Religioso cappuccino del XVI secolo, Felice da Cantalice trascorse quarant'anni a Roma come frate cercatore. Noto per la sua semplicità e il suo perpetuo 'Deo gratias', fu un amico intimo di san Filippo Neri e si distinse per la sua carità verso i malati e i poveri. La sua vita fu segnata da una profonda unione mistica, illustrata da una visione in cui la Vergine gli affidò il Bambino Gesù.
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SAN FELICE DA CANTALICE, CAPPUCCINO
Origini e giovinezza a Cantalice
Felice nasce nel 1513 in una famiglia di pii contadini e manifesta fin dall'infanzia una spiccata inclinazione per la preghiera e la meditazione.
Questo buon reli Ce bon religieux Frate cappuccino e amico intimo di Filippo. gioso nacq ue a Cant Cantalice Luogo di nascita del santo in Italia. alice, ai piedi dell'Appennino, ai confini dell'Umbria o del ducato di Spoleto, nell'anno di grazia 1513. I suoi genitori erano poveri e contadini di professione, ma dotati di grande pietà; e, poiché il padre si chiamava Santo e la madre Santa, non smentivano con la loro vita e le loro azioni l'eccellenza del loro nome. Santo ne diede una bella testimonianza quando, vedendo spirare una figlia del suo figlio maggiore, le disse tra le lacrime, ma con spirito profetico: «Va' in pace, mia piccola Santa, con la benedizione di Dio e la mia, ti seguirò da vicino: sabato prossimo spero di vederti». Ciò che aveva predetto avvenne effettivamente, sebbene, quando pronunciò queste parole, fosse in piena salute.
Felice fu il terzo di quattro figli nati dal loro matrimonio. Educato con molta cura in questa scuola domestica, fece fin da subito progressi così grandi nella virtù che veniva già considerato un Santo. I bambini, quando lo vedevano avvicinarsi, si dicevano l'un l'altro, per rispetto: «Ecco Felice, ecco il Santo». Non appena fu in grado di rendere qualche servizio alla famiglia, suo padre lo impiegò a custodire il bestiame in campagna; e lì, mentre i suoi compagni dormivano la notte, o durante il giorno si dedicavano a qualche svago, egli si ritirava segretamente e, gettandosi in ginocchio ai piedi di una quercia, davanti a una croce che vi era incisa, faceva le sue preghiere e meditava i dolori di Nostro Signore nella sua Passione; oltre a ciò, recitava, il più spesso possibile, il Pater e l'Ave Maria.
Vocazione ed entrata tra i Cappuccini
Dopo aver lavorato come pastore e contadino, Felice sopravvive miracolosamente a un incidente con l'aratro, il che lo spinge a entrare nell'ordine dei Cappuccini.
All'età di dodici anni, si mise a servizio come pastore presso un signore di nome Marco Tulle Pichi o Picarelli. Allora, aggiunse alle sue devozioni ordinarie la santa comunione e l'assistenza più frequente al santo sacrificio della messa. Per ascoltarla, abbandonava talvolta le sue greggi alla Provvidenza, che inviava un custode misterioso: molte persone hanno assicurato di aver visto questo pastore sconosciuto e straordinario. Quando Felice fu più grande e più forte per occuparsene, fu adibito dal suo padrone all'aratro e agli altri lavori della vita rustica: diede ovunque prove della sua virtù. Era estremamente sobrio, molto esatto nell'osservare i digiuni comandati dalla Chiesa; e sebbene lavorasse tutto il giorno, tuttavia, in quei giorni, mangiava una sola volta verso sera. Era il nemico dichiarato della menzogna, delle mormorazioni e dei discorsi cattivi, e, per evitarli meglio, parlava poco. Era sempre umile, paziente e così pieno di dolcezza che, quando qualcuno lo offendeva, non si vendicava altrimenti che dicendogli: «Andate, possiate diventare Santo!». Si dilettava ad ascoltare la lettura di buoni libri. Come un giorno ascoltava attentamente la vita dei santi anacoreti d'Egitto, concepì un così grande desiderio di imitarli che si proponeva già di farsi eremita; ma, rientrando in se stesso e considerando i pericoli della vita solitaria, risolse di prendere piuttosto l'abito dei Frati Minori con la riforma dei Cappuccini; un suo cugino, volendolo dis togliere a causa del réforme des Capucins Ramo dell'ordine francescano a cui si è unito Raynier. rigore della loro vita che è così austera, gli disse in due parole: «Che voleva essere religioso sul serio, o non immischiarsene affatto». Dio lo fortificò in questa risoluzione con un incidente abbastanza strano.
Poiché era un bravissimo contadino, gli fu dato un giorno l'incarico di domare e addestrare al giogo due giovani tori. Appena furono aggiogati, il signor Tulle, il suo padrone, presentatosi all'improvviso vestito di nero, quegli animali si spaventarono; furiosi, si misero a correre impetuosamente. Come Felice volle fermarli, lo gettarono a terra; lo calpestarono e gli passarono l'aratro sul corpo; doveva morire mille volte per questo incidente; tuttavia, per una singolare provvidenza di Dio, non ne ricevette alcun male, sebbene tutti i suoi abiti fossero a pezzi. Il servo e il padrone riconobbero il dito dell'Altissimo, che non ama che si differisca l'esecuzione delle promesse che gli sono state fatte; Felice non ebbe dunque difficoltà a ottenere il suo congedo per consacrarsi al servizio di un più grande Maestro, nell'Ordine dei Cappuccini: venne a trovare il guardiano del convento di Civita-Ducale, poco lontano da Cantalice, per chiedergli l'abito del suo Ordine. Invano quel Padre gli espose quanto la vita di un cappuccino sia dura e penosa, non fece che infiammare i desideri di Felice. Lo condusse allora in chiesa e, mostrandogli su una croce il nostro Signore tutto sanguinante, tutto livido, disse: «Ecco, giovane uomo, ciò che Gesù Cristo ha sofferto per noi». A questa vista, e al tono patetico del religioso, Felice sentì il suo cuore commosso e versò abbondanti lacrime. Questi pii sentimenti sembrarono al Padre guardiano una nuova marca di vocazione: inviò dunque il giovane postulante, con una lettera di raccomandazione, a Roma, verso il Provinciale. Aveva allora quasi trent'anni; gli fecero fare il noviziato nel convento di Ascoli. Vi apparve, fin dal primo giorno, tutto pe netrat Ascoli Città dove Bernardo fu brevemente inviato dai suoi superiori. o dallo spirito del suo Ordine. Spesso si gettava ai piedi del maestro dei novizi, pregandolo di raddoppiare le sue mortificazioni e di trattarlo con più rigore degli altri, che erano, a sentir lui, più docili di lui e più portati alla virtù.
Quarant'anni di questua a Roma
Inviato a Roma, vi esercita l'ufficio di questuante per quarant'anni, distinguendosi per la sua carità verso i malati e la sua costante dolcezza.
Emise i voti nel 1545. Quattro anni dopo, i suoi superiori lo inviarono a Rom Rome Città natale di Massimiano. a; lì esercitò per quarant'anni l'ufficio di questuante, nel modo più edificante. Durante le sue questue, diceva di tanto in tanto al suo compagno: «Andiamo fratello mio, con il rosario in mano, gli occhi a terra e lo spirito al cielo». Osservava un silenzio molto rigoroso, poiché non parlava quasi mai; e, quando lo faceva, era sempre con grande semplicità ed estrema dolcezza. E ciò che è ammirevole, sebbene nella sua giovinezza fosse stato educato nella rusticità della gente di campagna, aveva tuttavia modi molto gentili, che lo facevano amare tanto quanto la sua santità lo faceva ammirare. Il suo incedere, il suo portamento bastavano da soli a ispirare pietà. Poiché il suo ufficio gli impediva di visitare i malati durante il giorno, non mancava, la notte, di vederli l'uno dopo l'altro, e di sollevare in tutto ciò che gli era possibile. Non si accontentava di quelli del convento: ne cercava per tutta la città di Roma, per quanto l'obbedienza e il suo incarico glielo permettessero, e quelli che visitava più volentieri erano i più bisognosi e coloro le cui malattie potevano destare maggiore ripugnanza. Impiegava le domeniche e le feste nella visita agli ospedali pubblici, per servire i poveri. La sua carità si estendeva a tutti gli afflitti, ai quali distribuiva non solo consolazioni, ma sollievi. Quando scorgeva dei poveri vergognosi, li soccorreva subito; chiedeva l'elemosina per le loro necessità con più affetto che se fossero state le proprie: è così che ha salvato diverse persone dal disonore e dalla disperazione.
Era così zelante per la gloria di Dio, che faceva indifferentemente la correzione fraterna ai grandi e ai piccoli; e quando incontrava qualche giovane scapestrato per strada, lo fermava di colpo per fargli una salutare rimostranza. Due gentiluomini avevano messo mano alla spada per risolvere la loro lite: erano nel pieno calore del duello: frate Felice sopraggiunse molto a proposito, e, da lontano, gridò loro con tutte le sue forze: *Deo gratias, fratelli miei; Deo gratias; dite entrambi: Deo gratias!* Non erano certo in grado di ascoltare nessuno; tuttavia la parola di Felice ebbe tanta forza su di loro, che si fermarono di colpo e dissero entrambi: *Deo gratias!* In seguito, presero come arbitro della loro controversia il santo frate, che li riconciliò e li rese ottimi amici. Non aveva meno saggezza che zelo nelle correzioni che faceva.
Un giorno, mentre si trovava presso un giudice della città che si chiamava Bernardino Biscia, fu portato a questo giudice un vitello con una lettera piena di complimenti per raccomandargli una causa. Egli ne fece la lettura, e, durante questo tempo , quell'animale Bernardin Biscia Giudice romano interpellato da Felice sulla sua coscienza. fece udire dei muggiti. Il beato Felice ne approfittò per dirgli: «Signor Bernardino, intendete bene il linguaggio di questo animale? Vi prega di dare ragione a coloro che ve lo inviano; ma, badate di non fare nulla contro la vostra coscienza, per timore che nel giorno del giudizio questi doni non siano a vostra confusione». Aveva la risposta così pronta e così abile, che volgeva tutto alla gloria di Dio e all'edificazione del prossimo. Avendo una volta promesso alcune piccole croci alla principessa Colonna, accadde per caso che fu costretto a distribuirle ad altre persone. La principessa se ne lamentò e gli disse piacevolmente: «Ecco che è bello, fratello mio, prometter e e non mantener princesse Colona Nobile romana con la quale Felice scambiava parole spirituali. e. — Ma quante cose, le rispose frate Felice, promettiamo a Dio, che non manteniamo?»
Amicizia con Filippo Neri e virtù
Strinse una profonda amicizia con san Filippo Neri e praticò un'ascesi rigorosa, segnata da un'obbedienza e una povertà estreme.
Strinse una stretta amicizia con san Filippo Neri, che si t saint Philippe de Néri Fondatore della Congregazione dell'Oratorio e apostolo di Roma. rovava allora a Roma; e, ogni volta che si incontravano, si salutavano con affetto, ma in un modo del tutto nuovo: poiché si auguravano a vicenda i supplizi della frusta, della ruota, del cavalletto e di ogni sorta di altri tormenti per Gesù Cristo, e spesso rimanevano entrambi a lungo senza parlare, come rapiti e del tutto trasportati dalla gioia.
Che diremmo dopo questo delle altre virtù del nostro beato? Aveva tanta stima dell'obbedienza, che rimase con gioia tutta la vita nell'ufficio più umiliante. Il cardinale di Santa Severina, protettore dell'Ordine, avendogli chiesto, nella sua vecchiaia, se non volesse essere sollevato dalla sua questua, gli rispose con umiltà: «Monsignore, un buon soldato deve morire con la spada in mano, e un asino sotto il suo carico».
Rendeva ancora più rigorosa la povertà estrema di questo santo Ordine. Non portò mai tunica né in inverno né in estate, ma solo un povero abito estremamente corto e stretto e tutto pieno di toppe. Evitava di vedere i suoi parenti, come cosa indegna di un buon religioso, e un giorno che si avvicinò a Cantalice, non vi entrò; ma poiché fu costretto a dormire fuori, presso una delle sue cugine, vedendo che gli preparava un pagliericcio e una coperta, se ne andò a passare la notte sotto un albero. Non poteva soffrire nulla che fosse contro l'onestà; non solo aveva orrore delle parole libere, ma non poteva nemmeno ascoltare quelle che erano sospette.
Quanto alle sue astinenze e alle sue mortificazioni corporali, sembra che abbia intrapreso di rinnovare tutte le austerità degli antichi Padri della Tebaide. Osservava esattamente tutte le Quaresime dell'Ordine e digiunava a pane e acqua per tutto il tempo che era stato santificato dal digiuno del suo santo patriarca. Aveva tanto odio di sé, che non poteva trattarsi abbastanza male a suo piacimento. Dormiva su assi che copriva con una vecchia stuoia e non aveva che un tronco di legno, o al massimo un fascio di sarmenti per guanciale. Non dormiva ordinariamente che due ore, e tre quando era indisposto. Passava il resto della notte in preghiera, durante la quale prendeva tre volte la disciplina, e spesso altrettante volte durante il giorno. Portava, oltre a ciò, una camicia di maglia sotto l'abito, particolarmente quando visitava le sette chiese di Roma.
Fu soggetto, verso la fine della sua vita, a un'irritazione intestinale che gli causava dolori estremi; ma li soffriva di così buon grado, che li chiamava favori del cielo e rose del paradiso; e, quando erano più acuti, li leniva con qualche cantico spirituale che rapiva anche coloro che lo vedevano soffrire. Questi santi trasporti di gioia, nel mezzo dei dolori più strazianti, fanno abbastanza vedere l'eccellenza della sua pazienza. Fu sempre così lontano da ogni sorta di vanità e di compiacimento di sé, che si credeva indegno di conversare con gli altri fratelli: ecco perché, quando si trovava con loro, parlava poco o non parlava affatto. Non permetteva mai ai secolari di baciargli le mani (come è usanza in Italia fare per rispetto verso gli ecclesiastici e i religiosi), a meno che non fosse colto di sorpresa. E quando prevedeva che ciò dovesse accadere, faceva rendere questo onore al suo compagno. Aveva molta venerazione per i sacerdoti, e non parlava mai loro se non con grandissimo rispetto. Ha sempre fatto il possibile per non apparire che un uomo molto semplice, per meglio nascondere le grazie particolari che riceveva da Dio. Si servì di sandali solo nella sua estrema vecchiaia, e quando gli si chiedeva perché andasse scalzo: «Perché», diceva, «cammino più a mio agio». Non poteva soffrire che si dicesse nulla in sua lode, e quando lo si faceva prendeva subito la fuga.
Devozioni ed esperienze mistiche
Profondamente devoto alla Vergine e all'Eucaristia, beneficia di visioni mistiche, tra cui quella del Bambino Gesù posto tra le sue braccia.
Aveva una devozione singolare per la santissima Vergine; digiunava a pane e acqua in tutte le vigilie delle sue feste, insieme alla Quaresima intera che san Francesco faceva in suo onore, dall'Ottava degli apostoli san Pietro e san Paolo fino alla sua Assunzione. Recitava il rosario ogni sabato, e ogni giorno la corona, ma con tale tenerezza che era spesso costretto a interromperlo per l'eccesso di dolcezza che sentiva nella sua anima. Aveva tanto amore e rispetto per il nome di Gesù, che lo pronunciava in ogni luogo e in ogni occasione. Quando incontrava dei bambini, gridava loro: «Dite: Gesù, figli miei; dite tutti: Gesù!». Altre volte, faceva dire loro: Deo gratias! Così, i bambini piccoli, che conoscevano la sua devozione, non aspettavano che glielo comandasse; ma appena lo vedevano da lontano, gridavano: Deo gratias, fra Felice; Deo gratias! E lui, rapito e piangendo di gioia, rispondeva loro più forte che poteva: Deo gratias, figli miei; Dio vi benedica, Deo gratias! Quando serviva la messa, quasi non riusciva a rispondere a causa delle lacrime che versava in abbondanza e delle dolcezze che inondavano il suo cuore. La sua devozione era anche molto viva verso la passione di Nostro Signore; e quando ne sentiva fare la lettura, principalmente nella settimana santa, piangeva così amaramente da bagnare il pavimento con le sue lacrime. Le sue continue meditazioni gli acquisirono un'unione abituale e così intima con Dio, che era sempre in contemplazione e così lontano da se stesso, che spesso non riconosceva coloro con cui conversava, sebbene il suo ufficio di questuante lo obbligasse a trattare con ogni sorta di persone. Si racconta che un religioso, chiedendogli un giorno come, tra l'imbarazzo del mondo e un'infinità di oggetti così diversi, potesse tenersi sempre alla presenza di Dio, gli rispose: «Tutte le creature della terra sono capaci di elevarci a Dio se sappiamo guardarle con occhio retto!».
Dormiva solo circa due ore; poi andava in chiesa e vi rimaneva in preghiera fino a Prima; poi serviva la prima messa, alla quale ordinariamente comunicava ogni giorno. Per le feste e le domeniche, ne ascoltava diverse, oltre a quella che serviva. Infine, la sera, tornando dalla sua cerca, non mancava mai di rientrare in chiesa, dove, dopo un profondo inchino, baciava la terra davanti al santissimo Sacramento.
Fu durante queste visite a Nostro Signore nell'Eucaristia che un religioso sacerdote, spiando segretamente ciò che faceva, lo scorse in piedi, in mezzo alla chiesa, con le braccia aperte e come in estasi, che esclamava e diceva con grandi sospiri: «Signore, vi raccomando questo povero popolo; vi raccomando i nostri benefattori. Misericordia, grande Dio, fate loro misericordia!». Dopo aver fatto questa preghiera per un quarto d'ora, si fermò di colpo e rimase due o tre ore con le braccia distese in croce e immobile, come se fosse stato morto. Un'altra volta, ebbe un così violento trasporto d'amore per il suo Salvatore che, correndo all'altare maggiore, pregò e scongiurò la santa Vergine di dargli in quel momento il suo piccolo Gesù; in effetti, questa buona Madre gli apparve e, per accontentarlo, gli mise il suo caro Figlio tra le mani.
Morte e miracoli
Muore nel 1587 dopo una visione della Vergine; il suo corpo e la sua tomba diventano sede di fenomeni miracolosi.
Tutte queste grazie e questi grandi favori del cielo, che non poterono essere nascosti, lo fecero considerare così tanto a Roma che, durante la sua stessa vita, ognuno lo guardava come un Santo. All'età di settantadue anni, Dio gli fece sapere, per rivelazione, che sarebbe morto presto. In effetti, qualche tempo dopo, cadde pericolosamente malato. Durante la sua malattia, si sottraeva spesso all'infermiere per andare in chiesa, sebbene fosse così debole che si era costretti a riportarlo svenuto e mezzo morto nella sua cella. Era per lui una croce essere coricato su un materasso che gli era stato dato suo malgrado, e credeva che non fosse quello morire abbastanza poveramente, né come un religioso di San Francesco doveva morire. Quando ebbe ricevuto gli ultimi Sacramenti, la santa Vergine gli apparve seguita da una bella schiera di angeli, per fortificarlo in questo ultimo passaggio.
Ne fu così rapito dalla gioia che esclamò con tutte le sue forze: Oh! oh! oh! e rimase poi per quasi un quarto d'ora con le braccia distese e levate verso il cielo. Il nemico di ogni bene volle tentarlo di disperazione e di infedeltà; ma l'uomo di Dio lo fermò di colpo, dicendogli: «Che era il suo Salvatore che doveva giudicarlo, e che non poteva diffidare della sua misericordia; che del resto, credeva tutto ciò che la santa Chiesa cattolica crede e insegna». Infine rese pacificamente la sua anima al suo Creatore, nelle lodi del suo santo nome e in quelle della sua santa Madre, finendole in questo mondo il 18 maggio, per andarle a continuare durante tutta l'eternità nel cielo.
La sua santità è apparsa, dopo la sua morte, attraverso quattro cose ben rimarchevoli: 1° dal cambiamento del suo corpo, che, da bruno che era, divenne così tenero e così bianco come quello di un bambino; 2° dalla celebre traslazione che ne fu fatta dal cimitero comune dei religiosi, dove era stato sepolto, in una tomba nella chiesa, sostenuta da pilastri di marmo che egli stesso aveva chiesto al signor Alessandro Poggi, assicurandolo che sarebbero stati impiegati per lui; 3° da un liquido che distilla continuamente dal suo feretro, e che è spesso strumento di molte meraviglie; 4° infine, da una virtù miracolosa che Dio ha comunicato all'olio della lampada che brucia giorno e notte davanti al suo sepolcro.
Culto e rappresentazioni
Beatificato e poi canonizzato nei secoli XVII e XVIII, è tradizionalmente rappresentato con la sua bisaccia da questuante e l'iscrizione 'Deo gratias'.
San Felice fu beatificato da Urbano VIII Urbain VIII Papa che ha beatificato Giosafat. nel 1625; canonizzato d a Clemente Clément XI Papa che ha autorizzato il culto pubblico di Salvatore da Orta. XI nel 1712; ma la Bolla della sua canonizzazione fu pubblicata solo nel 1 724, da Ben Benoît XIII Papa che elevò l'Istituto a Ordine religioso nel 1725. edetto XIII. Il suo corpo si trova nella chiesa dei Cappuccini di Roma. Vi è indulgenza plenaria per coloro che, avendo adempiuto alle condizioni ordinarie, visitano nel giorno della sua festa una chiesa del suo Ordine.
Si rappresenta san Felice da Cantalice con una bisaccia, un barile o una damigiana sulla spalla; un paniere o una sporta al braccio. A volte è accompagnato da un asino che lo aiutava nei suoi giri di questuante. Si traccia sulla sua bisaccia, vuota o gonfia, le parole Deo gratias che pronunciava con la stessa pietà, sia che fosse ben accolto, sia che subisse dei rifiuti. Lo si dipinge anche talvolta mentre incontra san Filippo Neri per strada, e gli dà da bere direttamente dalla sua borraccia o bottiglia rivestita di vimini. Si sa che il Santo recitava volentieri il suo rosario percorrendo le strade di Roma; ecco perché spesso pende dalla sua mano dest ra un grande Bollandistes Società di studiosi gesuiti che pubblica gli Acta Sanctorum. rosario che sgrana devotamente. I Bollandisti forniscono il suo ritratto autentico nel loro appendice al mese di maggio.
Vedi i Bollandisti, maggio, t. IV e t. VII della nuova ed., p. 793.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Cantalice nel 1513
- Lavoro come pastore e poi come contadino presso Marc Tulle Pichi
- Incidente miracoloso con dei tori e un aratro
- Ingresso nel noviziato dei Cappuccini ad Ascoli verso il 1543
- Professione dei voti nel 1545
- Inviato a Roma nel 1549 per l'ufficio di questuante
- Quarant'anni di questua per le strade di Roma
- Beatificazione da parte di Urbano VIII nel 1625
- Canonizzazione da parte di Clemente XI nel 1712
Miracoli
- Sopravvivenza illesa dopo essere stato calpestato da tori e schiacciato da un aratro
- Apparizione di un misterioso custode per le sue greggi mentre era a messa
- Visione della Vergine Maria che gli affida Gesù Bambino
- Liquore miracoloso che trasudava dalla sua bara dopo la morte
Citazioni
-
Deo gratias, fratelli miei; Deo gratias; dite entrambi: Deo gratias!
Parole rivolte a due duellanti -
Un buon soldato deve morire con la spada in mano, e un asino sotto il suo carico.
Risposta al Cardinale di Santa Severina -
Tutte le creature della terra sono capaci di elevarci a Dio se sappiamo guardarle con occhio retto!
Risposta a un religioso sulla presenza di Dio