aiutarono infinitamente il duca d'Angiò, che fu poi Enrico III, a sconfiggere quei ribelli; così il re, in riconoscimento di questa assistenza, gli inviò, dopo queste vittorie, diverse insegne dei nemici, le prime delle quali furono poste nella chiesa di San Pietro e le altre in quella di San Giovanni in Laterano.

Contesto 05 / 10

La vittoria di Lepanto

Organizzò la Lega Santa contro l'Impero ottomano, portando alla vittoria navale di Lepanto nel 1571, attribuita alle sue preghiere.

L'isola di Malta sarebbe forse caduta nelle mani dei Turchi, se questo santo Papa, quando tutto sembrava perduto, non avesse soccorso quei generosi cavalieri, inviando loro tremila uomini con quindicimila scudi d'oro, e se non avesse continuato a darne cinquemila al mese per i sette mesi che durò ancora l'assedio.

Si ricorderà in eterno la memorabile battag lia di Lepanto, dov bataille de Lépante Vittoria navale del 1571 attribuita all'intercessione della santa. e la fede trionfò sull'infedeltà e le armi cristiane su quelle ottomane; il grande Pio V ne sarà sempre considerato il principale artefice. Sollecitò i principi cristiani a formare una lega santa contro Selim II, il qual e, gonfi Sélim II Sultano ottomano, avversario della Lega Santa. ato dai successi ottenuti in diverse imprese e immaginando che nulla potesse arrestare il corso delle sue conquiste, aveva decretato la rovina dell'Italia. Il Papa impegnò in particolare nell'unione il re di Spagna, la signoria di Venezia e gli altri principi i cui Stati erano più vicini ai Turchi; e fu per le sue pressanti istanze che il trattato fu concluso a Roma e firmato in Concistoro il 20 maggio 1571. Egli fornì, da parte sua, dodici galee equipaggiate e armate, con tremila fanti e duecentosettanta cavalli, sotto la guida di Marcantonio Colonna. Infine, il Santo Padre non risparmi ò nulla per l'esecuz Marc-Antoine Colonna Comandante delle galee pontificie a Lepanto. ione di un così grande disegno, e il cielo, di cui aveva implorato il soccorso con digiuni, preghiere ed elemosine straordinarie, lo favorì a tal punto che la prodigiosa armata degli infedeli fu interamente sconfitta e che, nello spazio di quattro ore (7 ottobre 1571), vi furono trentamila Turchi uccisi e diecimila fatti prigionieri; trentaquattro dei principali capitani e centoventi capi di galea vi perirono; quindicimila cristiani furono messi in libertà; i confederati presero centonovanta navi, ne bruciarono o affondarono ottanta e persero solo circa settemilacinquecento uomini.

Fu uno strano spettacolo vedere il mare tinto di sangue, coperto di braccia, gambe, teste, cadaveri e moribondi, e pieno di vele strappate, alberi spezzati, remi infranti e una quantità innumerevole di armi di ogni sorta che galleggiavano sulle acque. È tuttavia ciò che ci fa conoscere la grandezza di questa vittoria e quali obblighi abbiano i fedeli verso san Pio V, che la procurò alla Chiesa con le sue cure e l'ottenne con il fervore delle sue preghiere. Avendo avuto rivelazione del tempo in cui la battaglia doveva essere combattuta, passò, come un altro Mosè, il giorno e la notte precedente in orazione; e si notò che nel momento in cui gli eserciti vennero alle mani, il vento, che era stato fino ad allora contrario ai cristiani, cambiò all'improvviso e, spingendo il fumo dei cannoni contro i Turchi, li mise quasi nell'impossibilità di combattere. I prigionieri nemici confessarono anche che, durante la battaglia, avevano visto in aria Gesù Cristo e gli apostoli san Pietro e san Paolo, seguiti da una moltitudine di angeli con la spada in mano, che minacciavano di farli morire; il che aveva dato loro un tale spavento che non sapevano più cosa facessero. Non è stata omessa questa circostanza miracolosa nella descrizione che è stata fatta di questa segnalata vittoria, su un quadro che si vede ancora in Vaticano. Pio V ebbe anche rivelazione della vittoria della battaglia, alla stessa ora in cui i cristiani trionfarono sugli infedeli.

Contesto 06 / 10

Lotta contro l'eresia in Francia

Il Papa sostiene Carlo IX contro i calvinisti e deplora le conseguenze politiche delle concessioni fatte ai riformati.

Pio V tornò alla carica: «Vi avvertiamo», disse, «che questa pace sarà la fonte delle più grandi calamità. Se vi sono presso di voi persone che pensano diversamente, costoro si ingannano per ambizione, oppure, dimenticando ciò che esigono l'onore della religione e di Vostra Maestà, non rispettano né Dio né il re. Dovrebbero considerare che con la conclusione di questa pace, Vostra Maestà trae i suoi nemici più accaniti dal posto in cui esercitano apertamente il brigantaggio, per accoglierli nella propria casa e cadere nelle loro trappole». Poi, elevandosi alla contemplazione delle giustizie divine, aggiunge: «Dirvi quanto sia orribile cadere nelle mani del Dio vivente che, a causa dei peccati dei popoli e dei re, è solito affliggere i regni e trasportarli dai loro antichi padroni ad altri, dirvi questo, è ripetere una cosa evidente, di cui la sola Grecia farebbe fede ai nostri giorni». Questa lettera è del 25 aprile 1570. L'8 agosto dello stesso anno, la pace era conclusa. Si sentono lacrime nelle parole indirizzate allora da Pio V al cardinale di Borbone: «La vostra prudenza vi farà comprendere l'amarezza che abbiamo provato alla notizia di questa pacificazione. Piacesse a Dio che il re avesse potuto riconoscere che le trame sorde dei suoi nemici lo esporranno ora a pericoli maggiori di un tempo durante la guerra... Il cuore tuttavia non ci viene meno, ricordandoci che teniamo sulla terra il posto di Colui che custodisce la verità eternamente, attraverso i secoli, e che non confonde coloro che sperano in lui».

Queste dolorose apprensioni furono prontamente giustificate. I riformati, crescendo ogni giorno in audacia, fecero rimpiangere a Caterina de' Medici le concessioni che aveva fatto loro; fu allora che il suo astuto genio le Catherine de Médicis Regina di Francia, menzionata per la sua politica religiosa. offrì il rimedio tanto odioso quanto il male. Pio V, spingendo alla guerra, la voleva franca e dichiarata; Caterina rispose ai suoi nemici con le imboscate di San Bartolomeo. Per non aver seguito i consigli del sovrano Pontefice, la regalità, non contenta di aver fortificato la riforma con la sua debolezza, la rendeva popolare con orribili massacri.

Teologia 07 / 10

Riforma tridentina e liturgica

Attua i decreti del Concilio di Trento, riforma il Breviario, il Messale e la musica sacra con Palestrina.

Oltre a questi illustri trofei che il santo Papa ottenne con le armi materiali sui nemici della Chiesa, riferiremo, in poche parole, le gloriose vittorie che egli guadagnò con le armi spirituali sull'eresia e sui vizi. Sebbene la Chiesa sia sempre santa, pura e incorruttibile nella sua dottrina, il disordine tuttavia si insinua troppo spesso nei singoli membri che la compongono. Esso era estremo al tempo del nostro Santo, e i costumi erano così corrotti, e la disciplina ecclesiastica così rilassata, che occorreva un coraggio grande quanto il suo per intraprendere una riforma generale sul modello dei decreti del santo Concilio di Trento. A tal fine, inviò ovunque legati e nunzi, ovvero: in Inghilterra, in Scozia, in Irlanda, in Ungheria, in Polonia, nelle Fiandre, in Germania e in Francia, per opporsi ai progressi dell'eresia che si era già impadronita di una parte di questi regni e minacciava l'altra di una funesta rovina; per fortificarvi i fedeli contro i nuovi errori, e per assistervi i poveri cattolici che la persecuzione aveva ridotto all'estremo. Ebbe grande cura di consolare le persone afflitte per la religione, sia tramite inviati, sia con le sue stesse lettere. Ne scrisse diverse a Maria Stuarda, regina di Scozia, che era crudelmente perseguitata da Elisabetta, regina d'Inghilterra. Sapendo che era privata dell'uso dei Sacramenti, particolarmente di quello dell'Eucaristia, dall'impietoso carceriere, le diede il permesso di comunicarsi da sola, quando le fossero state fatte pervenire delle ostie consacrate. Inviò anche missionari nelle Indie, per coltivarvi la vigna del Signore che vi era stata recentemente piantata, e per illuminare gli idolatri che erano ancora nelle tenebre del paganesimo. Nel frattempo lavorava continuamente a Roma alla riforma dei costumi del clero e del popolo, per cercare di rendere alla Chiesa il suo antico splendore. Esortava spesso i cardinali ad essere la luce del mondo, secondo le parole di Gesù Cristo, e a brillare più per la loro virtù e per l'innocenza della loro vita, che per la porpora e lo splendore della loro dignità. Protestava altamente che non avrebbe concesso né tollerato mai nulla che fosse contrario ai decreti del Concilio di Trento. Ordinò a tutti i vescovi di risiedere nella loro diocesi, dicendo che i pastori che volevano pascere le loro pecore non dovevano esserne lontani. Vietò ai giudici, sotto gravi pene, di prolungare i processi, di favorire chiunque nei loro giudizi, nemmeno quelli della casa pontificia. Volle che la giustizia fosse resa gratuitamente ai poveri. Fece un editto contro le cortigiane: furono relegate in un quartiere oscuro, e minacciate di pene severe se si fossero mostrate altrove. Represse un altro flagello di Roma: l'usura degli Ebrei. Favorì a tal fine i monti di pietà, la cui istituzione è dovuta a Paolo III (1539). Liberò gli Stati pontifici dagli assassinii e dai brigantaggi che desolavano allora l'Italia. Tuttavia il capo dei banditi, il più temibile, Mariano d'Ascoli, era sfuggito a tutte le ricerche. Un uomo di campagna venne a offrire al Papa di consegnarglielo: Come farete? chiese Pio V. — Ha l'abitudine di fidarsi di me, rispose il montanaro, lo attirerò facilmente nella mia casa. — Mai autorizzeremo una simile perfidia, esclamò il Papa; Dio farà nascere qualche occasione di castigare questo brigante, senza che si abusi così della buona fede e dell'amicizia. Mariano d'Ascoli, avendo appreso questa nobile risposta di Pio V, si ritirò subito dai suoi Stati e non vi riapparve più. Questo santo riformatore proscrisse i combattimenti di animali, come contrari all'umanità; i giochi che la giustizia riprova, gli eccessi delle taverne e delle assemblee pubbliche. Si applicò anche particolarmente a ristabilire ciò che riguardava il culto divino; fece fare la correzione del Breviario, del Messale e del piccolo ufficio della santa Vergine, alle cui litanie, dopo la battaglia di Lepanto, fece aggiungere queste parole: *Auxilium Christianorum, ora pro nobis*; vale a dire: «Vergine santa, che siete il soccorso dei cristiani, pregate per noi». Non bisogna dimenticare in quest'ordine di idee la sua riforma della musica religiosa. All'inizio del XVI secolo, questa musica si era lasciata invadere da uno stile talmente fiorito e profano, che il papa Marcello II era stato sul punto di bandire dalla Chiesa ogni altra melodia che quella del canto piano. L'esecuzione di un decreto così rigoroso fu scongiurata solo dalla paziente condiscendenza di san Carlo Borromeo e dal genio di Palestrina. Questo grande artista, un tempo semplice fanciullo di coro sotto il nome di Pietro Luigi, in un'oscura chiesa di Palestrina, suo luogo natale, si e saint Charles Borromée Santo che fece eseguire donazioni a favore degli orfani. ra elevato al rango di maestro Palestrina Compositore italiano, maestro di cappella sotto Pio V. di cappella della basilica di San Giovanni in Laterano. San Carlo, agendo in qualità di membro di una commissione istituita da Pio IV per decidere la questione della musica religiosa, mandò a cercare Palestrina, e dandogli chiaramente a intendere che la sorte dell'arte era nelle sue mani, gli comandò di scrivere una messa seguendo i principi severi tracciati dal concilio. Tre mesi dopo, Palestrina presentava al cardinale Borromeo tre messe, di cui una, comunemente chiamata messa di papa Marcello, porta questo motto: *Deus in adjutorium meum intende*, tracciato dalla mano tremante del compositore e ancora leggibile oggi sul manoscritto. Fu un successo completo per la causa della musica sacra, e Pio V, la cui elevazione ebbe luogo quasi immediatamente dopo, nominò Palestrina suo maestro di cappella, sancendo con questa elezione stessa l'uso della musica, in tutti i templi della cattolicità. Pio V ordinò che la festa di san Tommaso d'Aquino si celebrasse in futuro come quelle dei quattro Dottori della Chiesa. Ritrattò diversi abusi che si erano introdotti nelle materie beneficiali, e specialmente nelle dimi ssioni con le quali saint Thomas d'Aquin Santo citato come esempio di resistenza alla tentazione. le si rendeva ereditarie nelle famiglie; come gli si fece notare che queste leggi avrebbero rovinato la corte romana, il Santo fece questa ammirevole risposta: «È meglio che la corte sia rovinata, che rovesciare la religione della Chiesa cattolica». È per le sue cure che fu terminato e pubblicato il dotto catechismo del Concilio di Trento, che racchiude tanto nettamente quanto solidamente tutti i misteri della fede, tutte le bellezze della teologia; la Chiesa ha voluto che i pastori avessero, in un solo piccolo libro, di che nutrire i loro spiriti e di che pascere i popoli che sono loro affidati. Eresse la Congregazione dei Fratelli della Carità, di cui il beato Giovanni di Dio aveva gettato i primi fondamenti, e diede loro la Regola di Sant'Agostino. Fece fare tre voti di religione ai chierici regolari, detti Somaschi, istituiti dal pio Girolamo Emiliani, senatore di Venezia. Riformò l'ordine di Cîteaux in Sicilia, dove era quasi decaduto. Riunì i Serviti che si erano divisi in due corpi. Soppresse l'Ordine degli Umiliati, un tempo così fiorente in Italia, a causa di un attentato che un religioso di questo istituto aveva commesso contro la persona di san Carlo Borromeo, che aveva intrapreso di riformarli. Infine, fece diverse riforme monastiche, come si può vedere in Gabutius. Inviò ai Minimi di Francia, come visitatore, il R. P. Mathurin Aubert, che era stato suo confessore fin dalla sua promozione al cardinalato, con il R. P. Le Tellier, entrambi religiosi dello stesso Ordine. Grazie alle sue cure, i religiosi Minimi spiegarono una grande costanza di fronte all'eresia: nessuno fu nel numero degli apostati, in un'epoca in cui ve ne furono tanti.

Vita 08 / 10

Vita privata e pietà personale

Nonostante il suo incarico, conduce una vita di intensa preghiera, digiuno e carità, rifiutando ogni nepotismo.

Ci resta da dire qualche parola sulla vita privata e sulle virtù del nostro santo Papa. Non mancava mai di celebrare la Messa ogni giorno, a meno che una malattia non lo mettesse nell'impossibilità di farlo. Nutriva una singolare devozione verso la Passione di Nostro Signore, sulla quale meditava spesso. Si dedicava assiduamente all'orazione ogni mattina, ed era così assorto che, quando i suoi domestici dovevano parlargli, erano costretti a tirarlo per la veste per farlo tornare in sé; ed essa era accompagnata da tale fervore che otteneva da Dio tutto ciò che chiedeva; il Sultano, come egli stesso confessò più volte, temeva più le preghiere del santo Papa che le armi di tutti i principi cristiani. Celebrava i divini misteri con tale riverenza che molti ebrei ed eretici si convertirono per averlo visto officiare pontificalmente. Studiava incessantemente la Sacra Scrittura e leggeva ogni giorno qualche passo della vita di san Domenico o di qualche altro santo del suo Ordine, per formarsi sulla loro condotta. Ogni sera faceva riunire i suoi domestici per partecipare alle litanie e alle altre preghiere che voleva fossero recitate in sua presenza. Le grandi occupazioni che aveva non gli impedivano affatto di recitare ogni giorno il Rosario in onore della santa Vergine. Pregava spesso per i defunti e ha confessato di aver ricevuto meravigliosi soccorsi da questa devozione nei più grandi pericoli. Ogni anno, durante i giorni di festa e di divertimento che precedono la Quaresima, visitava le sette chiese di Roma, seguito da tutta la casa pontificia. Non digiunava solo in Quaresima, sebbene avesse più di sessant'anni e fosse molto infermo, ma anche in Avvento; negli altri periodi, non mangiava carne che tre volte la settimana, cosa che osservò per tutta la vita, anche durante le sue più gravi malattie; e, come in uno di questi giorni di astinenza, essendo malato a morte, gli fu presentata, per ordine del medico, una composizione di mandorle tritate con carne, appena se ne accorse, non ne volle mangiare e, lamentandosi di quell'inganno: «Volete», disse, «che, per i due giorni che mi restano da vivere, io violi un'usanza che osservo da sessant'anni?». Mantenne la sua castità inviolabile; i suoi confessori hanno attestato, nel processo di canonizzazione, di non aver mai notato che avesse commesso alcuna colpa notevole contro questa virtù. Visitava personalmente gli ospedali e si informava diligentemente presso i malati se fossero ben assistiti, tanto per il corpo quanto per l'anima. Non si possono raccontare le opere di carità che compì durante una malattia contagiosa e una crudele peste che afflissero Roma sotto il suo pontificato: provvide premurosamente ai bisogni delle persone che ne erano colpite. Aveva un grande orrore per l'avarizia; sebbene il denaro gli mancasse nella guerra contro i Turchi, ben lungi dall'istituire tasse per questo, gettò al fuoco dei registri che gli erano stati presentati, i quali contenevano mezzi, anche legittimi, per raccogliere qualche denaro. Dei principi, chiedendogli una dispensa matrimoniale, gli offrirono quindicimila scudi d'oro per ottenerla; ma il Santo, dopo aver esaminato la cosa e trovato che poteva concederla senza pregiudizio dei sacri Canoni, la concesse e rifiutò il denaro che gli veniva offerto: il suo datario gli faceva notare che si poteva, senza peccato, ricevere quella somma e impiegarla in usi pii; il Santo citò per risposta queste parole del Concilio di Trento: *Raro, ex causa, et gratis*, cioè raramente, per motivi reali e gratuitamente. Un criminale, condannato a morte, avendogli fatto offrire diecimila ducati per riscattare la sua vita, Pio V rispose che la giustizia era fatta per i ricchi come per i poveri, e non volle fargli alcuna grazia. Sebbene fosse naturalmente pronto, moderava tuttavia il suo umore in modo tale che non appariva nulla di austero nelle sue parole. Concedeva volentieri udienza a ogni sorta di persona, ma particolarmente ai poveri, che ascoltava con una pazienza ammirevole, finché non avessero detto tutto; e, quando non poteva concedere ciò che chiedevano, li rifiutava solo con estrema pena. Si sforzava di obbligare coloro che gli avevano reso qualche cattivo servizio e non conservò mai il ricordo di un'offesa. Perdonò un libertino, che aveva fatto qualche pasquinata contro di lui, dicendogli: «Amico mio, vi farei punire severamente se aveste oltraggiato il sovrano Pontefice; ma poiché avete offeso solo Michele Ghislieri, andatevene in pace». Non volle nemmeno che si perseguisse un'altra persona di nobile condizione, che aveva cospirato contro la sua vita.

Che dirò dell'umiltà e della modestia del nostro santo Papa? Sebbene la dignità pontificale lo obbligasse a ricevere onori, essi non erano tuttavia per lui che supplizi: guardava a quello splendore esteriore come a spine molto pungenti, che lo avvertivano del pericolo a cui era esposto. In effetti, confessò di non aver avuto un momento di riposo da quando era sul Soglio apostolico; che la sua condizione era degna di compassione e che si pentiva molto di aver accettato un incarico che era al di sopra delle sue forze. Perciò deliberò più volte se non dovesse abdicare per godere della tranquillità religiosa che aveva gustato con tanto piacere nel suo chiostro. Non poté soffrire arredi preziosi né arazzi rari nel suo palazzo; non vi si vedevano pitture profane, ma crocifissi e altri quadri di pietà. Vietò che gli si facesse un abito nuovo quando fu eletto papa, accontentandosi di quelli che il suo predecessore aveva lasciato. Portò sempre una tunica di lana grossa al posto della camicia, e fu impossibile fargliene mettere un'altra più fine, né persuaderlo a servirsi di un abito di panno di Cuenca, perché lo trovava troppo bello. Non volle permettere che si mettesse, in Campidoglio, una statua che il popolo romano aveva eretto in sua memoria: «Preferirei», diceva, «essere inciso nel cuore delle persone dabbene e vivere nella posterità attraverso esempi di virtù, piuttosto che essere in marmo o in bronzo su una piazza pubblica».

Tenne la stessa condotta per i suoi nipoti, le sue nipoti e i suoi parenti: dava loro ciò che era necessario per istruirli, sposarli, farli vivere onestamente; ma rifiutò di aprire loro la via degli onori e dell'opulenza. Credeva, a ragione, che le rendite ecclesiastiche debbano avere solo una destinazione santa. Non poteva sopportare che, nel governo sia spirituale che temporale, si avesse di mira altro che la gloria di Dio e l'onore della Chiesa; secondo lui, ciò che si chiama ragion di Stato è un'invenzione del demonio, dell'ambizione e delle altre passioni.

Vita 09 / 10

Ultima malattia e trapasso

Muore nel 1572 dopo lunghe sofferenze sopportate con pazienza, lasciando dietro di sé una reputazione di santità confermata da miracoli.

Questo santo Papa soffriva da lungo tempo i dolori della pietra, senza permettere che si facesse l'operazione, che sola avrebbe potuto guarirlo. Nel mese di gennaio 1572, i medici dichiararono che la sua vita era in pericolo. In mezzo alle sofferenze più acute, non lasciò sfuggire il minimo lamento; si accontentava di sospirare davanti al crocifisso, che guardava e baciava teneramente; diceva allora a Nostro Signore: «Signore, aumentate il male, ma aumentate anche la pazienza». Finché le forze gli permisero di stare in piedi, celebrò egli stesso il santo sacrificio della messa; quando non ne fu più capace, vi assisteva ogni mattina nella sua camera e vi faceva la comunione. Il 4 aprile, giorno del venerdì santo, fece portare una grande croce nel suo oratorio, si alzò e andò a piedi nudi ad adorarla, bagnando con le sue lacrime le cinque piaghe del Salvatore. Il rumore della sua morte essendosi diffuso a Roma, poté udire i gemiti del suo popolo, che lo piangeva. Toccato da questi segni d'amore, volle ancora una volta benedire i Romani. Il giorno di Pasqua si fece trasportare, rivestito dei suoi abiti pontificali, nella loggia sopra la grande porta di San Pietro: la vita riapparve un istante sul suo volto; la sua voce si trovò fortificata, di modo che la sua benedizione fu udita distintamente fino alle file più lontane di quell'immensa moltitudine inginocchiata sulla piazza di San Pietro. Il 21 aprile, intraprese un pio esercizio che tutti credevano al di sopra delle sue forze, ovvero fare le stazioni delle sette chiese: si mise in cammino, nonostante il suo medico, sostenuto sotto le braccia. Il suo pallore era così livido che si credette di vederlo spirare durante il tragitto. Nella basilica di San Giovanni in Laterano, salì la scala santa in ginocchio, baciò tre volte l'ultimo gradino e non riusciva a decidersi a lasciare quel luogo sacro. Quando fu riportato in Vaticano, si cercò di allontanare dal suo letto ogni preoccupazione esteriore; ma non si poté nascondergli l'arrivo di cattolici inglesi, che fuggivano le persecuzioni di Elisabetta. Volle vederli, li colmò di segni d'affetto, si fece raccontare tutto ciò che interessava la Chiesa in Inghilterra, e raccomandò particolarmente al cardinale Alessandrino di provvedere ai bisogni di questi ospiti, che si trovavano in una perfetta indigenza. Quando furono congedati, lo si udì esclamare giungendo le mani: «Mio Dio, voi sapete se sono sempre stato pronto a spargere il mio sangue per la salvezza di questa nazione». Più si avvicinava alla fine, più era tranquillo: una santa gioia brillava sul suo volto, mentre lo spettacolo delle sue sofferenze e della sua pazienza strappava involontari singhiozzi attorno a lui. Tra le preghiere che si leggevano al suo capezzale, per gran parte del giorno e della notte, prediligeva soprattutto i sette Salmi della Penitenza; faceva fermare il lettore a ogni versetto, al fine di produrre atti di contrizione, conformi a quelli del re penitente. Più volte gli fu letta la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, e ogni volta che si pronunciava quel nome sacro, si scopriva il capo. Quando le sue mani già rigide e gelate gli rifiutarono il loro servizio, adempì a questo dovere rispettoso con l'aiuto di una persona posta vicino a lui.

Il 30 aprile riceve l'Estrema Unzione. Volle ancora una volta inginocchiarsi e, nel più umile atteggiamento, invocò Dio per le necessità della sua Chiesa che, oggetto delle sue cure durante la vita, occupò i suoi pensieri fino alla morte. Fece venire alcuni membri del Sacro Collegio per dare loro le sue ultime istruzioni: «Non mi resta», disse loro, «che raccomandarvi, con tutta l'anima, questa stessa Chiesa che Dio aveva affidato alla mia custodia. Fate i vostri sforzi per eleggermi un successore pieno dello zelo per la gloria di Dio; che non sia legato ad alcun altro interesse in questo mondo, e non cerchi che il bene della cristianità». Il calore con cui pronunciò queste parole, agitando le sue braccia vacillanti, esaurì ciò che gli restava di forza. Da quel momento, con lo sguardo fisso sulla croce, non lasciò più sfuggire dalle sue labbra che testi, a stento articolati, della Sacra Scrittura. Spirò il primo giorno di maggio 1572, alle cinque e mezza di sera, all'età di sessantotto anni: il suo regno era durato sei anni, tre mesi e ventitré giorni. I medici, per rendersi conto del suo coraggio, fecero l'autopsia della parte che era stata malata e vi trovarono tre pietre nere: dichiararono che la sua pazienza, in una situazione così dolorosa, era stata sovrumana. La morte del santo Pontefice fu pianta in tutto l'universo cattolico. In Spagna, santa Teresa ne ebbe rivelazione ed esclamò tutta in lacr ime, davanti a sainte Thérèse Santa mistica che ha profetizzato la grandezza di Giovanni Battista. lle sue carmelitane: «Non vi stupite, mie sorelle, e piangete piuttosto con me, poiché la Chiesa è vedova del suo santissimo Pastore».

Tra i miracoli che Dio operò in favore di Pio V, il seguente è raccontato da tutti gli storici contemporanei: Un giorno che volle baciare, secondo la sua consuetudine, un crocifisso davanti al quale faceva la sua preghiera, il piede di Cristo si ritirò da sé; ciò accadde perché dei malvagi avevano cosparso di veleno quel crocifisso, come si vide pulendolo con della mollica di pane che, presentata poi a dei cani, li fece perire all'istante. Il Santo non volle nemmeno che si ricercassero quegli assassini. Le arti hanno spesso riprodotto l'evento del crocifisso.

Predisse diversi eventi molto tempo prima che accadessero. Un giureconsulto, essendo salito in cattedra con l'intento di inveire contro la sua condotta, perse la parola nell'ora stessa, e morì miseramente pochi giorni dopo. Ha scacciato i demoni dai corpi di diversi ossessi, e molte peccatrici si sono convertite alla vista del suo santo corpo esposto dopo la sua morte. In un incendio della cappella del duca di Sessa, il fuoco, che aveva fuso persino i vasi d'argento, non fece alcun danno a due immagini di Pio V, di cui una era di tela e l'altra di cartone. Anna Maria Martinozzi, moglie del principe di Conti, fu guarita da grandi dolori di testa, e partorì felicemente dopo diversi aborti spontanei, venerando come una preziosa reliquia il cappello di questo santo Papa. Infine, si è sperimentato che gli Agnus Dei consacrati dalla sua mano avevano una virtù particolare per preservare dall'acqua, dalle fiamme e dalle armi: uno straripamento del Tevere fu arrestato in un momento da una di queste sante immagini di cera che vi fece gettare, e dei soldati divennero quasi invulnerabili, portando su di sé queste preziose reliquie.

Culto 10 / 10

Posterità e canonizzazione

Il suo corpo fu trasferito a Santa Maria Maggiore; fu beatificato nel 1672 e canonizzato nel 1712 da Clemente XI.

Appena fu deceduto, ognuno fece i propri sforzi per avere qualche pezzo dei suoi vestiti, e si fu costretti, per fermare la devozione del popolo che era andata troppo oltre in ciò, a rinchiudere il suo corpo in una cappella dove si potevano solo baciare i suoi piedi attraverso delle grate. Il generale dell'Ordine di San Domenico ottenne, a forza di preghiere, una tunica di lana che egli aveva indossato, e ne fece poi dono a Sebastiano, re del Portogallo.

Molti principi chiesero, con premura, qualcuna delle sue berrette o le sue scarpe, o qualche altra cosa che gli era servita, tanta era la venerazione che si aveva per lui. Gli stessi Turchi fecero in modo di avere il suo ritratto, come di uno dei più grandi uomini del mondo.

I pellegrini che si recano a Roma non mancano di visitare, nel convento di Santa Sabina, la cappella detta di san Pio V. Questa cappella non è altro che la cella che occupò san Pio V, quando si chiamava semplicemente frate Michele Ghislieri. Essa è in testa a un lungo corridoio, all'ingresso del quale si legge in grandi caratteri: Silenzio.

Il quadro dell'altare maggiore rappresenta il miracolo del crocifisso. Sul muro di sinistra, un quadro rappresenta san Filippo Neri che predice la tiara al nostro santo religioso; su quello di destra, il santo Pontefice raccoglie un po' di polvere del Vaticano e la dà ad ambasciatori polacchi, che desideravano delle reliquie, dicendo loro: Ecco ciò che desiderate, questa polvere fu bagnata, quindici secoli fa, dal sangue dei martiri. Di fronte all'altare, sopra la porta, Pio V è dipinto in ginocchio, mentre guarda con ansia da una delle finestre del suo palazzo. Un angelo al suo fianco gli annuncia la battaglia di Lepanto, e gli descrive con entusiasmo i dettagli di questa grande vittoria navale che fu opera sua, e di cui attribuisce il successo alla Vergine del Rosario. Infine, sull'altare, si offre alla vostra venerazione un bellissimo crocifisso d'avorio. È quello stesso di san Pio V. Fino ad allora lo si era conservato con religioso rispetto in Vaticano; ma Pio IX, il nostro buon Pontefice, in una delle sue visite a Santa Sabina, lo ha offerto ai religiosi del convento, dicendo loro, con la sua consueta gentilezza, che era a loro, meglio che a chiunque altro, che doveva appartenere questa preziosa reliquia.

Si rappresenta ancora san Pio V con un rosario, poiché aveva una grande fiducia in questa devozione. Si pone anche al suo fianco una flotta, per ricordare la vittoria di Lepanto e l'istituzione della festa di Nostra Signora della Vittoria.

Il corpo di san Pio V, che si conservò senza corruzione, fu inumato nella chiesa dei religiosi del suo Ordine, che egli aveva fondata a Bosco, luogo della sua nascita, dove aveva scelto la sua sepoltura; ma quindici anni dopo, v ale a dire, l'anno 1588, Sisto V basilique de Sainte-Marie-Majeure Luogo di sepoltura finale di san Pio V. lo fece trasportare nella basilica di Santa Maria Maggiore, dove gli aveva fatto erigere un superbo mausoleo sul lato destro dell'altare. I miracoli che si fecero alla sua tomba impegnarono la santa Congregazione dei Riti a ordinare che, nel giorno dell'anniversario del suo decesso, non si dicesse più una messa dei defunti, ma una messa della santissima Trinità, in ringraziamento del fatto che Dio aveva ricevuto la sua anima nella compagnia dei Santi; ciò che Urbano VIII confermò l'anno 1613; e il 1° maggio dell'anno 1672, Clemente X fece il decreto della sua beatificazione. Ma infine, il 22 maggio 1712, il papa Clemente XI lo dichiarò Santo, dopo aver osservato tutte le formalità ordinarie per questo soggetto.

Ci siamo molto serviti, per completare il Padre Giry, della Storia di san Pio V, del conte di Vallo ux, 2 vol. in SAINT BRITTON Vescovo di Treviri nel IV secolo, menzionato alla fine del testo. -12, presso Sagnier e Bray; Parigi, 3ª edizione, 1851.

--SAN BRITTONE, VESCOVO DI TREVIRI (IV secolo).

Brittone succedette a san Bonoso sulla sede di Treviri. Chiamato a Roma per la conferma degli atti del concilio di Nicea, occupò, tra i vescovi d'Occidente, il terzo posto dopo il papa Damaso e sant'Ambrogio, in qualità di primate e di vescovo metropolita delle Gallie: Itacio, un vescovo di Spagna, era venuto a Treviri per dei dissidi con i Priscillianisti; perseguitato dalle calunnie di questi eretici, era sul punto di essere cacciato dalla città dai magistrati: Brittone lo sostenne e lo giustificò. Durante il suo episcopato, sant'Ambrogio e san Martino vennero a Treviri, dove operarono miracoli e non temettero di riprendere l'imperatore Massimo e i vescovi cortigiani. Brittone seppe difendere la sua chiesa contro l'eresia priscilliana; e, ornato di virtù degne dell'episcopato, si addormentò nel Signore il 3 di maggio.

Proprio di Treviri.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Bosco il 17 gennaio 1504
  2. Entrato tra i Domenicani di Voghera a 12 anni
  3. Professione religiosa nel 1519
  4. Elezione al pontificato il 7 gennaio 1566
  5. Vittoria della battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571
  6. Beatificazione da parte di Clemente X nel 1672
  7. Canonizzazione da parte di Clemente XI il 22 maggio 1712

Miracoli

  1. Il piede del crocifisso si ritrae per evitare un avvelenamento
  2. Rivelazione della vittoria di Lepanto all'ora esatta
  3. Arresto di un'esondazione del Tevere tramite un Agnus Dei
  4. Guarigione di Anne-Marie Martinozzi tramite il suo cappello

Citazioni

  • Signore, aumentate il male, ma aumentate anche la pazienza Parole sul letto di morte
  • È meglio che la corte sia in rovina, piuttosto che sovvertire la religione della Chiesa cattolica Risposta sulle riforme beneficiali

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo