Sapiente universale e ministro del re Teodorico, Boezio fu un modello di uomo di Stato cristiano che unì la saggezza antica alla fede cattolica. Vittima di calunnie e della gelosia del tiranno, fu esiliato a Pavia dove scrisse la sua celebre 'Consolazione della filosofia'. Morì martire nel 525 dopo aver subito atroci torture per la sua fedeltà alla Chiesa e alla giustizia.
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BOEZIO, MODELLO DEGLI UOMINI DI STATO (470-525).
Origini e difesa del cristianesimo
Presentazione di Boezio come filosofo cristiano proveniente dall'illustre famiglia romana degli Anicii, in contraddizione con le critiche moderne sulla sua fede.
*Severinus Boetius, philosophus, vir Dei.* Severino Boez Séverin Boèce Filosofo, uomo di Stato romano e martire cristiano. io, filosofo, uomo di Dio. Cronaca dell'VIII secolo.*
La Chiesa rende un culto pubblico a Boezio. I demolitori contemporanei — soprattutto i critici tedeschi — hanno preteso che Boezio non fosse nemmeno cristiano. È attaccare frontalmente la tradizione ecclesiastica: raccontando la vita di Boezio, tutti i nostri sforzi tenderanno a fornire le prove del suo cristianesimo.
Anicio Manlio Torquato Severino Boezio na cque Rome Città natale di Massimiano. a Roma nel 470. Ognuno di questi prenomi rappresenta una stirpe di antenati cristiani e cattolici. «L'illustre fami glia d Anicii Illustre stirpe aristocratica romana convertitasi al cristianesimo. egli Anicii, dice Prudenzio», la prima, inclinò sotto la legge di Cristo la scure consolare dell'Ausonia e depose i fasci di Bruto sulla tomba dei martiri.
Il trisavolo di Boezio fu quel fiero cristiano Anicio Petronio Probo, marito dell'eroica Faltonia Proba che l'invasione di Roma da parte di Alarico non poté far tremare, e la cui tomba, decorata con gli emblemi della fede di Cristo, è oggi il più bell'ornamento del museo cristiano del Laterano. Il bisavolo di Boezio fu Anicio Probo, di cui il diacono Paolino, nella «Vita di sant'Ambrogio», ci insegna che la reputazione era così brillante che due principi persiani fecero il viaggio a Roma unicamente per avere la felicità di conoscerlo. Una figlia di Anicio Probo sposò l'avo di Boezio, Manlio Teodoro, l'amico di sant'Agostino, che gli dedicò il suo libro *De Beata vita*. Il soprannome di Manlio Torquato passò così con il sangue nella famiglia di Boezio, il cui nonno, Severino, e il padre, anch'egli chiamato Boezio, si distinsero entrambi per il loro attaccamento alla fede cristiana.
Matrimoni e prove di pietà
Analisi dei suoi due matrimoni con Elpis e Rusticiana, entrambe provenienti da ambienti ferventi, come prove della sua appartenenza alla Chiesa.
Boezio aveva solo dieci anni quando perse il padre, che era stato tre volte console. Fu mandato ad Atene per proseguirvi gli studi. Ritornò a Roma nel diciannovesimo anno della sua età, e qualche tempo dopo vi fu dichiarato patrizio. Per considerazione verso la sua famiglia, si impegnò nello stato matrimoniale (492). La donna che sposò si chiamava Elpis.
La sua bellezza la raccomandava ancora meno della sua pietà e del suo sapere. I due inni in onore di san Pietro e san Paolo, *Beate pastor Petre* e *Decora lux*, sono stati composti da Elpis. «Se si potesse stabilire la realtà di questo matrimonio», si dice, «ne risulterebbe una forte presunzione in favore del cristianesimo di Boezio». Ora, è impossibile non ammetterlo.
1° Tutte le raccolte liturgiche, tutti i manoscritti in cui questi inni sono inseriti, portano come nome d'autore, *Elpis, uxor Boetii*, Elpis, moglie di Boezio. D'altra parte, nei manoscritti più antichi di Boezio, questi inni sono posti a seguito delle opere del filosofo cristiano, e sono attribuiti a Elpis sua moglie;
2° Nell'epitaffio che decorava la tomba di Elpis, essa è designata come moglie di Boezio. Ora, questo epitaffio, di cui alcuni frammenti erano stati scoperti nei manoscritti alla fine del XVI secolo, fu trovato intero nel 1672, e pubblicato nel 1715 da Dom Gervaise, prevosto di Saint-Martin de Tours, autore della storia più completa che si abbia di Boezio.
3° Non è tutto, il marmo stesso che portava questo epitaffio fu messo in luce nel 1720, cinque anni dopo la magistrale pubblicazione di Dom Gervaise, scavando le fondamenta della chiesa del Gesù a Palermo. L'iscrizione tombale era identica all'epitaffio pubblicato da Dom Gervaise secondo i monumenti scritti.
4° La tradizione locale non aveva atteso queste rivelazioni per glorificare la memoria di Elpis. Nel 1543, il senato di Messina collocava il busto della sua illustre compatriota in una delle sale del municipio. E Girolamo di Ragusa stabiliva nelle sue *Elogia Siculorum*, secondo monumenti che aveva allora sotto gli occhi, che Elpis era nata a Messina, che era figlia del famoso senatore cristiano Festo Nigro; che era morta a Pavia durante un viaggio fatto con Boezio suo sposo, e che infine sua sorella Faustina, sposata al patrizio Tertullo, era madre di Placido, il discepolo prediletto di san Benedetto da Montecassino.
5° La morte spezzò prematuramente questa alleanza. I versi che la giovane sposa compose lei stessa per la sua tomba, respirano la più perfetta conformità di sentimenti tra il marito e la moglie.
Elpes dicta fui, siculi regionis alumna, Quam procul a patria conjugis egit amor.
Que sine mansa dies, nox acuta fublis hora; Nec solum caro, sed spiritus unus erat.
Lux mea non clausa est, tali remanente marito, Majorique animo parte superstes uro.
Porticibus sacris jam nunc peregrina quiesco, Judicis aeterni testificata fanum.
Neu qua manus bustum violet, nisi forte jugalis Hau iterum cupiat jungere membra suis;
Ut thalami tumulique comes nec morte revellar, Et socios vita nectat uterque cinis.
Mi chiamavano Elpis. La mia infanzia è trascorsa sotto il clima della Sicilia. L'amore che portavo al mio sposo mi ha fatto lasciare la mia patria. Lontano da lui, il giorno era triste, la notte inquieta, l'ora piena di lacrime. Insieme, non eravamo soltanto una sola carne, ma un solo spirito. La mia fiamma non si spegne, poiché lascio dopo di me un tale sposo. In lui, io sopravviverò nella parte migliore di me stessa. Riposo ora sotto i portici sacri che hanno accolto l'estranea; sono comparsa davanti al trono del Giudice eterno. Che nessuna mano apra il mio sepolcro, eccetto quella del mio sposo, se gli piacerà un giorno unire le sue ossa alle mie. Allora sarò la compagna della tomba, come fui quella del letto nuziale: una stessa cenere unirà coloro che vissero di una stessa vita.
Vedovo della sua prima sposa tanto amata, Boezio dovette, nell'interesse della sua famiglia, contrarre una nuova alleanza: sposò Rusticiana, figlia del senatore Simmaco, la pi ù illust Symmaque Senatore romano, suocero di Boezio e martire. re delle dame romane del suo tempo, una fervente cristiana anch'essa. Poiché la critica ha contestato il primo matrimonio di Boezio, non c'è che da rimandarla alle opere del filosofo stesso che doveva ben sapere, lui, se era stato sposato due volte, e che ha scritto a chiare lettere, di aver avuto due suoceri illustri l'uno quanto l'altro.
È importante conoscere cosa fosse la casa di Simmaco per farci un'ide a dell'a Symmaque Senatore romano, suocero di Boezio e martire. mbiente nel quale il preteso filosofo pagano della critica contemporanea aveva voluto fissare i suoi affetti e la sua vita. Rusticiana, la nuova sposa, aveva due sorelle Galla e Proba, che entrambe hanno il loro nome iscritto nel catalogo dei Santi. Simmaco stesso è venerato come martire della fede cattolica. Tale era dunque la famiglia alla quale si unì Boezio. Cosa avrebbe fatto un filosofo pagano, in un tale ambiente?
Amicizie e corrispondenze cristiane
Esame delle sue relazioni con Cassiodoro ed Ennodio di Pavia, i cui scambi epistolari confermano una dottrina condivisa.
Se le alleanze di Boezio furono cristiane, le sue amicizie e i suoi amici non lo furono da meno. Mettiamo in prima linea Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, il futuro monaco della Calabria, ed Ennodio, vescovo di Pavia. La critica contemporanea insinua che le lettere indirizzate da questi due ferventi cattolici a Boezio non lascino sospettare il minimo sentimento di fede cristiana nel loro illustre corrispondente. Vediamo:
Clodoveo, conquistatore della Gallia, aveva fatto chied ere a Teodorico il Théodoric le Grand Re degli Ostrogoti e dominatore dell'Occidente all'epoca di Gelasio. Grande, re d'Italia, un suonatore d'arpa capace di incantare le orecchie dei Franchi durante i banchetti in cui si cantava la gloria dei guerrieri. Bisognava innanzitutto trovare un artista. Teodorico affidò l'incarico di sceglierlo al patrizio Boezio. Ora, ecco cosa si legge nella lettera che il re gli fece indirizzare da Cassiodoro, suo cancelliere: «... Amiamo parlare del divino Psalterium veramente caduto dal cielo, i cui canti, ripetuti in tutto l'universo, furono composti per la salvezza delle anime. Il vero prodigio che il mondo deve ammirare e credere è che l'arpa di Davide metteva in fuga il demone e comandava alle potenze del male. Tre volte, ai suoni di quest'arpa, il re Saul recuperò la pienezza del suo spirito ossessionato dal nemico interiore. I pagani hanno espresso a modo loro che la musica è un dono del cielo quando hanno posto la lira tra le costellazioni celesti... Ma mi sto allontanando troppo dal mio argomento. Qualunque sia il piacere che provo a intrattenermi di dottrina con uomini competenti, concludo e raccomando di nuovo alla vostra saggezza la scelta di un suonatore d'arpa». Se Boezio fosse stato il filosofo pagano, anche tollerante, che si dice, non sarebbe stato prenderlo in giro parlargli dei Salmi che si cantano in tutto l'universo, dell'arpa di Davide che scaccia il diavolo, di miracoli, ecc.? O Cassiodoro non sapeva cosa scriveva e voleva rivolgere un'ingiuria scritta a Boezio, o Boezio era cristiano. Ora, la prova che Cassiodoro sapeva cosa faceva e cosa scriveva a un cristiano è che aggiunge «che c'è piacere a parlare di dottrina con i dotti». La dottrina di cui lo intratteneva era tutta cristiana.
Quanto a Ennodio, vescovo di Pavia, ci si chiede perché non lodi mai Boezio per la sua religione e non la saluti con la formula: «Stammi bene nel Cristo, Vale in Christo?»
Scartiamo innanzitutto l'obiezione tratta dalla formula Vale in Christo. Abbiamo duecentonovantasette epistole di Ennodio, e questa formula, lungi dall'esser lui familiare, si trova solo in tre!!! A questo conto, il Papa al quale Ennodio scriveva senza usarla non sarebbe stato cristiano!
Per quanto riguarda la corrispondenza stessa, il suo contenuto prova perfettamente che Boezio era cristiano, o almeno, non la si può invocare per dimostrare che fu pagano. Nella sua prima lettera, Ennodio chiama Boezio il più compiuto, il più corretto degli uomini — emendalissime hominum. Si converrà che, di fronte a un vescovo, sarebbe mancato qualcosa alle perfezioni di Boezio se non avesse professato una fede, una dottrina, una religione comuni. Dopo aver lodato i suoi talenti, avrebbe colto l'occasione per insegnare al filosofo pagano che gli mancava la scienza essenziale: quella di Gesù Cristo. — In un'altra lettera, Ennodio chiede a Boezio la cessione di una casa che questi possedeva a Milano. Boezio l'accorda per carità al vescovo. Questi non avrebbe chiesto la carità a un pagano per una buona opera, e il pagano si sarebbe poco curato di venire in aiuto a un vescovo cattolico. In questa stessa lettera, Ennodio prende Dio a testimone della sua riconoscenza e impiega la formula cristiana: Deo omnipotenti gratias, grazie al Dio onnipotente.
L'uomo di Stato e il consigliere
Boezio divenne maestro degli uffici sotto Teodorico il Grande, promuovendo una politica di giustizia, virtù e protezione dei cattolici.
Boezio fu il modello degli uomini di Stato; affrontiamo la sua vita politica.
Il re Teodorico, che faceva la sua residenza abituale a Spoleto o a Ravenna, essendo venuto a Roma nel 560, ebbe occasione di conoscere Boezio in modo particolare. Il discorso che Boezio pronunciò in occasione dell'ingresso solenne di Teodorico a Roma, i magnifici festeggiamenti che organizzò per celebrarlo, tutto ciò affascinò il monarca (560). Lo nominò maestro del palazzo e degli uffici, le due cariche di corte che conferivano la maggiore autorità nello Stato e il maggiore accesso al principe.
Boezio si formò un sistema di politica fondato sulla virtù e fece di tutto per farlo apprezzare a Teodorico. Non solo gli impedì di perseguitare i cattolici, ma lo spinse anche ad amarli e a prenderli sotto la sua protezione. Gli rappresentava che il suo trono si sarebbe consolidato nella misura in cui la virtù fosse stata incoraggiata e ricompensata; che la gloria di un principe consiste nel procurare la felicità dei suoi sudditi; che un re, essendo veramente il padre del suo popolo, deve applicarsi a governarlo con bontà e saggezza; che quest'ultimo punto è il più essenziale dei suoi doveri; e che, se lo adempie fedelmente, non si impegnerà senza necessità in guerre straniere. Riuscì a persuaderlo a diminuire le tasse, essendo le ricchezze dei privati la forza del principe, e a gestire le sue finanze con saggia economia. Senza questa economia, diceva, lo Stato è disprezzato all'esterno, debole all'interno e infelice sotto ogni aspetto: il popolo non saprebbe vivere, il principe manca di soccorsi, il soldato è insolente, ovunque non vi è che miseria e confusione. Gli consigliava di mantenere in tempo di pace truppe ben disciplinate, al fine di dare rilievo alla maestà reale e di incutere terrore alle potenze nemiche. Era in questo senso che Teodorico era solito dire che non si faceva mai meglio la guerra che in tempo di pace.
Il saggio e virtuoso ministro di Stato insisteva fortemente sulla necessità di assegnare le cariche solo al merito, di far osservare rigorosamente le leggi e di punire i trasgressori con severità. Diceva a questo proposito che la giustizia è il fondamento del trono e la sicurezza del popolo; che essa conteneva nel dovere coloro che sarebbero tentati di diventare furfanti, ladri, adulteri; che ispirava un salutare timore a quegli uomini perversi che opprimono il popolo; che poneva un freno alla cattiva volontà dei nemici della quiete pubblica; che bandiva, in una parola, tutti i crimini che turbano la pace della società. Esortava il re dei Goti a proteggere le scienze e le belle arti, così come coloro che le coltivavano con successo; l'esperienza dimostrando che una tale protezione contribuisce molto a incoraggiare i talenti, a perfezionare la ragione umana, a ispirare l'amore per le virtù sociali, ad aumentare e a mantenere la felicità temporale di uno Stato. Lo esortava ancora a essere magnifico negli edifici pubblici e in certe feste che, non essendo contrarie alla religione, elevano agli occhi del popolo lo splendore della maestà reale.
Teodorico si comportò per alcuni anni secondo queste eccellenti massime e si mostrò tale quale è dipinto nel suo panegirico da Ennodio, vescovo di Pavia. Il suo consiglio era composto da tutti gli uomini abili e virtuosi, come un Cassiodoro (che in seguito prese l'abito monastico in Calabria), un Boezio, un Simmaco, un Ennodio, ecc.; e mentre la barbarie avviliva i Franchi, i Visigoti e gli altri popoli che si spartivano le spoglie dell'impero romano, la corte di Teodorico era il centro della raffinatezza. Le lettere erano coltivate in Italia e vi si vedevano brillare alcuni raggi di quell'età dell'oro che ha reso il secolo di Augusto così memorabile. Non ci si accorgeva quasi di essere caduti sotto la dominazione dei barbari. Tanti vantaggi fecero sì che Amalasunta, figlia del re dei Goti, ricevesse un'ottima educazione. Felice l'Italia, se Teodorico non si fosse mai smentito!
Il genio universale
Descrizione delle sue invenzioni meccaniche, delle sue traduzioni dei filosofi greci e della sua influenza culturale sui re barbari.
Boezio si svagava dallo studio applicandosi agli affari pubblici. Nei suoi momenti di ozio, si divertiva a costruire strumenti matematici. Talvolta componeva musica e inviò diversi pezzi di sua composizione a Clodoveo, re dei Franchi. Inviò anche a Gundobado, re dei Burgundi, quadranti per tutti i diversi aspetti del sole, con meccanismi idraulici che, sebbene privi di ruote, pesi e molle, segnavano tuttavia il corso del sole, della luna e degli astri, per mezzo di una certa quantità d'acqua racchiusa in una sfera di stagno che girava incessantemente, trascinata dal proprio peso. Egli stesso aveva lavorato alla costruzione di queste macchine. I Burgundi, non comprendendo come potessero muoversi e segnare così le ore, fecero la guardia notte e giorno per assicurarsi che nessuno le toccasse. Convinti della verità del fatto, e non potendo indovinarne la ragione, immaginarono che qualche divinità risiedesse in quelle macchine e infondesse loro quel movimento. Si formò in quell'occasione una corrispondenza tra Boezio e i Burgundi; e il frutto di questa corrispondenza fu quello di disporre questi ultimi a ricevere le massime del Vangelo. Quanto precede non basterebbe a dare un'idea del genio di Boezio, se non aggiungessimo una testimonianza contemporanea che la scienza moderna, gelosa delle glorie della Chiesa, si sforza di tenere nell'ombra. Cassiodoro scriveva a Boezio, a nome del re Teodorico suo signore, proprio a proposito di questo meraviglioso orologio idraulico che aveva inventato e di cui il segreto è perduto: «Lontano dalle rive del Tevere, siete andato a sedervi alle scuole di Atene, e a portare la toga tra le file serrate dei filosofi vestiti del pallio, allo scopo di conquistare per Roma le scienze della Grecia. Avete sondato le profondità della filosofia speculativa; avete abbracciato i vari rami della scienza pratica; avete riportato ai discendenti di Romolo tutto ciò che fu inventato di più straordinario dai figli di Cecrope. Grazie alle vostre traduzioni, Pitagora il musicista, Tolomeo l'astronomo, sono diventati italiani. Il matematico Nicomaco, il geometra Euclide parlano una lingua compresa dai figli dell'Ausonia. Il teologo Platone, il logico Aristotele, discutono nell'idioma dei Quiriti. Avete reso ai Siciliani il loro grande meccanico Archimede, facendolo parlare latino. Le scienze, le arti che per mille geni la Grecia feconda aveva generato, Roma ne gode ora, e lo deve a voi solo. Alla luce del vostro genio, la scienza di tanti autori si è ridotta in pratica: meraviglie che avremmo giudicato impossibili si realizzano sotto i nostri occhi. Vediamo l'acqua slanciarsi dalle viscere del suolo, per ricadere in cascate gorgoglianti! il fuoco correre per un sistema di ponderazione; sentiamo l'organo risuonare sotto il soffio che gonfia le sue canne, e produrre voci che gli sono estranee. Blocchi umidi sono gettati nelle profondità del mare e vi formano costruzioni che l'umidità rende solide. Voi conoscete il segreto di sciogliere le rocce sottomarine con la vostra arte ingegnosa. I metalli muggiscono, le gru di bronzo di Diomede suonano la tromba nell'aria, il serpente di bronzo sibila, uccelli artificiali volteggiano e dalla loro gola metallica che non ha tuttavia voce escono le più melodiose cantilene. Ma è poco per voi che tutte queste minute meraviglie. Siete arrivato a riprodurre i movimenti del cielo. La sfera di Archimede regola il suo corso secondo il sole, descrive il movimento dello zodiaco e dimostra le varie fasi della luna. Una piccola macchina è così caricata del peso del mondo; è il cielo portatile, l'abbreviato dell'universo, lo specchio della natura che evolve con un'incomprensibile mobilità nelle regioni dell'etere. È così che gli astri, di cui la scienza ci insegna il corso, sembrano tuttavia immobili ai nostri occhi. La loro corsa ci appare stabile, ma la loro velocità, dimostrata dalla ragione, non appare affatto ai nostri sguardi. Avete realizzato tutte queste meraviglie, di cui una sola basterebbe alla gloria del più grande genio». Dopo queste parole di Cassiodoro, non credo, dice uno storico moderno della Chiesa, che vi sia ai nostri giorni un solo scienziato, veramente degno di questo nome, che non si inchini davanti a Boezio. Mai forse genio così universale fu dato in sorte a un uomo. Boezio ci appare qui molto più grande di quanto i pochi libri che ci restano di lui ce lo facciano conoscere. Ma più fu grande, più la sua fama da vivo fu universale, meno è possibile supporre che la Chiesa cattolica si sia ingannata, quando, ponendo questo genio straordinario nel catalogo dei suoi martiri, ha detto in faccia al mondo: Boezio era figlio mio; *vir catholicus Boetius*. Meno ancora è possibile supporre che i tre opuscoli teologici menzionati in tutti i manoscritti con il nome d'autore Anicius-Manlius-Turquatus-Severinus Boetius, fossero il prodotto surrettizio di un omonimo sconosciuto chiamato Boethus. Si vuole sapere d'altronde in quali termini Cassiodoro, o piuttosto Teodorico, per la penna del suo referendario, parlasse di Boezio al re dei Burgundi, quando gli trasmetteva questo meraviglioso orologio idraulico, che non segnava solo le ore, ma figurava tutti i movimenti astronomici e indicava il corso delle stagioni? «D'ora in poi», gli diceva, «avrete nella vostra patria il capolavoro che avete un tempo ammirato in questa città di Roma. È giusto che la vostra grazia goda dei nostri stessi beni, poiché ci è alleata per sangue! Familiarizzate i popoli della Burgundia con le meraviglie dell'arte, insegnate loro a stimare la scienza di questi Romani, loro antenati, che predicano loro l'abbandono del culto dei gentili». Così, nel pensiero di Teodorico e di Cassiodoro, il genio di Boezio doveva essere uno strumento di conversione nei confronti dei Burgundi pagani.
La disgrazia e l'esilio
Accusato di tradimento e di corrispondenza segreta con l'imperatore Giustino, Boezio è vittima della crescente tirannia di Teodorico.
Boezio fu a lungo l'oracolo di Teodorico e l'idolo della nazione dei Goti. I più grandi onori non sembravano ancora sufficienti per ricompensare il suo merito e le sue virtù. Tre volte fu elevato al consolato e, per una distinzione unica, possedette tale dignità senza collega nel 510.
Ebbe da Rusticiana, sua seconda moglie, due figli, i quali, sebbene ancora giovani, furono designati consoli per l'anno 522. Era un privilegio riservato ai figli degli imperatori. Boezio confessa di aver provato in tale circostanza tutta la gioia che possono procurare onori fragili. In effetti, vide i suoi due figli portati su un carro di trionfo per tutta la città, accompagnati dal senato e seguiti da un concorso prodigioso; egli stesso ebbe un posto al circo in mezzo ai due consigli, e lì ricevette i complimenti del re e quelli di tutto il popolo. Quel giorno pronunciò il panegirico di Teodorico in senato, dopo di che gli fu data una corona e fu proclamato principe dell'eloquenza.
Ma non tardò a provare l'incostanza delle cose umane, e si ebbe motivo di credere che non fosse salito così in alto se non per fare una caduta più terribile. I suoi amici, le sue ricchezze, i suoi onori non poterono garantirlo dai colpi della fortuna. Felice tuttavia nella sua caduta, poiché la sua virtù fu la sola causa delle sue sofferenze!
Teodorico, vedendosi consolidato sul trono, si abbandonò alle inclinazioni che aveva per la tirannia. Invecchiando, divenne malinconico, geloso e pieno di diffidenza per tutti coloro che lo avvicinavano. Diede la sua fiducia a Conigasto e a Trigilla, Goti entrambi, e avari quanto fedeli. Questi indegni ministri, che cercavano solo di saziare la loro rapacità, schiacciarono il popolo con tasse eccessive. In una carestia, fecero portare nei granai del principe il grano che acquistarono a bassissimo prezzo. Immaginarono pretesti frivoli per allontanare dalla corte diverse persone di merito e probità, tra gli altri Albino e Paolino. Boezio si incaricò di portare ai piedi di Teodorico i sospiri e le lacrime delle province; lo pregò nel modo più pressante di lasciar agire quella compassione di cui aveva dato tante prove. Le sue rappresentazioni furono inutili. Il principe sedotto non volle sentire nulla. Boezio intraprese un ultimo sforzo; espose al re, in pieno senato, le manovre delle sanguisughe pubbliche. Gli disse che era pronto a obbedirgli, e lo assicurò allo stesso tempo dell'obbedienza di tutti i senatori. «Noi rispettiamo», aggiunse, «l'autorità reale, in qualunque mano essa possa trovarsi, e le lasciamo la distribuzione dei suoi favori libera quanto lo sono i raggi del sole. Dobbiamo tuttavia chiedervi la libertà, che è sempre stata il più prezioso vantaggio di questo impero, e pregarvi di permetterci di esporvi le nostre lagnanze e di rappresentarvi che si abusa della vostra fiducia per opprimere i vostri sudditi contro la vostra intenzione. Le cose sono giunte a un punto tale che non si può più essere nati ricchi impunemente, e che avere dei beni è un titolo per subire le rapine di coloro che causano la pubblica sventura. Le pietre stesse fanno risuonare i gemiti del popolo. Degnatevi di ricordare quelle belle parole che sono così spesso uscite dalla vostra bocca: «Bisogna tosare il gregge, non scorticarlo. Non vi è tributo che possa essere paragonato al vantaggio prezioso che un principe trae dall'amore dei suoi sudditi... Vi scongiuriamo di riprendere quello spirito che vi faceva regnare tanto sui cuori quanto sulle province; di ascoltare coloro la cui fedeltà non può esservi sospetta; di portare i vostri sudditi nel vostro cuore e di non calpestarli; di ricordare che il dovere dei re è, non di opprimere il popolo sotto il peso dell'autorità, ma di renderlo felice; di pensare che i principi devono comportarsi da padri, non da padroni imperiali, e lasciarsi governare essi stessi dalle leggi. Aprite infine gli occhi sulla miseria delle vostre province, che gemono sotto orribili concessioni e che sono obbligate a soddisfare, con il loro sudore e il loro sangue, l'avarizia di alcuni privati, che si possono paragonare a un fuoco che divora e a un abisso che inghiotte tutto».
Conigasto e Trigilla, che bramavano i beni di Boezio, si sforzarono di rappresentare questo discorso come un atto di ribellione. Sopraggiunse il dissidio con l'imperatore di Costantinopoli riguardo agli Ariani, di cui abbiamo parlato nella vita di san Giovanni, papa: gli intriganti accusarono Boezio e Simmaco di intrattenere una corrispondenza segreta con Giustino. Non si provò nulla, ma fu abbastanza per farli dichiarare colpevoli di alto tradimento e condannarli all'esilio.
Difesa degli scritti teologici
Giustificazione dell'autenticità dei suoi trattati sulla Trinità e analisi della 'Consolazione filosofica' come opera di uno spirito cristiano.
Ma prima di raccontare la fine di questo grande uomo, risolviamo alcune altre obiezioni sul cristianesimo di Boezio. Ecco queste obiezioni:
1° Cassiodoro ha lasciato un elenco delle opere di colui che fu al contempo filosofo, matematico, meccanico, poeta, musicista. Ora, i trattati che ne farebbero un teologo non figurano in questo elenco. Ecco la difficoltà, ecco la soluzione; questi trattati hanno per titolo: sull'unità della Trinità; — il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono sostanzialmente Dio, e questo predicamento è corretto? — Le sostanze in quanto sostanze sono buone; — breve professione di fede; — sulla persona e le due nature. Ora, si sa qual è l'estensione di ciò che chiamiamo oggi i trattati teologici di Boezio? Il primo ha nove pagine; il secondo, due; il terzo, quattro; il quarto, cinque; l'ultimo, sedici. È che i trattati di Boezio sulle questioni teologiche non erano opere *ex professo*, ma fogli staccati da lettere indirizzate, sia a suo suocero Simmaco, sia al diacono Giovanni, suo amico, che divenne più tardi papa col nome di Giovann i I. Si spi diacre Jean Amico di Boezio, destinatario dei suoi trattati teologici prima del suo pontificato. ega dunque perché Cassiodoro non li abbia catalogati. Cassiodoro non menziona nemmeno le altre epistole di Boezio: ne seguirà che Boezio non ha scritto lettere? Quando Cassiodoro redasse il suo catalogo, le lettere che furono chiamate più tardi trattati teologici non erano ancora di pubblico dominio.
Queste lettere o trattati portano in sé caratteri intrinseci di autenticità che non permettono di attribuirli ad altri che a Boezio. Tutti convengono che questo filosofo è il primo ad aver importato in Occidente la forma dialettica di Aristotele, l'argomentazione peripatetica, il sillogismo. Se dunque Boezio non ha scritto questi trattati, essi sono caduti dal cielo, poiché, nel VI secolo, nessun altro era capace di applicare il linguaggio filosofico alle discussioni teologiche contro gli Ariani e i Nestoriani. Sant'Agostino stesso non vi aveva pensato.
Non è tutto: tutti i manoscritti che hanno conservato questi opuscoli di Boezio portano come nome d'autore: *Anicius-Manlius-Torquatus-Severinus Boetius*. Tutti portano la sottoscrizione a Simmaco, suocero di Boezio, o al diacono Giovanni, suo amico. Tutti infine riportano fatti che non possono convenire che a Boezio.
Infine, ciò che ha fatto la gloria di Boezio, durante la sua vita, ciò che, dopo la sua morte, gli è valso di essere adottato come un autore studiato in tutte le scuole per dieci secoli, è precisamente l'aver tradotto la filosofia greca in latino, l'aver reso flessibile la dialettica degli Orientali a vantaggio degli Occidentali. Se un altro che lui, un omonimo per esempio, avesse avuto questa gloria, sarebbe rimasto sconosciuto? O almeno ne avrebbero fatto un genero di Simmaco? Quest'ultima confusione sarebbe stata impossibile, poiché Simmaco ebbe solo tre figlie: Galla e Proba che morirono vergini, e Rusticiana che sposò il Martire di Pavia, il patrizio Boezio, designato attraverso tutte le epoche come l'autore dei Trattati teologici.
2° Isidoro di Siviglia, che morì nel 636, questo grande vescovo così profondamente versato in tutti i rami della scienza religiosa, autore di un'enciclopedia che, sotto il modesto titolo di Etimologie, riassume tutto il sapere dell'epoca, Isidoro di Siviglia non fa figurare Boezio nel suo catalogo degli Scrittori ecclesiastici. Stesso silenzio presso Beda di Toledo. Procediamo con ordine: Gli scritti di Isidoro di Siviglia, ognuno concorda, non sono giunti tutti fino a noi. Il suo catalogo degli Scrittori ecclesiastici, tra gli altri, è mutilato. Ma, di quest'ultima opera, resta un compendio autentico redatto da Onorio, vescovo di Autun, verso l'anno 1190. Ora, nel suo libro III degli Scrittori ecclesiastici tratto dall'opera, allora intatta, di Isidoro, il vescovo di Autun si esprime così: « Il patrizio e console Boezio ha scritto un libro sulla Trinità, un altro sulla Consolazione filosofica. Ha tradotto dal greco in latino vari trattati sull'aritmetica, la musica, la geometria, l'astronomia ed esposto le regole della dialettica. Fu messo a morte da Teodorico, re dei Goti ». L'identità di Boezio è qui colta sul fatto, pensiamo.
E, per racchiudere in due parole la nostra risposta all'obiezione tratta dal silenzio di alcuni contemporanei, diremo che non si possono trarre da questo silenzio che conclusioni negative le quali rimangono senza forza davanti a prove positive. Abbiamo appena citato alcune testimonianze. In primo luogo, conviene citare il *Liber Pontificalis* che attribuisce ai furori ariani di Teodorico la morte di Boezio: l'autorità di questo documento è oggi scientificamente stabilita. D'altronde, se si rifiutasse l'autorità degli annali ufficiali della chiesa di Roma, quale ragione si avrebbe di rifiutare anche i registri delle chiese particolari che riportano gli stessi fatti e assegnano loro le stesse cause? Il catalogo dei Papi, della Chiesa di Verona per esempio, dice molto chiaramente che « Teodorico, irritato, volle perdere i cristiani d'Italia; che fece arrestare i due patrizi Simmaco e Boezio, li fece colpire di spada e ordinò di sottrarre i loro corpi ». Verona, dove fu redatta questa nota, condivideva con Ravenna i favori reali di Teodorico: vi soggiornava spesso. Si poté dunque sapere perfettamente il movente dell'odio di Teodorico contro uomini che avevano un tempo goduto della sua amicizia. E poi perché quest'ordine di sottrarre i corpi dei suppliziati? Non è forse il procedimento degli imperatori pagani che non volevano che si venerassero i resti di coloro che avevano dichiarato infami? Se la morte di Boezio e di Simmaco non fosse stata il martirio, Teodorico non avrebbe ordinato di nascondere i loro corpi.
Paolo Diacono qualifica nettamente Simmaco e Boezio come eroi della fede cattolica. — Procopio, un autore pagano, ha dedicato loro queste righe significative nel suo libro *De bello Gothico*: « Simmaco e suo genero Boezio », dice, « entrambi della più illustre nascita, entrambi uomini consolari, tenevano il primo rango nel senato di Roma. Professavano la filosofia, e nessuno fu loro superiore nella pratica della giustizia. Cucivano i loro beni al servizio dei poveri, indigeni o stranieri. La loro reputazione si estendeva lontano. Essa attirò loro l'odio di uomini gelosi e invidiosi, le cui calunnie ebbero una deplorevole influenza sullo spirito del re Teodorico. Questo principe ammise la delazione dei sicofanti che accusavano Simmaco e Boezio di tramare un complotto. Li fece mettere a morte e confiscò i loro domini ».
Agli occhi di Procopio, Simmaco e Boezio non sono solo uniti dai legami dell'affinità, essi studiano e professano la stessa filosofia: ora, per un pagano, la religione di Gesù Cristo non era altro che un sistema di filosofia. Ma ciò che, sotto questo nome, fa indovinare la religione cristiana, è l'esercizio della carità, virtù sconosciuta al paganesimo. Aggiungeremo: Se il patrizio Simmaco era cristiano, Boezio lo era, poiché Procopio fa di entrambi lo stesso elogio e non avrebbe mancato, lui autore pagano, di notare a favore del paganesimo la beneficenza di Boezio, se questi fosse stato suo correligionario. Ora, nulla di più incontestabile del cristianesimo di Simmaco. Il famoso *Vale in Christo* con cui sant'Ennodio termina una delle lettere che gli indirizza è una prova che non si pensa di contestare. D'altra parte, sant'Avito di Vienne gli dice in una delle sue lettere: « Speriamo che non amiate meno vedere la vostra Chiesa possedere la sede di Pietro che la vostra città, la principato del mondo ». Infine Simmaco, anche lui, è nel catalogo dei Santi sotto il 27 maggio, e la sua morte ha certamente avuto per motivo il suo attaccamento alla fede cattolica, la sua opposizione ai furori ariani di Teodorico. Non siamo in diritto ora, dopo questo, di chiedere agli avversari di Boezio perché il preteso pagano abbia così ardentemente, così costantemente ricercato l'amicizia del vescovo Ennodio, l'alleanza del cattolico Simmaco, dell'uomo che lui stesso chiama da qualche parte il Santo, e perché per due volte si sia unito a cristiane così ferventi come Elpis che consacra la sua giovinezza e la sua musa a cantare gli Apostoli, come Rusticiana che, divenuta vedova, dona tutti i suoi beni ai poveri e si riduce lei stessa alla mendicità?
È tutto? No. Il patrizio Tertullo, padre di san Placido, discepolo di san Benedetto, forma il progetto di andare a visitare Montecassino. Tutto ciò che c'è di illustre tra i cattolici di Roma vuole accompagnarlo, essi sono: Boezio, — è nominato il primo, — Simmaco, Vitaliano, Gerdiano ed Equizio. Ammettiamolo, questo Boezio, devoto pellegrino di Montecassino, non doveva essere un seguace del paganesimo, tutti gli uomini di buona fede lo riconoscono.
3° Eccoci arrivati all'obiezione capitale, a quella tratta dal preteso silenzio che Boezio mantiene sulle sue convinzioni cristiane nella sua celebre opera *De Consolatione Philosophiae*. « Perché », chiedono i critici, « perché nella sua prigione di Pavia, scrivendo o det tando le pagine della sua Consolation philosophique Capolavoro letterario scritto da Boezio durante il suo esilio. immortale *Consolazione filosofica*, non ha pronunciato una sola volta il nome del Verbo incarnato? Stava per morire, e di quale morte! I supplizi riservati ai primi martiri attendevano il filosofo, il patrizio, l'ex console cristiano del VI secolo, e tuttavia il nome di Gesù Cristo, il suo Salvatore, il suo Dio, non cade una sola volta dalle sue labbra! » C'è, in questa brillante sortita, due errori, uno di fatto e l'altro di critica. Innanzitutto è inesatto dire che Boezio fu rinchiuso tra le quattro mura di una prigione quando scrisse la *Consolazione filosofica*. Egli stesso dice « che molte persone si crederebbero rapite al cielo se possedessero una parte, per quanto minima, dei resti della sua fortuna, e che il paese stesso che chiamava un luogo di esilio era una patria per coloro che l'abitavano!... È dunque probabile che Boezio fosse stato semplicemente esiliato da Roma e confinato a Pavia, ma non gettato in catene. Lui stesso non credeva a un supplizio prossimo: il vasto soggetto di composizione che si era tracciato per allietare gli ozi dell'esilio ne è la prova. Poteva d'altra parte sospettare che Teodorico, dopo trent'anni di gloria, sarebbe arrivato a sacrificare i suoi migliori amici a una brutale gelosia? Questo per il fatto. Agli occhi della critica, il libro della *Consolazione filosofica* è rimasto incompleto, e se il Verbo eterno che, secondo tutte le apparenze, doveva formare il coronamento della sua opera, è assente dalla parte che ne ha composta, questo silenzio non prova assolutamente nulla contro il cristianesimo di Boezio. Ciò che ha potuto, al contrario, scrivere del suo libro, rivela un discepolo di Gesù Cristo e della sapienza increata più che un seguace della filosofia di Platone. Trascinato nello studio di questo capolavoro.
L'autore finge di intrattenervisi con la sapienza increata. Il dialogo prosegue attraverso cinque libri in una prosa interrotta da versi che riassumono i sentimenti che ha fatto nascere la conversazione. Nel primo libro, Boezio si fa eco dei lamenti amari che strappa agli infelici il confronto della loro felicità passata con la sventura presente: dice che in questo mondo non si deve contare sulla fortuna. Racconta lui stesso alla Sapienza, sua interlocutrice, le cause della sua disgrazia. — Nel secondo libro, la Sapienza lo consola, e gli dice che nessuno ha il diritto di lamentarsi della cattiva fortuna, poiché accettando la buona, si deve essere pronti ad accettare la cattiva. — Nel terzo, la Sapienza definisce la felicità: uno stato perfetto e permanente dove tutti i beni si trovano riuniti; e dimostra che nessuno dei filosofi antichi ha avuto della felicità una nozione adeguata. — Il quarto stabilisce che la vera felicità consiste nella pratica della virtù: vi dice una parola sulle pene future riservate ai malvagi e distingue molto nettamente — conformemente al dogma cattolico — le pene purgative da quelle che sono esercitate con tutto il rigore penale. È lì che il filosofo stabilisce la differenza che esiste tra il destino e la Provvidenza. Si può riassumere la sua dimostrazione con questa definizione del caso: il caso è l'effetto conosciuto di una causa sconosciuta. — Il quinto stabilisce la tesi della libertà umana, e concilia questa libertà con la nozione della prescienza divina. « In Dio », dice Boezio, « tutto è presente. Egli prevede le cose perché accadono, ma esse non accadono perché egli le prevede ». La scuola non ha dato miglior argomento contro la fatalità. — Lì si arresta bruscamente la *Consolazione filosofica*. Per convincersi che quest'opera non ha potuto essere terminata, basta leggere il passaggio seguente:
« Ora che ho posto sotto i tuoi occhi l'idea della felicità vera », dice la Sapienza, « ora che conosci in cosa consiste, avrò, dopo aver percorso ancora alcuni preliminari indispensabili, da mostrarti il cammino che solo conduce al soggiorno della felicità. Dovrei attaccare delle ali alla tua anima, affinché possa planare nelle altezze. Scuotendo come un fardello inutile il dolore e la sofferenza, sotto la mia guida, per i miei sentieri, sul mio carro (*meis vehiculis*), rientrerai sano e salvo nella patria. Quando ti mostrerò questa patria che cerchi in questo momento come una cosa dimenticata, esclamerai: « Sì, me ne ricordo, è proprio lei, è la patria della mia anima, è lì che fisserò il mio soggiorno ».
Boezio presentiva lui stesso che il tempo doveva mancargli per affrontare ulteriormente le grandi questioni della patria delle anime, del cammino che vi conduce, dei carri che vi trasportano; poiché, all'inizio del quinto libro, la Sapienza dice a Boezio che ha fretta di aprirgli la strada che deve ricondurlo alla patria e che teme, a causa delle discussioni secondarie, di non poter terminare la carriera che resta loro da percorrere... L'esposizione del dogma cristiano doveva coronare l'opera filosofica. Ma è ben lontano dal fatto che, nei cinque libri terminati, Boezio tenga il linguaggio di un filosofo razionalista: si indovina il cristiano sotto il mantello del filosofo. « Credi », gli dice la Sapienza, « che nulla possa opporsi alla volontà di Dio, il sommo bene? » — « No », risponde Boezio. — « C'è dunque », riprende la Sapienza, « un Dio sovranamente buono che, per la sua Provvidenza, dirige e dispone tutte le cose con forza e soavità? » — « Sì », risponde l'interlocutore; « e confesso che tutte le ragioni che mi avete appena fornito mi rapiscono ancora meno di queste ultime parole... » Non si vede lì palpitare il cuore del cristiano? Si leggano ancora le parole commosse che consacra al dogma della preghiera, questo rifugio degli infelici? La critica si è stupita di trovare, in una frase isolata, l'opinione della preesistenza delle anime presa in prestito da Origene a Platone: basta rispondere che la dottrina di Origene fu definitivamente condannata solo venticinque anni dopo la morte di Boezio.
È probabile che la lettura del libro *De Consolatione Philosophiae* dove Boezio perora la sua innocenza, finì per perderlo nello spirito del principe. « La mia condanna convenuta in anticipo », dice, « fa oggi il trionfo dei miei delatori. E tuttavia qual è il mio crimine? Mi si imputa una corrispondenza segreta, che non esistette mai. Se mi avessero accordato ciò che non si rifiuta all'ultimo dei miserabili, se mi avessero confrontato con i miei calunniatori, la verità e la mia innocenza sarebbero esplose alla luce del sole. — Cosa dunque! Si vuole pretendere che io abbia cospirato? Ma questa cospirazione è un sogno. Che io abbia desiderato il ristabilimento della libertà romana? Ma un simile ristabilimento era dunque possibile? E piacesse a Dio che lo fosse stato! Avrei risposto come un tempo Canio a Caligola: « Se avessi conosciuto un tale disegno, tu non ne avresti mai visto nulla »: — *Si ego scissem, tu ne scisses*! Vi ricordate ciò che è successo a Verona quando un re, avido della nostra perdita comune, voleva avvolgere tutti i senatori nell'accusa di Albino. Garantisco sulla mia testa l'innocenza dei senatori, quella di Albino, la mia. È per questo che mi hanno giudicato senza ascoltarmi, ed esiliato a cinquecento miglia da Roma? Se avessi, sacrilego incendiario, dato fuoco agli edifici sacri; se avessi, abominabile assassino, immerso la spada nel cuore dei preti; se avessi tramato lo sterminio di tutte le persone perbene, mi avrebbero citato di persona, sarei stato legalmente ascoltato, confrontato, convinto, punito. Ma senza ascoltarmi, senza giudicarmi, mi condannano alla proscrizione, alla morte forse. I delatori accumulano contro di me le accuse di ambizione, di magia, di sacrilegio. Sacrilego, io il cui motto è sempre stato *sequere Deum* (Deum sequere). Mago, io che non ebbi mai che orrore per gli spiriti impuri, io il cui ideale è sempre stato di diventare sempre più simile a Dio! Ambizioso, io che avevo bandito dal mio cuore ogni specie di attaccamento alle cose di questo mondo! Per prevenire fino al sospetto di simili crimini, non bisognava che gettare gli occhi sul santuario d'innocenza della mia casa, sull'onore integro degli amici che mi circondavano, su mio suocero Simmaco, un Santo, venerabile come la sapienza stessa ».
Il martirio e la venerazione
Resoconto della sua brutale esecuzione a Pavia nel 525 e della perennità del suo culto pubblico, riconosciuto dalla diocesi di Pavia.
Senza dubbio, questa difesa di Boezio era trionfante, ma doveva esacerbare l'ira del re d'Italia. «Eravamo nell'ottobre del 525», dice M. du Roure. «Teodorico in viò impro Théodoric Re degli Ostrogoti e dominatore dell'Occidente all'epoca di Gelasio. vvisamente a Eusebio, governatore di Ticinum, l'ordine di strappare a Boezio con la tortura la confessione dei suoi presunti crimini, la denuncia dei suoi complici, e di metterlo a morte se si fosse rifiutato di parlare. I tiranni sono fin troppo obbediti. Ci costa chiamare Teodorico un tiranno, ma, da quel momento in poi, lo merita, e non gli daremo più altro nome. La prigione di Calvenzana, vicino a Pavi a, fu Pavie Città d'Italia, sede vescovile del santo e luogo di conservazione delle sue reliquie. scelta come teatro dell'esecuzione. Il governatore vi si recò con l'apparato che segue i carnefici. Boezio, esercitato da una lunga pratica della virtù, vide arrivare quel corteo con la freddezza che metteva poco prima nel dissertare sulle sue sventure. Gli furono chieste confessioni; non ne fece alcuna. Allora iniziò per lui, tra gli strazi della carne e la fermezza dell'anima, una di quelle lotte memorabili di cui lo storico, per una vile e puerile delicatezza, non deve affatto risparmiare la vista al lettore, di cui deve al contrario nutrirlo in qualche modo, perché sono un sublime insegnamento». Dopo una lunga e sanguinosa flagellazione, il corpo di Boezio fu steso sulla ruota. Una corda avvolta alla sua testa fu stretta da un argano fino a far uscire gli occhi dalle orbite. Questa tortura, lentamente amministrata, non poté strappare all'illustre paziente alcuna rivelazione. Quando lo staccarono dallo strumento del supplizio, viveva ancora. Si dice che portò le mani alla testa come per far rientrare gli occhi nella loro cavità insanguinata. La scure del carnefice, pochi istanti dopo, terminò il suo martirio (23 ottobre 525). Così morì il filosofo cristiano, uno dei geni più completi che siano apparsi sulla terra, il patrizio, l'ex console Anicio Manlio Torquato Severino Boezio. Le sue reliquie, sottratte dapprima ai fedeli per ordine espresso di Teodorico, furono, dopo la morte del tiranno, portate a Pavia e depositate nella tomba di Elpis, la sua prima moglie, sotto Pavie Città d'Italia, sede vescovile del santo e luogo di conservazione delle sue reliquie. il portale di una chiesa che il Padre Papebroch crede sia quella che si vedeva vicino al battistero noto con il nome di Torre di Boezio e che sussistette fino al 1584. Liutprando, nel 725, trasferì, nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, i resti di Boezio. Infine, l'imperatore Ottone III, nel 998, eresse in onore di Boezio l'attuale tomba che si ammira ancora nella chiesa degli Agostiniani di Pavia. Non ci soffermeremo a dimostrare l'assurdità di un'ultima supposizione che è stata fatta per arrivare a provare che il Boezio onorato come Santo a Pavia non sia il filosofo cristiano di cui ci occupiamo, ma un vescovo africano dello stesso nome, esiliato dai Vandali in Sardegna, e le cui reliquie sarebbero state portate a Pavia insieme a quelle di sant'Agostino da Liutprando, re dei Longobardi, nel 725. I cronisti ci hanno trasmesso l'elenco esatto dei vescovi morti in Sardegna le cui reliquie furono trasportate da Liutprando a Pavia: non vi figura alcun vescovo di nome Boethus o Boetius. Come d'altronde supporre che ci si sia immediatamente e improvvisamente accordati per venerare come quelli del filosofo Boezio i resti di un vescovo africano? Boezio era morto a Pavia, era stato sepolto a Pavia; sarebbe stato assolutamente impossibile attribuire il suo culto a uno straniero. Il popolo di Pavia, fedele al culto del martire Boezio, lo onora ancora ai nostri giorni, ogni anno, il 23 ottobre, con una solennità pubblica. Avevamo preso la libertà di chiedere a S. E. Monsignor il vescovo di Pavia se un culto qualsiasi fosse ancora reso a Boezio. Il signor Ariodante Ouette, segretario del vescovado di Pavia, volle gentilmente risponderci con le seguenti righe: «Vescovado di Pavia — Pavia, 7 settembre 1872. In risposta alla vostra stimata lettera del 31 agosto scorso, ho l'onore di informarvi che la diocesi di Pavia celebra, sotto il rito doppio, l'ufficio e la messa di san Severino Boezio, il 23 ottobre: ufficio e messa sono del comune di un martire. Il culto del Santo risale alla più alta antichità. Il suo cranio e il suo corpo sono in gran parte conservati, con la massima venerazione, in questa chiesa cattedrale». — Così, mentre si discute per sapere se Boezio sia stato cristiano, ecco che da secoli un'intera diocesi lo onora come un Santo e celebra la sua festa. Ciò prova quanto si abbia torto a non ricorrere alle fonti. Cf. Du Roure, Hist. de Théodoric (1846); Darras, Hist. de l'Église, e soprattutto D. Gervaise, Hist. de Boèce.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Roma nel 470
- Studi ad Atene
- Nominato patrizio a Roma a 19 anni
- Primo matrimonio con Elpis nel 492
- Magister officiorum sotto Teodorico
- Tre volte console (unico nel 510)
- Consolato dei suoi due figli nel 522
- Accusa di alto tradimento ed esilio a Pavia
- Redazione della Consolazione della filosofia in esilio
- Martirio per flagellazione e supplizio della ruota nel 525
Miracoli
- Invenzione di un complesso orologio idraulico
- Costruzione di macchine che riproducono i movimenti celesti
Citazioni
-
Deum sequere (Segui Dio)
Motto personale citato nella sua difesa -
Si ego scissem, tu ne scisses (Se l'avessi saputo, tu non l'avresti saputo)
Risposta all'accusa di cospirazione