6 maggio 8° secolo

San Giovanni Damasceno

Mansour

Dottore della Chiesa

Festa
6 maggio
Morte
vers l'an 780 (naturelle)
Epoca
8° secolo

Ultimo dei Padri greci e ministro al servizio del califfo di Damasco, Giovanni Damasceno fu il grande difensore delle immagini di fronte all'iconoclastia imperiale. Dopo essersi visto tagliare la mano in seguito a una calunnia e miracolosamente guarito dalla Vergine, si ritirò nel monastero di San Saba. Vi compose un'opera teologica e poetica monumentale che strutturò il pensiero cristiano orientale.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 7

SAN GIOVANNI DAMASCENO, DOTTORE DELLA CHIESA

Vita 01 / 07

Origini e istruzione a Damasco

Giovanni nasce a Damasco sotto il dominio saraceno; suo padre, ministro del califfo, affida la sua educazione al monaco italiano Cosma che gli insegna le scienze e la teologia.

Il bene non è neppure bene se non è fatto bene. Massima favorita di san Giovanni Damasceno.

Giov anni Damas Città in cui risiede l'attore Cornelio. Damasceno, chiamato anche Mansour o Crisorroa, è l'ultimo dei Padri greci e lo scrittore più ragguardevole dell'VIII secolo. Nacque negli ultimi anni del VII secolo, in Siria, a Damasco, il che gli fece dare il nome di Damasceno. Questa città era in potere dei Saraceni fin dall'anno 633. Il padre del nostro Santo, sebbene zelante cristiano, era molto stimato tra quegli infedeli, a causa della nobiltà della sua nascita, della sua probità e dei suoi talenti. Piacque al capo dei Saraceni, al califfo, che ne fece il suo ministro. In questa alta posizione, impiegava la sua fortuna e la sua influenza per proteggere i cristiani oppressi, per riscattare coloro che erano prigionieri. Queste buone opere furono ricompensate dalla divina Provvidenza.

Un giorno, in una schiera di quegli infelici esposti sulla piazza pubblica, si videro coloro che erano destinati alla morte gettarsi ai piedi di uno di loro e raccomandarsi umilmente alle sue preghiere. Era un religios o ita Cosme Religioso italiano prigioniero che divenne precettore di san Giovanni. liano, chiamato Cosma, preso in mare con gli altri. I barbari, avendo notato il rispetto che gli testimoniavano i suoi compagni di sventura, gli chiesero di quale dignità fosse stato rivestito tra i cristiani. Rispose che non ne aveva altra che quella di sacerdote. «Io sono», aggiunse, «un inutile monaco che ha studiato non solo la filosofia cristiana, ma anche la filosofia straniera»; e, dicendo queste parole, i suoi occhi si riempirono di lacrime. Il padre di Giovanni, sopraggiunto, gli chiese la causa della sua tristezza. Cosma gli confessò ingenuamente che si affliggeva di morire prima di aver potuto comunicare ad altri le scienze che aveva acquisito. Ora, da molto tempo il padre cercava per suo figlio un uomo che potesse dargli un'educazione conveniente. Rapito dal trovare questo tesoro in un prigioniero che stava per essere sgozzato, corse a chiederlo al Califfo, che glielo accordò senza difficoltà. Cosma non solo ricevette la libertà, divenne l'amico del padre, il maestro del figlio, che, sotto la sua direzione, apprese con un successo prodigioso la grammatica, la dialettica, l'aritmetica di Diofanto o l'algebra, la geometria, la musica, la poesia, l'astronomia, ma soprattutto la teologia o la scienza della religione. I suoi progressi non furono minori nella virtù che nelle scienze. Aveva come compagno di studio un orfano di Gerusalemme, che suo padre aveva adottato. Quando la sua educazione fu terminata, Cosma si ritirò in Palestina, nella laura di san Saba, da dove fu tratto per essere fatto vescovo di Maiuma. Il merito di Giovanni fu presto conosciuto dal principe dei Saraceni, che lo fece capo del suo consiglio, dopo la morte di suo padre.

Circostanza ben ragguardevole! È un povero monaco d'Italia, prigioniero, votato alla morte, che introduce le scienze di Grecia e di Roma alla corte dei Califfi di Damasco, che le insegna al figlio del gran visir; e questo figlio, divenuto gran visir egli stesso, poi monaco, sotto il nome di san Giovanni Damasceno, riesce a naturalizzare, per un tempo, queste scienze straniere tra questi

Contesto 02 / 07

La crisi dell'iconoclastia

L'imperatore Leone l'Isaurico e suo figlio Costantino Copronimo scatenano una violenta persecuzione contro il culto delle immagini sacre a Costantinopoli.

Si era visto più di un imperatore greco di Costantinopoli proteggere l'eresia; ve ne fu uno che inventò egli stesso una nuova eresia: quella di condannare e distruggere le immagini dei Santi come idolatria. Si trattava dell'imperatore Leone, soprannomina l'empereur Léon, surnommé l'Isaurien Imperatore bizantino, iniziatore dell'eresia iconoclasta. to l'Isaurico, perché nativo dell'Isauria, terra e popolo almeno tanto barbari quanto lo erano allora gli Unni e i Vandali (730). Poiché era molto ignorante, si mise in testa che, onorando le sante immagini, i cattolici onorassero non i santi che esse rappresentano, ma la materia e il colore di cui tali immagini sono fatte. Intraprese quindi di abolirle, le fece rimuovere dalle chiese e bruciare nelle piazze pubbliche. I cattolici che vi si opponevano furono tormentati e messi a morte. Suo figlio, Costanti no Copronimo, si mos Constantin Copronyme Imperatore bizantino iconoclasta e persecutore. trò ancora più furioso. Costantinopoli divenne un teatro di supplizi: si cavavano gli occhi, si tagliavano le narici ai cattolici; venivano lacerati a colpi di frusta, gettati in mare.

L'imperatore ce l'aveva soprattutto con i monaci: non vi erano tormenti e oltraggi che non facesse loro subire. Bruciava le loro barbe spalmate di pece; rompeva sulle loro teste le immagini dei Santi, dipinte su legno. Il suo più grande piacere era presiedere a tali supplizi.

Miracolo 03 / 07

Il complotto e la mano restaurata

Vittima di un complotto dell'imperatore, Giovanni si vede tagliare la mano dal califfo prima di essere miracolosamente guarito per intercessione della Vergine Maria.

I cristiani, fedeli alla loro fede, combatterono l'eresia, secondo l'usanza, con la preghiera, il digiuno e il martirio sopportato con eroica costanza. Alcuni difesero la verità con eloquenti scritti; tra questi vi furono soprattutto san Germano, vescovo di Costantinopoli, e Giovanni Damasceno, governatore di Damasco e ministro del califfo. L'imperatore, irritato, poté facilmente esercitare la sua vendetta su san Germano; ma come raggiungere san Giovanni Damasceno in un impero straniero? Essendosi procurato un autografo di Giovanni, ordinò a un abile copista di esercitarsi a imitare quella scrittura, e riuscì, con questo mezzo, a fabbricare una lettera che Giovanni gli indirizzava, nella quale offriva di consegnargli Damasco per tradimento. L'imperatore inviò questa falsa lettera al califfo, avvertendolo, da buon vicino, che aveva un traditore come ministro. Questa vile e meschina impostura ebbe pieno successo. Nonostante le negazioni più energiche di Giovanni, il califfo gli fece tagliare la mano destra e ordinò che fosse appesa a un palo in una piazza pubblica. La vittima, avendo ottenuto che gli venisse restituita la mano mozzata, si ritirò nel suo oratorio e lì, questo valoroso difensore delle sante immagini, inginocchiato davanti a un'immagine della Vergine Maria, pregò così:

«Verginissima, che avete dato alla luce il mio Dio, sapete perché mi è stata tagliata la mano destra; potete, se vi piace, rendermela e riattaccarla al mio braccio; ve lo chiedo con insistenza, affinché io possa impiegarla d'ora in poi a scrivere le lodi di vostro Figlio e le vostre». Detto questo, si addormentò e la santa Vergine gli apparve e gli disse: «Ora sei guarito; componi inni, scrivi le mie lodi e adempi la tua promessa». Il Santo, svegliatosi, trovò la sua mano perfettamente riunita al braccio; nulla indicava che ne fosse mai stata separata, se non una piccola linea rossa che la circondava a forma di braccialetto, come segno di questo miracolo. Il principe dei Saraceni, riconoscendo attraverso questo prodigio l'innocenza di Giovanni, gli restituì la sua antica funzione. Ma Giovanni non rimase a lungo al servizio degli uomini: la guarigione della sua mano gli era senza dubbio apparsa come un'approvazione dal cielo dei suoi lavori teologici. Desiderando da allora dedicarsi unicamente al servizio di Dio, affrancò i suoi schiavi, distribuì i suoi beni ai parenti, alle chiese e ai poveri, e si ritirò, con il suo fratello adottivo, che si chiamava Cosma come il suo precett ore, vicino a Gerusa laure de saint Sabas Monastero in Palestina dove Giovanni si ritirò come monaco. lemme, nella laura di san Saba. Questo abate gli diede come direttore un antico monaco, molto esperto nella guida delle anime. Il nostro Santo ne ricevette i seguenti insegnamenti, che praticò come se Gesù Cristo glieli avesse dati dalla sua stessa bocca: «Non fate mai la vostra volontà; — esercitatevi a morire a voi stessi in ogni cosa, per bandire ogni attaccamento alle creature; — offrite a Dio le vostre azioni, le vostre pene, le vostre preghiere; — piangete senza sosta le colpe della vostra vita passata; — non inorgoglitevi del vostro sapere né di alcun vantaggio, ma convincetevi fermamente che, di vostro, non siete che ignoranza e debolezza; — rinunciate a ogni vanità, diffidate delle vostre luci e non desiderate mai avere visioni e favori straordinari; — allontanate dal vostro spirito tutto ciò che potrebbe ricordarvi l'idea del mondo, mantenete esattamente il silenzio e ricordate che si può peccare, anche dicendo cose buone, quando non ve n'è necessità; — prendete consiglio dagli altri nelle cose difficili; — volgete tutti i vostri desideri verso Dio; — non scrivete lettere senza il permesso dei vostri superiori; — non contraddite nessuno; — non mormorate; — non temete di smarrirvi, fuori dalla via della perfezione, seguendo gli ordini dei vostri superiori».

Vita 04 / 07

Ritiro presso la laura di San Saba

Giovanni abbandona i suoi incarichi mondani per diventare monaco vicino a Gerusalemme, dove pratica un'obbedienza e un'umiltà eroiche sotto la guida di un anziano.

Giovanni seguì, come ho detto, puntualmente queste lezioni e avanzava a grandi passi sulla via della perfezione. Il suo direttore metteva senza sosta l'obbedienza dell'illustre e pio novizio a nuove prove. Un giorno, gli ordinò di andare a vendere dei cesti di palma a Damasco, vietandogli di darli a un prezzo inferiore a quello che aveva stabilito, che era esorbitante. Il Santo obbedì senza dire una sola parola. Si recò, sotto un abito povero, in quella stessa città di cui era stato governatore. Quando ebbe esposto la sua merce e detto il prezzo, fu trattato da stravagante e coperto di ingiurie, che sopportò in silenzio. Alla fine, uno dei suoi antichi servitori, avendolo riconosciuto, ebbe pietà di lui e comprò tutti i suoi cesti al prezzo che voleva venderli. Racconteremo ancora due vittorie che la sua umiltà gli fece riportare. Un monaco era inconsolabile per la morte di suo fratello: Giovanni, per fermare il corso delle sue lacrime, gli citò un verso greco, il cui senso era che bisogna aspettarsi di vedere perire tutto ciò che è terrestre e mortale. Dopodiché, il suo direttore lo rimproverò di fare sfoggio della sua scienza: «Avete», gli disse, «violato il divieto che vi avevo fatto di parlare senza necessità». Poi lo condannò a restare rinchiuso nella sua cella. Il Santo si dichiarò umilmente colpevole di disobbedienza e, invece di addurre la purezza della sua intenzione, pregò gli altri monaci di intercedere per lui e di ottenergli il perdono della colpa che aveva commesso: la grazia gli fu accordata, ma a condizione che compisse un'azione che, presso gli antichi, era considerata un supplizio al quale si condannavano i criminali, e che, nelle comunità, era quanto di più umiliante vi fosse, vale a dire lo svuotamento delle latrine. L'ex ministro del califfo si acquittò di questo impiego con una sollecitudine e un'umiltà che riempirono di ammirazione i più anziani della comunità, i più avanzati nell'obbedienza.

Teologia 05 / 07

Difensore delle immagini e dottore

Divenuto sacerdote, redasse trattati fondamentali contro gli iconoclasti, distinguendo l'adorazione dovuta a Dio solo dalla venerazione delle immagini e dei santi.

Una così grande virtù, unita a talenti così rimarchevoli, fece giudicare il nostro Santo degno di essere elevato al sacerdozio. Questa dignità accrebbe il suo fervore. Si ritenne allora che fosse abbastanza solidamente virtuoso e abbastanza umile per scrivere in favore della fede. Diamo qui sotto la lista delle sue opere. Vi si trovano t re discorsi contro l'ere hérésie des Iconoclastes Movimento religioso che rifiuta il culto delle immagini, causa della persecuzione dei due santi. sia degli Iconoclasti, intitolati: Discorsi sulle immagini. Vi dichiara che il principe deve accontentarsi del governo dello Stato e non immischiarsi nel prendere decisioni sulla dottrina. Quell'autorità appartiene alla Chiesa; la Chiesa non può errare: essa non può dunque cadere nell'idolatria.

Egli dimostra molto bene che la Chiesa cattolica adora solo Dio, sebbene veneri i Santi. Quanto alle immagini, esse servono a istruirci, a risvegliare la nostra devozione, poiché, essendo la nostra natura duplice, sensibile e intellettuale, abbiamo bisogno di cose visibili per ricordarci quelle invisibili. Dio si è reso egli stesso visibile incarnandosi. Si è idolatri perché si ha rispetto per la Sacra Scrittura? Eppure è una cosa materiale come le immagini, e le immagini ci ricordano, come la Sacra Scrittura, Dio e le cose invisibili. Giovanni non si accontentò di scrivere contro gli Iconoclasti; percorse la Siria, la Palestina, per rafforzare i cristiani perseguitati; andò persino, nella speranza del martirio, a Costantinopoli, di cui l'imperatore Costantino Copronimo aveva fatto la capitale dell'errore e della persecuzione. Ma Dio aveva disposto diversamente. Il nostro Santo poté tornare nella sua laura, dove continuò i suoi dotti scritti. Vi morì verso l'anno 780: aveva vissuto centoquattro anni. Nel XII secolo, si mostrava ancora la sua tomba, vicino al portale della chiesa della laura.

Predicazione 06 / 07

L'opera letteraria e filosofica

Autore prolifico, sintetizza il pensiero greco e la teologia cristiana ne 'La Fonte della Conoscenza' e compone numerosi inni liturgici.

## SCRITTI DI SAN GIOVANNI DAMASCENO.

1° Il Libro della Dialettica. Sebbene la filosofia di Platone fosse in voga ai tempi di san Giovanni Damasceno, egli adottò quella di Aristotele, come aveva fatto Boezio tra i Latini. Fece scomparire l'oscurità che avvolgeva la fisica di questo filosofo, e ne mostrò i principi in tutta la loro luce. Ridusse la sua logica a un corpo di regole, senza cadere in una prolissità fastidiosa; per questo mezzo l'arte del ragionamento divenne facile da apprendere. Si è spesso abusato della logica, trattandovi questioni inutili e persino ridicole; grazie al buon senso, la maggior parte di queste questioni sono state prescritte dalle scuole. Non si perde più un tempo prezioso a studiare le futilità; ma non bisogna riflettere per disprezzare la logica quando essa si racchiude nei suoi giusti limiti. Essa estende lo spirito e gli conferisce precisione e giustezza; mette ordine e chiarezza nelle idee; insegna a giudicare le cose in se stesse e secondo i veri principi; infine, dispone allo studio delle altre scienze, di cui è, in qualche modo, la chiave. Sotto il termine generale di scienze, comprendiamo anche la teologia, che non può assolutamente fare a meno del soccorso della logica. Furono tutte queste considerazioni a determinare san Giovanni Damasceno a dare un compendio della logica e della fisica di Aristotele.

2° Il Libro delle Eresie, dove ne conta centoquattro, è un compendio di sant'Epifanio. Quanto alle eresie sorte solo dopo questo Padre, san Giovanni Damasceno attinge ciò che ne dice dagli scritti di Teodoreto, di Timoteo di Costantinopoli, ecc. Vi parla tuttavia di diversi eretici di cui nessun altro autore fa menzione; vi confuta soprattutto il maomettismo e l'iconomachia.

3° I quattro Libri della Fede ortodossa, in cento capitoli. È un corpo di dottrina che racchiude tutto ciò che si deve credere, così come i principali articoli della disciplina della Chiesa. Il santo dottore tratta, nel primo, di Dio e dei suoi attributi; nel secondo, della creazione degli angeli, dell'uomo, della libertà e della predestinazione; nel terzo, del mistero dell'Incarnazione; nel quarto, dei Sacramenti, ecc.

Le tre opere qui sopra possono essere considerate come le parti di un tutto; come se ne formassero una sola. È, in effetti, un insieme di dottrina che, sotto il nome di Fonte della Conoscenza, abbraccia dai primi elementi del linguag gio e del ragionamen Source de la Science Opera enciclopedica maggiore che comprende la Dialettica, le Eresie e la Fede ortodossa. to scientifico fino alle più alte elevazioni della fede cristiana. Il santo dottore indirizzò questi tre trattati al suo antico precettore che lo aveva quasi obbligato a comporli.

«La scienza», dice, «è la conoscenza vera di ciò che è. Il nostro spirito, non avendola in se stesso, così come l'occhio non ha la luce, ha bisogno di un maestro. Questo maestro è la verità stessa, il Cristo, che è la sapienza e la verità in persona, e in cui sono nascosti tutti i tesori della scienza. Si può imparare tutto con l'applicazione e il lavoro, ma prima di tutto e dopo tutto, per la grazia di Dio. Come l'Apostolo ci avverte di provare ogni cosa e di ritenere ciò che è buono, consulteremo gli scritti dei saggi della gentilità; forse vi troveremo qualcosa di utile per la nostra anima. Un artigiano qualunque, per fare la sua opera, ha bisogno di strumenti; conviene d'altronde che la regina sia servita da alcune ancelle. Le scienze puramente umane sono le serve della verità, strumenti e armi per difenderla.

«La filosofia è la scienza naturale di ciò che è, in quanto tale; la scienza delle cose divine e umane; la meditazione della morte; l'imitazione di Dio; l'arte delle arti, la scienza delle scienze; infine l'amore della sapienza. Ora, la vera sapienza è Dio; dunque l'amore di Dio è la vera filosofia. La filosofia si divide in speculativa e pratica; la speculativa si suddivide in teologia, fisiologia e matematica; la pratica, in morale, economia e politica. Il compito della teologia è di considerare gli esseri immateriali, Dio, gli angeli e le anime. La fisiologia è la scienza delle cose materiali, come gli animali, le piante, le pietre; tutto ciò che oggi si chiama storia naturale. La scienza matematica considera le cose che, sebbene senza corpo in se stesse, sono tuttavia considerate nei corpi; come i numeri, gli accordi, le figure, i movimenti degli astri. La teoria dei numeri costituisce l'aritmetica; la teoria dei suoni, la musica; la teoria delle figure, la geometria; la teoria degli astri, l'astronomia. La filosofia pratica tratta delle virtù, regola i costumi e la condotta; se dà regole all'individuo, si chiama morale; a una casa intera, si chiama economia; a città e paesi, si chiama politica.

«Poiché la filosofia è la scienza di ciò che è, parleremo dell'essere. Inizieremo dalla logica o arte del ragionare, che è meno una parte della filosofia che lo strumento di cui essa si serve per tutte le dimostrazioni. Tratteremo prima delle parole semplici che esprimono idee semplici, e verremo poi ai ragionamenti. L'essere è un nome comune a tutto ciò che è; e si divide in sostanza e accidente. La sostanza è ciò che esiste in se stesso, e non in un altro, per esempio, un corpo; l'accidente è ciò che non può esistere in se stesso, ma che si considera in un altro, per esempio, un colore».

È con questa giustezza e questa chiarezza che san Giovanni Damasceno precisa le parole e le idee che costituiscono il linguaggio e la ragione scientifici. Quando si fa attenzione al fatto che le discordanze filosofiche tra i pagani, che le grandi eresie tra i cristiani, venivano tutte da un'oscurità e da una confusione più o meno volontarie riguardo alle parole e alle idee di essere, di sostanza, di natura, di forma, di ipostasi, di persona, si vede che san Giovanni Damasceno non poteva iniziare meglio che definendole bene, e che chiunque cerchi la verità in coscienza, o voglia difenderla sinceramente, deve fare lo stesso.

4° I tre Discorsi sulle Immagini. Ne abbiamo parlato trattando della vita del Santo.

5° Il Libro della santa Dottrina. Non è, a rigor di termini, che una professione di fede ragionata. Il Santo vi distingue in Gesù Cristo due volontà e due operazioni naturali.

6° Il Libro contro i Monofisiti, cioè contro coloro che non ammettevano che una natura in Gesù Cristo dopo l'unione ipostatica. Quest'opera è scritta con molta forza e solidità.

7° Il Libro o il Dialogo contro i Manichei. Gli errori di questi eretici vi sono molto ben confutati. Il cardinale Mai ha pubblicato un secondo diverbio del primo.

8° La Disputa contro un Saraceno, che si trova solo in latino nelle antiche edizioni. È stata data per la maggior parte in greco con i dialoghi di Teodoro Abucara, vescovo di Carame, in Siria.

9° Gli Opuscoli sui draghi e le streghe, di cui non abbiamo più che un frammento. Lo scopo di queste opere era di mostrare il ridicolo di certe storie favolose che avevano corso tra i Saraceni.

10° Il Libro della Trinità, per domande e risposte. Se non ha san Giovanni Damasceno come autore, è, almeno, una compilazione delle sue opere.

11° La Lettera a Giordano sul Trisagio, dove si prova che la triplice ripetizione della parola Santo si rivolge alla divinità sussistente in tre persone, e non al Figlio solo. Il Santo respinge le aggiunte dei Siriani monofisiti, mostrando che, rispetto a questo genere di riti, ci si deve attenere a ciò che si pratica nella Chiesa.

12° La Lettera sul digiuno della Quaresima. San Giovanni Damasceno vi loda la disciplina che si osservava nella chiesa di Gerusalemme. Il digiuno durava sette settimane in questa Chiesa, e si mangiava ogni giorno solo dopo il tramonto del sole, eccetto i sabati e le domeniche. Durante la prima settimana, ci si asteneva solo dalla carne: ma non si mancò di digiunare fino a sera: è ciò che si chiamava la preparazione alla Quaresima. Le altre sei settimane, oltre alla carne, ci si asteneva ancora da uova, formaggio e latticini. La settimana della Passione, ci si nutriva solo di xerofagia o alimenti secchi. Il Santo non condannava affatto coloro che aggiungevano alla Quaresima un'ottava settimana; ma dava la preferenza, nella sua stima, a coloro che seguivano l'uso comune; e aveva l'abitudine di ripetere a questo proposito la sua massima preferita: «Il bene non è nemmeno bene, se non è ben fatto».

45° Il Libro degli otto vizi capitali. Il santo dottore contava otto vizi capitali, perché distingueva la vanagloria dall'orgoglio, con gli antichi autori ascetici. Dopo aver mostrato in cosa consistono, dà il mezzo per combatterli e distruggerli, cosa che fa con molta più precisione di Cassiano e san Nilo, che avevano trattato lo stesso soggetto.

44° Il Libro della virtù e del vizio. Vi si trova una breve descrizione delle virtù e dei vizi.

45° Il Trattato della natura composta, contro gli Acefali o Monofisiti; il Trattato delle due volontà, contro i Monoteliti; il Libro contro i Nestoriani. Sono confutazioni degli errori di questi diversi eretici sul mistero dell'Incarnazione.

46° Il Discorso su coloro che sono morti nella fede non è di san Giovanni Damasceno, così come molti altri opuscoli che sono nel secondo tomo dell'edizione del Padre Le Quien.

47° Una Professione di fede, che alcuni autori contestano al Santo.

48° Un Commentario sulle epistole di san Paolo.

49° Diverse Prose, odi e inni per Natale, l'Epifania, Pasqua, la Pentecoste, l'Ascensione, la Trasfigurazione, l'Annunciazione. Non è sicuro, secondo Dom Coillier, che siano tutti di san Giovanni Damasceno: si credono mescolati con quelli di Anatolio e di Metafraste. I Bollandisti inclinano a credere che egli sia stato il primo autore del Sinassario dei Greci, raccolta di vite dei Santi, che corrisponde ai nostri Breviari. Egidio Romano cita il Martirologio di san Giovanni Damasceno, ed è stato notato che, mai prima di lui, si era parlato in Oriente di abbreviazione e di abbreviatore delle vite dei Santi.

20° Delle Omelie, di cui una sulla Trasfigurazione pronunciata nella chiesa del Monte Tabor stesso; una sulla Parabola del Fico; una sulla Passione di Gesù Cristo; due sull'Annunciazione; due sulla Natività della santa Vergine; e tre sulla morte della santa Vergine: si sa che san Giovanni Damasceno non lasciava sfuggire alcuna occasione di testimoniare a Maria la sua tenerezza e la sua devozione; una in onore di san Giovanni Crisostomo; l'ultima è in lode di santa Barbara.

21° La passione di sant'Artemio, la Storia di Barlaam, eremita, e di Giosafat, re delle Indie. La scuola di Ballet ha messo in dubbio la veridicità di questa storia. I più moderati non osano rigettarne il fondo, ma sospettano san Giovanni Damasceno di averlo rivestito di una forma che ne avrebbe indebolito l'autenticità. Comunque sia, Baronio, Surio, l'abate di Billy, altri agiografi e altri storici fanno menzione di questo racconto e non sollevano alcun dubbio sulla sua veridicità. Riproduciamo il giudizio che ne porta Huet, pur protestando contro la parola romanzo: «È un romanzo», dice, «ma spirituale; tratta dell'amore, ma è dell'amore divino; vi si vede molto sangue versato, ma è del sangue dei martiri. Non che io voglia sostenere che tutto sia supposto: ci sarebbe temerarietà nel disconoscere che ci siano mai stati Barlaam o Giosafat. La testimonianza del Martirologio romano che li mette nel numero dei Santi, non permette di dubitarne... Quest'opera, sia per il modo in cui è scritta, sia per l'attrattiva della sua invenzione, sia per la sua pietà, è stata così tanto al gusto dei cristiani d'Egitto, che l'hanno tradotta in lingua copta, e che oggi è abbastanza comune nelle loro biblioteche». De l'origine des Romans, p. 87; Parigi, 1685.

22° Un Etymologicon, che fornisce correzioni importanti per i dizionari di Esichio e di Suida.

23° Per completare questa enciclopedia di san Giovanni Damasceno, bisogna aggiungervi la sua grande opera dei Paralleli. È un confronto delle sentenze dei Padri con quelle della Scrittura, su quasi tutte le verità morali. Sono disposte per materia e con molta cura, seguendo l'ordine dell'alfabeto greco. Il santo dottore le aveva dapprima distribuite in tre libri, di cui il primo trattava di Dio e delle cose divine; il secondo, dello stato e della condizione delle cose umane; il terzo, delle virtù e dei vizi; ma giudicò poi che la sua opera sarebbe stata più comoda per i lettori se ne avesse diviso i titoli per ordine alfabetico. Ciò che c'è di vantaggioso in questa raccolta, è che san Giovanni Damasceno vi ha conservato molti frammenti di antichi autori, di cui non abbiamo più conoscenza che attraverso di lui.

24° Il cardinale Mai ha ritrovato, di san Giovanni Damasceno, diversi inni o odi in onore di san Basilio, di san Crisostomo, di san Nicola di Mira, di san Giorgio e di san Biagio. Questi inni sono in prosa poetica. Ce ne sono otto in onore di san Basilio, sette in onore di san Crisostomo: vi si vedono celebrate le virtù e le azioni che conosciamo dell'uno e dell'altro. Nelle nove odi in onore di san Nicola, ma di cui le prime due mancano, il poeta di Damasco riassume la tradizione comune dei Greci e dei Latini sull'illustre pontefice di Mira: «Né la sabbia che è sulla riva del mare», gli dice, «né la moltitudine dei flutti, né le perle della rugiada e i fiocchi della neve, né il coro degli astri, né le gocce della pioggia e le correnti dei fiumi, né i gorgoglii delle fontane, eguaglieranno, o Padre! il numero dei vostri miracoli! Tutto l'universo ha avuto in voi un pronto soccorso nelle afflizioni, un incoraggiamento nelle tristezze, una consolazione nelle calamità, un difensore nelle tentazioni, un rimedio salutare nelle malattie». Damasceno celebra particolarmente la sua potenza nel liberare i prigionieri che lo invocano nelle catene; la sua apparizione all'imperatore Costantino nel mezzo della notte per salvare tre generali dall'ingiusta morte a cui erano stati condannati; il suo zelo nel confessare la fede nella persecuzione, nel combattere l'eresia di Ario per preservarne il suo gregge; la sua carità incomparabile, che sottrae alla conoscenza dell'infelice la mano che lo solleva, che salva così dal disonore un padre e le sue tre figlie che l'eccesso della miseria stava per consegnare al crimine. Nei sette o otto inni in onore di san Giorgio, Damasceno canta gli stessi tormenti e gli stessi miracoli che vediamo celebrare dal suo compatriota Andrea, arcivescovo di Creta: la ruota, i fuochi, gli stivaletti di ferro, la bevanda avvelenata, la risurrezione del morto, la conversione del mago Atanasio, i demoni costretti a confessare la loro impotenza e la divinità di Gesù Cristo.

Nei nove inni in onore di san Biagio, ma che presentano alcune lacune, ricorda tutti i fatti principali che leggiamo nelle quattro o cinque vite dello stesso Santo. Speriamo che questo accordo non lasci più luogo ad alcun dubbio. — Come dunque Godescard ha potuto dire: «La storia della vita di questo santo vescovo ci è sconosciuta?» Si è avuto ben torto a crederlo sulla parola; perché se è vero dire che la pubblicazione degli inni di san Giovanni Damasceno, da parte del cardinale Mai, è relativamente recente, non è meno vero che esistevano quattro altre biografie di san Biagio alle quali questi inni non aggiungono nulla come dettagli.

Quanto agli inni di san Giovanni Damasceno su san Pietro, che egli chiama il corifeo, non ce ne restano che quattro con una parte del quinto. Si leggono queste parole al Principe degli Apostoli: «Avendo ricevuto dal Cristo la Chiesa, che il Signore stesso ha formata, e non l'uomo, voi l'avete governata come una nave. Custode di Roma, tesoriere del regno celeste, pietra della fede, fondamento incrollabile della fede cattolica, siate celebrato nei santi cantici». Nella prima strofa del secondo inno, san Damasceno parla del viaggio istantaneo di san Pietro, da Roma alla montagna di Sion, per assistere ai funerali della santa Vergine, che egli chiama la nube vivente di Dio. Nella prima strofa del quinto, parla del trionfo dell'apostolo su Simon Mago.

Ma ciò che c'è soprattutto di piamente notevole, è che l'ultima strofa di ogni inno è una lode e un'invocazione alla maternità divina della santa Vergine Maria. Le dice, per esempio, nei due ultimi inni a san Basilio: «Colui che non ha corpo è uscito con un corpo dalle vostre viscere; lui che, per la parola, ha formato la natura incorporea, lui che ha dato l'essenza a ogni essenza creata, ragionevole e irragionevole, lui la parola di Dio Padre: ecco perché, Madre della vita, fate morire in me le passioni del corpo, che fanno morire il mio spirito. Siete voi, tutta santa Vergine, che presento, avvocata irrecusabile e benevola mediatrice, a colui che è nato da voi; e vi supplico di cancellare interamente, per la vostra materna intercessione, la moltitudine delle mie colpe». — Nella prima e la seconda a san Pietro: «È per il vostro parto immacolato che è stato riaperto l'antico paradiso, chiuso dalla nostra prima madre, e che è stata resa al genere umano l'antica patria. — Siete voi, augusta Sovrana, potente rifugio, Patrona sempre pronta a salvare, che imploro e supplico ardentemente: proteggete la mia anima, quando uscirà da questa tenda e si allontanerà dalla terra per un altro mondo». — Nella prima, la seconda e la quarta a san Giorgio: «La lingua strascicata e dalla voce sottile, la bocca dal suono sgradevole, temono di intonarvi inni, o Dama sovrana! perché voi siete cantata dalle lingue degli angeli, lingue di fuoco e di fiamma, e dalla bocca di coloro che non hanno corpo. — La tempesta dei peccati, i flutti dell'iniquità, i frequenti scogli della malizia, mi spingono insieme nel baratro spalancato della disperazione: datemi la mano, o Vergine! per paura che i flutti non mi seppelliscano vivo. — Il leone ruggente gira intorno, cercando di divorarmi: non abbandonatemi in preda ai suoi denti, o voi immacolata, che avete partorito Colui che, con la sua mano divinamente potente, ha spezzato i denti molari dei leoni».

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Posterità ed edizioni

Riconosciuto come l'inventore del metodo scolastico, le sue opere sono state pubblicate da Le Quien e Migne, a testimonianza della sua duratura influenza sulla Chiesa.

È soprattutto nei suoi scritti dogmatici che san Giovanni manifesta l'ampiezza del suo genio. Il suo stile vi è pieno di forza e di chiarezza; i suoi ragionamenti sono solidi e concludenti. L'autore vi mostra ovunque una singolare penetrazione di spirito e una sagacia meravigliosa nello spiegare i misteri della fede. Nel suo Libro della fede ortodossa, ha collegato le verità in modo tale che ne risulta un corpo completo di teologia. È considerato l'inventore del metodo che è stato poi adottato nelle scuole teologiche e che san Anselmo introdusse in seguito tra i Latini. Cave rifiuta il titolo di uomo giudizioso a chiunque non ammiri, negli scritti di san Giovanni Damasceno, un'erudizione straordinaria, una grande giustezza e una grande precisione nelle idee, una forza non comune nei ragionamenti. Giovanni IV, patriarca di Gerusalemme, loda la profonda conoscenza che il santo dottore aveva della matematica. Secondo Baronius, san Giovanni Damasceno si è sbagliato talvolta riguardo ai fatti storici; ma ciò derivava solo dall'infedeltà della sua memoria.

Il Padre Le Quien, domenicano, ha fornito una buona edizione delle opere di san Giovanni Damasceno, con note e dissertazioni. Parigi, 1712, 2 vol. in-fol. Questa edizione è riapparsa a Verona, nel 1748, con miglioramenti.

Questa nobile impresa fu iniziata da Jean Aubert, continuata da Combétis, completata da Le Quien. Fu realizzata per ordine delle assemblee del clero di Francia (1635-1636). Fino ad allora si avevano solo parti delle opere di san Giovanni Damasceno, la maggior parte in latino, non nel testo originale.

Si troveranno le opere complete di san Giovanni Damasceno nella Patrologia greca di M. Migne, tomi XCIV, XCV, XCVI.

Cfr. A.A. SS., t. II di maggio, e l'Itinéraire des Lieux-Saints, di Giovanni Foca, che si trova all'inizio di questo tomo (nuova ed.); D. Celliter (nuova ed.); Rohrbacher.

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Si vede, nella vita di sant'Aubert, che questo pontefice aveva iniziato la costruzione dell'abbazia di Saint-Vaast di Arras sul luogo dell'oratorio, dove questo apostolo degli Atrébates era solito ritirarsi per pregare, e dove il suo corpo fu in seguito trasportato. Fu san Vindician, suo successore, a governarla per alcuni anni; ma nel 685, questo prelato, di concerto con Teodorico III, re dei Franchi, chiamò il beato Hatta, di cui avevano sentito lodare l a virtù e la sagg bienheureux Hatta Abate di Saint-Vaast d'Arras menzionato nella seconda parte del testo. ezza, per affidargli la direzione di questa importante abbazia.

Hatta viveva allora nel monastero di Blandinberg, vicino a Gand, costruito da sant'Amando; questo santo missionario riponeva in lui grandi speranze e lo stimava molto a causa della saggezza della sua condotta. Il fervente discepolo si sforzava di camminare sulle orme del suo maestro, e gli autori dicono a sua lode che riproduceva fedelmente tutte le virtù che aveva notato e studiato in lui.

Non si conosce nulla in dettaglio sulle opere del beato Hatta durante la sua amministrazione dell'abbazia di Saint-Vaast; ma l'eccellente direzione impressa a questa comunità e lo spirito di disciplina e di fervore che vi regnò a lungo, fanno sufficientemente l'elogio di questo santo abate.

Nel 686, accompagnò ad Hamage san Vindician, che era stato invitato da Gertrude II, badessa di quel monastero, a consacrare una nuova chiesa, elevata alla gloria di Dio, sotto il titolo di santa Maria.

Gli autori della Gallia Christiana, t. III, p. 374, parlano anche di un privilegio che sarebbe stato concesso da questo santo vescovo al beato Hatta, e nel quale erano garantite l'intera libertà dei suoi religiosi e il permesso di seguire la Regola di san Benedetto.

Alcuni autori gli danno nei loro scritti il titolo di Santo, sebbene di solito gli si applichi solo quello di beato; il suo nome è sempre stato in venerazione nell'abbazia di Saint-Vaast. Si crede che morì verso l'anno 699.

M. l'abate Destombes.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Damasco alla fine del VII secolo
  2. Educazione impartita dal monaco Cosma
  3. Ministro e capo del consiglio del califfo a Damasco
  4. Difesa delle sante immagini contro l'imperatore Leone l'Isaurico
  5. Miracolo della mano tagliata e guarita dalla Vergine
  6. Ritiro presso la laura di San Saba vicino a Gerusalemme
  7. Ordinazione sacerdotale
  8. Redazione della Fonte della conoscenza

Miracoli

  1. Guarigione miracolosa della sua mano destra mozzata per intercessione della Vergine Maria

Citazioni

  • Il bene non è neppure bene se non è fatto bene. Massima preferita citata nel testo
  • La filosofia è la scienza naturale di ciò che è, in quanto è; la scienza delle cose divine e umane; la meditazione della morte; l'imitazione di Dio. Fonte della Sapienza

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo