23 maggio 17° secolo

Beato Crispino da Viterbo

Frate laico cappuccino

Festa
23 maggio
Morte
19 mai 1750 (naturelle)
Epoca
17° secolo

Frate laico cappuccino nato a Viterbo, Crispino (Pietro Fioretti) condusse una vita di semplicità e di intensa devozione mariana. Successivamente calzolaio, cuoco, infermiere e cercatore, fu celebre per i suoi miracoli, la sua umile gioia e i suoi legami con papa Clemente XI. Morì a Roma nel 1750, lasciando un corpo rimasto intatto.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

IL BEATO CRISPINO DA VITERBO

Vita 01 / 08

Origini e infanzia a Viterbo

Nato Pietro Fioretti nel 1668 a Viterbo, il bambino viene precocemente consacrato alla Vergine Maria da sua madre e manifesta una fervente pietà fin dalla più tenera età.

Sforziamoci di acquisire la purezza del cuore, poiché lo Spirito Santo abita nei cuori semplici e candidi.

Massima di san Filippo Neri.

Questo sublime ignorante che, con la sua semplicità, ha rapito il cielo, mentre molti sapienti, suoi contemporanei, schiavi delle loro passioni, camminavano verso una triste fi ne, il frate cappuccin frère capucin Crispino Religioso cappuccino italiano, celebre per la sua semplicità e i suoi miracoli. o Crispino nacque Viterbe Città d'Italia dove Gerardo si ammalò. a Viterbo, capitale della provincia dello Stato Pontificio, detta patrimonio di san Pietro: era il 13 dicembre 1668. Al battesimo gli fu dato il nome di Pietro. Suo padre, Ubaldo Fioretti, e sua madre Marzia erano quelli che nel mondo si chiamano poveri operai; ma ricchi della loro fede e della loro pietà, camminavano coraggiosamente, anche loro, alla conquista del cielo.

Gli angeli e i santi dovettero rallegrarsi negli eterni atri il giorno in cui la madre di questo futuro compagno della loro gloria condusse il suo bambino all'altare di Maria e gli disse: «Guarda, figlio mio, ecco la tua vera madre; ti affido a lei in questo momento; amala sempre con tutto il tuo cuore e onorala come tua unica padrona».

Il bambino, che aveva allora solo cinque anni, non dimenticò mai queste parole. Sua madre gli aveva anche detto: «Figlio mio, in tutti i pericoli, bisogna gridare: Vergine Maria, venite in mio aiuto, ed ella vi verrà». Qualche tempo dopo, Crispino cadde da un albero sul quale era salito con dei compagni. Questi si ferirono tutti gravemente su un mucchio di pietre; lui solo non ebbe nulla: aveva invocato la santa Vergine.

Quando sua madre andava al convento di Santa Rosa di Viterbo a portare o ricevere biancheria da lavare, il bambino andava ad aspettarla in chiesa e pregava da sainte Rose Santa locale il cui corpo era venerato da Crispino durante la sua infanzia. vanti al corpo di santa Rosa. Le religiose, testimoni del suo fervore, non potevano fare a meno di chiamarlo il piccolo santo; il che lo faceva arrossire. I giochi e i divertimenti avevano per lui pochi attrattivi: il suo più grande piacere era servire la santa messa nelle chiese, e quando volevano dargli una piccola ricompensa, rifiutava e diceva, indicando la santa Vergine, che la sua padrona lo aveva già pagato.

Vita 02 / 08

Apprendistato e vita di penitenza

Dopo brevi studi presso i Gesuiti, divenne apprendista calzolaio presso lo zio, praticando al contempo rigorose mortificazioni e una costante devozione mariana.

Quando ebbe dieci anni, fu mandato a studiare grammatica presso il collegio dei gesuiti. Nonostante i suoi successi, i genitori non ritennero opportuno fargli proseguire gli studi: lo misero a bottega presso uno zio calzolaio, affinché imparasse un mestiere che potesse fornirgli in seguito i mezzi di sussistenza. Ogni sabato sera, quando era soddisfatto del suo lavoro, lo zio gli dava un piccolo salario. La domenica mattina, il pio fanciullo correva al mercato e vi comprava un mazzo di fiori. «Datemi i vostri fiori più belli», diceva al mercante; «perché sono per offrirli a una gran dama». Andava poi a portarli davanti a qualche immagine o statua della Vergine, e rimaneva tutta la mattina a servire le messe nella chiesa che aveva scelto.

La sua devozione per la Madre di grazia sembrava crescere in lui con gli anni: da quando aveva l'età della ragione, digiunava il sabato; d'ora in poi digiunò anche la vigilia delle sue feste. Abituato, fin dalla più tenera infanzia, alle pratiche di mortificazione, vi si dedicava con ardore: ogni notte si flagellava con un fascio di corde, in memoria della passione. Una vita così penitente influì sul suo temperamento. Lo zio, che notò il suo pallore e la sua magrezza, se ne irritò ed esigette che si nutrisse come gli altri; il servo di Dio obbedì, ma ne divenne solo più debole e più gracile; allora lo zio disse alla madre: «Lasciatelo digiunare, perché è meglio che stia bene essendo magro, piuttosto che avere della pinguedine ed essere un cattivo soggetto».

Conversione 03 / 08

Vocazione religiosa

Colpito dalla modestia dei Cappuccini durante una processione, entra nel noviziato di Paranzana nel 1693 con il nome di Crispino, nonostante la sua costituzione fragile.

Dopo diversi anni trascorsi nella bottega del calzolaio, Crispino fu chiamato a uno stato più perfetto. Una grande siccità desolava in quel tempo il patrimonio di San Pietro. Si tennero processioni di penitenza per placare l'ira del cielo. Una di queste processioni fu il mezzo di cui il Signore si servì per chiamarlo al suo servizio. Gli Ordini religiosi assistevano a questa cerimonia. Il virtuoso giovane fu talmente colpito dalla modestia e dall'aria penitente dei Cappuccini, che li guardò come angeli e sentì il desiderio di entrare nel loro Ordine per farvi la sua salvezza. Da quel momento, frequentò la chiesa dei buoni religiosi, si procurò la Regola di San Francesco, la imparò a memoria e la pose sul suo petto per non separarsene più. Essendo giunto a Viterbo il Padre provinciale, si presentò a lui e ottenne il permesso di entrare nel noviziato. Comunicò dunque la sua risoluzione ai genitori e agli amici. La sua buona madre, durante il colloquio d'addio, piangeva amaramente. «Perché piangete, le disse Crispino? Non mi avete consacrato fin dall'età di cinque anni a Dio e alla Vergine? Avete fatto questa donazione liberamente, senza riserva, senza condizione; io non appartengo più a me stesso; bisogna mantenere la vostra promessa e consolarvi». Poi coprì di baci le mani di sua madre, abbracciò le persone presenti e le lasciò subito. Era il mese di luglio del 1693.

Il convento di Paranzana fu il luogo designato per il suo noviziato. Il guardiano fece dapprima difficoltà ad accoglierlo a causa della sua piccola statura e della sua fragile costituzione: temeva che il nuovo fratello non potesse sopportare i rigori della Regola e dedicarsi ai lavori dell'istituto. Ma per le sue suppliche e le sue lacrime, per le sue preghiere e la sua fiducia in Maria, le difficoltà si appianarono come per incanto. Il provinciale intervenne e ordinò che fosse ricevuto, poiché lo aveva ammesso. Prese l'abito il giorno di Santa Maria Maddalena e cambiò il suo nome con quello di Crispino, patrono dei calzol Crispino ou Crépin Religioso cappuccino italiano, celebre per la sua semplicità e i suoi miracoli. ai, in memoria del mestiere che aveva esercitato. Il Beato era nel suo venticinquesimo anno.

Miracolo 04 / 08

Primi miracoli a Tolfa

Inviato come cuoco a Tolfa, acquisisce la reputazione di taumaturgo guarendo numerosi malati durante un'epidemia grazie a una medaglia dell'Immacolata Concezione.

Fu ammesso in qualità di fratello laico. Non che non potesse studiare e giungere al sacerdozio; aveva appreso i primi elementi del latino e non mancava di spirito naturale; ma nella sua umiltà, non si credeva abbastanza puro per aspirare alle sublimi funzioni degli altari. Zappava l'orto, andava a questuare, curava i malati: bastava a tutto, con la grazia di Dio; sembrava aver acquisito nuove forze.

Un religioso malato presso il quale fu impiegato, fu così soddisfatto della sua carità e delle sue cure, che diceva: «Frate Crispino non è un novizio, ma un angelo». Questa testimonianza e molte altre dello stesso genere che si potevano rendere in suo favore lo fecero ammettere all'unanimità alla professione.

Quando ebbe pronunciato i suoi voti, fu inviato al convento di Tolfa, do ve esercitò l'incar couvent de la Tolfa Luogo del suo primo incarico come cuoco e dei suoi primi miracoli. ico di cuoco. Non appena ebbe preso possesso del suo dominio, vi eresse un altare alla santa Vergine che ornava con cura di fiori, ogni giorno rinnovati; la cucina era diventata un vero paradiso, tanto vi si respiravano dolci profumi. Ogni sera, vi cantava le litanie della sua buona Madre. La Vergine Immacolata non tardò a ricompensare la devozione del suo servitore.

Un'epidemia venne a devastare Tolfa, paese vicino al mare e soggetto a nebbie malsane. Una dama che conosceva la virtù del Beato ne fu colpita: pregò il Padre guardiano di permettere a frate Crispino di visitarla: quando questi fu entrato, la malata lo pregò di fare il segno della croce sulla sua testa con la medaglia del suo rosario che rappresentava l'Immacolata Concezione. Il Beato acconsentì di buon grado a questa richiesta, e subito la malata fu guarita. Questo prodigio iniziò la sua reputazione all'esterno. I malati accorsero da ogni parte; invano il frate volle nascondersi: il Padre guardiano ordinò, e un grandissimo numero furono guariti per mezzo di questa medaglia.

Il governatore delle miniere di allume, situate nelle vicinanze, pagava il suo tributo all'epidemia. Ora, questo personaggio aveva una cattiva reputazione sotto il profilo dei costumi. Il Beato andò a trovarlo: «Signor governatore», gli disse entrando, «se volete che la santa Vergine vi guarisca, non bisogna offendere suo figlio; chi offende l'uno, affligge l'altra». Il governatore si mise a piangere e promise di cambiare vita; mantenne la parola e visse santamente, dopo che il frate lo ebbe guarito facendo il segno della croce con la onnipotente medaglia.

Questi miracoli diedero una grande influenza al Beato nella contrada; la sua sola presenza bastava per disperdere i giocatori e placare le risse.

Vita 05 / 08

Servizio ad Albano e relazioni illustri

Ad Albano, la sua semplicità e il suo uso spirituale della poesia del Tasso attirano l'ammirazione dei prelati e di Papa Clemente XI, che gli fa visita.

I superiori lo inviarono poi a Roma in qualità di infermiere. Invano il popolo di Tolfa chiese che gli si lasciasse frate Crispino, che consideravano il protettore del paese. Il provinciale rispose che ciò era contro lo spirito della Regola: infatti, l'usanza dei Cappuccini è di far cambiare spesso convento ai frati, affinché non si affezionino ai luoghi in cui abitano.

Il Beato entrò a Roma dalla porta più vicina a San Pietro. Gli era stato necessario per questo deviare dal suo cammino e fare qualche miglio in più. È che voleva, secondo la sua espressione, pregare sulla tomba di colui che tiene le chiavi del paradiso, prima di andare al convento.

Rimase poco tempo a Roma: gli serviva il fuoco della cucina o il sole del giardino. «Non sono una bestia che si possa tenere all'ombra», diceva, «sono troppo freddo nell'amore di Dio. Mi serve del lavoro per riscaldarmi». Si ammalò infatti. I superiori lo inviarono ad Albano, dove fu incaricato ancora della cucina.

La sua prima cura fu, come a Tolfa, di sistemarsi un piccolo altare sul quale pose un'immagine di Maria. Quando lo si veniva a trovare, e vi si veniva molto, conduceva i visitatori davanti a questa immagine e recitava loro le belle stanze che il Tasso ha cantato a Maria nella sua Gerusalemme liberata. Ciò gli forniva l'occasione di arrivare a colloqui pii, a consigli utili e salutari per il bene delle anime. Un religioso gli rimproverò un giorno di ricorrere così agli autori profani. «Padre mio», rispose il Beato, «il pesce non viene da sé all'amo; lo si attira con un'esca. Le nostre austerità non sono certo di gusto della gente del mondo; queste stanze sono l'esca con cui li attiro e faccio loro sopportare il piccolo discorso che vi aggiungo».

Albano è il ritrovo di un gran numero di signori e di prelati durante l'autunno: tutti coloro che vi venivano volevano vedere l'altare di frate Crispino, e sentirgli recitare i suoi versi: la sua dolce gaiezza, la sua amabile semplicità, l'aria di santità diffusa su tutta la sua persona incantavano i visitatori.

Papa Clemente XI stesso fu preso da questo fascino, e raramente veniva a Castel Gandolfo senza recar si al convento pape Clément XI Papa che ha autorizzato il culto pubblico di Salvatore da Orta. e chiedere di frate Crispino. Una mattina il Pontefice gli fece portare due ceri per il suo altare. Questo dono ci ricorda un'avventura nella quale il buon religioso aveva mostrato un abbandono di tenerezza verso Maria, la sua beneamata, veramente degno di un figlio affettuoso.

Un signore gli aveva fatto dono di due fiori di seta magnifici. Dei giovani, dispettosi, che andavano e venivano in cucina, rubarono i fiori; ciò afflisse sensibilmente il frate, poiché era stato un mancare di rispetto alla santissima Vergine, a cui quei fiori erano destinati. Poco dopo, un religioso, Padre Damasceni, gli diede due ceri per il suo altare: il Beato li accende ed esce per cogliere verdure nell'orto. Il padre Damasceni fece subito togliere i ceri, cosicché quando il Beato rientrò, credette che glieli avessero rubati di nuovo. Se ne lamentò con la santa Vergine. «Ma come», le disse con una familiarità tutta filiale, «ieri i fiori e oggi i ceri! Ma veramente, Madre mia, voi siete troppo buona; qualche giorno, vi prenderanno vostro figlio tra le braccia, e voi non oserete dire nulla!» e continuò a lungo su questo tono. Il Padre Damasceni, che si era nascosto, sentiva questi teneri rimproveri: rientrò in cucina, prese il frate tra le braccia, gli restituì i ceri e lo lasciò pieno di un'ammirazione facile da comprendere.

Missione 06 / 08

Dedizione a Monte-Rotondo e Bracciano

Si distinse per il suo duro lavoro a Monte-Rotondo e per il suo eroismo come infermiere durante un contagio nel convento di Bracciano.

La benevolenza del Papa e dei prelati della sua corte fece tremare l'umiltà del Beato. Alcuni miracoli che la sua carità lo costrinse a compiere portarono i suoi timori al culmine: chiese dunque di essere inviato in un altro convento. Gli fu assegnato quello di Monte-Rotondo.

Quando arrivò, il frate questuante era malato: egli fece la questua, coltivò l'orto, si fece carico di quasi tutto il servizio del convento. Quando lo si compiangeva per questo sovraccarico di lavoro, ripeteva ridendo le parole di san Filippo Neri: «Il paradiso non è fatto per i poltroni».

In quel periodo, una malattia contagiosa si era abbattuta sul convento dei Cappuccini a Bracciano: bisognava inviarvi un infermiere. Ma chi scegliere? Ne andava della vita. Il nostro caritatevole religioso si offrì subito. — Ma, fra Crispino, poiché c'è pericolo di morte, non intendo forzare la vostra volontà, disse il provinciale. — Quale volontà, gli rispose, l'ho lasciata a Viterbo quando sono entrato tra i Cappuccini. Partì, munito della benedizione del suo provinciale, portando con sé, come diceva ancora, san Francesco come medico e la santa obbedienza come preservativo. Medico e preservativo fecero meraviglie, poiché fra Crispino tornò qualche mese dopo più in salute che mai: aveva guarito con le sue cure e le sue preghiere tutti i malati del convento.

Vita 07 / 08

L'asino dei Cappuccini a Orvieto

Per quarant'anni a Orvieto, esercita la funzione di questuante con umiltà gioiosa, moltiplicando i miracoli e riconciliando i nemici.

Al Capitolo successivo, fu inviato a Orvieto Orvieto Luogo di morte del beato. , dove avrebbe trascorso quaranta anni della sua vita come questuante. Divenne presto conosciuto e amato, e gli veniva dato in abbondanza tutto ciò che desiderava. Ne approfittò per alleviare un gran numero di miserie. L'amore degli abitanti di Orvieto per il nostro Beato era tale che furono costretti a lasciarglielo. Ogni volta che si tentò di trasferirlo, tutte le porte si chiudevano davanti ai nuovi frati questuanti e, per non morire di fame, fu necessario risolversi a far tornare colui che, per umiltà, si chiamava l'asino dei Cappuccini.

Quando doveva attraversare la folla, esclamava: — Suvvia, figli miei, fate largo all'asino dei Cappuccini. — E dov'è dunque questo asino?, disse un giorno un uomo che non lo conosceva. — Non vedi che porto il basto?, disse il Beato, mostrando la sua bisaccia. Gli fu chiesto una volta perché andasse sempre a capo scoperto. — È perché un asino non porta il cappello, rispose con amabile giovialità.

In un convento di religiose, la sorella incaricata di riceverlo non mancava mai, per metterlo alla prova senza dubbio, di sommergerlo di sciocchezze, di trattarlo da impostore e ipocrita. Il servo di Dio si accontentava di rispondere: «Dio sia lodato, che ci sia a Orvieto una persona che mi tratta come merito».

I miracoli continuavano a nascere sotto i suoi passi: moltiplicazione della farina e del vino, predizione del futuro, previsione degli eventi, felici o infelici, dono di leggere nelle coscienze, Dio gli aveva concesso tutto a profusione.

Arriva un giorno all'improvviso in un convento di suore di San Domenico; fa chiamare una delle religiose e le dice: «Nasciamo per morire; quanto siete felice, voi state per lasciare questa valle di miserie dove siamo prigionieri; un'eternità di felicità vi è assicurata. Quanto siete felice! quanto siete felice!». Ora, questa religiosa stava benissimo; si comprende dunque il suo stupore. Tuttavia, riflettendo che aveva avuto a che fare con un uomo di Dio, decise di prepararsi: pochi giorni dopo, morì della morte dei santi.

Il cardinale Gualtieri, che abitava una villa nei dintorni di Orvieto, ebbe un giorno da ricevere il re d'Inghilterra, figlio di Giacomo II: il suo intendente aveva fatto chiedere a Roma dei fiori che mancavano, data la stagione. La persona incaricata della commissione dimenticò i fiori. L'intendente del cardinale incontrò fra Crispino e gli raccontò la sua desolazione: «Non vi desolate, disse il frate, avrete tutti i fiori di cui avrete bisogno e oltre». Parte e ritorna quasi subito, portando fiori magnifici di cui, cosa sorprendente, non si coltivava la specie nei giardini di Orvieto. Quando si chiedeva al Beato da dove li avesse presi, rispondeva: «Occupiamoci di guadagnare il paradiso; se avremo la felicità di arrivarvi, vi vedremo fiori ben più belli e di un profumo incomparabilmente più squisito».

Bisognerebbe percorrere la numerosa serie delle virtù cristiane, se si volesse parlare in dettaglio di quelle di questo santo religioso; poiché le possedeva tutte a un grado eminente. Ma si distingueva soprattutto per il suo zelo per la gloria di Dio; l'idea di vederlo offeso lo affliggeva talmente che faceva mille sforzi per impedire il peccato; così, quando era a questuare e sentiva bestemmiare o pronunciare il santo nome di Dio senza rispetto, andava subito a riprendere i colpevoli, fosse anche carico di pesanti fardelli. Il rango e la qualità delle persone non lo fermavano allora, disposto com'era a soffrire tutto per fermare il male di cui era testimone. Nessun passo gli costava per riportare i peccatori a migliori sentimenti. Due fratelli, per affari di interesse, si erano talmente inimicati che avevano risolto di battersi a duello. Crispino lo apprende, il suo zelo si infiamma; e, sebbene gli amici di questi due poveri ciechi non fossero riusciti a riavvicinarli, non disperò di farli rinunciare al loro funesto progetto; infatti, va a trovarli e agisce così felicemente presso di loro che, il giorno stesso in cui dovevano esporre allo stesso tempo l'anima e il corpo in un duello, li riconcilia così perfettamente che da allora non vi fu più tra loro alcuna divisione.

Eredità 08 / 08

Ultimi anni e culto

Muore a Roma nel 1750 all'età di 82 anni; il suo corpo rimane intatto ed è beatificato da Papa Pio VII nel 1806.

È a Roma che il Beato doveva morire, è a Roma che trascorsero gli ultimi anni della sua vita. Furono così pieni di miracoli che la città eterna ne fu nell'ammirazione. Sapendo per rivelazione l'ora della sua morte, Crispino prese congedo dai suoi benefattori e dai suoi amici che ne ridevano, poiché era ancora in buona salute e nulla faceva presagire che fosse così vicino ad andare in cielo. Tuttavia, pochi giorni dopo, si ammalò: aveva ottantadue anni e non si sperò di conservarlo. Il demonio tentò di turbare i suoi ultimi momenti. Si offrì a lui sotto la forma di una bestia orrenda che l'acqua benedetta bastò a mettere in fuga. Non appena la notizia della sua malattia si fu sparsa, tutti vollero vederlo. Il Beato se ne stupiva e ammirava la semplicità di quelle persone che testimoniavano ammirazione per un miserabile peccatore come lui. Dopo aver ricevuto con grande fervore gli ultimi Sacramenti, spirò dolcemente (1750). Subito dopo la sua morte, le sue membra irrigidite dall'età ripresero la loro flessibilità, divennero fresche e rosee, e la cancrena che lo divorava scomparve: da allora si è conservato intatto e lo si può vedere nella chiesa dei Cappuccini a Roma. Le guarigioni miracolose furono numerose sulla sua tomba. Il Papa Pio VII beatificò il beato Cris pino nel 180 Pape Pie VII Papa che ha autorizzato il culto del beato Ranieri. 6 e fissò la sua festa al 23 maggio, sebbene fosse morto il 19.

L'immagine di Nostra Signora, che giocò un ruolo così grande nella vita del santo Cappuccino, deve, in tutta giustizia, essergli assegnata come attributo caratteristico.

Vita del V. Servo di Dio Fr. Crispino da Viterbo, laico professo dell'Ordine de' Minori Cappuccini di S. Francesco, edizione prima romana, notabilmente accresciuta ed emendata dal Padre Fr. Emanuele da Domodossola, postulatore della causa, Roma, 1761.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Viterbo il 13 dicembre 1668
  2. Apprendistato da calzolaio presso lo zio
  3. Ingresso nel noviziato dei Cappuccini a Paranzana nel luglio 1693
  4. Professione religiosa dopo essere stato infermiere novizio
  5. Servizio come cuoco a Tolfa e ad Albano
  6. Questuante a Orvieto per quarant'anni
  7. Morto a Roma all'età di 82 anni
  8. Beatificazione da parte di Pio VII nel 1806

Miracoli

  1. Guarigione di una dama e di un governatore a Tolfa con una medaglia della Vergine
  2. Moltiplicazione della farina e del vino
  3. Apparizione miracolosa di fiori fuori stagione per il cardinale Gualtieri
  4. Dono di profezia e lettura delle coscienze
  5. Preservazione del corpo dopo la morte

Citazioni

  • Guarda, figlio mio, ecco la tua vera madre; ti affido a lei in questo momento. Sua madre Marzia
  • Fate largo all'asino dei Cappuccini. Crispino da Viterbo
  • Il paradiso non è fatto per i codardi. Crispino da Viterbo (citando Filippo Neri)

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo