10 maggio 15° secolo

Sant'Antonino da Firenze

Arcivescovo di Firenze

Festa
10 maggio
Morte
2 mai 1459 (naturelle)
Epoca
15° secolo

Nato a Firenze nel 1389, Antonino entrò tra i Domenicani dopo aver dimostrato la sua determinazione imparando a memoria il diritto canonico. Divenuto arcivescovo di Firenze suo malgrado, si distinse per la sua povertà evangelica, il suo zelo contro i vizi sociali e la sua carità eroica durante la peste. Soprannominato 'Antonino dei Consigli', lasciò importanti scritti teologici e fu canonizzato nel 1523.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SANT'ANTONINO, ARCIVESCOVO DI FIRENZE

Vita 01 / 08

Giovinezza e ingresso tra i Domenicani

Nato a Firenze nel 1389, Antonino manifesta una pietà precoce e si unisce all'Ordine dei Frati Predicatori dopo aver dimostrato la sua determinazione imparando a memoria il diritto canonico.

Sant'Antonino applicava alla devozione verso la santa Vergine ciò che Salomone disse della Sapienza: «Tutti i beni mi sono venuti insieme con essa, e per le sue mani ho ricevuto onori e grazie senza fine».

Sant'Anton ino, così chi Saint Antonin Discepolo di Lorenzo, arcivescovo di Firenze e dottore della Chiesa. amato al posto di Antonio perché era di piccola statura, nacque a Firenze nel 1 389. Suo Florence Città in cui Giulia ha servito come domestica. padre era notaio e si chiamava Niccolò Pierozzi, e sua madre Thomassina; si presero grande cura di educarlo nel timore di Dio. Non ebbero molta fatica, perché era di indole così buona che si sarebbe detto che la virtù fosse nata con lui. All'età di dieci anni, non mancava di recarsi ogni giorno in una chiesa di San Michele per fare le sue preghiere ai piedi del Crocifisso e all'altare della Santa Vergine, in onore della quale recitava questo responsorio: Sancta et immaculata Virginitas. Fu lì che, alcuni anni dopo, concepì il disegno di farsi religioso dell'Ordine dei Frati Predicatori: ne chiese l'abito a Pa dre Dominici, che fu poi c Ordre des Frères Prêcheurs Ordine religioso mendicante fondato da san Domenico. ardinale-arcivescovo di Ragu sa e legato d Père Dominici Cardinale arcivescovo di Ragusa che ammise Antonino nell'ordine. ella Santa Sede in Ungheria. Questo pio e dotto Domenicano stava allora facendo costruire un convento del suo Ordine a Fiesole, a due miglia da Firenze. Vedendo il piccolo Antonio di costituzione apparentemente così debole, che non sembrava potesse sopportare i rigori della Regola, gli chiese a quali studi si applicasse; il fanciullo rispose che studiava il diritto canonico. «Ebbene!» gli disse Dominici per metterlo alla prova, «ti riceverò nel nostro Ordine quando saprai il tuo diritto a memoria». Questa risposta fu ben lontana dallo scoraggiare il postulante; raddoppiando il coraggio, studiò con tale ardore che in poco tempo imparò a memoria le regole e il testo del diritto: per questo il Padre, riconoscendo evidentemente l'opera della mano di Dio su questo giovane, gli diede il santo abito, nell'anno 1407, al sedicesimo anno della sua età.

Vita 02 / 08

Vita religiosa e governo dell'Ordine

Dopo il noviziato a Cortona, conduce una vita di rigorosa ascesi e ricopre incarichi di superiore in numerosi conventi d'Italia, da Roma a Napoli.

Non ci soffermeremo qui a descrivere con quale fervore trascorse il suo noviziato e pronunciò i voti nel convento di Cortona, dove i superiori lo avevano inviato. Papa Ni ccolò V lo giu pape Nicolas V Amico di Albergati, di cui predisse l'elezione al pontificato. dicava degno di essere canonizzato già mentre era in vita; prova convincente che aveva fatto grandi progressi nella perfezione. Il suo zelo e il suo coraggio superavano le sue forze, e i rigori della Regola gli sembravano così lievi che, non accontentandosene, dormiva ancora sul duro, non lasciava mai il cilicio e prendeva la disciplina ogni notte: aggiungeva inoltre all'ufficio del coro quello della Vergine e quello dei defunti, con i sette Salmi penitenziali e talvolta l'intero Salterio. Il suo raccoglimento era così grande durante le preghiere, e particolarmente durante l'orazione mentale, che fu visto più volte sollevato da terra.

Avrebbe voluto continuare sempre questo genere di vita; ma l'obbedienza lo applicò presto al soccorso del prossimo: fu infatti eletto superiore dei conventi di Fiesole, Cortona, Gaeta, Firenze, Siena, Pistoia, Napoli e Roma, e li governò l'uno dopo l'altro; e ovunque mantenne l'osservanza della Regola, non solo con le sue pressanti esortazioni, ma anche con i suoi esempi. Era il primo in tutto; e sebbene fosse poi vicario generale della Congregazione di Napoli e di Toscana, e provinciale della provincia romana, si abbassava nondimeno fino ai ministeri più umili della comunità in cui risiedeva. Celebrava ogni giorno la santa messa e ne serviva un'altra; predicava molto spesso e con grande successo, e ascoltava, con una pazienza e un'assiduità meravigliose, le confessioni di coloro di cui aveva toccato i cuori con la forza delle sue parole.

Vita 03 / 08

L'episcopato e la riforma dei costumi

Nominato arcivescovo di Firenze da Eugenio IV, mantiene una povertà monastica riformando al contempo il clero e lottando contro l'usura e la magia.

Tuttavia l'arcivescovado di Firenze rimase vacante per la morte del cardinale Bartolomeo Zarabella, e vi fu una disputa durata nove mesi interi sull'elezione di un successore, quando il papa Eugenio IV, posando lo sguardo su Padre Antonino, vicario generale della Congregazione riformata di Napoli, lo nominò arcivescovo di quella grande città; e vedendo che egli rifiutava ostinatamente, gli impose, «in virtù dello Spirito Santo e della santa obbedienza», sotto pena di peccato mortale e persino di scomunica, di accettare tale incarico. Non potendo più opporsi a ordini così precisi, levò gli occhi e le mani al cielo; poi, rivolgendosi ad alcune persone dotte che aveva riunito per sapere se, data la sua incapacità, fosse obbligato a obbedire a tale comando: «Voi sapete», disse, «mio Dio, che accetto questo incarico contro la mia volontà, per non resistere a quella del vostro vicario; assistetemi dunque, Signore, poiché sapete che ne ho bisogno». Fece quindi il suo ingresso a Firenze, a piedi nudi e con gli occhi bagnati di lacrime, mentre tutta la città risuonava di gioia per possedere un così degno pastore, considerandolo un Santo; e, in effetti, lo era davanti a Dio, che scruta il segreto dei cuori.

Questa nuova dignità non gli fece cambiare nulla nella sua vita privata: poiché conservò sempre fino alle minime osservanze del suo Ordine; di modo che coloro che non fossero stati informati del suo nuovo ruolo, lo avrebbero preso piuttosto per un semplice religioso che per l'arcivescovo di Firenze. La sua tavola, il suo letto, la sua camera e generalmente tutti i mobili del suo palazzo arcivescovile non risentivano che della povertà religiosa. Il suo seguito era composto solo da sei persone, alle quali dava buoni salari, per impedire loro di ricevere alcunché da coloro che avevano qualche affare con l'arcivescovado. Egli stesso prendeva conoscenza delle cause che dovevano essere giudicate al suo tribunale, non accontentandosi delle cure del suo ufficiale, al quale, tuttavia, dava ogni anno cento ducati d'oro, affinché rendesse giustizia senza alcun salario. Tutti si trovavano così bene con i suoi giudizi, i suoi pareri e i suoi consigli, che gli fu dato il titolo di Antonino-dei -Consigli, ancor pri Antonin-des-Conseils Discepolo di Lorenzo, arcivescovo di Firenze e dottore della Chiesa. ma che fosse arcivescovo.

Sebbene di accesso così facile per tutte le persone che chiedevano la sua assistenza, si mostrava tuttavia estremamente riservato nei confronti delle donne; parlava loro solo per necessità, e i suoi occhi pudichi non osavano guardarle. Predicava ordinariamente le domeniche e le feste in qualche chiesa della città, faceva persino istruzioni familiari e catechismo. Teneva esattamente i suoi sinodi, visitava la sua diocesi e, infine, non ometteva nulla di ciò che deve fare un buon prelato. Recitava dapprima i suoi Mattutini con i suoi chierici domestici, secondo la pratica del suo Ordine; ma, apprendendo che non venivano cantati con sufficiente rispetto nella cattedrale, volle assistervi per rimediare a questo disordine.

Ecco quale era la vigilanza di questo santo Prelato; ma ciò che è meraviglioso è che, tra tante diverse funzioni, non perse mai la solitudine, la pace né la serenità del suo cuore, perché, come egli stesso confessò a uno dei suoi canonici chiamato Francesco di Chastillon, si era formato per tempo un oratorio, dove si ritirava spesso. Riportò lo stato ecclesiastico al suo splendore e ne rimosse diversi disordini che le guerre civili vi avevano causato. Per questo il Papa, che conosceva la purezza del suo zelo e la giustizia dei suoi giudizi, vietò di appellarsi alle sentenze che egli avrebbe emesso. Seppe benissimo usare questo favore a vantaggio della chiesa di Firenze. La liberò dalle pratiche empie, immorali e funeste della magia; dalla piaga non meno deplorevole dell'usura; dai ciarlatani e dai commedianti. Alcuni giocatori avevano inventato un nuovo gioco di carte, dove la gioventù di Firenze perdeva ogni giorno grosse somme di denaro, con grande pregiudizio delle famiglie; il santo Arcivescovo vietò dapprima questo gioco, sotto pena di scomunica; poi andava lui stesso sul posto e ne scacciava vergognosamente coloro che vi incontrava, rovesciando i tavoli, i dadi, il denaro e i gettoni. Il suo zelo lo portò ancora a purgare le chiese da quei chiacchieroni insolenti, che ne profanano la santità con i loro discorsi sacrileghi; li scacciava tutti.

Non temette nemmeno di opporsi ai magistrati e al braccio secolare, quando, superando i limiti del loro potere, intraprendevano azioni contro i diritti e le immunità della Chiesa. Reprimeva le loro violenze con le censure ecclesiastiche, senza temere le minacce che gli venivano fatte. Un giorno, qualcuno avendolo minacciato di gettarlo dalla finestra e di farlo privare del suo vescovado, rispose con calma che non si riteneva degno del martirio, e che aveva sempre desiderato essere sollevato dall'episcopato; che, in questa speranza, aveva sempre conservato la chiave della sua camera del convento di San Marco, per ritirarvisi. Ecco quale è stato l o zelo di questo gran couvent de Saint-Marc Convento domenicano di Firenze dove Antonino risiedette e fu sepolto. de arcivescovo; diciamo ora qualcosa della sua dolcezza e della sua compassione per i poveri e per ogni sorta di sventurati.

Miracolo 04 / 08

Carità sociale e prodigi

Antonino si distingue per la sua dedizione verso i poveri e gli appestati, compiendo diversi miracoli tra cui quello della bilancia e delle doti delle fanciulle.

Egli divideva il reddito del suo beneficio in tre parti: la prima, assai modesta, era per il mantenimento della sua casa; la seconda, per la riparazione del palazzo arcivescovile che cadeva in rovina; e la terza, per il sollievo dei poveri, e questa era la più cospicua e divenne infine quasi il totale, poiché, riparato il palazzo, non pensò più che ai poveri. Faceva ogni giorno grandi elemosine alla sua porta, senza rifiutarle a nessuno; e ciò avveniva con tale profusione che talvolta non restava più nulla per la sua casa. Nelle grandi feste dell'anno, distribuiva duecento ducati d'oro in varie opere di pietà; vendeva persino i suoi mobili, i suoi libri e i suoi abiti per assistere i bisognosi con maggiore liberalità. Perciò era il rifugio di tutti coloro che si trovavano nella miseria. Eccone un bell'esempio: un abitante di Firenze venne a supplicarlo di aiutarlo a dotare tre delle sue figlie: il caritatevole Prelato, non avendo nulla in quel momento da dargli, gli consigliò di visitare ogni giorno la chiesa dell'Annunziata, assicurandogli che la Madonna stessa avrebbe dotato le sue figlie. Mentre se ne andava una mattina, trovò due ciechi che, credendo di non essere uditi da nessuno, si raccontavano l'un l'altro la loro buona fortuna: l'uno diceva di avere duecento ducati cuciti nel suo berretto, e l'altro di averne trecento nel suo farsetto. Avvertì il santo Arcivescovo che fece venire quei ciechi; e, dopo aver rimproverato loro la malizia di sottrarre ai veri poveri le elemosine di cui non avevano bisogno, li condannò a pagare una multa di quattrocentocinquanta ducati, che servirono a dotare le tre giovani fanciulle. Fu quello un tratto di prudenza e di quella giustizia che si chiama distributiva.

Eccone un altro di carità che non è meno considerevole. Il Santo, passando una volta per la via di Sant'Ambrogio, scorse, sulla casa di una buona vedova, degli angeli che sembravano rallegrarsi; volle sapere chi fossero coloro che vi dimoravano, e vi trovò tre giovani persone che, per guadagnarsi il pane e quello della loro madre, lavoravano giorno e notte, senza nemmeno eccettuare le feste; ne ebbe compassione e assegnò loro una rendita annuale per vivere, affinché non fossero più obbligate a lavorare nei giorni festivi. La pietà e la buona condotta scomparvero con la necessità del lavoro. Sant'Antonino, passando un'altra volta per lo stesso luogo, non vi vide più gli angeli, ma un demone così orribile che lo spaventò con il suo sguardo: ne diede avviso alla madre e alle giovani, e tagliò loro una parte dell'elemosina, per timore che l'ozio non causasse loro una sventura ancora maggiore.

Era ancora troppo poco, per sant'Antonino, dare i suoi beni, se non consacrava anche la sua persona e la sua vita per la salvezza delle sue pecorelle: in un tempo di contagio, tutti i ricchi abbandonavano Firenze per evitare l'aria malsana; il Santo vi rimase generosamente per assistere gli appestati, e non temette affatto di visitarli e di amministrare loro egli stesso i Sacramenti. È questa carità verso il prossimo, e questo grande zelo nel servirlo, che lo hanno spinto a prendere la penna in mezzo alle sue funzioni episcopali, e a comporre tanti bei ed eccellenti trattati per la consolazione delle anime, per l'istruzione dei popoli e per la soddisfazione dei dotti.

È anche questa carità che gli ha fatto compiere tanti miracoli, guarire malati disperati dai medici, resuscitare morti e moltiplicare pane e olio. Le sue parole avevano anche una virtù ammirevole: poiché un abitante di Firenze, avendogli fatto dono, il primo giorno dell'anno, di un cesto di frutta, nella speranza di riceverne qualche buona ricompensa, e vedendo che il Santo, per tutta riconoscenza, gli diceva solo queste parole: «Dio ve ne renda merito», se ne andò tutto scontento. L'Arcivescovo, venutolo a sapere, lo fece richiamare e pose alla sua presenza il cesto di frutta nel piatto di una bilancia, e nell'altro un biglietto contenente queste parole: «Dio ve ne renda merito», e quel biglietto risultò pesare più del cesto; il pover'uomo, tutto confuso, gli chiese perdono. Fece ancora apparire la forza delle sue parole quando, per incutere terrore ad alcune persone che lo pressavano di fulminare una sentenza di scomunica per un motivo che non la meritava, prese un pane bianco, sul quale pronunciò qualche anatema, e subito quel pane divenne più nero del carbone.

Culto 05 / 08

Transito e riconoscimento ecclesiale

Muore nel 1459 e viene canonizzato da Adriano VI nel 1523. Il suo corpo riposa nel convento di San Marco a Firenze.

All'età di settant'anni, fu colto da una lieve febbre; previde che sarebbe presto morto, sebbene gli si promettesse una pronta guarigione; per questo ricevette prontamente i Sacramenti e rese così la sua bella anima a Dio con queste parole: «I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, perché è lui che trarrà i miei piedi dalla rete». Fu il 2 maggio, vigilia dell'Ascensione, dell'anno 1459, il tredicesimo anno del suo episcopato. Un religioso dell'Ordine di Cîteaux, mentre era in orazione, vide la sua anima salire al cielo sotto forma di un bambino circondato da una nube.

Il suo corpo, in conformità al suo testamento, fu portato nella chiesa del convento di San Marco. Il papa Pio II, che si trovava allora a Firenze, concesse sette anni e altrettante quarantene di indulgenza a tutti coloro che lo avessero visitato.

e gli avessero baciato i piedi. Rimase esposto per otto giorni, esalando un odore molto gradevole. Si verificarono diversi miracoli presso la sua tomba, in segui to ai quali il pape Adrien VI Papa che decretò la canonizzazione di Antonino. papa Adriano VI emanò il decreto di canonizzazione, nell'anno 1523. La bolla di canonizzazione fu pubblicata solo da Clemente VII, successore di Adriano VI.

Eredità 06 / 08

Opere teologiche e storiche

Autore prolifico, lasciò una Somma teologica di grande importanza e una Cronaca universale, strumenti di riferimento per confessori e storici.

San Antonino viene raffigurato mentre tiene nella mano sinistra il pastorale episcopale e nella mano destra una bilancia, su cui è posto da un lato il cesto di frutta portatogli da un contadino e dall'altro un foglietto con queste parole: «Che Dio ve ne renda merito». Abbiamo raccontato questo episodio. Si sostiene che il Santo usò lo stesso paragone nei confronti di un oste che gli aveva offerto un pasto frugale durante un viaggio: in quel caso lo scritto riportava le parole che si recitano durante le grazie: *Retribuere dignare, Domine, omnibus nobis bona facientibus, vitam æternam*: «Degnati, o Signore, di ricompensare con la vita eterna tutti coloro che ci fanno del bene». Accanto a lui ve ngono posti i ti Summa theologica Opera maggiore di teologia di Alberto. toli delle sue opere: *Summa theologica; opus Chronicorum*, ecc. Gli viene attribuito anche il giglio della verginità; ma l'attributo principale del Santo è evidentemente la bilancia.

## SCRITTI DI SANT'ANTONINO.

Possedi amo diversi scrit Somme théologique Opera maggiore di teologia di Alberto. ti di sant'Antonino:

1° Una *Somma teologica*, divisa in quattro parti. Vi si trova una spiegazione delle virtù e dei vizi, con i motivi che spingono alla pratica delle une e alla fuga dagli altri.

2° Un *Compendio di storia*, chiamato anche *Cronaca tripartita*, dalla creazione del mondo fino all'anno 1458. L'autore mostra sincerità e buona fede; ma manca spesso di esattezza quando racconta fatti lontani dal suo tempo.

3° Una *Piccola Somma* in cui sono contenute le istruzioni necessarie per i confessori.

4° Alcuni *Sermoni* e alcuni *Trattati particolari sulle virtù e sui vizi*. Si veda il Padre Echard, *de Script. Ord. Predicat.*, t. 1, p. 818, e i Ballerini, nella vita di sant'Antonino, che hanno posto in testa alla loro edizione delle opere del santo arcivescovo. Anche il Padre Mamachi ha curato un'edizione della *Somma teologica* di sant'Antonino, con note molto prolisse. Apparve a Firenze nel 1741.

Il Papa Clemente VII fece anche scrivere la sua Vita dal Padre Vincenzo Maluard di Géminten, procuratore generale dell'Ordine di San Domenico. È quella riportata nel terzo tomo di *Surius*, che abbiamo seguito in questa raccolta, insieme ad altri documenti che i confessori di Soliandus hanno dato alle stampe.

Vita 07 / 08

La figura biblica di Giobbe

Il testo presenta Giobbe come un modello di pazienza di fronte alle prove divine e diaboliche, ristabilito nella sua gloria dopo le sue sofferenze.

## IL PATRIARCA GIOB Le patriarche Job Figura biblica della pazienza nella sofferenza, utilizzata come paragone agiografico. BE (1500 anni a.C.).

Il patriarca Giobbe nacque nella terra di Uz, paese situato tra l'Idumea e l'Arabia, verso l'anno 1700 prima di Gesù Cristo. Egli era un modello di virtù, timorato di Dio, che educava i suoi figli nella pietà. Il Signore, che si compiaceva egli stesso di rendere testimonianza della santità del suo servo, permise al demonio di fargli subire le prove più terribili, a condizione che gli lasciasse salva la vita. Immediatamente tutta la sua fortuna, che era considerevole, scomparve; i suoi figli perirono schiacciati sotto le rovine di una casa, e queste tristi notizie gli furono portate l'una dopo l'altra, senza il minimo intervallo. A ciascuna, Giobbe si accontenta di rispondere: Dio me li aveva dati, Dio me li ha tolti, non è accaduto che ciò che a Lui è piaciuto; che il suo santo nome sia benedetto. Il demonio, vinto da questa eroica pazienza, lo afflisse nel corpo inviandogli una lebbra orribile, che lo infettò dalla testa ai piedi. Giobbe, respinto dalla società dei suoi simili, si vide ridotto a confinarsi su un letamaio, e a raschiare con un coccio di vaso il pus che usciva dalle sue piaghe. Sua moglie, la sola persona della sua famiglia che il demonio gli aveva lasciato, venne ad aggiungere ai suoi mali rimproverandogli la sua pietà, che non gli era servita a nulla, e insultando la sua sventura. Giobbe, per tutta risposta, le disse: Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano di Dio, perché non dovremmo riceverne anche i mali?

IL PATRIARCA GIOBBE. 441

Tre dei suoi amici vennero a visitarlo e furono per lui dei consolatori tanto più importuni, in quanto confondevano i mali che il Signore invia ai giusti per metterli alla prova con quelli che infligge ai malvagi per punirli, e si sforzarono di provargli che se soffriva, era perché lo aveva meritato. Giobbe si giustifica con calma e moderazione, e Dio stesso prende in mano la causa del suo servo, fa risplendere la sua innocenza, gli rende altri figli, beni più di quanti ne avesse perduti, e lo guarisce dalla sua lebbra. Dopo una lunga carriera, morì verso l'anno 1500 prima di Gesù Cristo, all'età di oltre due secoli. Alcuni autori hanno preteso che Giobbe fosse un personaggio immaginario, e che il libro che porta il suo nome fosse meno una storia che una finzione; ma questa opinione è contraddetta dall'autorità di Ezechiele e di Tobia, che parlano di lui come di un personaggio realmente esistito; l'apostolo san Giacomo, che lo propone come modello di pazienza, combatte anch'egli questo sentimento che ha contro di sé tutta la tradizione, tanto quella degli Ebrei quanto quella dei Cristiani. Il libro di Giobbe è scritto in versi nell'originale; perciò è scintillante di bellezze poetiche di prim'ordine.

Culto 08 / 08

Devozione e patronati di Giobbe

Invocato contro le malattie della pelle e la malinconia, Giobbe è oggetto di un culto importante in Italia e in Spagna, nonostante le incertezze sulle sue reliquie.

Nessuno (a parte coloro che hanno voluto considerare Giobbe come un personaggio parabolico) ha dubitato che egli fosse stato sepolto nel suo paese; ma non tutti sono stati d'accordo su ciò che è accaduto al suo corpo. Tra coloro che ritengono che non sia mai stato rimosso dal luogo della sepoltura, alcuni sostengono che la sua tomba si sia conservata fino a questi ultimi secoli alle estremità dell'Idumea, dove collocano la terra di Hus, vicino a Bosra, città dell'Arabia Petrea, e dove si estendeva un tempo la porzione della tribù di Manasse. Si mostra ancora ai viaggiatori e ai pellegrini del nostro tempo una piramide che si dice sia stata eretta vicino a questa tomba, per servire da monumento alla posterità, secondo l'uso degli antichi. Altri hanno preteso che il suo corpo fosse stato trasportato a Costantinopoli. È vero che in quella città, nel VI secolo, si vedevano una chiesa e un monastero col nome di Giobbe, i cui archimandriti o abati lo facevano considerare per il loro merito; ma la storia non dice che le reliquie di Giobbe abbiano dato luogo alla costruzione di questi edifici. Anche questa opinione della traslazione del corpo di Giobbe a Costantinopoli sembra fondata su un errore che, nei secoli successivi, ha fatto scambiare per il santo uomo Giobbe un saraceno o arabo di quel nome, maomettano di religione, che fu ucciso all'assedio di Costantinopoli nell'anno 672, e che fu sepolto ai piedi delle mura della città. È dalla tomba di quest'ultimo che è venuto il nome di un sobborgo di Costantinopoli, chiamato Giobbe, piuttosto che dal monastero del santo uomo Giobbe, sebbene i Turchi così come i Cristiani del quartiere si siano lasciati persuadere del contrario.

Le pretese di quelli dell'Occidente sulle reliquie di Giobbe non sembrano avere maggior fondamento. Coloro che vogliono che esse fossero a Roma fin dal VII secolo, hanno trascurato di dirci quando e come vi fossero giunte. Hanno avanzato ciò solo per avere il piacere di fingere che Rodoaldo, re dei Longobardi, che regnò dal 638 al 653, fece trasportare da Roma a Pavia i corpi di Giobbe, dei due Tobia, della giovane Sara e di molti altri Martiri della legge nuova. Furono deposti, si dice, nella chiesa di San Giovanni Battista, e furono esposti alla venerazione pubblica nella cappella di San Raffaele arcangelo, dove rimasero finché non furono furtivamente sottratti, senza che si sia potuto sapere in seguito cosa ne fecero i ladri. La loro intenzione era di rubare vere reliquie e di nuocere a coloro che le credevano tali, e che le onoravano in buona fede. Di modo che non sarebbe nulla diminuire l'enormità del loro sacrilegio nell'apprenderci che erano tutte false reliquie, che mai si videro a Roma le ossa né di Giobbe né dei due Tobia, e che inoltre, è falso che il re Rodoaldo abbia mai riportato reliquie da Roma, che gli sarebbero state date per riconoscenza, come si dice, per aver soccorso e liberato la città dai Barbari; il che è un'altra finzione, capace di far ridere coloro che sanno che i re longobardi non hanno mai fatto altro che del male alla città di Roma.

Oltre alla tomba di Giobbe che Alfonso Tostado, vescovo di Avila, diceva sussistere ancora ai suoi tempi vicino al Giordano, ed essere sempre visitata con grande devozione dai popoli, sembra che il suo letamaio fosse rispettato anch'esso come le reliquie, almeno ai tempi di san Crisostomo. Se bisogna prendere letteralmente e senza figura ciò che questo Padre ha detto al popolo di Antiochia, si sarà obbligati a riconoscere che questo letamaio, assai più prezioso del trono dei re e del letto delle regine, attirava in Arabia un'infinità di pellegrini d'oltre mare e dalle estremità della terra, per vedere questo teatro dei combattimenti e della pazienza vittoriosa del santo uomo, e trarne istruzioni.

Tra i santi personaggi che sono apparsi prima e dopo Gesù Cristo, la Chiesa non ne conosce quasi nessuno che abbia meritato più culto e venerazione di Giobbe, che ha avuto il vantaggio di essere Santo in tutti gli stati della sua vita, nel riposo e nella prosperità, così come nelle calamità e nei dolori, secondo la testimonianza di Dio stesso che volle farlo mettere alla prova da Satana, vale a dire dal nemico del genere umano, il solo che osasse contestare questa santità nella Scrittura. È rappresentato in Ezechiele come un amico di Dio, capace di intercedere per gli altri, fino a fare di lui come di Noè e di Daniele una specie di proverbio, per dire che quando si trovassero tra i peccatori e gli empi dei giusti santi come questi tre, essi non impedirebbero che Dio punisse il peccato degli altri nella sua ira, ma che la loro giustizia servirebbe a salvare loro stessi. Giobbe era già stato ricevuto intercessore durante la sua vita presso Dio per i suoi tre amici. Oltre al fatto che è proposto nel libro di Tobia come un modello della pazienza santificante, sembra che l'apostolo san Giacomo abbia voluto canonizzarlo ancora nella sua Epistola: «Voi vedete», dice, «che noi chiamiamo i profeti Beati perché hanno sofferto tanto; avete appreso quale sia stata la pazienza di Giobbe, e avete visto la fine che il Signore gli ha riservato».

La Chiesa fa professione di onorare Giobbe come un profeta, come un Martire, e come il t ipo Job Figura biblica della pazienza nella sofferenza, utilizzata come paragone agiografico. o la figura di Gesù Cristo, tanto più perfetta in quanto ha unito le sofferenze all'innocenza. È ciò che si trova spiegato dai santi Padri, con tanta ampiezza e varietà quanta ne poteva richiedere l'importanza del soggetto, per formare modelli per tutti i fedeli. I Greci e gli Orientali hanno scelto il sesto giorno di maggio per celebrare la festa di Giobbe nelle loro chiese; ciò che si pratica anche presso i cristiani d'Arabia, d'Egitto e d'Etiopia, presso i Russi o i Moscoviti e gli altri popoli che si governano secondo il rito dei Greci. I Latini hanno preferito assegnare il suo culto al dieci dello stesso mese. È il primo dei Santi dell'Antico Testamento, dopo i fratelli Maccabei, martiri, a cui la Chiesa d'Occidente abbia intrapreso di conferire pubblicamente questi onori religiosi. Gli antichi martirologi col nome di san Girolamo si servono dei termini di giorno natale e di deposizione, che però qui non significano nulla. Essi danno a Giobbe la qualità di profeta; ciò che è stato osservato nei successivi, da quelli di Adone e di Usuardo fino al romano moderno. San Crisostomo gli aveva già attribuito quella di Martire, come hanno fatto altri ancora dopo. Alcuni altri martirologi lo segnano solo all'undici dello stesso mese. Un calendario Giuliano lo mette al nove. Ed è notevole che tutte le chiese della terra si siano accordate a metterlo nello stesso mese, e nello spazio di sei giorni; il che non si trova quasi in coloro che hanno un culto esteso in Oriente e in Occidente.

Non conosciamo Santi tra i Profeti e gli altri giusti che hanno preceduto Gesù Cristo in onore dei quali siano state erette chiese e cappelle in maggior numero. Se ne vedono in Italia più che in ogni altro paese dei Latini. Il suo ufficio è di rito semidoppio a Venezia e in tutta la diocesi, così come quello del profeta Geremia. Si solennizza la sua festa come quella dei più celebri tra i santi venuti dopo Gesù Cristo, in diverse città della Lombardia, della Toscana, dello Stato ecclesiastico di Roma. Vi è diventato il patrono di un numero prodigioso di ospedali. I malati di varie specie, principalmente quelli che erano attaccati dalla lebbra, dalla tigna, dalla scabbia e dalla sifilide in Italia, si sono messi sotto la sua protezione particolare per ottenere o la loro guarigione, o il dono della pazienza che è loro necessaria, per sua intercessione. Oltre al suo ufficio pubblico ricevuto e approvato dalla Chiesa, c'era una messa votiva del beato Giobbe contro il male di Napoli, che gli Italiani hanno preferito chiamare male francese. Sebbene si trovasse nei messali, principalmente in quello romano, il beato papa Pio V non mancò di sopprimerla e di proibirla, ma senza nuocere al culto del bea to Giobbe pape Pie V Successore di Pio IV, sostenne Carlo Borromeo nelle sue riforme. nei luoghi in cui si trovava stabilito. Questa messa propria fu ristabilita tuttavia nel secolo successivo per le chiese di Spagna, dove si è tormentati più che altrove dal male delle scrofole, che sono comprese tra le specie contro le quali si reclama l'intercessione di Giobbe. Ciò fu fatto per autorità della Santa Sede, e fu rinnovato in ultimo luogo sotto il papa Clemente IX. La contestazione sorta a Roma sotto Innocenzo XI, nel 1680, in occasione della cappella di un ospedale che si voleva dedicare sotto il nome del beato Giobbe, nella città di Albano, non è servita che ad autorizzare maggiormente il suo culto.

La Francia e i Paesi Bassi hanno ammesso anch'essi il culto pubblico di Giobbe, sebbene con meno ampiezza e meno splendore forse dell'Italia e della Spagna. Vi si vedono quadri consacrati su un'infinità di altari, soprattutto negli ospedali. Il cardinale di Bérulle, avendo preparato un calendario e un breviario per la Congregazione dell'Oratorio, che aveva fondato in Francia, fece comporre un ufficio di rito semidoppio con la messa per il giorno della festa di Giobbe, il dieci di maggio. Lo pubblicò e lo fece osservare per autorità della Sede apostolica, e col permesso espresso dei vescovi del regno, dopo che l'affare fu stato a lungo esaminato, dibattuto e confermato in diverse assemblee e capitoli generali.

Si rappresenta naturalmente il santo uomo Giobbe coricato sul suo letamaio e coperto di ulcere; la sua immagine si moltiplicò soprattutto nel XVI secolo, dove l'uso di invocarlo contro il male venereo fu forse diffuso dal ricordo di queste parole della Scrittura: «Il diavolo lo colpì con un'ulcera maligna». (Giobbe, II, 7.)

Oltre ai lebbrosi e ai sifilitici, il santo uomo Giobbe ha per clienti le persone malinconiche e oppresse dal dolore; senza dubbio a causa della poca consolazione che sua moglie e i suoi amici portarono alle sue pene.

Cfr. Baillet, Pettin, il Padre Cahier.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Firenze nel 1389
  2. Entrato tra i Frati Predicatori nel 1407 dopo aver imparato a memoria il diritto canonico
  3. Noviziato e voti nel convento di Cortona
  4. Superiore di diversi conventi (Fiesole, Napoli, Roma, ecc.)
  5. Nomina forzata ad arcivescovo di Firenze da parte di Eugenio IV
  6. Lotta contro l'usura, la magia e i giochi d'azzardo
  7. Dedizione durante il contagio a Firenze
  8. Morto il 2 maggio 1459
  9. Canonizzazione nel 1523 da parte di Adriano VI

Miracoli

  1. Levitazione durante l'orazione mentale
  2. Biglietto che pesa più di un cesto di frutta su una bilancia
  3. Pane che diventa nero dopo un anatema
  4. Moltiplicazione del pane e dell'olio
  5. Guarigioni e resurrezioni di defunti
  6. Visione della sua anima che sale al cielo sotto forma di bambino

Citazioni

  • Che Dio ve ne renda merito Formula abituale di ringraziamento
  • I miei occhi sono sempre rivolti al mio Signore, perché è lui che libererà i miei piedi dalle reti Ultime parole

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo