Françoise de Bermond
Madre di Gesù-Maria
Prima superiora delle Orsoline in Francia
Françoise de Bermond introdusse l'Ordine delle Orsoline in Francia, trasformando le associazioni di Sant'Angela in comunità regolari. Fondò numerosi monasteri in tutto il paese, in particolare ad Avignone, Parigi e Lione. Concluse la sua vita nell'umiltà e nell'orazione a Saint-Bonnet-le-Chastel.
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LES PREMIÈRES URSULINES DE FRANCE ET DU CANADA.
MADAME FRANÇOISE DE BERMOND, DITE DE JÉSUS-MARIE.
Vocazione di Françoise de Bermond
Infanzia ed educazione di Françoise de Bermond ad Avignone, segnata da una precoce devozione alla Vergine e da una visione mistica di Cristo che la incoraggia nella sua missione.
Santa Angela Sainte Angèle Fondatrice originaria della Compagnia di Sant'Orsola. gettò solo le prime fondamenta della Compagnia che Dio l'aveva incaricata di stabilire: è da qui che deriva la diversità esistente nei vari rami delle Orsoline. Santa Angela non assoggettò le sue figlie ad alcun voto, pur impegnandole a legarsi con quello di castità; non le obbligò nemmeno alla vita comune e alla clausura; esse rimanevano nelle loro famiglie per l'edificazione del prossimo, e si riunivano solo per gli esercizi spirituali e le lezioni. È in Francia soprattutto che l'Ordine ha assunto la forma delle comunità religiose: vi fu introdotto dalla madre de Bermond che lo stabilì dapprima come semplice associazione, sull'esempio di santa Angela, trasformò le associazioni in comunità regolari e finì per entrare in un chiostro.
Françoise de Bermond nacque ad Avignone da Pierre de Bermond, ricevito Françoise de Bermond Introducetrice dell'Ordine delle Orsoline in Francia. re alla do gana di Avignon Città di cui san Rufo fu il primo vescovo e fondatore della chiesa. Marsiglia, e da Perrette de Marsillon; ebbe un fratello che morì in concetto di santità all'Oratorio e sette sorelle, tre delle quali divennero, come lei, Orsoline.
La madre di Mme Françoise de Bermond, essendo incinta di lei, sognò di portare un sole nel suo seno e, non appena l'ebbe messa al mondo, la consacrò al servizio della santa Vergine. La devozione della madre si insinuò così efficacemente nell'anima della figlia che quest'ultima, fin dalla culla, aveva già un tenero amore per Maria. Inoltre, suo padre e sua madre le ispirarono un'estrema orrore del peccato, e della menzogna in particolare; e coloro che l'hanno conosciuta intimamente hanno testimoniato che non aveva mai commesso colpe mortali. Tale doveva anche essere la verità, la riscrittura di santa Angela, colei che, come lei, era destinata a sollevare una nuova schiera, a garantire e conservare l'innocenza.
Appena seppe parlare, quando sua madre le chiese un giorno se volesse essere la serva della santa Vergine, rispose di sì senza esitare. Poco dopo, le sembrò in sogno che la Madre di Dio alloggiasse vicino alla casa di suo padre; e provò grande rammarico al risveglio, quando vide che la cosa non era avvenuta realmente, persuadendosi nel suo spirito infantile che l'avrebbe servita molto meglio sulla terra che in cielo.
Il naturale di questa bambina era così dolce che tutti coloro che la vedevano l'amavano e ne attendevano meraviglie col tempo. Aveva una grazia ammirevole in tutte le sue azioni. La sua memoria era così felice che non dimenticava nulla di tutto ciò che giudicava essere buono. Il suo spirito aveva punta e sottigliezza, sebbene a suo dire fosse pesante e tardo. Non si ricordava di aver mai distinto se avesse una volontà propria, fino all'età di trentasei anni, epoca in cui sentì qualche pena a conformarsi alle volontà altrui. Imparò in otto giorni a scrivere, eppure glielo mostrarono solo una volta.
La lettura giornaliera della Vita dei Santi alimentava la pietà in lei e le forniva mille sante affezioni. Ma pensò di perdere tutto per aver cambiato questa lettura con quella dei libri profani. Non vi cercò dapprima che un rilassamento per il suo spirito; ma presto ne fu affascinata e vi dedicò il suo tempo e la sua applicazione. Vi prese l'abitudine di parlare con ricercatezza nelle compagnie, dove si faceva ascoltare come un piccolo oracolo. Compose e fece stampare dei versi, di cui si pentì più tardi, come avendo avuto, diceva, la presunzione di far brillare ovunque il suo spirito.
Dio, che destinava Mme de Bermond a introdurre in Francia l'Ordine delle Orsoline, la cui principale funzione è di educare la gioventù, permise per un segreto disegno che ella conoscesse per sua propria esperienza il pericolo delle letture profane e frivole, affinché potesse in seguito premunire contro questo genere di pericolo le giovani persone affidate alle sue cure.
Quando fece la sua prima comunione, fu colta da un tale tremore che pensò di esserne rovesciata. Il cambiamento che si manifestò in lei a partire da quel momento mostra bene di quale importanza sia questa grande azione, e quale salutare influenza essa abbia su tutto il resto della vita, quando è ben fatta. Infatti, a partire da quel giorno, il suo affetto per il mondo si raffreddò, riprese gusto per i libri di pietà. Ma siccome aveva il cuore molto tenero e facile a commuoversi, versava talvolta una grande abbondanza di lacrime nel leggerli; tanto che credeva spesso di dover interrompere quella lettura, per risparmiare i suoi pianti, diceva. Confidò la cosa al suo confessore; e questi, avendole fatto promettere di non leggerne più altri, fu fedele all'impegno che aveva preso. E siccome Dio non si lascia mai vincere in generosità, ma rende al centuplo ciò che gli si dà, sparse tante dolcezze nella sua anima che, per meglio goderne, si ritirò dalle assemblee, anche al tempo del carnevale, dispensandosi dal scendere nel salone di suo padre, dove era richiesta con premura. Non avrebbe nemmeno più fatto né ricevuto visite, se uno dei suoi zii, che si arrabbiava quando non la vedeva al ballo, non l'avesse obbligata a trovarvisi talvolta. Era già così avanzata nell'orazione che vi rimase una volta quattordici ore di seguito e senza noia. Il divino amore prendendo imperio a poco a poco in questo nobile cuore, le ispirò infine la risoluzione di consacrare a Dio la sua verginità, nonostante le opposizioni del demonio, il quale le dipingeva la vita devota come una triste chimera che l'avrebbe fatta morire di dolore. Fece dunque voto di castità all'età di quattordici anni, invocando il soccorso della Regina delle vergini per compierlo.
Questa ape mistica non sapeva in quale alveare ritirarsi per comporre il miele della sua devozione. Chiese per un anno intero alla santa Vergine il luogo dove suo Figlio voleva essere servito da lei. Alla fine dell'anno, una luce interiore le mostrò che sarebbe stata Orsolina. Non sapeva cosa fosse, se non che aveva una volta sentito parlare delle Orsoline che san Carlo aveva stabilito a Milano. Nondimeno fu assicurata interiormente che avrebbe insegnato alla gioventù del suo sesso, in compagnia di altre figlie.
Dio si servì di una serva chiamata Antoinette, e della figlia di un mercante di Avignone, chiamata Sibile d'Olivier, per condurre Mme de Bermond ai suoi disegni. Queste ultime due avevano per direttore un religioso della Compagnia di Gesù, il Padre Romillon, ugualmente distinto per la sua scienza e la sua pietà. La decisero a porsi sotto la sua guida; e appena fu nelle sue mani, Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. fece rapidi progressi nella virtù. Il cambiamento che si manifestò in lei fece molto rumore in città, perché vi aveva respirato l'aria del mondo. Dopo che ognuno ne ebbe detto la sua, le persone che l'avevano più derisa, e che speravano di risvegliare con il suo ritorno nelle compagnie la gioia che aveva loro rapito ritirandosi, profittarono per prime del suo esempio e si associarono a lei. Si misero da quel momento a insegnare la dottrina cristiana, dividendo la loro giornata tra gli esercizi di pietà e quelli della carità.
Mme de Bermond, entrando un giorno presso una dama, con il disegno di guadagnare sua figlia alla piccola congregazione nascente, vi incontrò un vecchio eremita, il quale, conoscendo la sua risoluzione e non potendo persuadersi che una persona così giovane e così bella perseverasse nella vita devota, le disse: «Ci sono molti chiamati, ma pochi eletti». Mme de Bermond, comprendendo bene ciò che significava, ne fu talmente toccata che, abbreviando la sua visita, se ne andò nella grande chiesa di Avignone, dove, gettandosi in ginocchio ai piedi del crocifisso, disse, bagnata di lacrime: «E che! mio Salvatore Gesù, sarebbe mai possibile che la vostra bontà mi avesse dato tanti desideri di essere interamente vostra, e che io finisca nel numero dei reprobi?». E mentre continuava così i lamenti che il santo amore le forniva, cosa ammirabile! il crocifisso staccò la mano e, dandole la sua benedizione, le disse: «Persevera, figlia mia; io benedirò il tuo Ordine».
Espansione delle Orsoline in Francia
Istituzione delle prime comunità di Orsoline ad Avignone, Aix, Marsiglia, Parigi e Lione sotto l'impulso di Françoise de Bermond.
Dopo che la signora de Bermond ebbe guadagnato una ventina di compagne, scrisse al P apa Clemente Clément VIII Papa che approvò la riforma dei Trinitari. VIII una supplica, per ottenere per loro il permesso di insegnare pubblicamente la dottrina cristiana alle giovani fanciulle. Il Papa, approvando un così buon disegno, concesse loro la sua benedizione apostolica, con il permesso che desideravano, e in più un'indulgenza. Fu verso l'anno 1594 che, dopo aver appoggiato la sua impresa sull'autorità della Santa Sede, iniziò a istruire gratuitamente ad Avignone le fanciulle, e lei stessa, all'occorrenza, le donne.
Nel 1596, riunì le sue sorelle in comunità. Il Padre Romillon cercò loro una casa all'isola di Venezia. Stabilì suor Françoise de Bermond superiora della prima comunità; ed ella ebbe lo stesso titolo e lo stesso impiego in tutte le altre che fondò. Ma vi si comportò così umilmente che, nei viaggi che intraprese, anche per le fondazioni più illustri, viaggiò sempre montata su un asino, e tutto il resto era in linea con ciò.
Andò a fondare una comunità simile ad Aix e a Marsiglia. Mentre si trovava in quest'ultima città, fu chiamata a Parigi per governarvi un'assemblea di fanciulle e comunicare loro le regole che aveva già stabilito in Provenza. Governò per due anni, come superiora a Parigi, le prime Orsoline che vi si stabilirono; e quando, per le cure della signora de Sainte-Beuve, abbracciarono la vita religiosa propriamente detta, con i tre voti e la clausura, avrebbe voluto restare con loro; ma le sue superiore di Provenza non volendovi acconsentire, se ne tornò per obbedienza, rammaricandosi molto di non poter seguire la sua inclinazione, ma lasciando dietro di sé fanciulle formate dalle sue lezioni e dai suoi esempi, e animate dal suo spirito.
Passando per Lione, vi fu trattenuta per stabilirvi una nuova comunità di Orsoline. Fu l'ultima che iniziò senza clausura. L'arcivescovo di Lione, monsignor de Marguenon, avendo poi ottenuto una bolla del Papa per erigere questa casa in monastero, diede il velo e ricevette alla professione religiosa suor de Bermond e altre tre ancora, nonostante le opposizioni delle Orsoline di Provenza, che fecero ogni sforzo per richiamare presso di loro la loro cara madre. Così ebbe a Lione la felicità che non aveva potuto ottenere a Parigi, quella di essere completamente religiosa, come aveva sempre desiderato; e le fondazioni che intraprese in seguito furono stabilite con i tre voti e la clausura. Cambiò il suo nome di battesimo in quelli di Gesù-Maria, unici oggetti del suo amore. Prima della sua professione, le sorelle avevano ricevuto per servirle una fanciulla che mostrava felici disposizioni; ma la madre de Bermond, che sapeva discernere gli spiriti, la restituì ai suoi genitori, raccomandando loro di vegliare bene su di lei: e la cura che ne ebbero non impedì affatto che giustificasse presto i sospetti e i timori della nostra pia Orsolina.
Qualche mese dopo che la madre di Gesù-Maria ebbe fatto i suoi voti, il vescovo di Mâcon la richiese per istituire in monastero una Congregazione di Orsoline che esisteva in quella città. Prima che arrivasse, apparvero sopra, dentro e intorno alla casa di queste fanciulle, dei fuochi che gettavano un chiarore scintillante; e, sebbene fosse sera, la luce era tale che si poteva agevolmente leggere grazie ad essa. Non le rimase nulla di intatto addosso da Mâcon a Lione, avendo il popolo tagliato persino il suo velo. Non era passato più di un anno da quando era rientrata a Lione, quando fu chiamata a stabilire una nuova fondazione a Saint-Bonnet-le-Chastel nel Forez. L'arcivescovo di Lione ebbe molta difficoltà a lasciarla p artire, e le diede obbe Saint-Bonnet-le-Chastel Luogo dell'ultima fondazione e della morte di Françoise de Bermond. dienza solo per quattro mesi. Vi entrò con l'applauso del popolo, e si rinchiuse nella piccola Congregazione di Sant'Orsola, che trasformò in monastero. È lì che diede i suoi ultimi esempi di virtù.
Vita mistica e morte della Madre di Gesù-Maria
Pratiche ascetiche, lotte contro il demonio e morte di Françoise de Bermond a Saint-Bonnet-le-Chastel nel 1628.
Nonostante le opere di carità, i viaggi e le fondazioni di questa grande Orsolina, ella poteva dire con san Paolo: «La nostra cittadinanza è nei cieli», perché il suo spirito era sempre elevato verso Dio; e sarebbe forse difficile trovare una persona che non abbia più contemplazione in mezzo a tanta azione, e tanta azione in una contemplazione così assidua.
Sapeva trovare dodici ore per pregare Dio nei giorni ordinari, e quattordici nei giorni di festa. Verso la fine della sua vita, ne prendeva fino a diciassette o diciotto, essendosi scaricata di ogni altra occupazione, a causa delle sue infermità.
Nel pieno dell'inverno, e nella notte, era talmente infiammata nelle sue preghiere, che era costretta a poggiare le mani sul pavimento, per moderare l'ardore della sua fiamma. Altre volte si lasciava congelare le mani piuttosto che disgiungerle, dicendo che era una tentazione dell'Affrontatore (così chiamava il diavolo) che voleva farle abbandonare l'orazione. Verso la fine della sua vita, il demonio prendeva talvolta la forma della sorella incaricata di svegliare le altre; e dicendole le stesse parole, e con lo stesso tono, la faceva alzare spesso fin da mezzanotte, affinché dopo si addormentasse durante l'orazione. Quando sentiva leggere la *Vita dei Santi* in refettorio, o soltanto il martirologio, piangeva abbondantemente; e poiché le si faceva notare che, invece di piangere sulla morte dei santi, bisognava rallegrarsi della loro gloria: «È vero», rispondeva; «ma quando rifletto sul mio esilio, non ho più forza del beato Padre Ignazio, che piangeva in simile occasione». Compose dei cantici spirituali, per lenire in qualche modo le pene del suo esilio e la violenza dei suoi desideri verso la celeste patria.
La madre di Gesù-Maria, alzandosi al mattino, si volgeva, come il fiore del girasole, verso l'altare, dove era il vero Sole di giustizia e di misericordia; e, prosternandosi a terra, pregava il Padre eterno di onorare suo figlio nel santissimo Sacramento, e di far ricadere su di lei tutti i disprezzi che prevedeva sarebbero toccati a quel divino Gesù, annientato per amore. Non appena entrava in chiesa, il suo cuore volava verso il santo ciborio, come un uccellino ritorna al suo nido. Durante il giorno, andando e venendo, prendeva sempre la strada della chiesa, per avere il modo di adorare il suo Gesù, almeno alla porta. Di solito diceva che non avrebbe voluto cambiare la dolcezza di un quarto d'ora di orazione con il godimento di tutti i piaceri del mondo per mille anni. Quando usciva di chiesa, offriva il suo cuore a Nostro Signore, affinché lo custodisse con sé nel ciborio.
Ebbe per tutta la vita una tenera devozione per la santissima Vergine: recitava ogni giorno il rosario, in compagnia di alcune sorelle, per evitare l'estasi; ma, nonostante questa precauzione, non mancava di caderci talvolta. Un giorno, tra gli altri, disse con trasporto alla sua compagna: «Ah! sorella mia, che grande piacere vedere la santa Vergine allattare il suo piccolo Gesù! non si può vedere ciò senza un traboccare di gioia». — «Madre mia», le rispose quella figlia, «ciò che mi dite mi riempie di gioia, ma se vedessi ciò che vedete voi, ne avrei ancora molto di più». La madre di Gesù-Maria, tornando allora dalla sua estasi, si volse verso il suo oratorio, dicendo: «O buon Gesù! guardate cosa pensa di me questa figlia; perdonate lei, e me parimenti».
Chiese una volta a Nostra Signora in cosa le potesse essere più gradita, e una voce interiore le rispose: «Ringrazia Dio della grazia e della gloria che ha dato a me e al mio sposo san Giuseppe». Questa fu anche in seguito l'occupazione principale del suo spirito. Stimava sopra ogni cosa la verginità, che la poneva al seguito di questa Vergine delle vergini. «Quando dovessi», diceva, «essere donata eternamente, e avessi nel frattempo la scelta di un paradiso sulla terra, non cercherei altro modo di vita che quello che ho abbracciato». Tuttavia, venticinque anni dopo i suoi voti, il diavolo non mancò di eccitarla al pentimento di aver lasciato il mondo e i piaceri che vi poteva gustare. Poiché era importunata da vari pensieri di questo genere, la santa Vergine le presentò in sogno una coppa piena di una bevanda deliziosa di cui bevve; si risvegliò disgustata da tutti i piaceri terreni, e liberata dalla sua tentazione. Ricorreva alla santa Vergine nei suoi dubbi e nelle sue difficoltà, e a stento aveva aperto bocca per pregarla che veniva esaudita.
Viveva in un commercio molto intimo con il suo angelo custode. Se temeva la perdita di qualche lettera importante, gliela raccomandava, e riceveva poco dopo la risposta. La sua debolezza, unita alla sua continua contemplazione, la faceva inciampare quasi a ogni passo. Invocava il suo angelo; «e senza di lui», diceva, «sarei morta in mille incidenti». A qualunque ora della notte volesse alzarsi, il suo angelo la svegliava puntualmente, bussando sul suo tavolo. Quando desiderava parlare a qualche persona assente che non poteva far avvertire, pregava il suo buon angelo di darle il pensiero di venire a trovarla, e non mancava mai. Ciò accadde più volte al suo direttore, che, sentendosi spinto interiormente, andava al monastero senza alcun disegno prestabilito. E non appena la madre lo scorgeva: «Dio sia lodato», diceva, «vi avevo inviato un angelo per farvi venire». Salutava anche il suo angelo a ogni porta da cui passava, e si ritraeva un poco, come per cedergli il passo.
Lo zelo per la salvezza degli infedeli, che si era acceso subito nel cuore di questa cara madre, finì per consumarlo in seguito. Poiché si parla volentieri di ciò che si ama e di ciò che si desidera, non aveva intrattenimento più piacevole con le sorelle, mentre era a Parigi, che fare progetti di viaggio nei paesi barbari, per catechizzarvi le donne e le fanciulle. Furono forse quelle le prime scintille di quello zelo che, più tardi, portò fino al Canada diverse religiose di questa stessa casa. Fu lei a convertire Mlle de Rochebgave, la quale aveva uno spirito molto dialettico, ma fortemente attaccato all'eresia.
VIES DES SAINTS. — TOME VI. 22
Ciò che vi era di più ammirevole in questa santa donna, era l'umiltà con cui nascondeva i doni di Dio, e ciò che faceva per lui. Aveva per questo tanta destrezza, che nulla la distingueva all'esterno dalle altre religiose. Talvolta, quando tornava da un'estasi, e vedeva una sorella accanto a lei, le diceva: «Mio Dio! sorella mia, siete troppo paziente; dovevate andarvene durante il mio sonno, o bene svegliarmi». Era insensibile alle lodi, e i disprezzi la rendevano gioiosa. Una donna matura e altolocata venne al convento a fare gran chiasso, e a dire mille ingiurie contro la superiora, perché non si era potuta ricevere sua figlia tra le esterne. In queste occasioni e altre simili, abbracciava le sue sorelle con tenerezza, dicendo: «Coraggio! è una fortuna che siamo così trattate; riconosciamo da ciò che siamo consacrate di Gesù Cristo». Aveva sofferto ben altri disprezzi a Lione: poiché, quando usciva con le sue compagne per andare in chiesa, il popolo si faceva beffe di loro. Gli uni le prendevano per vedove, gli altri per ragazze pentite, alcuni persino per donne di malaffare. Una donna le disse un giorno con impeto che aveva fatto bene a venire a Lione per rimettersi sulla buona strada: «Poiché sappiamo», aggiunse, «che vita avete condotto ad Avignone, dove vostro marito è stato impiccato». — «È vero», replicò la madre ridendo, «che il mio Sposo è stato impiccato sulla croce». Ricevette questa donna con tanta bontà, che la rese confusa. In ogni cosa, grande e piccola, aveva riguardo all'umiltà. Così una sorella che sapeva scrivere meglio di lei, offrendosi di scrivere a suo nome a una persona di qualità, ella non volle acconsentire, dicendo che si sarebbe attirata per questo delle lodi che non le erano dovute, e che era giusto che quella persona vedesse che non sapeva far nulla di bene. Trattava con le sue religiose piuttosto da eguale che da superiora; ma sapeva, quando occorreva, assumere un portamento grave o severo che le faceva tremare. Poiché eccelleva in umiltà, la desiderava nelle sue figlie, e soprattutto nelle superiore. Una di queste ultime si scusava con lei di accettare tale carica, dicendo di non essere capace di comandare alle altre. La madre di Gesù-Maria le rispose con tono severo: «Difatti non intendo che voi comandiate loro; ma le pregherete, e saranno così obbedienti, che le vostre preghiere terranno luogo di comando».
Dopo che questa degna madre ebbe dimorato quattro mesi con le Orsoline di Saint-Bonnet, fu richiesta a Grenoble. L'arcivescovo di Lione avendole scritto a questo proposito, ella lo supplicò di lasciarla a Saint-Bonnet, perché il monastero era povero, vi era disprezzata, e vi aveva tempo per attendere all'orazione. Il prelato non volle costringerla; ella continuò a diffondere in quell'umile convento lo spirito di cui era penetrata, e il profumo delle sue virtù. Perciò vi si trovava così felice, che diceva ordinariamente che Parigi le era un inferno, Lione un purgatorio, e Saint-Bonnet un paradiso. In verità, se i Santi fanno quaggiù il loro paradiso attraverso le sofferenze, ella ne ebbe in questa città più che altrove, ed è per questo che vi si compiaceva tanto. Il rifiuto di una ragazza di qualità ne causò molte; poiché tutti gli abitanti ne furono irritati, e per un anno sembrò che il convento dovesse perire. Un giorno che tutto vi mancava contemporaneamente, un mulo carico di farina si presentò alla porta senza conduttore. Le religiose presero il suo carico, poi egli se ne andò. La superiora ordinò preghiere per i suoi persecutori e quelli delle sue figlie, e lei fu la prima a macerarsi per loro. Fu in quel luogo che condusse per sei anni una vita più angelica che umana, nascosta nel segreto del volto di Dio, e oppressa da persecuzioni, che fecero risplendere ancora di più la sua santità.
Sei mesi prima della sua morte, Dio la provò con grandi aridità interiori. Fu infine colpita da un'apoplessia che durò solo due giorni, e le lasciò la libertà di ricevere i Sacramenti: dopo di che morì, il 19 febbraio 1628, all'età di cinquantasei anni. Il suo direttore era allora assente; di modo che era difficile che una religiosa morisse con meno clamore. Ottenne in questo modo ciò che aveva chiesto a Dio molto tempo prima, vale a dire, di morire nel più piccolo monastero dell'Ordine, e nell'abbandono, per onorare il disamato abbandono di Gesù alla sua morte.
La madre di Gesù-Maria era, come tutti i Santi, terribile ai demoni, e un oggetto di orrore e di odio per loro. Trovandosi una volta in un luogo dove vi era un'ossessa, il demonio volle gettarsi su di lei, e le gridò con voce spaventosa: «Ritirati da me, tu mi bruci». Ma ella, armata della forza di Dio, e non temendo affatto le minacce del demonio, si avvicinò più da vicino all'ossessa, e le sputò in faccia, per disprezzo verso colui al cui potere era soggetta. Il demonio, furioso, le disse: «Dirigerò tutti i miei sforzi e tutte le mie astuzie contro di te, e contro le tue figlie, più che contro tutti gli altri Ordini religiosi». — «Perché, miserabile?» chiese la madre di Gesù-Maria. — «Ah!» rispose il demonio, «perché le istruzioni che dai a queste piccole fanciulle sono causa che io non possa quasi nulla su di loro; ecco perché impiegherò tutto ciò che l'odio e la rabbia mi potranno fornire, per impedire alle giovani fanciulle di entrare nel tuo Ordine». Il demonio non ha mancato di eseguire le sue minacce, come sanno coloro che si sono occupati delle ossesse di Loudun.
Mme de Sainte-Beuve e la fondazione di Parigi
Vita di Madeleine Lhuillier, vedova di Sainte-Beuve, e il suo ruolo cruciale nello stabilimento delle Orsoline nel sobborgo Saint-Jacques a Parigi.
Mme de Sainte-Beuve ebbe come padre Jean Lhuillier, signore di Boulencourt, ecc., presidente alla camera dei conti di Parigi, e come madre Renée de Nicolai, entrambi imparentati con diverse illustri famiglie del regno. Ebbe nove fratelli e otto sorelle, essendo suo padre e sua madre stati sposati più volte ciascuno. Questa moltitudine di figli non impedì che fossero tutti sistemati nel mondo secondo la loro nascita. Nacque nel 1562 e imparò da sua madre, donna di alta virtù, a fuggire i vizi ordinari della giovinezza, e principalmente la menzogna.
La sua bellezza, la sua dolcezza, il suo buon carattere le attirarono numerosi pretendenti. I suoi genitori scelsero Claude Leroux, signore di Sainte-Beuve, consigliere al parlamento di Parigi. Aveva diciannove anni quando lo sposò; e vivevano così perfettamente uniti insieme, che sembrava che nulla mancasse alla loro felicità. Ma vi sono anime che hanno il glorioso privilegio di eccitare in qualche modo la gelosia di Dio, e che Egli non lascia mai in riposo finché non si siano interamente date a Lui. Mme de Sainte-Beuve era una di queste anime: Dio la voleva interamente, senza alcuna condivisione: ed è per questo che le tolse con la morte il marito, dopo soli tre anni di matrimonio. Questo colpo fu molto sensibile per lei; ma la sua fede le ne fece presto cogliere il fine. Ebbe abbastanza coraggio e fedeltà per perseverare nella risoluzione generosa che aveva preso di non risposarsi più, e di non avere mai più altro amore che per Colui che non si corre alcun rischio di perdere.
Mme de Sainte-Beuve non aveva più di ventidue anni quando rimase vedova, senza aver avuto figli dal marito. Fu una cosa ammirabile vedere una vedova della sua età, della sua qualità, ricca e bella come era, condursi nel suo vedovato, in cui perseverò per quarantasei anni, con un'integrità, una saggezza e una vita irreprensibili, che la maldicenza non vi trovò mai nulla che potesse riprendere. La sua reputazione era tale, che si diceva comunemente a Parigi che non c'era che da cambiare una sola lettera del suo nome affinché fosse di nome così come di fatto la Santa Vedova.
In quel tempo, il re Enrico IV entrò a Parigi, dopo aver trionfato sulla L Henri IV Re di Francia menzionato per la datazione della cappella. ega. Questo principe si era presentato un giorno senza cerimonie in un'assemblea di dame di cui Mme de Sainte-Beuve faceva parte; ella si avanzò verso di lui, spinta dallo zelo della religione cattolica, e gli disse rispettosamente che lo riconosceva come suo re. Poi aggiunse, parlando del governatore di Parigi, che gli aveva aperto le porte della città: «Sire, avevo sempre creduto che il conte di Brissac fosse un uomo d'onore, e non l'avrei mai preso per un traditore». Questa libertà piacque al re: «So bene», disse a Mme de Sainte-Beuve, «che siete sempre stata contro di me, ma non vi amo di meno per questo». Gestendo abilmente la benevolenza del re, gli chiese grazia per alcune persone del partito contrario, che nascondeva in casa sua, cosa che egli le accordò molto graziosamente. Non volle permettere che ella baciasse il lembo del suo mantello, e le fece dei complimenti sulla sua bellezza. È da questo momento che si pretende che egli ebbe qualche inclinazione per lei; e ne diede più di una volta segni sensibili, al punto che si presentò a casa sua una mattina per farle visita, senza farsi annunciare. Avvertita da una delle ragazze che la servivano, si rinchiuse nel suo gabinetto; e il re non poté mai convincerla ad aprirgli. Ella si scusò dicendo che non era in condizioni di apparire davanti a Sua Maestà, sicché egli si ritirò, pieno di ammirazione per la sua virtù.
Il re, che aveva sempre la stessa inclinazione per lei, e ancora più stima, amava intrattenersi con lei. Quando scorgeva la sua carrozza in una strada, faceva fermare la propria per salutarla. Ma aveva una tale venerazione per lei, a causa della sua virtù, che mai le rivolse alcuna parola indiscreta o sconveniente. Ella temeva molto di essere sottoposta a questo genere di prova, e ammetteva lei stessa che questo timore era per lei un contrappeso che le impediva bene di inorgoglirsi dell'interesse tutto particolare che il re le portava. Sapeva elevare abilmente lo spirito di questo principe nelle conversazioni ordinarie, e prendere occasione dalle cose più comuni per portarlo a Dio e alla pietà cristiana. «È facile per voi altri», le diceva un giorno, «sentire le tenerezze della devozione; poiché siete stata nutrita fin dalla culla nella religione cattolica. Ma io, che sono un guerriero cresciuto nella licenza dei campi e del calvinismo, e istruito da poco, come volete che abbia sentimenti così grandi di pietà?» — «Sire», gli rispose giudiziosamente, «se Vostra Maestà non ha la tenerezza della devozione, può averne la forza; è in essa che consiste la vera devozione, e voi non ne avrete che più merito».
Passava a corte e in città per una Santa, e tutti, riguardo a lei, seguivano il precetto di san Paolo, il quale ordina di onorare le vedove che sono veramente vedove.
Comprendendo perfettamente i doveri della sua posizione, e ben convinta che ognuno in questo mondo ha ricevuto da Dio una sorta di apostolato, cercava di procurare la gloria di Dio, e di far avverare il suo regno non solo in se stessa, ma anche negli altri. La sua pietà era in ciò ben diversa da quella devozione stretta, egoista e falsa, così comune ai nostri giorni, la quale, rinchiudendosi in se stessa, si preoccupa poco del progresso e della salvezza del prossimo. Sapeva che ogni cristiano deve spargere, in una certa misura, il buon odore di Gesù Cristo, secondo l'espressione di san Paolo, e che Dio ci chiederà conto non solo del male che avremo fatto, ma anche del bene che avremo trascurato di fare. Così, la sua carità si estendeva agli altri; abbracciava con gioia tutte le occasioni di far loro del bene.
È un triste segno per lo stato di un'anima, quando è indifferente al bene del prossimo e alla gloria di Dio. Vi sono tante circostanze nella vita in cui una buona parola detta al momento giusto, può diventare il germe di una vita migliore e nuova. Quante povere donne nel mondo, vergognose dei legami in cui sono impegnate, non chiedono per rialzarsi che uno sguardo amico, una mano benevola che le sostengano. Ma questo sguardo, questa mano, non li trovano, nemmeno tra coloro che fanno professione di pietà. E ciò deriva molto spesso da un fondo di rispetto umano e di pusillanimità, o, cosa ancora peggiore, da un'indifferenza colpevole riguardo alle cose di Dio.
Non era così per Mme de Sainte-Beuve. Una giovane ragazza, pressata dalla sua coscienza di ritirarsi dal vizio, la pregò di proteggerla e di assisterla nella sua necessità. La nostra virtuosa vedova le tese la mano caritatevolmente; e, per provvedere a lei, e darle i mezzi per vivere, trasse dalla sua borsa ottocento scudi che le diede. Un'altra ragazza, che aveva fallito e se ne pentiva, fu messa da lei in religione; e Mme de Sainte-Beuve usò tali precauzioni per impedire che la sua colpa fosse conosciuta nel convento, che la cosa rimase segreta, e che vi fu ammessa come religiosa.
Mme de Sainte-Beuve era perfettamente sottomessa al suo direttore, il Padre Gohleri, della Compagnia di Gesù; non faceva nulla che egli non avesse approvato, e aveva per lui un rispetto e una deferenza estremi. Stimava tanto la sua direzione e se ne era trovata così bene, che, durante i quattordici anni che gli sopravvisse, non si legò ad altri direttori, ma seguì sempre le massime di questo santo religioso, e le pratiche che le aveva consigliato. Questo è, in effetti, un punto molto importante per il progresso spirituale; ed è molto difficile, soprattutto per le persone che vivono nel mondo, avanzare nella virtù, senza una fiducia intera nel proprio direttore, e una grande sottomissione nei suoi confronti.
Dio, che voleva servirsi di Mme de Sainte-Beuve per stabilire un nuovo Ordine nella sua Chiesa, le ispirò un grande zelo per la sua gloria e un desiderio ardente di contribuirvi e di impiegarvi tutto il bene che aveva. I suoi desideri furono dapprima generali e confusi, e restò diversi anni in questo stato, prima che conoscesse in particolare la volontà di Dio.
Come si intratteneva un giorno con il Padre Lancelot Marin, maestro dei novizi dei Gesuiti di Parigi; gli comunicò i grandi e continui desideri del suo cuore per procurare la gloria di Dio, aggiungendo che si trovava così incapace e così poca cosa, che questi desideri non servivano che a darle confusione e dolore. Gli chiese ancora se non vedesse qualche mezzo per rinnovare il culto di Dio, che diminuiva tutti i giorni, e in che cosa lei vi potrebbe contribuire. Il Padre le rispose: «Mademoiselle, sto per dirvene uno che Dio mi mette nello spirito, con una ingenua comparazione. Figuratevi una forte mela diventata marcia. Che bisognerebbe fare per rimetterla nel suo primo stato, se non toglierne i semi, piantarli in una buona terra, poi ben annaffiarli e coltivarli; in modo che possano produrre alberi, i quali porterebbero a loro volta belle mele quanto quelle da cui sono prodotti? Allo stesso modo, mi sembra che, per rinnovare il mondo corrotto, bisognerebbe prenderla dalla piccola gioventù. Il nostro Padre sant'Ignazio ha mirato a questo scopo, destinando la nostra Compagnia alla buona educazione dei giovani. Sarebbe un'impresa parimenti molto lodevole e molto utile stabilire a Parigi una congregazione dove si ritirassero dal mondo le bambine, come da una cattiva terra, per trapiantarle in un terreno fertile; affinché, avendo ricevuto là buone istruzioni, ne uscissero come da un vivaio, per portare la virtù nelle famiglie. Le famiglie una volta ben regolate riformerebbero le città, le province; e per questo mezzo, il mondo diventerebbe tutto un altro. I poveri cattolici, almeno, non vivrebbero nell'ignoranza, che è la causa di tanti vizi».
Questo discorso fu un raggio di luce che illuminò il suo spirito, e le diede i primi pensieri della fondazione che stabilì più tardi. Vediamo qui quanto è importante comunicare i nostri buoni pensieri a coloro che Dio illumina e anima con il suo spirito.
Mme Acurie lavorava allora a stabilire le Carmelitane a Parigi. Dopo aver scelto, tra le ragazze che aveva riunito attorno a sé, quelle che erano le più adatte alla Regola delle Carmelitane, impiegò le altre a istruire gratuitamente le giovani ragazze, prevedendo con la luce celeste, i beni che un istituto animato da questo spirito produrrebbe nel mondo. Non ebbe riposo finché non vide l'esecuzione dell'idea che ne aveva concepito, il che la fece risolvere di parlarne a sua cugina, Mme de Sainte-Beuve. La persuase facilmente a intraprendere quest'opera, purché le ragazze che istruivano fossero religiose. Mme de Sainte-Beuve abbracciò coraggiosamente quest'opera e vi consacrò tutte le sue cure con tale zelo, che vendette la casa che aveva in città per andare ad alloggiare al sobborgo Saint-Jacques, vicino al luogo destinato al monastero. Vi era già lì un edificio abbastanza grande e alcuni altri più piccoli, che pagò quasi interamente, e che riunì con un grande corpo di fabbrica che fece costruire a sue spese. (29 settembre 1616.) Fece aggiungere più tardi grandi edifici al monastero, dove ebbe la consolazione di vedere alloggiare quasi sessanta religiose e un numero ancora maggiore di pensionanti.
Virtù e fine vita di Madame de Sainte-Beuve
Descrizione della carità, dell'umiltà e della pietà della fondatrice parigina fino alla sua morte nel 1630.
Era impossibile che gli inizi di un'opera così bella, che doveva produrre tanti frutti di benedizione e di salvezza, non fossero turbati dal demonio. La storia fa menzione di diversi tentativi che egli fece per rovinare il monastero che Madame de Sainte-Beuve aveva appena fondato a Parigi. A tal fine, suscitò diverse novizie, di cui fece i suoi strumenti e che si erano impegnate con lui tramite un patto formale. Era soprattutto Madame de Sainte-Beuve che egli prendeva di mira, e cercò in mille modi di rovinarla. Ma Dio era con lei, e la sua benedizione riposava sull'opera che ella aveva fondato. Una di queste sventurate, che aveva ceduto alle suggestioni del demonio, confessò più tardi che era stata soprattutto l'umiltà di Madame de Sainte-Beuve a preservarla dai suoi attacchi.
Tra gli Ordini religiosi, Madame de Sainte-Beuve prediligeva soprattutto i Padri Gesuiti, perché si dedicavano alla salvezza delle anime e si applicavano, come le Orsoline, all'educazione della gioventù. Così, essendosi ridotta lei stessa alla povertà, fece ogni sforzo per ottenere dalle sue amiche le somme necessarie all'istituzione di un noviziato separato dalla casa professa dei Padri (1609).
Fondò anche un'altra casa di Orsoline, in rue Saint-Avoye a Parigi; e per umiltà cedette il suo titolo e i suoi diritti di fondatrice a una delle sue nipoti, sposata con il signor Feldeau, signore di Brou. Condusse quattro professe per iniziare questo nuovo stabilimento. Fu lei anche a guidare le religiose che andarono a fondare i monasteri di Pontoise e di Saint-Denis, contribuendo con le sue cure e le sue carità, per quanto le era possibile.
Sebbene Madame de Sainte-Beuve fosse sempre stata considerata una persona tra le più virtuose, fu principalmente dopo aver fondato il primo monastero delle Orsoline che le sue virtù brillarono maggiormente.
Aveva nel pregare Dio un modo e un contegno così gradevoli che ci si sentiva spinti a pregare solo a vederla. Diceva anche che pregare male, facendo smorfie, significava in qualche modo voler spaventare Nostro Signore. Una sera di Ognissanti, mentre pregava nella sua stanza per i fedeli defunti, avendo ripreso più volte la sua damigella di compagnia perché pregava in una postura molto trascurata, udì il rumore di uno schiaffo che le veniva dato da una mano invisibile; e la sua servente lo sentì così bene che non ne attese un secondo per assumere un'altra postura più conveniente. Madame de Sainte-Beuve raccontò il giorno seguente l'accaduto alle Orsoline, essendone ancora tutta commossa.
Aveva pregato Dio in ciascuno dei luoghi del suo monastero mentre veniva costruito, affinché non vi fosse mai offeso, almeno mortalmente. Il rispetto che aveva per tutte le cose sante non può essere espresso. Le minime cerimonie della Chiesa, tutte le parole della santa Scrittura, tutti i luoghi di devozione e tutto ciò che riguardava il culto di Dio e dei Santi le erano in particolare venerazione; non poteva vedere mancare, anche di poco, in questo punto, senza testimoniare il dolore che ne provava. Sapeva che nulla di ciò che tocca il culto di Dio è piccolo, e che le minime cerimonie sono state ispirate dallo Spirito Santo e attestano l'alta sapienza della Chiesa: ben diversa in questo da quegli spiriti leggeri e superficiali, che si immaginano che le cose esteriori nella religione non abbiano alcuna importanza, e che le sante pratiche comandate e autorizzate dalla Chiesa siano puramente arbitrarie. Avendo saputo un giorno che il giardiniere del convento aveva riposto dei semi in un eremitaggio che lei aveva fatto costruire sul modello del Santo Sepolcro, ne fu afflitta fino alle lacrime e ottenne dalla superiora che si facesse una processione per riparare a questa irriverenza.
Madame de Sainte-Beuve, considerando le religiose come spose di Gesù Cristo, aveva per loro un profondo rispetto. Quando doveva parlare nella comunità, era colta da un timore che si notava facilmente. Se ne stupiva lei stessa e diceva spesso alle suore del monastero: «Sono libera con ciascuna di voi in particolare e vi guardo tutte come mie figlie. Ma quando vi vedo riunite, mi sembra di essere alla presenza degli angeli; e tremo più per dirvi una parola di quanto non abbia mai fatto davanti ai grandi del mondo. Sì, scommetterei con più sicurezza davanti al corpo del Parlamento che davanti al vostro». Aveva una grande deferenza per le superiore e non acconsentiva mai a passare davanti a loro. Non si immischiava mai negli affari particolari del convento, nonostante tutte le sollecitazioni che le si potessero fare a questo proposito; sapendo molto bene che i privilegi di una fondatrice sono accordati per mantenere un monastero, e non per turbarlo con l'usurpazione di un'autorità che non le è dovuta.
Alloggiò per qualche tempo all'interno del convento, uscendo quando le piaceva per i suoi affari o per ricevere le visite dei suoi parenti, che non erano affatto contenti di vederla solo alla grata. Ma poiché si accorse che uscendo così spesso poteva incomodare il monastero, lo lasciò del tutto dopo un anno e dimorò in una casa contigua, avendo un parlatorio da cui poteva conversare con le religiose e una porta da cui poteva entrare nel convento. Diceva ordinariamente le feste e le domeniche nel refettorio e passava poi la ricreazione con le sue care figlie; poi, al suono della campana, si ritirava fino ai Vespri, a cui assisteva e salmodiava nel coro. Quando si arrivava a questo versetto del salmo 112: *Qui habitat sterilem in domo, matrem filiorum laetantem*, provava una giubilazione così grande che non la poteva dissimulare. Vedeva infatti compiersi in lei queste parole e sussultava di gioia nel vedere sotto i suoi occhi questa famiglia così numerosa che Dio le aveva dato e che si moltiplicava ogni giorno.
Aveva una grande inclinazione per i bambini, si compiaceva di ragionare con loro e dava ottime massime alle Orsoline per la loro educazione. Raccomandava soprattutto di ispirare loro l'amore per la modestia e l'orrore per la menzogna, di non dire loro mai le cose diversamente da come erano e di non scoraggiarli mai nei loro discorsi infantili. «Come», diceva, «il loro spirito si formerà, se togliete loro la libertà di istruirsi e di dichiarare i loro pensieri?»
Ripeteva spesso che il denaro e la tristezza erano incompatibili con lei.
Fece sposare molte povere ragazze dopo averle sottratte al vizio o all'occasione di caderci, dando a ciascuna secondo il suo bisogno e secondo il denaro che aveva; poiché spesso non le restava più nulla; e dopo aver svuotato la sua borsa, cercava altro, piuttosto che congedare un povero senza dargli nulla. Colpita da compassione per un artigiano ridotto alla mendicità, chiese per lui a un suo parente e ne ottenne un'elemosina di cento scudi. Fece venire tutta gioiosa questo pover'uomo e si informò da lui se fosse diligente nel rendere i suoi doveri a Dio. Rispose di sì e che non vorrebbe mai mancare: «Ebbene! amico mio», gli disse, aprendo il suo grembiule, dove erano i cento scudi, «poiché avete il timore di Dio, tenete, ecco ciò che vi manda: vedete come provvede a coloro che lo servono». Quest'uomo, sorpreso a quella vista, non poteva credere a tanta felicità e pensava che lo si volesse forse ingannare. Ma la sua benefattrice lo assicurò che tutto quel denaro era per lui e glielo mise tra le mani. Sarebbe difficile dire chi fu più felice, se colui che ricevette il denaro o colei che lo diede.
Nulla mostra meglio la sua ardente carità per i poveri di questa parola, ben degna di essere meditata da tutti i cristiani: «Il più grande compiacimento che ho», diceva, «quando mi sveglio al mattino, è di sapere che potrò dare qualcosa quel giorno». Sapeva che la carità è il compendio di tutta la legge e il carattere distintivo al quale Nostro Signore ha detto che si riconoscerebbero i suoi discepoli. Sapeva che, secondo la testimonianza di san Giovanni, nessuno può illudersi di amare Dio, che non vede, se lascia nel bisogno il fratello che vive accanto a lui e sotto i suoi occhi. Ma sapeva allo stesso tempo che la durezza verso i poveri viene quasi sempre dalla disposizione a non rifiutare nulla a se stessi; e che sono quasi sempre le nostre spese inutili a metterci nell'impossibilità di sovvenire ai bisogni degli altri. Poiché il cristianesimo solo ha messo in rilievo il legame che esiste tra la carità verso i poveri e lo spirito di umiltà e di abnegazione. Lui solo ha reso la carità possibile e facile, attaccando, fino nel fondo più intimo del cuore umano, la radice stessa dell'egoismo. Solo Lui ha potuto dire all'uomo di amare il prossimo come se stesso, che gli ha comandato di odiarsi e di disprezzarsi. Questi due precetti si tengono così strettamente che è quasi impossibile adempiere al primo, se non si compie il secondo. Così Madame de Sainte-Beuve, per provvedere alle sue carità e per conformarsi a Colui che, essendo ricchissimo, si è fatto povero per amore di noi, si tagliava tutto ciò che poteva. Vendette il suo vasellame d'argento, i suoi arazzi e tutti gli altri mobili di pregio; non ebbe più che un letto di semplice droguet; non si vestì più che di lana, cucendo lei stessa e filando talvolta i suoi abiti. Si disfece poco tempo dopo della sua carrozza e congedò la maggior parte della sua servitù, dopo averli molto ben ricompensati. Simile alla donna forte della Scrittura, non mangiava il suo pane nell'ozio, ma era sempre occupata in qualche lavoro utile.
Parlava di sé con molta riserva, non si gonfiava per le lodi che le venivano date; e mentre tutti l'ammiravano, lei sola sembrava ignorarsi. Una religiosa le chiese un giorno con semplicità se non avesse mai provato in passato qualche movimento di compiacimento a causa della sua bellezza. Rispose francamente che non si ricordava di esservisi mai soffermata, se non una sera, in cui, dopo essere stata tutto il pomeriggio in compagnia di una dama estremamente brutta, si trovò nel suo specchio più bella di lei e ne provò un po' di gioia.
Aveva un orrore profondo per la menzogna. La regina Anna d'Austria, ancora molto giovane, era entrata un giorno nel convento delle Orsoline; una principessa si presentò e chiese di entrare anch'essa. La regina, desiderando che non le si permettesse, disse alla superiora che bisognava rispondere che la chiave della porta era perduta. Ma Madame de Sainte-Beuve, che era presente, prese la parola; e rivolgendosi alla regina, con una semplice e generosa libertà: «No, Madame», le disse, «non si porterà questo messaggio: che Vostra Maestà si ricordi che, per qualsiasi cosa, non è permesso dire una menzogna». Questo piccolo rimprovero edificò la regina e tutto il suo seguito.
Era regolata nel suo nutrimento come in tutto il resto. Diceva pochissimo presso gli altri, anche presso i suoi parenti più stretti, soprattutto dopo essersi ritirata vicino al monastero delle Orsoline; e, per quanto poteva, mangiava sola nel suo piccolo alloggio. Disse un giorno per occasione alle Orsoline che non si ricordava di aver mai ordinato ciò che si doveva preparare per i suoi pasti, né di aver trovato da ridire su ciò che le veniva presentato. Questa ammirevole ritenzione, in una persona che era stata allevata delicatamente come Madame de Sainte-Beuve, fa apparire un così grande distacco che basterebbe da sola a persuadere che la sua virtù non era ordinaria. Poiché, al giudizio di sant'Agostino, che se ne intendeva bene in queste materie, la temperanza, così come la legge cristiana la comprende e la prescrive, è la virtù più difficile da osservare; ed è lì molto spesso, dice, lo scoglio contro cui viene a naufragare la volontà meglio affermata.
A tutti i vantaggi di cui Madame de Sainte-Beuve godette in questo mondo, aggiunse ancora una salute perfetta; il che le dava abbastanza motivo di amare la vita presente, dove nulla le era penoso. Così ammise semplicemente in diverse occasioni che ne temeva la perdita e che le era necessario elevarsi con la fede ai desideri della vita futura. Non tralasciava tuttavia di prepararsi alla morte, tanto più che avanzava in età e che lievi incomodità sembravano avvertirla. Queste aumentarono considerevolmente negli ultimi sei mesi della sua vita. Le fecero ogni sorta di rimedi, che sembravano fare un buon effetto, quando tutto a un tratto, il 25 agosto, l'idropisia si dichiarò, con grande stupore di tutti coloro che la curavano e che avevano creduto fino ad allora il suo stato senza pericolo. Il medico le dichiarò che era tempo che ricevesse il santo Viatico. Questa notizia la stupì un po': «Come dunque! Signore», disse, «non potrei aspettare a comunicare domani? — Madame», le rispose, «non vi consiglio di differire un momento». Subito, raccogliendo il resto delle sue forze, fece pressione affinché si andasse a cercare Nostro Signore.
Intanto il monastero fu stranamente allarmato nell'apprendere verso mezzanotte che la sua cara fondatrice era all'estremo. La superiora le mandò a chiedere perdono da parte di tutta la comunità e le offrì i suoi servizi, così come quelli di tutte le sue religiose. Parlava già solo molto difficilmente. Ma udendo questo triste messaggio, pianse ancora di tenerezza. Volle dire qualcosa, ma le sue lacrime glielo impedirono; così che fece solo segno che era per le sue care figlie in morte ciò che era stata durante la sua vita.
Passò così dolcemente, mentre si recitava il salmo *Laetatus sum*, che sembrava che si addormentasse, chiudendo gli occhi da sola, alle due del mattino, il 29 agosto 1630, all'età di sessantotto anni, mentre le sue buone figlie le Orsoline recitavano insieme nel coro le preghiere dell'agonia a sua intenzione.
Il suo corpo fu sepolto nel coro del convento delle Orsoline di Saint-Jacques.
Appena si poté terminare il servizio, gli ecclesiastici, le religiose e tutti gli assistenti scoppiarono in lacrime. La desolazione delle povere Orsoline fu così grande che stabilirono tra loro che l'avrebbero servita al refettorio per trenta giorni, mettendo il suo coperto al suo posto ordinario, come se fosse stata in vita, e dando ai poveri la sua porzione. Ma ogni volta che si faceva questa cerimonia, i pianti e i singhiozzi ricominciavano; di modo che le religiose non potevano più prendere il loro pasto. Furono dunque costrette a omettere questo servizio; continuarono tuttavia, per tutto il tempo destinato, a dare ai poveri la sua porzione.
Madame de Sainte-Beuve era di bella statura, di un portamento grave, di un umore uguale e di un volto sereno, dove si rifletteva il candore della sua anima. Aveva i capelli biondo cenere, gli occhi azzurri e molto dolci, la carnagione viva ed estremamente delicata e tutti i tratti del viso molto ben fatti. Ebbe la consolazione di vedere prima della sua morte il suo monastero felicemente stabilito e quasi trenta altri usciti da esso e sparsi in varie province del regno, senza parlare di molti altri che furono stabiliti a sua imitazione.
Madeleine de la Peltrie e la missione del Canada
Partenza di Madeleine de la Peltrie per Québec nel 1639 per evangelizzare le popolazioni indigene e fondare le Orsoline in Canada.
## MADAME MADELEINE DE LA PELTRIE, NATA DE CHAUVIGNY.
Madeleine de Chauvigny nacque all'inizio del XVII secolo, ad Alençon, da una famiglia importante della regione.
Sposò il signor de Grival, signore di la Peltrie. Era un gentiluomo molto onesto, della casa di Touvais, dal quale ebbe una sola figlia, che ricevette la vita solo per andare ad aumentare il numero dei beati. Osservò le più sante leggi del matrimonio, finché non piacque a Dio di ritirare suo marito da questo mondo, rendendole così la libertà. Era divisa tra il desiderio di rinunciare a tutto per seguire Gesù Cristo e quello di impiegare l'immensa fortuna di cui poteva disporre per il sollievo delle miserie spirituali e corporali del prossimo, per le quali Dio le aveva dato una tenera compassione. La sua carità si rivolgeva di preferenza verso i selvaggi del Canada, dove la Francia aveva appena stabilito una colonia e che i Padri della Compagnia di Gesù avevano iniziato ad evangelizzare.
La regina, venuta a conoscenza dei progetti di Madame de la Peltrie e della sua prossima partenza per il Canada, volle vedere lei e le sue compagne.
Il piccolo gruppo partì per Dieppe il 4 maggio 1639; si salpò di buon mattino. La compagnia era composta da Madame de la Peltrie, da Mademoiselle Barré, da sei religiose, di cui tre Orsoline e tre Ospedaliere, e dal Padre Vimond, della Compagnia di Gesù, che era appena stato nominato superiore della missione del Canada. Arrivarono fe liceme Québec Luogo di missione e di fondazione in Canada. nte a Québec il 1° agosto 1639.
La nostra cara fondatrice era raggiante di vedersi in possesso di ciò che aveva tanto desiderato e di potersi dedicare al servizio delle bambine selvagge. Volle esserne particolarmente incaricata e le si dovette concedere questa consolazione. Era un piacere vederla dispiegare davanti a queste povere bambine le stoffe di camelotto rosso che aveva portato per vestirle; e i selvaggi non potevano contenere la loro gioia, non avendo mai visto nulla di così bello. Si sottomise alla clausura e alla Regola delle Orsoline, come le altre religiose, e vi perseverò costantemente fino al suo ultimo respiro, senza mai rilassarsi.
Occupò per diciotto anni l'ufficio di guardarobiera e seppe nobilitare ciò che c'è di umile in questo ufficio, per il modo in cui lo adempiva. Vedendo con gli occhi della fede Nostro Signore nella persona di coloro che serviva, le sembrava che fosse a Lui che donava la biancheria di cui aveva cura.
Lo spirito di umiltà di cui era pervasa le rendeva facile la pratica delle altre virtù. Si era abituata a prendere l'ultimo posto in coro, in refettorio, alla comunione e nelle altre assemblee della comunità. Non poteva soffrire che le si desse il titolo di fondatrice. «Ahimè!» diceva in quell'occasione, «io non sono che una povera miserabile, che non fa altro che offendere Dio». Lo credeva così come lo diceva, sebbene in effetti la sua coscienza fosse molto pura davanti a Dio e la sua vita molto esemplare agli occhi degli uomini.
Dissimulava con una dolcezza ammirevole i piccoli dispiaceri che sono inevitabili in una casa religiosa, per quanto santa essa sia. Si dava sempre torto ed era la prima a chiedere perdono in ginocchio, dicendo: «Sono io, mia cara sorella, che vi ho dato motivo di pena con il mio orgoglio e la mia impazienza: pregate Dio che mi converta e credete che vi amo sempre».
Essendo la sua anima matura per il cielo, il 12 novembre 1671 fu colpita da una pleurite che la portò via il settimo giorno. Le fu chiesto se non rimpiangesse la vita: «Affatto», rispose; «stimo mille volte più il giorno della mia morte che tutti gli anni della mia vita». Il 16 novembre, che fu quello della sua felicità, sapendo che era un mercoledì: «Dio sia benedetto», disse: «sono felice di morire in un giorno consacrato a san Giuseppe».
Marie de l'Incarnation: da Tours alla vita religiosa
Vita di Marie Guyard a Tours, la sua vedovanza, l'ingresso tra le Orsoline e il dolore legato alla separazione dal figlio.
## MADAME MARIE MARTIN, NATA GUYARD, DETT A MARIE DE L'INCARNATI Marie de l'Incarnation Mistica orsolina e fondatrice in Canada. ON.
Marie Guyard, così nota con il nome di Marie de l'Incarnation, nacque a Tours il 18 ottobre 1599 da Florent Guyard, mercante di seta, e da Jeanne Michelet, della casa di La Bourdaisière.
All'età di sette anni ebbe un sogno in cui vide Nostro Signore avvicinarsi a lei dicendole: «Vuoi essere mia?». Dopo aver dato il suo consenso, lo vide salire al cielo. All'età di diciassette anni, i suoi genitori pensarono di maritarla.
I due anni che durò il suo matrimonio furono un tempo di prove e di pene per lei. M. Martin, suo marito, ne fu l'innocente causa. Questo è tutto ciò che si è potuto sapere, essendo l'operosa carità di sua moglie riuscita a nascondere la conoscenza di un dettaglio che avrebbe potuto recare danno alla memoria del marito.
Marie divenne vedova all'età di diciannove anni, dopo due anni di matrimonio, e rimase sola con un figlio appena nato; senza fortuna e in uno stato così triste che lei stessa confessa che le sue pene erano eccessive. La sua virtù, le qualità del suo spirito e del suo cuore le attirarono diverse proposte molto vantaggiose. La prudenza sembrava farle un dovere di accettarle, ma una saggezza superiore a quella degli uomini le faceva considerare le cose in modo del tutto diverso.
Terminate tutte le sue faccende e non trattenendola più nulla nel mondo, congedò i domestici, tenendo con sé solo una serva, e prese un abito molto semplice che segnava un divorzio totale dal mondo. Avendola chiamata suo padre presso di sé, alloggiò all'ultimo piano e non pensò più che all'educazione del figlio e alla contemplazione delle cose divine. Ogni sua felicità era nella ricezione dei Sacramenti e negli esercizi di pietà. Ma il suo amore per Dio non le faceva dimenticare il prossimo. Non potendo aiutare i poveri con i suoi beni, che aveva perduto, si applicava a rendere loro i servizi più ripugnanti, medicando le loro piaghe con un rispetto e un affetto che mostravano bene come vedesse in loro Gesù Cristo stesso. Una delle sue sorelle, impegnata in un commercio considerevole, la pregò di volerla sollevare. Questa proposta la spaventò dapprima: le costava rinunciare a quel riposo così dolce al quale aveva sacrificato la sua fortuna.
Si trovò presso sua sorella in una situazione piuttosto strana. Fin dal suo arrivo si era messa in cucina, incaricandosi delle funzioni più umili. Non era per questo che l'avevano fatta venire, ma Dio, che aveva i suoi disegni, permise che non si pensasse più che potesse essere buona ad altro e che, per tre o quattro anni, non solo i padroni, ma anche i servitori, non avessero che disprezzo per lei. Era felice di questa situazione e il suo amore per l'abiezione era così grande che temette di esservi troppo attaccata. Nulla poteva soddisfare l'insaziabile desiderio che aveva di croci e umiliazioni. Ottenne dal suo confessore il permesso di fare voto di castità perpetua. Aveva allora ventun anni. Non appena ebbe fatto il suo sacrificio, seppe, per un raddoppio straordinario di grazie, che Dio l'aveva gradito.
Tuttavia, il suo confessore non giudicò opportuno lasciarla più a lungo nello stato di umiliazione in cui la si teneva e, dopo quattro anni, fece aprire gli occhi a suo fratello e a sua sorella sulla singolarità della loro condotta nei suoi confronti. La pregarono dunque di prendere la direzione dei loro affari ed ella vi acconsentì per obbedienza al suo confessore, che glielo comandò espressamente. Suo cognato era commissionario generale per il trasporto delle merci e aveva, oltre a ciò, un impiego considerevole nell'artiglieria. Era obbligato, a causa di questo, ad avere in casa un gran numero di domestici di ogni tipo, cavalli, carrozze e carri. Tra le occupazioni e gli imbarazzi continui in cui era trascinata, la nostra caritatevole vedova non perse nulla della sua applicazione a Dio. A vederla, si sarebbe detto che fosse tutta intenta a ciò che faceva e a ciò che le si diceva, e tuttavia, al di fuori delle cose che erano suo dovere, non vedeva e non sentiva nulla. Passava talvolta giornate intere nelle scuderie o nei magazzini, e altre volte era ancora a mezzanotte sul porto a far caricare e scaricare le merci. «Quando ero sovraccarica di affari», scriveva, «mi rivolgevo a Gesù, mio rifugio ordinario, e la mia fiducia in lui mi rendeva tutto facile. Talvolta mi ritiravo per intrattenerlo nella solitudine; subito venivo richiamata e andavo gioiosamente dicendo: Andiamo, mio dolce Amore, voi lo volete. Sono contenta, poiché vi possiedo. Sentivo una leggerezza non pari, facendo tutto per il Beneamato».
Tuttavia, essendo il figlio cresciuto e non avendo più tanto bisogno di lei, pensò seriamente a seguire la via del Signore, che la chiamava alla vita religiosa. Non aveva ancora scelto l'Ordine in cui doveva entrare. Durante questo tempo le Orsoline vennero a stabilirsi a Tours. Aveva sentito parlare di queste religiose e aveva provato per il loro istituto un potente richiamo, ancor prima di conoscerle. Ma, non potendo portare dote, temeva di non essere ricevuta in una casa che non era ancora ben stabilita.
La madre Françoise de Saint-Bernard, con cui era intimamente legata, essendo stata nominata superiora delle Orsoline di Tours, ella concepì qualche speranza. La superiora, infatti, che Dio conduceva per vie simili alle sue, non si vide prima a capo della comunità che fu fortemente ispirata ad attirarvi la sua amica: e, fin dal giorno stesso della sua elezione, la fece chiamare per comunicarle il suo disegno.
Prese giorno per entrare al noviziato delle Orsoline e, quel giorno, chiamò suo figlio e gli chiese umilmente il suo consenso. «Non vi vedrò dunque più, mia cara madre?» — «Perché no?», riprese lei; «voi mi vedrete, figlio mio, finché vi piacerà». — «In tal caso», rispose il bambino tutto commosso, «lo voglio bene». Allora la servante di Dio continuò così: «Avrei avuto molta pena, figlio mio, a separarmi da voi se vi foste opposto; ma poiché vi acconsentite, mi ritiro e vi lascio tra le mani di Dio. Non avete beni; ma Colui che ho scelto per mia eredità sarà anche la vostra; e se avrete il suo timore, possederete il più prezioso tesoro della terra...» Finì dando al figlio salutari consigli; poi lo abbracciò e si dispose a partire. Era un mattino, il 23 gennaio.
Tuttavia, la gioia che gustava nella sua cara solitudine fu presto turbata da una tempesta imprevista. Suo figlio, eccitato dai suoi compagni e dal modo in cui si parlava generalmente in pubblico della scelta fatta da sua madre, non tardò a pentirsi del consenso che le aveva dato. I suoi compagni, trovandolo un giorno più commosso del solito, gli proposero di andare in gruppo alla porta del convento per richiedere sua madre. Egli credette loro e li seguì; e in un momento misero in allarme tutto il quartiere. Marie de l'Incarnation, questo è il nome che aveva preso Mme Martin entrando in religione, distinse tra le grida di quella gioventù mattiniera la voce di suo figlio, che con un tono capace di toccare i cuori più duri, richiedeva sua madre. La sua anima ne era spezzata; e inoltre temeva che la comunità, stanca di tante importunità, la congedasse. Lasciamo che sia lei stessa a raccontare queste scene così strazianti per il suo cuore.
«Le nostre madri piangevano di compassione, sentendo i pianti e le grida di quel bambino. Veniva in chiesa quando si diceva la messa e, passando la testa dalla finestra della grata della comunione, diceva, con le lacrime agli occhi e una voce interrotta dai singhiozzi: Rendimi mia madre. Mi mandavano a vederlo al parlatorio: lo consolavo con qualche piccolo dono che mi fornivano le religiose; e notavo che, nell'andarsene, camminava all'indietro per vedermi dalle finestre, finché non avesse perso di vista il monastero». Questa burrasca durò a lungo e dava luogo ogni giorno a nuove scene. Ma Nostro Signore le promise di aver cura di suo figlio, e l'effetto seguì da vicino la promessa. Il Padre rettore dei Gesuiti di Rennes, essendo venuto a Tours verso quel tempo, portò con sé quel bambino nel suo collegio.
Ma una nuova prova venne a turbare ancora il riposo di quell'anima santa. Suo padre fu così toccato dal vederla entrare in religione che, quando andò a dirgli addio, le assicurò che sarebbe morto di dolore. Morì infatti dopo sei mesi; e il pubblico, sempre così cattivo e spietato nei confronti degli amici di Dio, attribuì ancora questo evento alla nostra novizia e l'accusò di durezza. Infine, tutti i temporali cessarono e il mondo finì per rendere giustizia al suo coraggio.
Marie ricevette infine il velo e, durante la cerimonia, apparve in lei qualcosa di celeste che riempì di ammirazione tutta l'assemblea. Fu all'incirca nella stessa epoca che ricevette in un grado eminente l'intelligenza delle Scritture; in modo che poteva leggere tutti i libri santi senza l'aiuto di alcuna traduzione né di alcun interprete. Per quanta attenzione avesse a non lasciar scorgere le grazie straordinarie di cui era colma, non poté nascondere questa. Non appena le altre sorelle l'ebbero notata, cercarono di trarne profitto; di modo che durante le ricreazioni non mancavano mai di portare la conversazione sulla santa Scrittura, al fine di partecipare ai tesori di saggezza che Dio versava nell'anima della sua servante. Un giorno, una novizia avendola pregata di spiegarle il primo versetto del cantico, la maestra delle novizie, che era presente, le fece portare una sedia e le ordinò di dire tutto ciò che le venisse in mente su quel passaggio. Ella obbedì; e fin dalla prima parola, non essendo più in sé, parlò a lungo secondo che lo Spirito la spingeva. Alla fine perse la parola e fu per qualche tempo in una specie di estasi.
Ma questo torrente di delizie spirituali si arrestò presto. Appena ebbe preso l'abito religioso, ebbe a lottare contro tutte le potenze dell'inferno, alle quali Dio sembrava averla abbandonata. Dio non fa passare per questo stato che le anime più grandi, ed è uno dei segni più certi per distinguerle. Non è tutto ancora: apprese che suo figlio, dopo essere stato per qualche tempo l'esempio del collegio, cominciava a sregolarsi e che c'era da temere che si perdesse interamente. Pensò dapprima che il demonio volesse con ciò mettere ostacolo alla sua professione, il cui tempo si avvicinava. Si sottomise a tutto ciò che il cielo ne avrebbe ordinato. Dio non aspettava che questo sacrificio da parte sua per consolarla; l'assicurò che avrebbe avuto cura di suo figlio. Poco tempo dopo, il bambino tornò a Tours presso una delle sue zie, che si fece carico di lui; e cominciò a condurre una vita più regolata. La vigilia della sua professione, sentì in un momento tutte le sue pene cessare e la calma rinascere nella sua anima. Fu dapprima sotto-maestra delle novizie; poi la si incaricò delle istruzioni che si è soliti fare a quelle giovani ragazze. Compose per le novizie che era incaricata di istruire un catechismo che è forse uno dei migliori che abbiamo nella nostra lingua, e che è stato pubblicato sotto il nome di Scuola cristiana. Alla sua scuola si formarono un gran numero di religiose che furono più tardi la gloria e l'ornamento del loro Ordine.
Missione e prove a Québec
Arrivo di Maria dell'Incarnazione in Canada, apprendimento delle lingue indigene, incendio del convento e persecuzioni irochesi.
Mme de la Peltrie, avendo preso provvedimenti per stabilire le Orsoline in Canada, desiderò avere con sé la madre dell'Incarnazione. Partì il 22 febbraio 1639.
Non appena il giovane Martin seppe che sua madre era partita, la seguì e la raggiunse a Orléans, andò a trovarla nell'albergo dove era scesa e, fingendo di ignorare il suo disegno, le manifestò la sua sorpresa nel vederla in un albergo e le chiese dove stesse andando. «A Parigi», gli disse lei. — «Ma non andrete oltre?» — «Forse fino in Normandia». Suo figlio, vedendo che non voleva spiegarsi, tirò fuori dalla tasca e le consegnò una lettera che sua zia gli aveva scritto, e la revoca in buona forma di una pensione che lei gli aveva assegnato su tutti i suoi beni, per riconoscere i servizi di sua madre. Quest'ultima prese il foglio, lo lesse e, alzando gli occhi al cielo, esclamò: «Oh! Quanti artifici ha il demonio per ostacolare il disegno di Dio!». Poi, guardando suo figlio: «Sono otto anni», gli disse, «che vi ho lasciato per donarmi a Dio: da quel momento vi è mancato qualcosa?» — «No», rispose il ragazzo. — «Ebbene!» riprese lei, «il passato deve rispondervi del futuro. Quando vi lasciai per amore di Colui che me ne aveva dato l'ordine, vi affidai a Lui e lo pregai di farvi da padre. Vedete che è andato oltre le nostre speranze. Continuerà come ha iniziato. Mostratevi solo un degno figlio del migliore dei padri...» Queste parole, e il tono con cui le disse, cambiarono di colpo le disposizioni di suo figlio. Egli bruciò i documenti che gli erano stati inviati e si abbandonò senza riserve alla divina Provvidenza. Questo atto fu per lui in seguito una fonte inesauribile di grazie.
Un'altra prova che non le fu meno sensibile l'attendeva a Parigi. Suo figlio, avendo manifestato al Padre de la Haye il desiderio di entrare nella Compagnia di Gesù, fu fatto venire a Parigi per essere esaminato. Ma si ritenne che non fosse adatto allo scopo della Compagnia e fu respinto, cercando tuttavia di addolcire nella forma ciò che questo rifiuto poteva avere di doloroso per sua madre. Entrò qualche tempo dopo nella Congregazione di San Mauro, e vi si distinse per il suo merito e la sua santità.
Le lettere che la madre dell'Incarnazione scrisse dal Canada suscitarono nelle case di Parigi e di Tours un tale ardore che, in poco tempo, vi fu a Québec una comunità abbastanza numerosa, di cui fu eletta superiora. I Giansenisti, vedendo in lei una donna di alta intelligenza e di grande cuore, si sforzarono di attirarla alla loro parte. Ma la sua virtù era troppo ben stabilita sul fondamento dell'umiltà e della vera abnegazione per lasciarsi prendere al laccio che le veniva teso. Per troncare le insistenze che le vennero fatte a tal proposito, non diede alcuna risposta alle lettere che le vennero scritte.
Ebbe presto a soffrire grandi croci a causa della persecuzione degli Irochesi. I Padri de Brébeuf e Lalemant, quest'ultimo era il nipote del suo direttore, furono bruciati, i Padri Garnier e Daniel massacrati, e tutti i missionari degli Uroni, con il resto di quei poveri neofiti, costretti a rifugiarsi a Québec. I Padri che erano scampati al ferro o al fuoco degli Irochesi avevano sofferto più di coloro che erano morti. Per soccorrere e consolare quei poveri selvaggi che la persecuzione aveva costretto a fuggire, la serva di Dio studiò la lingua degli Uroni; poiché fino ad allora si era applicata solo a quelle degli Algonchini e dei Montagnais. Qualche tempo dopo, il fuoco prese di notte al convento delle Orsoline; e poiché non è quasi possibile in quei paesi fermare gli incendi, a causa della natura del legno che si usa per gli edifici, non si poté salvare nulla. La madre dell'Incarnazione uscì per ultima, accompagnata solo da una suora che non volle lasciarla; e fu solo per una protezione visibile di Dio che poterono sfuggire alle fiamme. Terminato l'incendio, sorse tra le religiose una gara di carità: poiché, essendo state sorprese di notte dal fuoco, non avevano potuto portare nulla con sé e si trovavano quasi nude in una stagione molto rigida. Si trattava di distribuire i pochi vestiti che restavano; e facevano a gara a chi li cedesse alle altre. Gli spettatori erano commossi fino alle lacrime, e uno di loro si mise a gridare: «Ecco delle grandi folli o delle grandi Sante». I Gesuiti e le religiose Ospedaliere vennero in loro soccorso. I poveri stessi vollero contribuire, tanto la riconoscenza per il bene che avevano fatto era sincera e profonda.
L'anno 1664, ebbe una grave malattia che Dio le aveva annunciato in anticipo in un sogno, dove vide Nostro Signore appeso alla croce e tutto coperto di piaghe. L'ottavo giorno della malattia, fu avvertita che non c'era più speranza. Da quel momento, sembrò prendere possesso del cielo. Il resto della sua vita non fu che una dolce contemplazione. La superiora le fece ricordare suo figlio. Si intenerì e disse che in cielo, dove sperava di andare, lo avrebbe avuto sempre nel cuore. Ricevette il santo Viatico e l'Estrema Unzione con una perfetta presenza di spirito. Sentendosi alla fine, chiese di vedere ancora una volta i suoi piccoli selvaggi, per dire loro un ultimo addio, e, verso mezzogiorno, entrò in una dolce agonia. Dopo qualche tempo, baciò teneramente il suo crocifisso, aprì gli occhi, che teneva chiusi da molto tempo, guardò le sue sorelle come per congedarsi da loro, li richiuse, emise due piccoli sospiri e spirò. La gioia che aveva avuto nel morire rimase sul suo volto e fu accompagnata da uno splendore di bellezza così vivo che sembrava che l'anima comunicasse al corpo la gloria di cui godeva. Tutto ciò che era stato in suo uso fu portato via in un istante, e coloro che non poterono averne parte cercarono di rifarsi facendole toccare i loro rosari e le loro medaglie; in ciò si dovette anche soddisfare la devozione delle persone di fuori.
Vies des premières Ursulines de France, tirées des Chroniques de l'Ordre, par M. Ch. Sainte-Fuy; 2 in-12, Vve Poussiègue, 1856.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.