Sant'Agostino di Canterbury
E L'EVANGELIZZAZIONE DELL'INGHILTERRA
Apostolo degli inglesi, arcivescovo e abate
Monaco romano inviato da papa Gregorio Magno, Agostino sbarca in Inghilterra nel 597 per evangelizzare gli anglosassoni. Converte il re Etelberto del Kent e fonda la sede arcivescovile di Canterbury. Nonostante il fallimento dell'unione con l'antica chiesa bretone, getta le basi durature del cristianesimo inglese.
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SANT'AGOSTINO DI CANTERBURY,
E L'EVANGELIZZAZIONE DELL'INGHILTERRA
Il cristianesimo primitivo in Britannia
Il testo esplora le oscure origini del cristianesimo in Gran Bretagna, evocando le leggende di Giuseppe d'Arimatea a Glastonbury e la resistenza di Re Artù contro le invasioni sassoni.
Non vi è nulla di meno chiaro delle nozioni che abbiamo in Francia sull'insieme della storia religiosa dell'Inghilterra, e soprattutto sugli inizi del cristianesimo in quella terra, la sua decadenza nel mezzo delle conquiste e delle invasioni, la sua scomparsa e la sua riapparizione. Al punto in cui siamo giunti, abbiamo potuto constatare noi stessi quanto le biografie isolate dei vari santi bretoni, romano-bretoni, scoti, irlandesi, anglosassoni, apportino poche nozioni precise ai lettori e quanto soprattutto sia difficile coordinare tali nozioni.
Nell'affrontare la vita del Santo a cui era riservato di far scomparire per sempre il paganesimo dal paese che era, 450 anni prima di lui, la Gran Bretagna, e che sarà costantemente d'ora in poi l'Inghilterra, abbiamo creduto di compiere un'opera utile gettando uno sguardo generale sull'insieme della storia religiosa di questo paese. Ciò rientra del resto nel programma che ci siamo prefissati, di raccontare l'origine di ogni chiesa.
Come è diventata cristiana la nazione inglese, che ha conservato fino nel seno dell'errore un fondo di religione indistruttibile? Come e per quali mani il cristianesimo vi ha gettato radici così indistruttibili?
A questa domanda capitale, è permesso rispondere con una precisione rigorosa. Nessun popolo al mondo ha ricevuto la fede cristiana più direttamente dalla Chiesa romana e più esclusivamente per il ministero dei monaci.
Se, come ha detto un grande nemico di Gesù Cristo, la Francia è stata fatta dai vescovi, è ancora più vero che l'Inghilterra cristiana è stata fatta dai monaci. Di tutti i paesi d'Europa, è quello che è stato più profondamente arato dal vomere monastico. Sono i monaci, e i monaci soltanto, che hanno portato, seminato e coltivato in questa famosa isola la civiltà cristiana.
Ma prima di questa conversione definitiva, dovuta soprattutto a un papa e a monaci usciti dai ranghi benedettini, vi fu nella Gran Bretagna un cristianesimo primitivo, la cui esistenza assai oscura è tuttavia incontestabile.
Vi fu un tempo in cui le nazioni cattoliche amavano disputarsi la presenza e l'antichità nella professione della fede cristiana e andavano a cercarsi antenati diretti tra gli esseri privilegiati che avevano conosciuto, amato, servito il Figlio di Dio durante il suo passaggio sulla terra. Gli inglesi di un tempo amavano dirsi che dovevano i primi semi della fede a Giuseppe d'Arimatea, a quel discepolo ricco e nobile che aveva deposto nel sepolcro il corpo del Salvatore.
I bretoni e dopo di loro gli anglosassoni e gli anglo-normanni si raccontavano di padre in figlio che Giuseppe, fuggendo le persecuzioni dei giudei e non portando con sé per tutto tesoro che alcune gocce del sangue di Gesù Cristo, era sbarcato a ovest dell'Inghilterra, con dodici compagni, che vi aveva trovato un asilo in un sito deserto, circondato dall'acqua, e che vi aveva costruito e consacrato alla beata Vergine Maria una cappella le cui pareti erano formate da rami di salice intrecciati e di cui Gesù Cristo stesso non aveva disdegnato di celebrare la dedicazione.
Questo luogo, predestinato a diventare il primo santuario cristiano delle isole britanniche, era situato su un affluente del golfo dove si getta il Severn, e prese più tardi il nome di Glastonbury, e tale era stata, secondo l'opinione p opolare e i Glastonbury Luogo finale di traslazione delle reliquie del santo. nveterata, l'origine della grande abbazia di questo nome, che vennero a popolare più tardi monaci originari dell'Irlanda. Questo santuario delle leggende primitive e delle tradizioni nazionali della razza celtica passava inoltre per racchiudere la tomba di Re Artù, che fu, come si sa, la personificazione della lunga e sanguinosa resistenza dei bretoni all'invasione sassone, il campione eroico della loro libertà, della loro lingua, della loro fede, e il primo tipo di quell'ideale cavalleresco del medioevo, dove le virtù militari si confondevano con il servizio di Dio e di Nostra Signora.
Ferito a morte in uno di questi combattimenti contro i sassoni, che duravano tre giorni e tre notti di seguito, fu trasportato a Glastonbury, vi morì e vi fu sepolto in segreto lasciando alla sua nazione la vana speranza di vederlo riapparire un giorno, e a tutta l'Europa cristiana una gloria leggendaria, un ricordo destinato a rivaleggiare con quello di Carlo Magno.
Così la poesia, la storia e la fede trovavano un focolare comune in questo vecchio monastero che fu per più di mille anni una delle meraviglie dell'Inghilterra e che restò in piedi, fiorente e grande come un'intera città, fino al giorno in cui Enrico VIII fece prendere e squartare l'ultimo abate, davanti al grande portale del santuario confiscato e profanato.
Ciò che è incontestabile è che il cristianesimo fu impiantato in Britannia fin dal secondo secolo dell'era cristiana; ma non si sa nulla di positivo sull'origine o l'organizzazione di questa chiesa primitiva. Tuttavia, a detta di Tertulliano, essa era penetrata in Caledonia, oltre i limiti della provincia romana. Essa fornì alla persecuzione di Diocleziano il suo contingente di martiri, e, al primo posto tra loro, un giovane diacono, Albano, la cui tomba doveva più tardi essere consacrata da uno dei principali monasteri anglosassoni. Essa apparve subito dopo la pace della Chiesa, nella persona dei suoi vescovi, ai primi concili dell'Occidente. Essa sopravvisse alla dominazione romana, ma non fu che per lottare passo dopo passo e arretrare infine con le ultime tribù del popolo bretone davanti agli invasori sassoni, dopo un secolo intero di sforzi e di sofferenze, di massacri e di profanazioni. Durante tutto questo tempo, da un capo all'altro dell'isola, i sassoni diffusero l'incendio, l'omicidio e il sacrilegio, rovesciando gli edifici pubblici come le case private, devastando le chiese, infrangendo le pietre sacre degli altari, sgozzando i pastori con i loro greggi.
San Germano e l'eresia pelagiana
La Chiesa bretone, minacciata dal pelagianesimo, riceve l'aiuto di san Germano d'Auxerre che combatte l'eresia e guida i Bretoni alla 'Vittoria dell'Alleluia' contro i Sassoni.
Prima di essere condannata a questa lotta mortale contro il paganesimo germanico, la Chiesa bretone aveva conosciuto le pericolose agitazioni dell'eresia. Pelagio, il grande eresiarca del V secolo, il grande nemico della grazia, era nato nel suo seno. Per difendersi dal contagio delle sue dottrine, essa chiamò in suo soccorso i vescovi ortodossi delle Gallie. Il papa Celestino, che, verso la stessa epoca, inviava il diacono romano Palladio come primo vescovo degli Scoti d'Irlanda o delle Ebridi, avvertito da questo stesso Palladio del pericolo che correva la fede in Bretagna, incaricò il nostro gra nde vescovo d saint Germain Santo citato come modello di confessione pubblica per Gervino. i Auxerre, san Germano, di andare a combattervi l'eresia pelagiana. Per due volte questo pontefice visiterà la Bretagna per fortificarla nella fede ortodossa e nell'amore della grazia celeste. Germano, accompagnato la prima volta dal vescovo di Troyes, e la seconda dal vescovo di Treviri, non vuole dapprima impiegare contro gli eretici che le armi della persuasione. Egli predica ai fedeli, non solo nelle chiese, ma negli incroci e nei campi. Argomenta pubblicamente contro i dottori pelagiani in presenza dei popoli riuniti e appassionatamente attenti, con le loro mogli e i loro figli. Soldato nella sua giovinezza, l'illustre vescovo ritrova l'ardore intrepido del suo primo mestiere per difendere il popolo che era venuto a evangelizzare. Alla testa dei suoi proseliti disarmati, marcia contro un'orda di Sassoni e di Pitti, già coalizzati contro i Bretoni, e li mette in fuga facendo ripetere tre volte da tutta la sua truppa il grido di Alleluia, riverberato dalle montagne vicine. È la giornata conosciuta sotto il nome di Vittoria dell'Alleluia. Felice se avesse potuto preservare per sempre i vincitori dal ferro dei barbari, come riuscì a guarirli dal veleno dell'eresia, poiché dopo di lui il Pelagianesimo non riapparve in Bretagna se non per ricevere un ultimo colpo al sinodo del 549. Grazie ai discepoli che formò e che divennero i fondatori dei principali monasteri della Cambria, è al nostro grande santo gallico che risalgono i primi splendori della vita cenobitica in Bretagna.
Le invasioni sassoni e il declino cristiano
L'arrivo di Juti, Angli e Sassoni comporta la distruzione delle strutture ecclesiastiche e il ripiegamento dei cristiani bretoni verso il Galles, i quali rifiutano di evangelizzare i loro conquistatori.
È noto a tutti che nel 444, quando i Romani abbandonarono la Gran Bretagna che non potevano più difendere, per poter spostare le loro truppe su altre frontiere dell'impero minacciato da ogni parte,
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i Bretoni chiamarono in loro soccorso contro i Pitti o abitanti della Scozia, gli Juti, gli Angli e i Sassoni, popolazioni del Nord della Germania e della Scandinavia. Questi ausiliari, così imprudentemente chiamati dai Bretoni, divennero i conquistatori del paese e vi fondarono una nazionalità nuova, che ha persistito attraverso tutte le conquiste e tutte le rivoluzioni successive. La Gran Bretagna è diventata ed è ancora l'Inghilterra, come la Gallia è diventata ed è ancora la Francia. Distruggendo l'indipendenza bretone, respingendo nelle regioni montuose del Galles e fino in Armorica le popolazioni che non raggiungevano i lunghi coltelli, dai quali traggono il loro nome, i pagani anglosassoni rovesciarono e annientarono per un tempo sul suolo della Gran Bretagna l'augusto edificio della religione cristiana.
Durante il periodo che si estende dalla metà del V secolo alla metà del VI, mentre Clodoveo fondava la monarchia franca e san Benedetto piantava sul Montecassino la culla del più grande degli Ordini monastici, la Gran Bretagna offriva lo spettacolo di quattro razze divise, che lottavano accanitamente le une contro le altre: al Nord, i Pitti e gli Scoti ancora stranieri e ostili alla fede di Cristo; più in basso: nell'antica provincia romana di Valentia o Galloway, altri Pitti, evangelizzati da san Niniano; al Sud-Est, tutto il paese che si chiama oggi Inghilterra propriamente detta, caduto in potere degli anglosassoni; al Sud-Ovest, la popolazione indigena, rimasta cristiana e indipendente, rifugiata nella Cambria o Galles e in Cornovaglia.
Ma, come i Pitti del Nord, gli anglosassoni sono ancora tutti pagani; da dove verrà loro la luce del Vangelo? Non verrà forse da queste montagne della Cambria, da questo Galles dove i vinti mantenevano il fuoco sacro delle credenze e delle tradizioni della Chiesa bretone, con il suo clero indigeno e le sue istituzioni monastiche?
Non solo non si cita un solo sforzo tentato da un pontefice o da un religioso bretone per predicare la fede ai conquistatori; ma il grande storico della razza anglosassone constata espressamente che vi era tra i Bretoni della grande isola un partito preso di non rivelare mai le verità della fede a coloro di cui erano condannati a subire la dominazione o la coabitazione, e come una risoluzione vendicativa, anche se fossero diventati cristiani, di trattarli come pagani incorreggibili. San Gregorio Magno porta contro di loro la stessa testimonianza in termini ancora più severi: «I sacerdoti», dice, «che confinano con la nazione degli Angli li trascurano, e, privi di ogni sollecitudine pastorale, rifiutano di rispondere al desiderio che avrebbe questo popolo di convertirsi alla fede di Cristo».
Alla fine del VI secolo, dopo centocinquanta anni di invasione e di lotte trionfanti, i Sassoni non avevano dunque ancora incontrato, in nessuna delle tre popolazioni cristiane o recentemente convertite (Bretoni, Scoti e Pitti), che avevano avvicinato, combattuto e vinto, né apostoli disposti ad annunciare loro la buona novella, né pontefici capaci di mantenere il deposito della fede presso popoli conquistati da loro. Nel 586, gli ultimi due vescovi della Bretagna conquistata, quelli di Londra e di York, abbandonarono le loro chiese e si rifugiarono nelle montagne del Galles,
portando con sé i vasi sacri e le sante reliquie che avevano potuto sottrarre alla rapacità degli idolatri.
Occorrevano dunque altri mietitori. Da dove verranno? Dal focolare inestinguibile da cui la luce è già venuta agli Irlandesi per mezzo di Patrizio, ai Bretoni e agli Scoti per mezzo di Palladio, di Niniano, di Germano,
San Gregorio e gli schiavi Angli
A Roma, il futuro papa Gregorio Magno è commosso dalla bellezza di giovani schiavi Angli e decide di convertire la loro nazione, vedendo in loro degli 'angeli'.
A differenza degli invasori barbari del continente, i Sassoni non adottarono la religione del popolo che avevano soggiogato. In Gallia, in Spagna, in Italia, il cristianesimo era rifiorito e si era energicamente affermato sotto il dominio dei Franchi e dei Goti; aveva conquistato i conquistatori. In Bretagna, scomparve sotto il peso della conquista straniera. Non ne restava nulla nei paesi sottomessi ai Sassoni, quando Roma vi inviò i suoi missionari; si incontravano a malapena alcune chiese in rovina, ma non un cristiano vivo tra gli indigeni; vincitori e vinti vagavano ugualmente nella notte del paganesimo.
L'orribile commercio degli schiavi, che ha disonorato successivamente tutte le nazioni pagane e cristiane, si esercitava presso gli Anglo-Sassoni con una sorta di passione inveterata. Furono necessari interi secoli di sforzi incessanti per estirparlo. Non erano solo prigionieri, vinti che condannavano a questo eccesso di sventura e di vergogna: erano i loro parenti, i loro compatrioti; era come i fratelli di Giuseppe, il loro stesso sangue; erano i loro figli e le loro figlie che mettevano all'asta e che vendevano a mercanti venuti dal continente per rifornirsi presso gli Anglo-Sassoni di questa merce umana. Era attraverso questo commercio infame che la Gran Bretagna, tornata quasi altrettanto estranea al resto dell'Europa di quanto lo fosse prima di Cesare, rientrava nel cerchio delle nazioni civili, e vi rientrava come ai tempi di Cesare, quando Cicerone non anticipava altro profitto per Roma dalla spedizione del proconsole che il prodotto della vendita degli schiavi!
E tuttavia era dal fondo di questo abisso di ignominia che Dio stava per far sorgere l'occasione di affrancare l'Inghilterra dalle catene del paganesimo e di introdurla, per mano del più grande dei Papi, nel grembo della Chiesa insieme all'orbita della civiltà cristiana.
Chi ci spiegherà mai che questi venditori di uomini abbiano trovato lo smercio della loro merce a Roma? Sì, a Roma, nella piena luce del cristianesimo; a Roma, sei secoli dopo la nascita del divino Liberatore, e tre secoli dopo la pace della Chiesa; a Roma sottomessa fin da Costantino a imperatori cristiani, e dove cresceva gradualmente la sovranità temporale dei Papi! Era così tuttavia nell'anno di grazia 580 o 587, sotto il papa Pelagio II. Schiavi di ogni sesso e di ogni paese, e tra loro, bambini, giovani sassoni, si trovavano esposti in vendita nel Foro romano, come ogni altra merce. Sacerdoti, monaci, si mescolavano alla folla che veniva a fare offerte o ad assistere al mercato; e tra gli spettatori appariva il dolce, il generoso, l'immortale Gregorio. Imparava così a detestare quella lebbra della schiavitù che gli fu dato più tard i di res Grégoire Papa contemporaneo di San Psalmode. tringere e di combattere, ma non di estirpare.
Si è raccontata cento volte questa scena che Beda, il padre della storia d'Inghilterra, aveva raccolto nella tradizione dei suoi anten ati Bède Agiografo il cui martirologio attesta l'antichità del culto. Northumbriani, e questo dialogo, dove si dipingono con una così toccante originalità l'anima pia e compassionevole di Gregorio, insieme al suo gusto strano per i giochi di parole. Ognuno sa come, alla vista di questi giovani schiavi, colpito dalla bellezza dei loro volti, dal candore abbagliante del loro incarnato, dalla lunghezza dei loro biondi capelli, indice probabile di un'estrazione aristocratica, si informò della loro patria e della loro religione. Il mercante gli rispose che venivano dall'isola di Bretagna, dove tutti avevano questo stesso incarnato, e che erano pagani. Allora, spingendo un profondo sospiro: «Che sventura!» esclamò, «che il padre delle tenebre possieda esseri di un volto così luminoso, e che la grazia di queste fronti rifletta un'anima vuota della grazia interiore! Ma quale è la loro nazione?» — Sono Angli. — «Sono ben nominati, poiché questi Angli hanno figure di angeli, e bisogna che diventino i fratelli degli angeli nel cielo. Ma da quale provincia sono stati rapiti?» — Dalla Deira (uno dei due regni della Northumbria). — «È ancora bene», riprese, «De ira eruti, saranno sottratti all'ira di Dio, e chiamati alla misericordia di Cristo. E come si chiama il re del loro paese?» — Alle o Ælla. — «Sia ancora: è molto ben nominato, poiché si canterà presto l'Alleluia nel suo regno».
È naturale credere che il ricco e caritatevole abate riscattò questi bambini prigionieri, che li condusse subito a casa sua, cioè nel palazzo dove era nato, che aveva trasformato in monastero, e che non era lontano dal Foro dove i giovani Britanni erano stati esposti in vendita. Il riscatto di questi tre o quattro schiavi fu così l'origine della redenzione di tutta l'Inghilterra. Un cronista anglosassone, cristiano, ma laico, che scriveva quattro secoli più tardi, constata l'impero delle tradizioni domestiche presso questo popolo. Dice espressamente che Gregorio alloggiò i suoi ospiti nel triclinio dove amava servire con le proprie mani la tavola dei poveri, e che dopo averli istruiti e battezzati, volle prenderli come compagni, e ritornare con loro nella loro patria, per convertirla a Cristo. Tutti gli autori sono unanimi nel riconoscere che a partire da quel momento concepì il grande progetto di conquistare gli Anglo-Sassoni alla Chiesa cattolica. Vi consacrò una perseveranza, una dedizione e una prudenza che i più grandi uomini non hanno mai superato. Si sa che all'uscita dalla scena del mercato degli schiavi, chiese e ottenne dal Papa di essere inviato come missionario presso gli Anglo-Sassoni, e che alla notizia della sua partenza, i Romani, dopo aver accasciato il Papa di rimproveri, corsero dietro al loro Pontefice futuro, e, raggiungendolo a tre giornate da Roma, lo riportarono a forza nella città eterna.
L'invio di Agostino e il viaggio in Gallia
Divenuto Papa, Gregorio invia Agostino e quaranta monaci. Nonostante i loro timori iniziali in Provenza, essi attraversano la Gallia con il sostegno dei vescovi e della regina Brunilde.
Appena eletto Papa, il grande e caro disegno divenne oggetto delle sue preoccupazioni perpetue; nel sesto anno del suo Pontificato, decise di scegliere come apostolo della lontana isola verso cui si volgeva costantemente il suo pensiero, i religiosi del suo monastero di Sant'Andrea al Celio, e di dare loro come capo Agostino, il prior e di que Augustin Capo della missione evangelica in Inghilterra e primo arcivescovo di Canterbury. lla cara casa.
Questo monastero è quello che oggi porta il nome di San Gregorio, e che conoscono tutti coloro che sono stati a Roma.
Dov'è l'inglese degno di questo nome che, volgendo lo sguardo dal Palatino al Colosseo, potrebbe contemplare senza emozione e senza rimorso quell'angolo di terra da cui gli giunsero la fede e il nome di cristiano, la Bibbia di cui è così fiero, la Chiesa stessa di cui ha conservato il fantasma? Ecco dunque dove i bambini schiavi dei suoi antenati venivano accolti e salvati! Su quelle pietre si inginocchiavano coloro che hanno fatto la sua patria cristiana! Sotto quelle volte è stato concepito da un'anima santa, affidato a Dio, benedetto da Dio, accettato e compiuto da umili e generosi cristiani, il grande disegno! Da quei gradini sono scesi i quaranta monaci che hanno portato all'Inghilterra la parola di Dio, la luce del Vangelo con l'unità cattolica, la successione apostolica e la Regola di San Benedetto. Nessun paese ha ricevuto il dono della salvezza più direttamente dai Papi e dai monaci, e nessuno, ahimè! li ha così presto e così crudelmente traditi.
Non si sa assolutamente nulla di ciò che precedette, nella vita di Agostino, il giorno solenne in cui, per obbedire agli ordini del Pontefice, che era stato suo abate, dovette strapparsi con i suoi quaranta compagni dalle viscere materne della comunità che serviva loro da patria. Per fissare la scelta di Gregorio, deve aver mostrato qualità eminenti come priore del monastero. Ma nulla annuncia che i suoi compagni fossero fin da allora animati dallo zelo che infiammava il Papa. Arrivarono senza intoppi in Provenza e si fermarono qualche tempo a Lerino, in quell'isola dei Santi del Mediterraneo, dove, un secolo e mezzo prima, Patrizio, l'apostolo monastico dell'isola dei Santi dell'Oceano, aveva soggiornato per nove anni prima di essere inviato da papa Celestino ad evangelizzare l'Irlanda. Ma, lì come altrove, i monaci romani raccolsero spaventosi racconti sui paesi che dovevano convertire. Fu detto loro che il popolo anglosassone, di cui ignoravano la lingua, era un popolo di bestie feroci, assetato di sangue innocente, impossibile da toccare o da conquistare, e che si poteva avvicinare solo andando incontro a una perdita certa. Ebbero paura e, invece di proseguire il cammino, ottennero da Agostino che tornasse a Roma per supplicare il Papa di dispensarli da un viaggio così penoso, così pericoloso e così inutile. Lungi dall'esaudirli, Gregorio rimandò loro Agostino con una lettera in cui prescriveva di riconoscere d'ora in poi come loro abate il priore di Sant'Andrea, di obbedirgli in tutto, e soprattutto di non lasciarsi terrorizzare dalle fatiche del viaggio, né dalla lingua dei maldicenti. «Meglio valeva», scriveva loro, «non iniziare questa buona opera, che rinunciarvi dopo averla intrapresa... Avanti dunque, nel nome di Dio... Più avrete sofferto e più la vostra gloria sarà bella nell'eternità. Che la grazia dell'Onnipotente vi protegga e mi conceda di vedere il frutto del vostro lavoro nell'eterna patria; se non posso condividere la vostra fatica, non sarò meno presente al raccolto, poiché Dio sa che non è la buona volontà a mancarmi».
Agostino era portatore di numerose lettere, scritte alla stessa data dal Papa, dapprima all'abate di Lerino, al vescovo di Aix e al governatore gallo-franco di Provenza, per ringraziarli della buona accoglienza che avevano già riservato ai missionari, poi ai vescovi di Tours, di Marsiglia, di Vienne, di Autun e soprattutto a Virgilio, metropolita di Arles, per raccomandare molto calorosamente Agostino e la sua missione, ma senza spiegarne la natura o la portata.
Agì diversamente nelle sue lettere ai due giovani re d'Austrasia e di Borgogna e alla loro madre Brunilde, che regnava in loro nome su tutta la Francia orientale. Invocando l'ortodossia che distingueva tra tutte la nazione franca, annuncia loro di aver appreso che la nazione inglese era disposta a ricevere la fede cristiana, ma che i sacerdoti delle regioni vicine (cioè della Cambria), non avevano alcuna cura di predicare loro; di conseguenza, chiede che i missionari da lui destinati a sondare, e poi a salvare le anime degli inglesi, possano ottenere interpreti per accompagnarli oltre lo stretto, e un salvacondotto reale per garantire la loro sicurezza durante il viaggio attraverso la Francia.
Così stimolati e raccomandati, Agostino e i suoi religiosi ripresero coraggio e si rimisero in cammino. La loro obbedienza ottenne la vittoria che era stata negata al magnanimo ardore del grande Gregorio. Attraversarono dunque tutta la Francia risalendo il Rodano e discendendo la Loira, protetti dai principi e dai vescovi ai quali il Papa li aveva raccomandati, ma non senza subire più di un'avaria da parte delle popolazioni rozze, soprattutto in Angiò, dove questi quaranta uomini vestiti da pellegrini, camminando insieme, prendendo talvolta il loro giaciglio notturno sotto un grande albero come unico riparo, furono accolti come lupi mannari, e dove le donne soprattutto si segnalavano per i loro urli e le loro derisioni.
Arrivo nel Kent e accoglienza di Etelberto
I missionari sbarcano sull'isola di Thanet. Il re Etelberto, influenzato dalla moglie cristiana Berta, li riceve con prudenza ma concede loro la libertà di predicare a Canterbury.
Dopo aver così attraversato tutta la Gallia franca, Agostino e i suoi compagni giunsero a sbarcare sulla spiaggia meridionale della Gran Bretagna, nel punto in cui essa si avvicina maggiormente al continente e lo stesso dove avevano già preso terra i precedenti conquistatori dell'Inghilterra. Giulio Cesare, che l'aveva rivelata al mondo romano, poi Hengist con i suoi Sassoni che le portavano, insieme al suo nuovo nome, l'indelebile impronta delle stirpi germaniche.
A sud della foce del Tamigi e sul versante nord-est della contea del Kent, si vede una regione che si chiama ancora isola di Thanet, sebbene il nome di isola non le si addica più, poiché il braccio di mare che la separava un tempo dal continente non è più che una sorta di ruscello paludoso e salmastro. È lì, in un punto in cui le bianche e scoscese scogliere di questa spiaggia di Albione si interrompono improvvisamente per aprire un'insenatura sabbiosa, presso l'antico porto dei Romani a Richborough, tra le città moderne di Sandwich e Ramsgate, che i monaci romani posero per la prima volta il piede sul suolo britannico. Si è conservata e venerata a lungo la roccia che aveva ricevuto l'impronta dei primi passi di Agostino; vi si giungeva in pellegrinaggio per ringraziare il Dio vivente di avervi condotto l'apostolo degli Inglesi.
Appena sbarcato, il luogotenente di papa Gregorio inviò gli interpreti di cui si era munito in Francia presso il re della contrada dove i missionari erano appena approdati, per annunciargli che arrivavano da Roma e che gli portavano la migliore delle notizie, la vera buona Novella, con le promesse della gioia celeste e di un regno eterno in compagnia del Dio vivente e vero.
Questo re si chi amava Ete Ethelbert Re degli Angli convertito da Agostino. lberto, che in anglosassone significava Nobile e valoroso. Pronipote di Hengist, il primo dei conquistatori sassoni, regnava da trentasei anni sul più antico regno dell'Eptarchia, quello del Kent.
Doveva essere naturalmente predisposto in favore della religione cristiana. Era quella di sua moglie, Berta, che aveva per padre Cariberto, re dei Franchi di Parigi, nipote di Clodoveo. Era stata concessa a questo re pagano dei Sassoni del Kent solo alla condizione di poter osservare liberamente i precetti e le pratiche della sua fede, sotto la custodia di un vescovo gallo-franco, Liudardo o Letardo di Senlis, che era sempre rimasto con lei e che era appena morto quando Agostino arrivò. La tradizione attesta le dolci e amabili virtù della regina Berta, insieme al suo zelo discreto per la conversione del marito e dei suoi sudditi.
Si crede che Gregorio tenesse da lei queste informazioni sul desiderio che avrebbero avuto gli Inglesi di convertirsi, di cui aveva sentito parlare la regina Brunechilde e i suoi nipoti. Questa pronipote di santa Clotilde sembrava così destinata a essere lei stessa la Clotilde dell'Inghilterra.
Tuttavia il re Etelberto non autorizzò subito i monaci romani a venire a trovarlo nella città romana di Canterbury che gli serviva da residenza. Pur provvedendo al loro sostentamento, prescrisse loro di non uscire dall'isola dove erano sbarcati, mentre egli avrebbe deliberato sul da farsi. Dopo alcuni giorni, andò a visitarli egli stesso, ma non volle intrattenerli che all'aria aperta; non si sa quale superstizione pagana gli facesse temere di essere vittima di qualche maleficio se si fosse trovato sotto lo stesso tetto di quegli stranieri. Al rumore del suo avvicinarsi, essi gli andarono incontro processionalmente.
«La storia della Chiesa», dice Bossuet, «non ha nulla di più bello dell'ingresso del santo monaco Agostino nel regno del Kent con quaranta dei suoi compagni, i quali, preceduti dalla croce e dall'immagine del grande Re Nostro Signore Gesù Cristo, facevano voti solenni per la conversione dell'Inghilterra». In questo momento solenne, in cui su questa terra un tempo cristiana il cristianesimo si ritrovava faccia a faccia con l'idolatria, questi stranieri supplicavano il vero Dio di salvare, insieme alle proprie anime, tutte quelle anime per amore delle quali si erano strappati dai loro chiostri pacifici a Roma e avevano tentato questa ardua impresa. Cantavano le litanie in uso a Roma, sul ritmo solenne e toccante che aveva insegnato loro Gregorio, il loro padre spirituale e padre della musica religiosa. Alla loro testa camminava Agostino, la cui alta statura e prestanza patrizia dovevano attirare tutti gli sguardi, poiché superava, come Saul, tutti gli altri di testa e di spalle.
Il re, circondato da un gran numero dei suoi fedeli, li ricevette seduto sotto una grande quercia e li fece sedere davanti a sé. Dopo aver ascoltato il discorso che gli rivolsero insieme all'assemblea, diede loro una risposta leale, sincera e, come si direbbe oggi, veramente liberale. «Queste sono belle parole e belle promesse; ma tutto ciò è nuovo e incerto per me. Non posso di colpo prestarvi fede, abbandonando tutto ciò che osservo da così tanto tempo con tutta la mia nazione. Ma poiché siete venuti da così lontano per comunicarci ciò che voi stessi, a quanto vedo, credete essere la verità e il bene supremo, non vi faremo alcun male; al contrario, vi daremo ospitalità e avremo cura di fornirvi di che vivere, non vi impediremo di predicare la vostra religione e convertirete chi potrete». Con queste parole, il re significava loro l'intenzione di conciliare la fedeltà alle consuetudini nazionali con un rispetto per la libertà delle anime che si ritrova troppo raramente nella storia. La Chiesa cattolica incontrava così, fin dai suoi primi passi in Inghilterra, quella promessa di libertà che è stata per tanti secoli il primo articolo e il più fondamentale di tutte le carte e di tutte le costituzioni inglesi.
Fedele a questo impegno, Etelberto permise ai missionari di seguirlo a Canterbury, dove assegnò loro una dimora che si chiama ancora Stable Gate, la porta dell'Osteria. I quaranta missionari fecero in questa città un ingresso solenne, portando l Cantorbéry Capitale del regno del Kent e centro della missione di Agostino. a loro croce d'argento, con il quadro su legno dove era dipinto il Cristo, e cantando tutti all'unisono questo ritornello della litania: «Ti scongiuriamo, Signore, per tutta la tua misericordia, di risparmiare nella tua ira questa città e la tua santa casa, poiché abbiamo peccato. Alleluia». È così, dice uno storico monastico, che i primi Padri e i primi dottori della fede degli Inglesi entrarono nella loro metropoli futura e inaugurarono il trionfante lavoro della Croce di Gesù.
Conversione del re e fondazioni monastiche
Ethelbert riceve il battesimo nel 597. Agostino fonda la cattedrale di Christ Church e il monastero dei Santi Pietro e Paolo, mentre migliaia di Sassoni si convertono.
Fuori dalla città, verso Oriente, sotto il titolo di San Martino, vi era una piccola chiesa, risalente all'epoca dei Romani, dove la regina Berta si recava a pregare e a praticare il suo culto. Fu lì che Agostino e i suoi compagni si recarono, anch'essi, per cantare il loro ufficio monastico, celebrare la messa, predicare e battezzare. Eccoli dunque tranquilli, grazie alla munificenza reale per le necessità della vita, muniti del bene supremo della libertà, e usando di questa libertà per lavorare alla propagazione della verità. Vi vivevano, dice il più veritiero degli storici, della vita degli Apostoli nella primitiva Chiesa; assidui all'orazione, alle veglie, ai digiuni, predicavano la parola di vita a tutti coloro che potevano avvicinare, disprezzando tutti i beni di questo mondo, non accettando dai loro neofiti che lo stretto necessario, vivendo in tutto in accordo con la loro dottrina, e pronti a tutto soffrire come a morire per la verità che predicavano. L'innocente semplicità della loro vita, la dolcezza celeste della loro dottrina, parvero ai Sassoni argomenti di un'invincibile eloquenza, e ogni giorno vedeva crescere il numero di coloro che chiedevano il battesimo.
Il buon e leale Ethelbert non perdeva di vista i missionari: presto, affascinato come tanti altri dalla purezza della loro vita e sedotto dalle promesse di cui più di un miracolo attestava la verità, chiese e ricevette il battesimo dalle mani di Agostino. Fu il giorno di Pentecoste dell'anno di grazia 597 che questo re anglosassone entrò così nell'unità della santa Chiesa di Cristo. Dal battesimo di Costantino, e se si eccettua quello di Clodoveo, non vi era stato evento più considerevole negli annali della cristianità. Una folla di Sassoni seguì l'esempio del proprio re, e i missionari monastici uscirono dal loro primo asilo per predicare da ogni parte costruendo qua e là delle chiese. Il re, fedele fino alla fine a quel nobile rispetto della coscienza altrui di cui aveva dato l'esempio ancor prima di essere cristiano, non volle costringere nessuno a cambiare religione. Si limitava ad amare maggiormente coloro che, battezzati come lui, diventavano suoi concittadini nella patria celeste. Il re sassone aveva appreso dai monaci italiani che nessuna costrizione è compatibile con il servizio di Cristo. Non fu per unire l'Inghilterra alla Chiesa romana, fu per strapparvela, mille anni più tardi, che un altro re e altri apostoli dovettero impiegare i supplizi e i roghi.
Nel frattempo, Agostino, vedendosi ormai a capo di una cristianità importante e conformemente alle istruzioni date dal Papa, ritornò in Francia per farsi consacrare arcivescovo degli Ing lesi dal celebre metro archevêque des Anglais Capo della missione evangelica in Inghilterra e primo arcivescovo di Canterbury. polita di Arles, Virgilio, quell'antico abate Virgile Metropolita di Arles che consacrò Agostino. di Lerino che Gregorio aveva stabilito suo vicario su tutte le chiese del regno dei Franchi. Ritornato a Canterbury, trovò che l'esempio del re e i lavori dei suoi compagni avevano fruttificato oltre ogni aspettativa, a tal punto che nella solennità di Natale dello stesso anno (597), più di diecimila anglosassoni si presentarono per ricevere il Battesimo, e questo sacramento fu loro amministrato alla foce del Medway nel Tamigi, di fronte a quell'isola di Sheppey, dove si trova oggi una delle principali stazioni della flotta britannica e uno dei grandi centri della potenza marittima dell'Inghilterra.
Il primo dei neofiti fu anche il primo dei benefattori della nascente Chiesa. Ethelbert, sempre più penetrato di rispetto e di devozione per la fede che aveva appena abbracciato, volle dare un segno eclatante della sua pia umiltà abbandonando al nuovo arcivescovo il proprio palazzo nella città di Canterbury e stabilendo d'ora in poi la sua residenza reale a Reculver, antica fortezza romana sulla riva vicina all'isola dove era sbarcato Agostino. Accanto alla dimora del re, trasformata in monastero per l'arcivescovo e i suoi religiosi, e sul sito di una vecchia chiesa del tempo dei Romani, si cominciò a costruire una basilica destinata a diventare, sotto il nome di chiesa del Salvatore o di Cristo (Christ Church) la metropoli dell'Inghilterra. Agostino ne fu al contempo il primo arcivescovo e il primo abate.
Agostino, sempre alla ricerca delle vestigia che l'antica fede aveva lasciato nella Gran Bretagna, seppe scoprire l'ubicazione di una chiesa cristiana, trasformata in tempio pagano e circondata da un bosco sacro. Ethelbert gli abbandonò questo tempio con tutto il terreno circostante. L'arcivescovo ne rifece subito una chiesa che dedicò a san Pancrazio, giovane martire di Roma, il cui ricordo era caro ai monaci romani, perché il monastero del Monte Celio, da cui erano tutti usciti e dove il loro padre Gregorio era nato, era stato costruito su terreni appartenenti un tempo alla famiglia di Pancrazio. Attorno a questo nuovo santuario, Agostino elevò un altro monastero, di cui uno dei suoi compagni, Pietro, fu il primo abate, e che destinava a servirgli da sepoltura, secondo l'uso romano che collocava i cimiteri fuori dalle città e lungo le grandi strade. Consacrò questa nuova fondazione sotto l'invocazione degli apostoli di Roma, Pietro e Paolo, ma è sotto il suo proprio nome che questa famosa abbazia è diventata uno dei santuari più opulenti e più venerati della cristianità, e che è stata per diversi secoli la necropoli dei re e dei primati dell'Inghilterra, al tempo stesso che il primo focolare della vita religiosa e intellettuale nel sud della Gran Bretagna.
Istruzioni romane e organizzazione
Gregorio invia nuovi missionari e il pallio ad Agostino. Gli consiglia l'umiltà di fronte ai miracoli e raccomanda di trasformare i templi pagani piuttosto che distruggerli.
Fin dal primo anno della sua missione, Agostino aveva inviato a Roma due dei suoi compagni: Lorenzo, che doveva sostituirlo come arcivescovo, e Pietro, che doveva essere il primo abate del nuovo monastero dei Santi Pietro e Paolo, per annunciare al Papa la grande e lieta notizia della conversione del re e del regno del Kent, poi per chiedergli nuovi collaboratori, essendo la messe molta e gli operai pochi; infine, per consultarlo su undici punti importanti e delicati riguardanti la disciplina e la guida dei nuovi cristiani.
Si comprende la gioia di Gregorio; in mezzo ai pericoli e alle prove della Chiesa, in mezzo alle sue stesse sofferenze materiali e morali, vedeva realizzarsi il sogno più caro della sua anima. Il più audace dei suoi progetti era coronato dal successo. Un nuovo popolo era appena stato introdotto nella Chiesa dalla sua dolce e perseverante attività fino alla fine dei secoli, innumerevoli anime gli avrebbero dovuto il loro ingresso nella grande confraternita delle anime quaggiù come nelle gioie eterne di lassù. Certamente, non prevedeva i grandi uomini, i grandi Santi, le immense risorse, gli indomabili campioni che l'Inghilterra avrebbe fornito alla Chiesa cattolica; ma ebbe anche la fortuna di ignorare la defezione che avrebbe un giorno scoronata tanta gloria, e quella vile ingratitudine che ha osato misconoscere o sminuire in lui come nei suoi luogotenenti l'incomparabile beneficio che ha conferito al popolo inglese iniziandolo alla luce del Vangelo.
Restò fino al suo ultimo giorno fedele all'attiva sollecitudine che gli ispirava la sua cara Inghilterra. Inviò ad Agostino una nuova colonia monastica, munita di reliquie, vasi sacri, vesti sacerdotali, paramenti d'altare, tutto ciò che esigeva la pompa del culto e soprattutto libri destinati a formare un inizio di biblioteca ecclesiastica.
Alla testa di questo nuovo sciame di religiosi, figurava un uomo di nobilissima nascita, chiamato Mellito, e il suo confratello Giusto, che dovevano occupare l'uno dopo l'altro la sede metropolitana di Canterbury, poi Paolino, il futuro apostolo della Northumbria.
Affidò ai nuovi missionari una lunga lettera al re Etelberto, dove, pur congratulandosi per la sua conversione e paragonandolo a Costantino, come aveva paragonato Berta a sant'Elena, lo esortava a estendere la fede tra i suoi sudditi, a proscrivere il culto degli idoli, a rovesciare i loro templi e a stabilire i buoni costumi con esortazioni, carezze, minacce, ma soprattutto con il proprio esempio. Aggiunge: «Avete con voi il nostro reverendissimo fratello, il vescovo Agostino, educato nella Regola monastica, colmo della scienza delle Scritture, pieno di buone opere agli occhi di Dio. Ascoltate devotamente e compite fedelmente tutto ciò che vi dirà: poiché più ascolterete ciò che vi dirà da parte di Dio, più Dio esaudirà lui stesso quando pregherà per voi. Attaccatevi dunque a lui con tutte le forze della vostra anima con il fervore della fede; e secondate i suoi sforzi con tutta la forza che Dio vi ha dato».
Lo stesso giorno, conferiva ad Agostino il diritto di portare il pallio celebrando la messa, per ricompensarlo di aver creato la nuova chiesa degli Angli. Questo onore doveva passare a tutti i suoi successori sulla sede arcivescovile. Lo costituisce metropolita delle dodici diocesi che gli ingiunge di erigere nell'Inghilterra meridionale.
Ma mentre, agli occhi degli uomini, colmava così la fiducia e l'autorità di cui investiva Agostino, gli indirizzava in segreto avvertimenti destinati a preservarlo dai pericoli dell'orgoglio. «Nella nostra gioia», gli scriveva, «c'è grande motivo di timore. So, carissimo fratello, che Dio ha fatto per mezzo tuo grandi miracoli in questa nazione. Bisogna rallegrarsi del fatto che le anime degli Angli siano attratte da miracoli esteriori alla grazia interiore; ma bisogna temere che questi prodigi non portino l'anima inferma alla presunzione e non facciano cadere l'uomo interiormente per la vana gloria ancora più di quanto lo innalzino esteriormente. Quando i discepoli dicevano al loro divino Maestro: Signore, nel vostro nome, anche i demoni ci sono sottomessi; egli rispose loro: Non rallegratevi di questo, ma del fatto che i vostri nomi sono scritti nei cieli. I nomi di tutti gli eletti vi sono scritti, e tuttavia non tutti gli eletti fanno miracoli... Mentre Dio agisce così per mezzo tuo all'esterno, tu devi, carissimo fratello, giudicarti scrupolosamente all'interno e ben conoscere chi sei. Se ti ricordi di aver offeso Dio con la tua lingua o con le tue opere, abbi sempre le tue colpe presenti alla tua memoria per reprimere la vana gloria che sorgerebbe nel tuo cuore. Pensa che questo dono dei miracoli non ti è dato per te, ma per coloro la cui salvezza ti è affidata... Ci sono miracoli di reprobi, e noi non sappiamo nemmeno se siamo eletti. Bisogna dunque duramente deprimere l'anima in mezzo a tutti questi prodigi e segni, per paura che essa vi cerchi la propria gloria e il proprio vantaggio privato... Dio non ci ha dato che un solo segno per riconoscere i suoi eletti: è di amarci gli uni gli altri».
Poi subito, volendo risollevare con un ritorno di tenera compassione l'amico che ha appena corretto, continua in questi termini: «Parlo così, perché desidero prostrare l'anima del mio caro ascoltatore nell'umiltà. Ma che la tua umiltà stessa abbia fiducia. Per quanto peccatore io sia, ho una speranza certa che tutti i tuoi peccati ti saranno rimessi, poiché sei stato scelto per procurare la remissione agli altri. Se c'è più gioia in cielo per un peccatore penitente che per novantanove giusti, quale gioia non ci sarà per tutto un grande popolo che, venendo alla fede, fa penitenza di tutto il male che ha fatto? E questa gioia, sei tu che l'avrai data al cielo».
In una lettera precedente di Gregorio, indirizzata, non più ad Agostino, ma al suo amico Eulogio, patriarca di Alessandria, il Papa constata ugualmente i miracoli che avevano segnalato la missione di Agostino. Non teme nemmeno di paragonarli ai segni e ai prodigi che avevano accompagnato la predicazione degli Apostoli.
Cosa singolare, né Beda né alcun altro storico dà il minimo dettaglio sui prodigi che risvegliavano allo stesso tempo l'ammirazione, la gratitudine e la prudenza di san Gregorio Magno. Ma, di tutti i miracoli possibili, il più grande è certamente «aver distaccato dal paganesimo, senza violenza, un popolo violento, di introdurlo nella società cristiana, non uomo per uomo e famiglia per famiglia, ma d'un sol colpo, con i suoi re, la sua nobiltà guerriera, le sue istituzioni». Questo re che crede di discendere dagli dei del paradiso scandinavo, e che abbandona la sua capitale ai sacerdoti del Dio crocifisso; questo popolo feroce e idolatra che si precipita a migliaia davanti a qualche monaco straniero, e a migliaia si immerge nelle onde gelate del Tamigi, in mezzo all'inverno, per ricevere il Battesimo dalla mano di questi sconosciuti; questa trasformazione così rapida e così completa di una razza orgogliosa e vittoriosa, sensuale e rapace, da una dottrina unicamente destinata a domare la cupidigia, l'orgoglio e la sensualità, e che, una volta discesa in questi cuori selvaggi, vi si è impressa per sempre, non è forse questo di tutti i prodigi il più meraviglioso come il più incontestato?
Infine, e dopo tutte queste lettere, Gregorio indirizzò una risposta molto lunga e molto dettagliata agli undici quesiti che gli aveva posto Agostino sulle principali difficoltà che incontrava o che prevedeva nella sua missione. Bisognerebbe citare per intero questa risposta, monumento ammirevole di luce, di ragione conciliante, di dolcezza, di saggezza, di moderazione e di prudenza, destinato a diventare, come si è detto molto giustamente, la regola e il codice delle missioni cristiane.
Interrogato sulle pene da infliggere ai ladri sacrileghi, e sulla disposizione della legge romana, che imponeva al ladro la restituzione del doppio o del quadruplo, Gregorio prescrive di tener conto, nel castigo, dell'indigenza o della ricchezza del ladro, ma sempre con una carità paterna, e una moderazione che trattenga l'anima nei limiti della ragione. Quanto alla restituzione, «a Dio non piaccia», dice, «che la Chiesa voglia guadagnare da ciò che ha perduto, e cerchi di trarre profitto dalla follia degli uomini!»
Appena ebbe scritto al re Etelberto, la lettera dove lo esortava a distruggere i templi del vecchio culto nazionale, che ci ripensò, e dopo alcuni giorni spedì un'istruzione tutta diversa al capo della nuova missione, a quel Mellito che qualifica come abate e che aveva incaricato di portare la sua lettera al re. Sperava di raggiungerlo in viaggio. «Dalla partenza di tutta la compagnia che è con voi», gli scrive, «sono molto inquieto, poiché non ho saputo nulla dei successi del vostro viaggio. Ma quando il Dio onnipotente vi avrà condotto presso il nostro reverendissimo fratello Agostino, ditegli che, dopo aver a lungo rimuginato nel mio spirito l'affare degli Angli, ho riconosciuto che non bisogna affatto abbattere i templi degli idoli, ma solo gli idoli che vi sono. Dopo aver asperso questi templi con acqua benedetta, vi si pongano altari e reliquie; poiché se questi templi sono ben costruiti, bisogna farli passare dal culto dei demoni al servizio del vero Dio, affinché questa nazione, vedendo che non si distruggono i suoi templi, si converta più agevolmente, e venga ad adorare il vero Dio nei luoghi che le sono noti».
Lo scisma con la Chiesa bretone
Agostino fallisce nel riconciliare i vescovi bretoni durante la conferenza della Quercia di Agostino, principalmente a causa della data della Pasqua e dell'odio nazionale verso i Sassoni.
È il caso di parlare qui delle divergenze che esistevano tra Roma e l'antica chiesa bretone, vicina agli inglesi; tra Roma e le cristianità d'Irlanda e di Caledonia.
La dissidenza capitale riguardava la data della celebrazione della festa di Pasqua. Fin dai primi secoli, lunghe discussioni erano sorte sul giorno in cui conveniva celebrare la più grande festa della Chiesa. Il concilio di Nicea aveva fissato l'epoca delle solennità pasquali alla domenica successiva al quattordicesimo giorno della luna dell'equinozio di primavera, e questa data, sanzionata dalla Chiesa romana, era stata portata in tutte le chiese della Bretagna con la fede cristiana, come da san Patrizio in Irlanda e da san Colombano in Caledonia. Ma la chiesa di Alessandria si era accorta di un errore astronomico che proveniva dall'uso da parte dei cristiani dell'antico ciclo giudaico; essa aveva introdotto un computo più esatto, adottato in tutto l'Oriente, dal quale risultava, fin dal pontificato di san Leone Magno (440-461), una differenza di un mese intero tra il giorno di Pasqua a Roma e il giorno di Pasqua ad Alessandria. Infine, verso la metà del VI secolo, nel 532, si giunse a un accordo: Roma adottò la supputazione di Dionigi il Piccolo, che non permetteva più di sbagliare sul giorno fissato dal concilio di Nicea, e l'uniformità di data fu ristabilita nella Chiesa. Ma l'invasione sassone aveva interrotto le comunicazioni abituali tra Roma e le chiese bretoni. Queste conservarono l'antico uso romano; e fu precisamente l'attaccamento a questo uso romano che servì loro da argomento contro i calcoli più esatti che portavano loro Agostino e i suoi monaci italiani, ma che essi respingevano come novità sospette, come una deroga alle tradizioni dei loro padri. Era, come si vede, per restare fedeli agli insegnamenti primitivi di Roma che resistevano ai nuovi missionari romani.
Se ci fosse stato il minimo dissenso dogmatico o morale tra i bretoni e la Chiesa romana, mai Agostino avrebbe commesso l'insigne follia di sollecitare l'assistenza del clero celtico per la conversione dei pagani sassoni. Sarebbe stato seminare confusione e discordia nella nuova Chiesa che si trattava di costituire con il concorso energico del cristianesimo indigeno insieme agli inviati di Roma.
Nulla di più penoso che incontrare nella storia lotte interminabili e appassionate per cause o questioni che dopo qualche tempo non interessano più nessuno e che nessuno comprende più. Ma non è solo l'antichità cristiana, sono tutti i secoli a offrire simili spettacoli. E a coloro che si scandalizzassero dell'eccessiva importanza che le anime più pie del loro tempo hanno attribuito a simili minuzie, basta ricordare l'ostinazione accanita che hanno messo grandi popoli, come gli inglesi e i russi, nel respingere la riforma del calendario gregoriano, gli uni per quasi due secoli, gli altri fino al cuore dell'uniformità del mondo contemporaneo.
Come immaginare che, per questa meschina e miserabile differenza, le due Chiese siano rimaste per due secoli sul piede di guerra l'una nei confronti dell'altra? Poiché i celti delle isole britanniche traevano da Roma stessa il loro antico uso, perché non seguirla nel suo calcolo perfezionato, come in tutto il resto dell'Occidente? Perché voler assolutamente rallegrarsi quando i romani digiunavano, e digiunare quando essi cantavano l'Alleluia?
Non c'era una causa più seria, più profonda per la dissidenza di cui la controversia pasquale copriva solo la superficie? Non se ne può dubitare; e tra tutte le cause, la più naturale e la più scusabile era l'istinto di conservazione nazionale, esasperato dall'odio per il nemico trionfante e traducendosi nella diffidenza verso lo straniero, che sembrava il complice del nemico.
Agostino sentiva bene di aver bisogno dei cristiani celtici per portare a termine la grande opera che il Papato gli aveva affidato. Formato alla scuola conciliante e moderata di san Gregorio Magno, imbevuto delle sue recenti istruzioni, fu lontano dal mostrarsi esclusivo, quanto alle persone o agli usi locali, e, per completare la conversione dei sassoni, reclamò sinceramente il concorso del clero numeroso e potente, che da più di un secolo era l'anima della resistenza contro i pagani e che popolava quei grandi chiostri della Cambria, dove non era ancora penetrata la spada dei conquistatori.
Ma i bretoni gli opposero una resistenza gelosa e ostinata. Non vollero unirsi a lui per evangelizzare i loro nemici; non avevano alcuna voglia di aprire loro le porte del cielo.
Agostino riuscì tuttavia a ottenere che i principali vescovi e dottori del Galles tenessero una conferenza pubblica con lui. Si convenne di incontrarsi sui confini del Wessex, vicino alle rive del Severn che separava i sassoni dai bretoni. L'intervista, come quella di Agostino con Etelberto dopo il suo sbarco, ebbe luogo all'aperto e sotto una quercia che conservò a lungo il nome di quercia di Agostino. Egli iniziò, non reclamando la supremazia personale che il Papa gli aveva concesso, ma esortando i cristiani celtici a vivere nella pace cattolica con lui e a unire i loro sforzi ai suoi per evangelizzare i pagani, cioè i sassoni. Ma né le sue preghiere, né le sue esortazioni, né i suoi rimproveri, né la parola dei suoi collaboratori monastici, unita alla sua, nulla riuscì a piegare i bretoni che si ostinavano a invocare le loro tradizioni contro le regole nuove. Dopo una contestazione tanto lunga quanto laboriosa, Agostino disse infine: «Preghiamo Dio, che fa abitare insieme gli unanimi, di mostrarci con segni celesti quali tradizioni si debbano seguire. Si porti un malato, e colui le cui preghiere lo avranno guarito sarà colui la cui fede dovrà essere seguita». I bretoni acconsentirono a malincuore; fu portato un anglosassone cieco, che i vescovi bretoni non poterono guarire. Allora Agostino si inginocchiò e pregò Dio di illuminare la coscienza di molti fedeli ridando la vista a quell'uomo. Immediatamente il cieco riacquistò la vista. I bretoni furono dapprima toccati, riconobbero che Agostino camminava nella via della giustizia e della verità, ma dissero che non potevano rinunciare alle loro vecchie consuetudini senza il consenso del popolo, e chiesero una seconda assemblea dove i loro deputati sarebbero stati più numerosi.
Questa seconda conferenza ebbe presto luogo. Agostino si trovò in presenza di sette vescovi bretoni e dei più dotti dottori del grande monastero di Bangor, popolato da più di tremila monaci. Prima della nuova intervista i bretoni andarono a consultare un anacoreta molto rinomato tra loro per la sua saggezza e la sua santità, e gli chiesero se dovessero ascoltare Agostino e abbandonare le loro tradizioni. « Sì», disse l'anacor monastère de Bangor Grande monastero bretone in opposizione ad Agostino. eta, «se è un uomo di Dio. — Ma come saperlo? — Se è dolce e umile di cuore come dice il Vangelo, è probabile che porti il giogo di Gesù Cristo e che sia questo giogo che vi offre; ma se è duro e orgoglioso, non viene da Dio, e voi non dovete prendervi alcuna cura dei suoi discorsi. Per scoprirlo, lasciatelo arrivare per primo al luogo del concilio, e se si alzerà quando vi avvicinerete, saprete che è un servitore di Gesù Cristo e gli obbedirete; ma, se non si alzerà per farvi onore, disprezzatelo come lui avrà disprezzato voi». Si conformarono alle istruzioni dell'anacoreta, sfortunatamente arrivando al concilio, trovarono Agostino già seduto, come era l'usanza dei romani, dice uno storico, e non si alzò per riceverli. Fu abbastanza per sollevarli contro di lui. «Se quest'uomo», dicevano, «non degna di alzarsi per noi ora, quanto dunque non ci disprezzerà quando saremo sottomessi a lui?». Divennero da allora intrattabili e si studiarono di contraddirlo in tutto. Non più che alla prima conferenza, l'arcivescovo non fece alcuno sforzo per far riconoscere la sua autorità personale. Constatiamo a onore di questa razza ostinata e di questo clero ribelle, ma fervente e generoso, che Agostino non rimproverò loro nessuna di quelle deroghe alla purezza della vita sacerdotale che alcuni autori hanno loro imputato. Con una moderazione scrupolosamente conforme alle istruzioni del Papa, ridusse a tre punti tutte le sue pretese. «Voi avete», disse loro, «molte pratiche contrarie al nostro uso, che è quello della Chiesa universale, noi le ammettiamo tutte senza difficoltà, se solo volete credermi su tre punti: celebrare la Pasqua a suo tempo, completare il sacramento del Battesimo, secondo l'uso della santa Chiesa romana, e predicare con noi la parola di Dio alla nazione inglese». A questa triplice richiesta, i vescovi e i monaci celtici opposero un triplice rifiuto, e aggiunsero che non lo avrebbero mai riconosciuto come arcivescovo. Non respingevano d'altronde che la supremazia personale di Agostino, e per nulla quella della Santa Sede. Ciò che temevano non era un Papa lontano, imparziale e universalmente rispettato a Roma, era una sorta di papa nuovo a Canterbury, sul territorio e a disposizione dei loro nemici ereditari, i sassoni. E soprattutto, non volevano che si parlasse loro di lavorare per convertire quegli odiosi sassoni che avevano sgozzato i loro avi e usurpato le loro terre. «No», disse l'abate di Bangor, «noi non predicheremo la fede a questa crudele razza di stranieri che hanno traditamente espulso i nostri antenati dal loro paese e spogliato la loro posterità della sua eredità».
Ora, è facile vedere quale delle tre condizioni Agostino avesse più a cuore, dalla predizione minacciosa che oppose al rifiuto dei monaci bretoni. «Poiché non volete fare la pace con dei fratelli, avrete la guerra con dei nemici; poiché non volete mostrare agli inglesi la via della vita, riceverete dalle loro mani il castigo della morte».
Questa profezia non fu che troppo crudelmente compiuta qualche anno più tardi. Il re degli Angli del Nord, Etelfrido, ancora pagano, venne a invadere la regione della Cambria, dove era situato il grande monastero di Bangor. Nel momento in cui il combattimento si ingaggiava tra il suo numeroso esercito e quello dei gallesi, vide in lontananza, in un sito elevato, una truppa di uomini senza armi e tutti in ginocchio. «Chi sono quelle persone?» chiese. Gli dissero che erano i monaci del grande monastero di Bangor che, dopo tre giorni di digiuno, venivano a pregare per i loro fratelli durante il combattimento. «Se pregano il loro Dio per i miei nemici», disse il re, «essi combattono contro di noi sebbene senza armi». Immediatamente fece dirigere contro di loro il primo attacco: il principe gallese, che avrebbe dovuto difenderli, fuggì vergognosamente, e milleduecento monaci furono massacrati sul colpo.
Una calunnia già antica e riscaldata ai nostri giorni ha preteso che Agostino avesse provocato questa invasione, e designato il monastero di Bangor ai pagani della Northumbria. Ora, il venerabile Beda constata espressamente che egli era già da molto tempo in cielo. È ben abbastanza che Beda stesso, molto più sassone che cristiano tutte le volte che si tratta dei bretoni, applauda più di un secolo dopo questo massacro, e vi veda una giusta vendetta del cielo contro quella che chiama la milizia infame dei perfidi, cioè contro eroici cristiani morti per la difesa delle loro case e dei loro altari, sotto il coltello dei pagani anglosassoni, per gli ordini del capo che, secondo la testimonianza di Beda stesso, sterminò il maggior numero di indigeni.
Ultime missioni ed eredità
Agostino prosegue il suo apostolato fino alla morte nel 603. È onorato come l'apostolo degli Inglesi, nonostante le critiche storiche moderne sul suo carattere.
Condannato dall'ostinazione dei Britanni a privarsi del loro concorso, Agostino non continuò meno ciò che il suo biografo chiama la caccia agli uomini, evangelizzando i Sassoni. E tuttavia, anche tra loro, trovava talvolta un'opposizione che si manifestava con l'ingiuria e la derisione, soprattutto quando varcava i confini del regno di Etelberto. Così, percorrendo quella regione del paese dei Sassoni dell'Ovest, che si chiama oggi Dorsetshire, lui e i suoi compagni caddero in mezzo a una popolazione marittima che li sommerse di angherie e oltraggi. Questi selvaggi pagani non si rifiutarono solo di ascoltarli; non indietreggiarono nemmeno davanti alle vie di fatto per allontanarli, poi, cacciandoli dal loro territorio, con una grossolanità veramente tedesca, attaccarono alle vesti nere dei poveri monaci italiani, in segno di obbrobrio, delle code di pesci provenienti dalla pesca di cui vivevano. Agostino non era uomo da lasciarsi scoraggiare per così poco. Del resto incontrava in altri luoghi folle più attente e più riconoscenti. Così perseverò per sette anni interi, e fino alla sua morte, in queste corse apostoliche, viaggiando da vero missionario dopo come prima della sua consacrazione arcivescovile, sempre a piedi e senza bagaglio, e mescolando alle sue instancabili predicazioni benefici e prodigi, ora facendo scaturire dal suolo sorgenti sconosciute, ora guarendo con il suo tocco malati incurabili o moribondi.
San Gregorio Magno morì nei primi mesi dell'anno 603, e due mesi dopo, Agostino seguì il suo padre e il suo amico nella tomba. Il missionario romano fu sepolto, secondo l'usanza di Roma, sul bordo della via pubblica, vicino alla grande strada romana che conduceva da Canterbury al mare, nella chiesa incompiuta del celebre monastero che stava per prendere e conservare il suo nome.
Si trasferirono in seguito nella città le reliquie di sant'Agostino, e furono depositate nel portico della cattedrale. Il 6 settembre 1091, furono riesumate; poi, dopo averle rinchiuse in un'urna, furono nascoste nel muro della Chiesa sopra la finestra che guarda l'Oriente. Si lasciò tuttavia nel portico un po' di polvere e alcune delle ossa più piccole. Nel 1221, il capo del Santo fu messo in un reliquiario arricchito d'oro e di pietre preziose; le altre ossa furono rinchiuse in una tomba di marmo ornata di diversi bei pezzi di scultura e di incisione. Le cose rimasero in questo stato fino alla demolizione dei monasteri in Inghilterra.
La figura di sant'Agostino di Canterbury impallidisce naturalmente accanto a quella di san Gregorio Magno; la sua fama è come assorbita nel focolare luminoso da cui irradia la gloria del Pontefice. Inoltre, gli storici inglesi e tedeschi dei nostri giorni si sono compiaciuti di far risaltare l'inferiorità di colui che Gregorio aveva scelto come luogotenente e amico. Hanno sminuito a gara il suo carattere e i suoi servizi, accusandolo a turno di alterigia e debolezza, di irresolutezza e ostinazione, di mollezza e vanità, attaccandosi soprattutto a rilevare e a ingigantire le apparenze di esitazione e di preoccupazione personale che scorgono nella sua vita. Sia permesso a questi strani rigoristi di rimproverargli di essere rimasto al di sotto dell'ideale che pretendono di sognare e di cui nessun eroe della loro parte si è mai avvicinato. A nostro avviso, le poche ombre che si proiettano sulla nobile carriera di questo grande Santo sono fatte per toccare e per consolare i suoi simili, infermi, come lui, e caricati talvolta di una missione che stimano, come lui, al di sopra delle loro forze. Si ama incontrare queste debolezze, incoraggianti per il comune dei mortali, presso gli artefici delle grandi opere che hanno trasformato la storia e deciso la sorte delle nazioni.
Sappiamo dunque conservare intatte la nostra ammirazione e la nostra riconoscenza per il primo missionario, il primo vescovo e il primo abate del popolo inglese; sappiamo applaudire quel concilio che, un secolo e mezzo dopo la sua morte, decretò che il suo nome sarebbe sempre stato invocato nelle *Litanie* dopo quello di Gregorio, «perché è lui che, inviato dal nostro Padre Gregorio, ha per primo portato alla nazione inglese il sacramento del Battesimo e la scoperta della celeste patria».
La grande funzione di sant'Agostino fu di battezzare. Così lo si rappresenta mentre conferisce il Battesimo al re Etelberto, il più illustre dei suoi neofiti; mentre fa scaturire una fontana un giorno in cui l'acqua venne a mancargli per amministrare il sacramento della rigenerazione: la si mostra ancora nel Dorsetshire, e a lungo fu ritenuta miracolosa; lo si può ancora caratterizzare per mezzo della croce ad asta lunga che si attribuisce ai legati della Santa Sede.
AA. SS.; Storia ecclesiastica di Beda; Montalembert, Monaci d'Occidente; Godescard, ecc.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Priore del monastero di Sant'Andrea al Celio a Roma
- Partenza per l'Inghilterra con quaranta monaci su ordine di Gregorio Magno
- Sbarco sull'isola di Thanet nel 597
- Conversione e battesimo del re Etelberto nel giorno di Pentecoste del 597
- Consacrato arcivescovo degli Angli ad Arles dal vescovo Virgilio
- Battesimo di diecimila anglosassoni nel Natale del 597
- Conferenze con i vescovi bretoni alla Quercia di Agostino
- Fondazione dell'abbazia dei Santi Pietro e Paolo (divenuta Sant'Agostino)
Miracoli
- Guarigione di un cieco anglosassone durante la conferenza con i Britanni
- Sorgere di una fonte miracolosa nel Dorsetshire per i battesimi
- Guarigioni di malati tramite imposizione delle mani
Citazioni
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Poiché non volete fare la pace con i fratelli, avrete la guerra con i nemici.
Predizione ai monaci bretoni riportata da Beda