Nel 177, sotto Marco Aurelio, quarantotto cristiani di Lione e Vienne, guidati dal vescovo Potino e dalla schiava Blandina, subirono il martirio. Dopo atroci supplizi nell'anfiteatro e in prigione, i loro resti furono bruciati e gettati nel Rodano. Il loro racconto, riportato in una celebre lettera, costituisce l'atto fondativo della Chiesa di Lione.
Lettura guidata
Sezioni di lettura: 10
NOTA BIBLIOGRAFICA SUL RACCONTO DEL MARTIRIO DI SAN POTINO ;
ALCUNI DETTAGLI SUGLI ALTRI MARTIRI DI LIONE ; — MONUMENTI ; — CULTO.
Fonti e autenticità del racconto
Il racconto del martirio si basa sulla Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne, trasmessa dallo storico Eusebio di Cesarea e attribuita a sant'Ireneo.
Come abbiamo detto, abbiamo attinto il racconto del martirio di san Potino e saint Pothin Primo vescovo di Lione e predecessore di Ireneo. dei suoi compagni dalla Lettera circolare indirizzata dalle Chiese di Lione e d Lyon Sede episcopale di sant'Eucherio. i Vienn e a qu Vienne Sede episcopale e città principale dell'azione del santo. elle d'Asia e di Frigia. Questa Lettera, redatta in greco, ci è stata conservata da Euse bio Panfilo, ve Eusèbe Pamphile Storico della Chiesa e fonte principale. scovo di Cesarea, e ci è giunta nel testo originale, con la storia ecclesiastica di questo autore. Sfortunatamente, questa lettera che costituisce la pagina più bella della storia di Lione, non la possediamo nella sua integrità. Eusebio l'aveva inserita per intero nella sua *collezione degli Atti dei Martiri*. Quest'ultima opera è perduta, e l'agiografo ne rimpiange tanto più la perdita, in quanto conteneva gli atti primitivi e consolari di tutti i martiri dei primi tre secoli della Chiesa.
L'autenticità della Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne non è stata messa in dubbio da nessuno. Così il severo Baillet ha potuto dire: «Non abbiamo nulla di più autentico dopo la Sacra Scrittura». Se ne attribuisce la redazione a sant'Ireneo. Tutti gli autori hann saint Irénée Successore di Potino e presunto redattore della Lettera. o segnalato le bellezze penetranti, il profumo di antichità di questa Lettera scritta sotto la dettatura stessa dei Martiri. Eusebio, storico calmo e persino asciutto, non può fare a meno di uscire dalla sua impassibilità, accostandosi a questo venerabile monumento.
Du Bosquet non sa come lodare questa ammirevole Epistola. In piena storia, interrompe il filo del suo racconto per esclamare con entusiasmo: «Chi è colui che oserebbe intraprendere di imitare l'eloquenza di questi Padri? Il beato spirito dei martiri è ancora vivo in queste parole, per quanto morte esse siano. Il sangue versato per Gesù Cristo vi appare ancora tutto bollente. Essi non parlano che di cose che hanno visto, che hanno toccato, che hanno sopportato; non riportano che le parole che hanno raccolto dalla bocca sacra dei Santi, o quelle che hanno impiegato per esortarli a riportare la vittoria sull'idolatria!».
Sebbene separato da Roma, da questa Chiesa che reclama i martiri come suoi legittimi figli, Scaligero non ha mancato di scrivere queste memorabili parole sugli Atti di san Policarpo e la Lettera delle Chiese di Vienne e di Lione: «Questi Atti, che sono tra i più antichi della Chiesa, toccano talmente il lettore religioso, che egli non può saziarsi di questa lettura. Non c'è nessuno che, secondo la portata del suo spirito e il movimento della sua coscienza, non possa riconoscere questa verità. Per quanto mi riguarda, non ho mai letto nulla nella storia ecclesiastica che lasci una così forte impressione nella mia anima, mi porti così fuori di me stesso». Parlando in particolare della Lettera delle Chiese di Vienne e di Lione: «Si può», dice, «leggere nulla nei monumenti dell'antichità cristiana che sia più augusto e più degno di rispetto?»
Analisi letteraria e storia delle traduzioni
La Lettera è lodata per la sua potenza emotiva e la sua assenza di artifici, essendo stata oggetto di numerose traduzioni latine e francesi nel corso dei secoli.
Dal punto di vista letterario, questa Lettera è stata paragonata, dal più recente storico di san Potino, a quei monumenti ciclopici le cui fondamenta possenti e le linee severe respingono gli ornamenti fatti per stili più umili, per edifici di un ordine inferiore. Estraneo a ogni preoccupazione letteraria, il redattore di questa Lettera si è eclissato completamente, si è ben guardato dal farne un'opera propria attraverso un lavoro personale; così non si è riservato il privilegio, peraltro pienamente accettabile, di apporvi la sua firma. Opera collettiva delle Chiese di Vienne e di Lione, questa Epistola non doveva, nemmeno quanto alla forma, spogliarsi del carattere generale per rivestire quello di una personalità troppo marcata.
Ebbene! Si dà il caso che questa assenza di ogni artificio letterario raggiunga una potenza superiore a tutti gli effetti dell'arte. Questa riproduzione esatta, scrupolosa delle scene del foro, delle prigioni e dell'anfiteatro, mette la nostra anima in contatto con la grande anima dei Martiri. Presi dall'ammirazione, sentiamo passare in noi qualcosa dello spirito che animava questi eroi cristiani. La virtù comunicativa della loro grandezza morale è tale che ci eleva, che ci arma di coraggio per questo martirio di dettaglio, condizione di ogni vita seriamente cristiana.
Tuttavia, per quanto attento sia stato a eclissarsi, il redattore della Lettera non ha potuto fare a meno di lasciarvi qualcosa del suo modo, del suo stile, una leggera impronta del suo talento. Costretti ad abbreviarla considerevolmente, non abbiamo potuto riprodurne le meravigliose bellezze; ma l'insieme e i dettagli di questo monumento tradiscono una mano abile, uno spirito colto; vi si incontrano numerosi tratti che denotano uno scrittore dal gusto squisito, familiare con tutti i generi di bellezza. Così, quando il beato Potino appare ai piedi del tribunale, il redattore ha un magnifico colpo di pennello per rappresentarci la generosità del santo vescovo, la sete del martirio che lo divorava. «Esausto per l'età e le infermità, dice la Lettera, egli tratteneva la sua anima nel corpo al fine di preparare con la sua morte un glorioso trionfo a Cristo». Il passaggio seguente dipinge con rara felicità gli incatenati di Cristo; fa risaltare vivamente ai nostri occhi la serenità di questi eroi cristiani. «I Martiri apparivano gioiosi; la loro fronte spirava un misto di grazia e di maestà. Le catene componevano per le loro membra un ornamento ammirevole; erano i braccialetti della sposa, vestita di una tunica dalle frange d'oro, dai disegni vari». Ecco ora una graziosa immagine per ritrarre nel loro insieme i supplizi che terminarono la vita dei Martiri: è una corona di fiori deposta sulla loro tomba. «Essi compirono il loro martirio attraverso vari generi di morte. In tal modo offrirono al Padre celeste una corona intrecciata con fiori vari, sfumata di differenti colori». In più di un punto, l'espressione, come il pensiero, è di una forza, di un'energia notevole. Dopo aver detto che i martiri ottennero con le loro preghiere la conversione di molti che avevano avuto la debolezza di rinnegare la loro fede, il redattore aggiunge: «Essi (i Martiri) strinsero così fortemente alla gola il drago infernale, che lo costrinsero a rendere vivi coloro che credeva di aver divorato».
Abbiamo di questa Lettera quattro traduzioni latine: le dobbiamo a quattro autori che hanno fatto passare nella lingua di Roma la storia ecclesiastica di Eusebio. La prima per antichità, ma non per merito, è quella di Rufino, sacerdote di Aquileia, così noto per i suoi dissidi con san Girolamo. Rufino guarda più al senso che alle parole. La sua traduzione è troppo libera. La versione che fece apparire il ministro protestante Wolfgang, verso la metà del XVIII secolo, è chiara, precisa, ma abbastanza spesso infedele al senso. Stesse qualità e stessi difetti in quella di Christophoron, vescovo anglicano di Chichester; Baronius l'ha seguita e le deve, si dice, molti degli errori cronologici nei quali è caduto. Giunta per ultima, quella di Henri de Valois è la più esatta.
La lingua francese possiede due traduzioni complete della storia di Eusebio. La prima, pubblicata nel 1532, è di uno stile invecchiato e superato: la si deve a Claude de Seyssel, vescovo di Marsiglia; la seconda, corretta, elegante persino, ma troppo libera, è del presidente Cousin. — La Lettera delle Chiese di Vienne e di Lione è stata tradotta separatamente da un gran numero di autori, e tra gli altri da Drouot de Maupertuy, negli Atti dei Martiri, tradotti da Dom Ruinart. Questa traduzione è la più conosciuta, e tuttavia è piena di difetti.
«Maupertuy si prende troppa libertà; la sua versione gioca attorno al testo alla maniera di un commento piuttosto che di una severa traduzione. Ora, con questa ampiezza di interpretazione, il senso non è sempre salvato; le bellezze dell'originale sono offuscate, cancellate; il carattere generale della Lettera, il suo accento e il suo colore scompaiono; e, al posto di una riproduzione esatta, non vi resta che una pallida e infedele copia di un capolavoro cristiano».
Abbiamo evitato, questa volta, di riprodurre Maupertuy. Essendo le migliori traduzioni quelle di M. Cellombet, nei suoi Santi di Lione, 1835, e del Padre Gouilloud nella storia di san Potino e dei suoi compagni, martiri, 1868, le abbiamo combinate per dare quanto più possibile un'idea di questo capolavoro.
Cronologia della persecuzione del 177
Il martirio si svolge nell'anno 177, durante il 17° anno del regno di Marco Aurelio, probabilmente durante le feste di agosto in onore di Roma e di Augusto.
Nella sua Storia ecclesiastica, Eusebio indica positivamente che il beato Potino soffrì il diciassettesimo anno del regno di Mar co Aurelio. Marc-Aurèle Imperatore romano che segna il limite cronologico dell'opera di Egesippo. Poiché quest'anno corrisponde al 177, abbiamo dunque la data precisa dell'epoca in cui fu scritta la lettera delle chiese di Vienne e di Lione. Resta da fissare il giorno.
Secondo l'opinione comune, gli ultimi Martiri furono messi a morte all'inizio del mese di agosto. Il redattore della Lettera non segnala espressamente quest'epoca, ma la fa intendere sufficientemente con il termine che impiega. In questo panegirico, gli storici lionesi concordano nel vedere l'immenso concorso che le feste in onore di Roma e di Augusto, celebrate alle calende di agosto, attiravano da ogni parte a Lione. Non vi è dunque motivo di spostare di due mesi prima l'ultimo interrogatorio, come fa un autore. La festa di san Potino e dei suoi compagni, fissata dalla Chiesa al secondo giorno di giugno, non favorisce affatto questa opinione. Ai termini della Lettera, la grande carneficina in cui furono immolati i Martiri di Lione fu consumata all'anfiteatro, durante le feste che, secondo ogni verosimiglianza, erano le feste del mese di agosto (177).
«Si era», dice la Lettera, «all'inizio di una riunione solenne che attira da tutti i paesi un grande concorso di stranieri. Il presidente tradusse i Santi al suo tribunale, per darli in spettacolo alla moltitudine. Fece loro subire un nuovo interrogatorio. Dopo di che, tutti coloro che furono trovati aventi diritto di cittadinanza, ebbero la testa tagliata; quanto agli altri, furono consegnati alle bestie».
Vettius Epagathus, Sanctus e Attalo
Presentazione di figure di spicco come il nobile Vettius Epagathus, il diacono Sanctus di Vienne e il cittadino romano Attalo di Pergamo.
Dopo la persecuzione, la Chiesa di Lione, istituendo una festa in onore di san Pothin, non volle separare dal pontefice coloro che gli erano stati associati nelle sofferenze.
Vettius Epagathus è il primo il cui nome è scritto nella Lettera delle due Chiese. Per la nobiltà della sua nascita, camminava alla pari di quanto vi era di più distinto a Lione e nella provincia. La sua famiglia era giunta ai più alti onori: il nome dei Vettius era stato più volte iscritto nei fasti consolari; aveva anche brillato sull'album del senato romano. A questo splendore profano, veniva ad aggiungersi in Epagathus il lustro che deriva dalla vera fede. Egli era, a quanto pare, nipote di Leocadio, di quel senatore che, nel I secolo, aveva donato il suo palazzo di Bourges a sant'Ursino affinché lo convertisse in chiesa. Se così è, si vede che abbiamo avuto ragione di dire che Lione racchiudeva dei cristiani nel suo seno, prima dell'arrivo del beato Pothin. Gregorio di Tours, è vero, inverte i ruoli e fa di Leocadio un discendente di Vettius Epagathus; ma basterà far osservare che la cronologia del Padre della storia di Francia è difettosa, per quanto riguarda la storia di Lione, come su molti altri punti. È così, per citare solo un esempio, che egli colloca il martirio di sant'Ireneo prima di quello di san Pothin. D'altronde, dopo aver detto nella sua Storia dei Franchi, che sant'Ursino fu inviato a Bourges nel III secolo, sotto l'impero di Decio, si contraddice nel suo Libro della gloria dei confessori, e ci rappresenta questo stesso sant'Ursino, inviato da un discepolo immediato degli apostoli, vale a dire verso il tempo di Claudio, nel I secolo. La verosimiglianza è dunque in favore della preesistenza di Leocadio.
Quanto alla patria di Vettius Epagathus, nessun monumento la fa conoscere in maniera precisa: è naturale pensare che fosse di Lione, poiché vi era molto conosciuto e poiché era nipote di un senatore che aveva risieduto in questa città.
Il redattore della Lettera introduce poi sulla scena Sanctus, Maturus, Attalo e Blandina; un diacono, un cittadino romano, un neofita di ieri e un a schiav Blandine Schiava martire, figura emblematica dei martiri di Lione. a.
Sanctus era nato a Vienne da una famiglia libera. Henri de Valois, traduttore e annotatore di Eusebio, ha pensato che Sanctus avesse visto la luce a Vienne e che fosse stato legato al clero di Lione in qualità di diacono. Sebbene il testo greco si presti a una doppia interpretazione, basta per dissipare ogni ambiguità ricorrere alle tradizioni locali. Ora, secondo le tradizioni delle chiese di Vienne e di Lione, non solo Sanctus era di Vienne, ma apparteneva al clero di quest'ultima città. Ma, si chiederà, come si trovava Sanctus a Lione, e come il presidente della Lionese ha potuto condannare un cittadino appartenente alla provincia Narbonense? La risposta è facile. Dei legami si erano formati tra le due comunità cristiane, ben prima della persecuzione del 177. La persecuzione essendo scoppiata a Lione, i fedeli di Vienne si portarono in soccorso di quelli di Lione. Ora, secondo le leggi romane, il presidente di una città aveva giurisdizione sugli stranieri, quando avevano commesso qualche crimine.
Non sappiamo nulla su Maturus, se non che era suddito provinciale di Lione e che appena uscito dal bagno sacramentale, questo cristiano di ieri era diventato un atleta generoso, realizzando così il significato di maturità che porta il suo nome.
Attalo era un cristiano di grande nascita. Greco asiatico d'origine, aveva visto la luce a Pergamo e discendeva forse da uno dei liberti dei re di questo paese. Attalo ci è rappresentato come una delle colonne del cristianesimo a Lione: ciò non stupirà se si considera che è lui probabilmente, che san Giusto, vescovo di Vienne, aveva scelto per andare a compiere presso il papa san Pio I, una missione in nome della chiesa di Vienne. Ecco in quale occasione. D ei cristiani erano pape saint Pie Ier Sommo pontefice e martire del II secolo. soccombuti a Vienne, vittime di una persecuzione locale di cui si ignorano le cause, sotto il regno di Antonino il Pio. San Giusto incaricò Attalo di andare a portare alla sede di Pietro gli Atti di questi Martiri. La lettera, qualificata come lettera d'oro da Baronio, che il Papa scrisse in risposta a san Giusto, comincia così: «Attalo è venuto verso di noi e ci ha colmato di gioia facendoci il racconto del trionfo dei Martiri». La maggior parte degli studiosi ortodossi non esita punto a vedere nel corriere spedito a Roma, questo stesso Attalo che fu tradotto davanti al tribunale del presidente della Lionese. Questo punto ammesso, si è autorizzati a riconoscere che Attalo apparteneva alla chiesa di Vienne, piuttosto che a quella di Lione.
Santa Blandina, la schiava eroica
Blandina, nonostante la sua condizione di schiava, diventa la figura centrale e la 'madre' dei martiri, eclissando i suoi compagni con la sua eccezionale resistenza.
Dopo Sanctus, Maturus e Attalus, viene Blandina la schiava.
Il contrasto della sua condizione con la nobiltà del suo carattere non ha contribuito in modo mediocre a metter Blandine Schiava martire, figura emblematica dei martiri di Lione. e in risalto Blandina. Un eroismo partito da così in basso ha posto così in alto l'umile schiava, le ha eretto un piedistallo così elevato che, tra i quarantotto Martiri di Lione, essa occupa uno dei primi posti nell'ammirazione dei fedeli così come nei monumenti storici e liturgici. Discesa con la sua padrona nell'arena insanguinata, vi ha brillato di un così vivo splendore che ha completamente eclissato la matrona gallo-romana di cui era proprietà. Il suo nome è stato raccolto dalla Lettera delle due Chiese; ci è giunto glorioso tra gli altri quarantasette; e il nome della sua padrona, immolata per Gesù Cristo come lei, è noto solo a Dio. C'è di più, è privilegio di Blandina camminare alla pari del beato Potino, nel culto reso ai Martiri di Lione. Nell'eloquente omelia pronunciata da sant'Eucherio alla gloria di questi eroi cristiani, essa è distinta tra tutti gli altri; vi è nominata sola con il beato Potino. Talvolta anche l'eroina cristiana cancella completamente tutti i suoi compagni di sofferenze, in modo tale che non si fa menzione espressa che di Blandina. Così, in diversi martirologi e orazioni antiche, essa ha il singolare onore di figurare sola, di essere sola invocata per nome. Questa menzione privilegiata, questa invocazione eccezionale, traducono felicemente il titolo di madre dei Martiri che le viene dato dalla Lettera delle due Chiese.
Il redattore di questa Lettera fa risaltare vivamente ai nostri occhi l'eroica Blandina; si sofferma con una sorta di compiacimento davanti alla sua affascinante figura, e ogni volta che ritorna a lei, pur restando nel suo ruolo di fedele testimone, lascia trapelare una sfumatura di ammirazione tenera, qualcosa che assomiglia a una sorta di predilezione. Così la schiava disdegnata dagli uomini è diventata un tipo di grandezza morale, la personificazione dei martiri di Lione.
Il nome della schiava cristiana è rimasto legato a un oratorio costruito vicino al luogo che fu teatro della sua immolazione. La cripta della chiesa di Ainay è detta cripta di santa Blandina.
Pensi amo c Aynay Luogo presunto dell'anfiteatro e del martirio finale. he vicino all'anfiteatro si trovasse una prigione speciale dove venivano rinchiusi i condannati alle bestie, in attesa dell'ora dei giochi, o quando dovevano apparire a più riprese nell'arena. In base a ciò, santa Blandina sarebbe stata tratta dai sotterranei della collina, e sarebbe rimasta nella prigione contigua all'anfiteatro fino al suo ultimo combattimento. Di là sarebbe venuto ai fedeli il pensiero di erigerle una cappella nel luogo in cui era stata rinchiusa tra la sua prima e la sua ultima esposizione alle bestie.
Comunque sia, non possiamo, per mancanza di dati, assegnare una data certa all'attuale cripta. Durante l'era delle persecuzioni, una cappella cristiana non poteva esistere a due passi dall'altare di Roma e di Augusto. Non si può dunque risalire più in alto di Costantino per la costruzione di un oratorio elevato a Blandina alla confluenza del Rodano e della Saona. Sappiamo che un solitario di nome Badolfo venne a fissarsi in questo luogo, a riparare lì la sua vita di penitenza e di preghiera. Ma a quale epoca? È nel IV o nel V secolo? Lo ignoriamo. Supponendo che Badolfo sia vissuto solo nel V secolo, resterebbe da sapere se questo solitario trovò, verso l'estremità del delta, un oratorio già esistente in onore di santa Blandina, o se fu il primo a gettarne le fondamenta.
La cripta che si visita oggi accusa una antichità molto alta. Il suo carattere architettonico permette di farla risalire al V secolo.
Aggiungiamo che l'oratorio di santa Blandina riposa sull'antico suolo romano, che il progressivo innalzamento del terreno l'ha sepolto in modo da farne una sorta di cripta.
Preziosa per la pietà lionese, questa cripta lo è ancora sotto un altro punto di vista: sembra appoggiare la tradizione sull'ubicazione dell'anfiteatro. Secondo noi, è un monumento indicatore che segnala il luogo dove furono immolati Blandina e molti altri Martiri di Lione.
Non si sa altro su Blandina se non ciò che se ne apprende dalla Lettera delle due Chiese. Sant'Eucherio tuttavia sembra dire che essa apparteneva per nascita a Lione, quando nella sua omelia sulla Santa, esclama a nome della città di cui era pastore: «O Betlemme, dove Blandina non poteva trovare posto nel coro dei tuoi Martiri!»
Quanto a Pontico, alcuni autori ne hanno fatto un fratello di Blandina, e lo hanno posto nella condizione servile. Gli Atti chiamano bene Blandina sua sorella; ma il luogo di questa fraternità non era probabilmente che quello della fraternità cristiana. Se Pontico fosse stato uno schiavo, il redattore della Lettera non avrebbe omesso di rilevare questo dettaglio all'onore del cristianesimo, amico dei piccoli e dei diseredati di questo mondo.
La legione dei quarantotto martiri
Ricostruzione dell'elenco completo dei 48 martiri, distinguendo coloro che furono decapitati, dati in pasto alle fiere o morti in prigione.
La Lettera delle due Chiese designa solo dieci dei quarantotto beati che compongono la legione dei Martiri di Lione. Ecco i nomi di questi dieci: Potino, Vettio Epagato, Sanctus, Maturus, Attalo, Bibliade, Alcibiade, il medico Alessandro, Pontico e Blandina.
Gli altri non erano stati passati sotto silenzio. Il redattore della Lettera li aveva segnalati tutti nominalmente, ma Eusebio omise, nella sua Storia ecclesiastica, il passaggio che conteneva questi nomi, e rimandò alla sua collezione degli Atti dei Martiri che è perduta. Si è restituito questo elenco per mezzo di Gregorio di Tours e di Adone che hanno potuto consultare, sia l'opera perduta di Eusebio, sia i dittici della Chiesa di Lione.
Colmando le lacune e confrontando le varianti, ecco come i critici più autorevoli hanno ritenuto di dover stabilire l'elenco dei quarantotto primi Martiri di Lione:
Ebbero la testa tagliata in qualità di cittadini romani: Zaccaria, Vettio Epagato, Macario, Alcibiade, Silvio, Primo, Ulpio, Vitalia, Commiuno, Ottobre, Filomino, Gemino, Giulia, Albina, Grata, Regata, Emilia, Posthumiana, Pompeia, Rhodana, Bibliade, Quiuta, Maturus, Helpis, chiamata anche Amnas.
Furono esposti alle fiere: Sanctus, Maturus, Attalo, Alessandro, Pontico e Blandina.
Morirono nelle prigioni: il beato Potino, Arescio, Cornelio, Zozio, Tito, Zotico, Giulio, Apollonio, Geminiano, Gannite, Giulia, Emilia, Pompeia, Antonia, Alumna, Giusta, Trofima, Antonia.
Il carcere dell'Antiquaille
Descrizione topografica e storica della prigione sotterranea dove san Pothin e i suoi compagni furono ammassati prima della loro morte.
Diciamo una parola sull'orribile sotterraneo dove morì il primo vescovo di Lione, dove furono ammassati come bestie immonde i primi Martiri di questa città.
Risaliamo insieme la salita Saint-Barthélemy e penetriamo nell'Antiquaille dalla porta di servizio. Superata la soglia, arriviamo a livello del suolo in un prisma abbastanza spazioso, attorno al quale si trova una semplice galleria. La prigione si estende precisamente al di sotto di questo cortile. Scendiamo i gradini di una scala in pietra che dà su un altro cortile più in basso del primo, e penetriamo nel carcere venerato attraverso una porta moderna. Sopra questa porta, leggiamo, su una cornice di legno applicata alla parete, la seguente iscrizione:
« La chiesa di Lione, per una tradizione costante, ha sempre venerato questo sotterran eo come la p saint Pothin Primo vescovo di Lione e predecessore di Ireneo. rigione dove san Pothin, il suo primo vescovo, fu rinchiuso con quarantotto cristiani, e dove coronò il suo martirio ».
Mentre sulla superficie del suolo tutto è stato sconvolto dall'azione del tempo e dalla mano degli uomini, la prigione dei Martiri, sepolta sotto terra, è sfuggita a questi sconvolgimenti. Il nero sotterraneo misura solo sei metri di lunghezza per cinque di larghezza, e tre di altezza al suo centro. La volta ribassata ricade seguendo una curva irregolare fino al suolo, sul quale poggia su tre lati. Verso la sua metà, è sostenuta da una colonna con basamenti in pietra. Secondo la tradizione, santa Blandina sarebbe stata legata a questa colonna; un reticolo di ferro la protegge oggi dalle mani indiscrete dei visitatori. Attorno a questo pilastro pendevano un tempo alla volta diversi anelli di ferro destinati a trattenere i prigionieri. Solo uno di questi anelli si vede ancora oggi, tutti gli altri sono purtroppo scomparsi. A destra entrando, si apre, a forma di nicchia, lo scavo dove fu rinchiuso il beato Pothin.
In un angolo della prigione, si erge un modesto altare. Ogni anno, alla festa di san Pothin, e durante tutta l'ottava che segue la festa, la cripta, rivestita di drappeggi bianchi e rossi, ornata di ghirlande e verdi fogliami, si apre alla pietà dei fedeli. Una folla numerosa risale la collina, visita il carcere caro alla chiesa di Lione. Essa compie questo pio pellegrinaggio al fine di ritemprare la propria fede sotto queste volte dove il ricordo dei Martiri è ancora vivo. Dal canto loro, un gran numero di sacerdoti è felice di celebrare i santi misteri nell'oscuro sotterraneo, proprio vicino alla cella dove il beato Pothin rese la sua bella anima al Signore.
Questa prigione si estendeva, a guisa di vestibolo, davanti ad altri tre carceri, più bassi e di dimensioni minori. Solo uno di questi carceri secondari sussiste oggi; è posto a sinistra dell'ingresso primitivo. Questi quattro luoghi di reclusione erano stati muniti dai Romani di porte solide, grigliate a losanghe. Nel 1627, anno in cui le Visitandine presero possesso dell'Antiquaille, esse erano ancora tutte al loro posto. Nel 1659, quella che chiudeva la cella di san Pothin esisteva ancora. È vivamente da rammaricarsi che queste porte siano state rimosse per servire ad altri usi; i ricordi che vi si legavano avrebbero dovuto proteggerle, farle rispettare come preziose reliquie.
La prigione riceve un po' d'aria e di luce solo dalla porta; nessun lucernario, nessun finestrino che dia sull'esterno. Chiusa la porta, è un'oscurità sepolcrale; perciò bisogna armarsi di una torcia per visitare questo sotterraneo. Sotto la dominazione romana, lo stato di questi luoghi non sembra essere stato differente. In una relazione che scrisse nell'anno 1695, una suora della Visitazione afferma che, sotto i Romani come ai suoi tempi, la luce non penetrava nei carceri se non dalla porta. Secondo tutto ciò che si sa delle prigioni romane, questa privazione d'aria e di luce non ha nulla di cui stupirsi.
Il palazzo degli imperatori si ergeva sopra o proprio accanto a questa prigione, che schiacciava con la sua massa e il suo lusso. I Martiri di Lione erano rinchiusi sotto questo palazzo, dimora del presidente della Lyonnaise e dei suoi principali agenti: le vittime sotto i piedi dei loro carnefici. Al di sotto del suolo, le privazioni e le sofferenze di ogni genere; al di sopra, le delizie dei banchetti e le folli gioie della dissolutezza. La civiltà romana si compiaceva di questi contrasti.
Questo palazzo elevato a grandi spese dai Romani, abbellito dalle arti e dal lusso, è stato completamente cancellato dal suolo. Un serbatoio d'acqua, un condotto che faceva comunicare questo serbatoio con gli acquedotti, alcuni detriti esumati dal suolo, ecco tutto ciò che resta dello splendido edificio, ornamento della collina, orgoglio della città. E il carcere favoloso dove il primo vescovo di Lione rese l'ultimo respiro, ha resistito alle ingiurie del tempo e degli uomini; è sempre lì con le sue cupe mura, con la potenza dei ricordi che risveglia. Grazie a questa conservazione, non è difficile rappresentarsi san Pothin nella sua cella; Blandina legata all'anello della colonna; gli altri Martiri legati, incatenati, i piedi nei ceppi.
Localizzazione dell'anfiteatro e del foro
Dibattito storico sull'ubicazione esatta dei supplizi, tra la collina di Fourvière, il quartiere di Ainay e la confluenza del Rodano e della Saona.
Quanto al luogo in cui i Martiri sostennero i loro combattimenti, i nostri antichi storici affermano che fu sulla collina, nel recinto dei Minimi, dove un tempo si vedevano ancora alcune rovine di un monumento romano, di cui oggi non resta più nulla. Nel XVIII secolo, queste rovine, sebbene già molto incomplete, permettevano tuttavia di distinguere l'emiciclo di un teatro, con alcuni resti delle gradinate dove sedevano gli spettatori.
Nella parte opposta si trovava la scena, al di sotto della quale il Padre Colonia aveva creduto di riconoscere una delle grotte o cantine in cui venivano rinchiusi gli animali feroci. Ne concludeva che questo teatro avesse potuto servire sia per i giochi scenici che per i combattimenti dei gladiatori e delle bestie, sebbene questi ultimi, solitamente, avessero luogo solo negli anfiteatri. Gli scrittori moderni non hanno ammesso questo doppio uso: hanno pensato che le volte inclinate e poste sotto l'emiciclo, di cui parla il Padre Colonia, non avessero altro scopo che quello di sostenere una scala a due rampe. Ma dove si trovava allora l'anfiteatro lionese? Alcuni hanno sospettato che forse occupasse quello spazio che attraversa rue Tramassac. Tutti i nostri storici hanno segnalato l'esistenza, in quel luogo, di un monumento molto considerevole che, secondo questo sistema, avrebbero preso, a torto, per un tempio dedicato ad Antonino. Un frammento di iscrizione, trovato nelle rovine dei portici di questo edificio, fissava la data della sua costruzione all'anno 174 di Gesù Cristo, sotto il consolato di Orfilo e di Massimo, e i nostri Martiri soffrirono solo nel 177. Tuttavia, si ritiene poco probabile che un anfiteatro esistesse in quel luogo a quell'epoca. Infine, a varie date, e ancora molto recentemente, si sono riconosciute nel luogo della nostra città, chiamato la Déserte, vaste sostruzioni romane tagliate da condutture d'acqua che sembrano indicare una naumachia. Ora, i giochi nautici avevano luogo spesso negli anfiteatri, dove le acque venivano riversate da canali segreti. Nessuno, tuttavia, ha mai affermato che i Martiri di Lione abbiano sostenuto i loro gloriosi combattimenti alla Déserte. L'opinione più accreditata oggi è che furono messi a morte vicino all'altare di Augusto, ad Aynay. Per giustificarla, in assenza di qualsiasi resto di edificio, si suppone che, durante i primi secoli della nostra era, i Romani avessero stabilito, in quel luogo, una costruzione provvisoria destinata ai giochi sanguinosi, così come un circo temporaneo. Forse si potrebbero conciliare le diverse ipotesi, ammettendo che i primi combattimenti dei confessori della fede ebbero luogo sulla collina, e gli ultimi davanti all'altare di Augusto, nel mese di agosto, epoca in cui avevano luogo giochi solenni.
Comunque sia, tradizione orale e tradizione scritta, monumenti sacri e rovine profane, tutto dice ai Lionesi che il luogo dove soffrirono i Martiri si trovava alla confluenza del Rodano e della Saona, nei dintorni di Aynay. La Lettera delle due Chiese afferma che i Martiri combatterono nell'anfiteatro; ora, secondo Gregorio di Tours e Adone, echi della tradizione nel VI e nel IX secolo, questi Martiri soffrirono ad Athanæum (Aynay). La conseguenza rigorosa è che le arene, arrossate dal sangue dei soldati di Cristo, si estendevano nella zona attualmente occupata dalla chiesa di Aynay e dalle strade adiacenti. Quattro colonne di granito, sulle quali poggia ancora la chiesa di Aynay, provengono dalle rovine di questo anfiteatro. Si è concordi nel pensare che questi quattro pilastri, riuniti due a due, formassero le colonne dell'altare di Augusto e che ciascuna di queste colonne fosse sormontata da una statua colossale della vittoria. Ci si potrà rimproverare di invocare qui la testimonianza di Gregorio di Tours, quando lo rifiutiamo così spesso. Rispondiamo che in una questione di topografia, Gregorio di Tours è perfettamente ricevibile, poiché ha trascorso la sua giovinezza a Lione. Non si tratta qui di una questione di alta critica o di cronologia. Adone, dal canto suo, è un autore esatto: viveva a Vienne, a malapena a quattro leghe da Lione: poiché è d'accordo con Gregorio di Tours, si può pensare che sia venuto a raccogliere sul posto dettagli che interesserebbero la Chiesa di Vienne tanto quanto quella di Lione.
Molti pensano che i corpi dei nostri santi Martiri furono bruciati in un ustrinum, di cui, nel XVI secolo, si trovarono resti scavando il suolo per gettare le fondamenta di una casa in place de Bellecour. L'ustrinum, che, secondo le leggi romane, non poteva essere collocato che all'esterno di una città, serviva a consumare i corpi dei bambini, principalmente quelli delle persone povere che non potevano sostenere le spese di una pira. Quello di cui parliamo si trovava poco lontano dalla confluenza dei nostri due fiumi, dove, secondo san Gregorio di Tours, i pagani gettarono le ceneri dei Martiri.
In mezzo alle diverse valutazioni che abbiamo appena menzionato, un fatto è fuori dubbio: è che i confessori della fede dovettero essere interrogati al Foro, che occupava la sommità della collina di Fourvière; poiché è lì che si rendeva giustizia. È probabile, poi, che furono rinchiusi nelle prigioni di cui si vedono i resti nel luogo che chiamiamo l'Antiquaille, dove un tempo era il palazzo degli imperatori. È lì, infatti, che la tradizione colloca il carcere nel quale spirò san Potino.
La chiesa di Saint-Nizier, culla lionese
Storia della chiesa di Saint-Nizier, costruita sull'antico oratorio di san Potino e che ha custodito le ceneri dei martiri.
Ecco ora, in poche parole, le fasi principali attraverso le quali è passata la chies a di Saint-Nizier, cul église de Saint-Nizier Chiesa di Lione costruita sull'oratorio di san Pothin. la del cristianesimo a Lione.
L'oratorio di san Potino fu sostituito da una chiesa a forma di croce greca. Con la pace concessa alla Chiesa da Costantino, questo santuario distrutto fu riedificato sulle stesse fondamenta e dedicato dal vescovo Vocius ai santi Apostoli. Questo monumento, costruito dagli architetti insoliti di quell'epoca, richiese, un secolo dopo, una nuova ricostruzione. Nel V secolo, sant'Eucherio edificò dunque una chiesa di proporzioni più vaste. In questa ricostruzione, l'oratorio di san Potino fu ripristinato nel suo stato primitivo; comunicava con la nuova chiesa, alla quale serviva probabilmente da battistero. San Nizier, morto nel 575, essendo stato inumato in questa chiesa, la sua tomba divenne celebre per un gran numero di miracoli. Ecco perché questa chiesa, posta dapprima sotto il titolo dei Santi Apostoli, prese il nome di Saint-Nizier. Il monumento eretto da sant'Eucherio sussistette fino all'invasione dei Saraceni (732), che lo rasero al suolo. Nell'800, Leidrado lo risollevò dalle sue rovine. L'opera di questo grande vescovo, amico di Carlo Magno, durò fino alla fine del XIII secolo. La costruzione della chiesa che vediamo oggi fu iniziata nel 1303. I lavori, interrotti più volte per mancanza di fondi, durarono fino al XVIII secolo. Queste intermittenze spiegano le varietà di stile che si notano in questo monumento.
È da rammaricarsi che i lavori eseguiti nel XV secolo abbiano alterato il carattere della cripta, alterazione aggravata ai nostri giorni da restauri inintelligenti.
Da molto tempo la cripta di san Potino è abbandonata, dimenticata; oggi, la maggior parte degli abitanti di Lione ignora persino il suo nome. Questo oratorio si apre solo una volta l'anno, il giorno della festa di sant'Ennemond. Per diversi secoli, la riconoscenza dei lionesi si tradusse in frequenti visite a questo santuario. Speriamo che l'iniziativa del clero faccia riprendere queste visite troppo a lungo interrotte.
La Festa delle Meraviglie
Descrizione dell'antica processione nautica sulla Saona che commemorava il miracolo delle reliquie restituite dal fiume.
Il culto di san Potiro e dei suoi compagni deve essere iniziato poco tempo dopo il loro martirio; la solennità in loro onore assunse più tardi un carattere eccezionale: sotto il nome di festa delle Meravi fête des Merveilles Antica processione nautica in onore dei martiri di Lione. glie, veniva celebrata con uno splendore e una pompa straordinari. Essa consisteva in una processione effettuata in barche sulla Saona. La barca del vescovo, scortata da altre quattro in veste di accoliti, apriva il corteo. Seguivano poi i magistrati in costume ufficiale, gli abitanti principali in abiti da festa, le corporazioni, con le bandiere spiegate.
La processione sull'acqua passava nei luoghi segnati dalle principali circostanze del combattimento dei Martiri. Così partiva dalla chiesa di Vaize, poiché in quel sobborgo isolato furono scoperti i martiri Alessandro ed Epipodio; giunte al ponte della Saona, le barche passavano le une dopo le altre sotto l'arcata più vicina a Saint-Nizier, e quest'arcata era chiamata la Meravigliosa. Allo stesso tempo si intonava il Laudate Dominum per salutare l'oratorio del beato Potiro. All'altezza di Aynay, tutti scendevano a terra e la processione si dirigeva verso la chiesa abbaziale. Entrati nel santuario, tutti i membri del clero appoggiavano le labbra sulla pietra detta di san Potiro: questa pietra, secondo la tradizione, proveniva dal carcere dove il santo pontefice era spirato per Gesù Cristo. Aynay era dunque la seconda stazione. La terza era presso la chiesa di Saint-Nizier, originariamente degli Apostoli. Vi si ritornava via terra. Una messa solenne celebrata in questa chiesa, che aveva ricevuto le ceneri dei Martiri miracolosamente restituite dal Rodano, coronava la solennità religiosa.
È facile vedere che, come noi seguiamo il cammino doloroso di Gesù Cristo facendo la Via Crucis, così gli antenati dei lionesi seguivano la via trionfale percorsa dai loro Martiri, fermandosi nei luoghi principali segnati dalle circostanze del combattimento. Quanto al senso generale della processione, è facile da cogliere: questo viaggio sull'acqua si faceva in memoria del miracolo per il quale le acque del Rodano restituirono le reliquie dei Santi.
Abbiamo parlato della festa delle Meraviglie al passato, poiché non la si celebra più dalla metà del XV secolo; senza che si possa precisare la data della sua soppressione, che fu causata dagli abusi che col tempo vi si introdussero, si può ancor meno precisare l'epoca in cui ebbe inizio.
La chiesa di Saint-Leu ad Amiens possiede un grande osso di santa Blandina, incorniciato dietro l'altare.
Saint Pothin et ses compagnons, martyrs; Origines de l'Église de Lyon, par le P. André Gouilloud, de la Compagnie de Jésus; et les Grands Souvenirs de l'Église de Lyon, par D. Mayots.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Redazione della Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne
- Interrogatorio al Foro sulla collina di Fourvière
- Imprigionamento nelle segrete dell'Antiquaille
- Martirio di San Potino in prigione all'età di 90 anni
- Supplizi di Blandina, Sanctus, Maturus e Attalo nell'anfiteatro
- Esecuzione tramite decapitazione dei cittadini romani
- Ceneri gettate nel Rodano
Miracoli
- Resistenza soprannaturale di Blandina alle fiere e ai supplizi
- Ritorno miracoloso delle ceneri attraverso le acque del Rodano
Citazioni
-
Io sono cristiana, e tra noi non si commette alcun male.
Santa Blandina (citata indirettamente) -
Stinsero così fortemente alla gola il drago infernale, che lo costrinsero a restituire vivi coloro che credeva di aver divorato.
Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne