6 giugno 9° secolo

Sant'Agobardo di Lione

Arcivescovo di Lione, Confessore

Festa
6 giugno
Morte
6 juin 840 (naturelle)
Epoca
9° secolo
Luoghi associati
Francia (FR) , Lione (FR)

Arcivescovo di Lione nel IX secolo, Agobardo fu una figura di spicco dell'epoca carolingia, distinguendosi per la sua lotta contro le superstizioni, l'eresia di Felice di Urgell e l'influenza degli ebrei. Nonostante una naturale timidezza, si oppose fermamente agli abusi imperiali e partecipò alle turbolenze politiche che circondarono Ludovico il Pio. Lasciò una considerevole opera teologica e liturgica prima di morire a Saintes nell'840.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

S. AGOBARDO, ARCIVESCOVO DI LIONE, CONFESSORE

Vita 01 / 08

Ritratto e carattere di Agobardo

Agobardo è presentato come un prelato coraggioso e intellettuale, che si eleva contro gli errori dogmatici, le superstizioni e gli abusi di potere del suo tempo.

Qui doctrina gratiam ad utilitatem aliorum accipit, majorem gratiam impetrabit si sedulo utatur.

Colui che ha ricevuto il dono della scienza per l'utilità degli altri non fa che accrescerlo facendone saggio uso.

S. Giovanni Crisostomo, Hom. 79 sup. Math.

Agobardo, che Lyon Sede episcopale di sant'Eucherio. i lionesi chiamano volgarmente sant'Agobo o Aguebaud, era francese. Si ignora di quale provincia sia originario. Il tempo e le rivoluzioni, che cancellano tanti ricordi, non hanno lasciato giungere a nostra conoscenza che rari episodi della sua vita. Essa non dovette essere oscura, tuttavia, l'esistenza di un tale prelato posto sulla prima sede episcopale delle Gallie, quando i vescovi avevano a corte un rango così distinto e una così grande influenza sugli eventi in generale. Era un fiero genio, in effetti, quest'uomo dalle idee larghe, dal nobile cuore; che, con una costanza degna degli Apostoli e dei Padri della Chiesa, nonostante la sua timidezza naturale, di cui egli stesso fa ammenda, ebbe il coraggio di elevarsi contro tutti gli errori dogmatici del suo tempo, di smascherare e combattere tutte le manovre degli Ebrei, allora così potenti e così perniciosi per la società cristiana, di condannare apertamente tutti i pregiudizi e le superstizioni popolari della sua epoca, di tuonare contro gli abusi nella Chiesa e le usurpazioni sacrileghe dei grandi, infine di dire ai re la verità. Così vediamo Agobardo in relazione con i suoi più illustri contemporanei: il famoso Ebbone, arcivescovo di Reims; Bernardo, vescovo di Vienne; Nibridio e Bartolomeo, successivamente arcivescovi di Narbona; Adalardo, abate di Corbie, e il conte Wala, suo fratello, che fu monaco della stessa abbazia; Elissacaro, abate di Saint-Riquier; Ilduino, abate di Saint-Denis, che divenne arcicappellano dopo sant'Adalardo; Valafrido Strabone, abate di Reichenau; Malfredo, conte d'Orléans, il personaggio più importante della cort e di Ludovico il Pi Louis le Débonnaire Re dei Franchi che nominò Aldrico suo consigliere e comandante del palazzo. o; e molti altri di un'epoca che non fu priva di splendore. Poiché, secondo l'espressione di un biografo del nostro Santo, dopo l'età dell'oro di Carlo Magno, era ancora l'età dell'argento; ma già si presagiva l'età del ferro, e Agobardo diceva: «Viviamo in tempi assai cattivi, e nel mezzo di una società ulcerata».

Vita 02 / 08

Ascesa alla sede di Lione

Coadiutore di Leidrado, Agobardo gli succede alla guida dell'arcivescovado di Lione con l'approvazione imperiale, nonostante le contestazioni canoniche iniziali.

La sua scienza e la sua pietà gli avevano meritato la stima dell'arcivescovo di Lio Leidrad Predecessore di Agobardo sulla cattedra di Lione. ne, Leidrado, che gli fece conferire la consacrazione episcopale e lo prese come coadiutore, o co-vescovo, come si diceva allora. Presto Leidrado si dimise dal suo incarico e andò a terminare pacificamente i suoi giorni nel monastero di Soissons, dopo aver designato Agobardo come suo successore, nell'814. Il suo titolo di arcivescovo di Lione, riconosciuto dai suoi diocesani, che lo consideravano già come loro pastore legittimo per il fatto della sua ordinazione canonica e della designazione di Leidrado, fu ratificato, dicono Adone e Ugo di Flavigny, «con il consenso dell'imperatore e del Concilio generale dei vescovi di Francia»; il che deve intendersi come il Concilio di Magonza, di cui parla Ivo di Chartres, e non quello di Chalon-sur-Saône, che fu solo provinciale.

Ludovico il Pio non aveva ancora restituito alla Chiesa la libertà delle elezioni che, da quasi quattro secoli, i principi si erano più o meno riservate. Quella di Agobardo diede luogo, nel Concilio, a delle contestazioni. Non la si trovava conforme agli antichi canoni. Si allegava che due vescovi non potevano occupare simultaneamente la stessa sede; infine non spettava a un prelato scegliersi un successore. La cabala non era affatto estranea alle difficoltà sollevate contro Agobardo; egli trionfò nondimeno, grazie, senza dubbio, ai suoi meriti personali e al favore del principe, naturalmente benevolo. La scelta di Leidrado, prelato raccomandabile per i suoi servizi, e che aveva lasciato alla corte brillanti ricordi, dovette ugualmente contribuire al successo del nuovo arcivescovo. Del resto, gli esempi non mancavano nell'antichità per autorizzare ciò che era stato fatto per lui.

Teologia 03 / 08

Lotta contro l'eresia di Felice di Urgell

Agobardo combatte attivamente l'adozionismo difeso da Felice di Urgell, riaffermando l'unità di persona in Gesù Cristo e la maternità divina di Maria.

Una delle prime cure della sollecitudine pastorale del nostro Santo fu quella di tentare di ricondurre alla verità Felice, già ves Félix, ancien évêque d'Urgel Vescovo di Urgell, promotore dell'eresia adozionista. covo di Urgell, inviato in esilio perpetuo a Lione da Carlo Magno, su richiesta del Concilio di Francoforte (794). Questo prelato, rinnovando le impurità di Nestorio, rendeva Gesù Cristo figlio di Dio per adozione, non per natura. Convinto e condannato dai Concili di Narbona nel 781, di Cividale del Friuli nello stesso anno, di Ratisbona nel 792, si ritrattò, ma solo a parole, davanti a papa Adriano. Ben presto, infatti, ricominciò a dogmatizzare; ma il Concilio riunito a Francoforte, sotto la presidenza di due legati, lo condannò nuovamente. Fu necessario rinnovare tale condanna a Roma nel 799, poi a Urgell e ad Aquisgrana, nello stesso anno, a causa della sua ostinazione e di quella dei suoi seguaci. Agobardo andò a trovarlo di persona e, con tanta pazienza quanta dottrina, confutò la sua dottrina, dimostrando che, sebbene in Gesù Cristo vi siano due nature, non vi è meno unità di persona; che, di conseguenza, parlando del Salvatore, si può attribuire alla Divinità ciò che si dice dell'umanità, e viceversa; che Maria è dunque veramente Madre di Dio; infine che l'unione di Gesù Cristo con la sua Chiesa, estendendosi a più persone, è solo un'unione puramente spirituale. Felice, messo alle strette, si dichiarò ancora una volta vinto, ma morì ostinato nella sua eresia. È quanto ci insegna Agobardo nel trattato che compose contro la dottrina di questo infelice, successivamente alla sua morte, avvenuta nell'818.

Contesto 04 / 08

Tensioni con la comunità ebraica

L'arcivescovo si oppone vigorosamente all'influenza sociale e religiosa degli ebrei a Lione, denunciando in particolare il commercio di schiavi cristiani.

Fu soprattutto contro gli ebrei che il nostro Santo dovette dispiegare la sua energia e la sua vigilanza. Per farsi un'idea delle difficoltà, delle tribolazioni, dei pericoli stessi che incontrò in questa lotta, bisogna leggere la memoria che intitola *De Insolentia Judæorum*, indirizzata all'imperatore; la sua lettera allo stesso principe, scritta e firmata da altri due vescovi, in concilio a Lione, probabilmente quello che riunì nell'821; le sue lettere riguardanti la stessa faccenda agli abati Adalardo e Ilduino, all'arcivescovo di Narbona Nibridio e al conte d'Orléans Manfredo.

Altrettanto fieri nel successo quanto striscianti davanti alla forza, gli ebrei erano a quell'epoca un flagello per la società, un pericolo per la fede dei cristiani. Non contenti di arricchirsi a spese della fortuna pubblica e privata, insultavano ogni giorno la religione, bestemmiavano ciò che vi è di più santo, ostentavano per i fedeli il più imperioso disprezzo. Così, se trovavano nei loro animali da macello qualcuno dei difetti che li rendono impuri ai loro occhi, li mettevano sdegnosamente da parte per venderli ai cristiani, chiamandoli per questa ragione *bestie cristiane*. Inducevano le donne a venire a celebrare con loro il sabato, facevano lavorare la domenica i loro operai, davano loro della carne da mangiare in Quaresima. La loro ostinazione a vendere la domenica, e non il sabato, giorno ordinario di mercato, impediva a molti fedeli, quelli delle località lontane dalle città, di assistere alla messa e agli uffici della Chiesa. Infine, oltre alle antiche sinagoghe che venivano loro tollerate, ne costruivano di nuove, dove trascinavano i cristiani; alcuni ignoranti trovavano già che la predicazione degli ebrei valesse più di quella dei sacerdoti della Chiesa. Arrivarono fino a vendere schiavi cristiani ai Mori di Spagna. Sant'Agobardo cita su questo fatto dei testimoni presi tra gli ebrei stessi. Nel momento in cui terminava la sua prima memoria, arrivava da Cordova a Lione un uomo che degli ebrei di quest'ultima città avevano rapito quand'era ancora bambino, vent'anni prima, e venduto ai musulmani. Era appena evaso in compagnia di un altro cristiano della città di Arles, rapito e venduto allo stesso modo. «Mentre le nostre ricerche ci portavano a scoprire la sua famiglia», dice Agobardo, «abbiamo appreso che lo stesso ebreo aveva così consegnato altri bambini cristiani agli infedeli, e che, quest'anno stesso, un bambino è scomparso, rapito da un altro ebreo. Attualmente», aggiunge, «abbiamo la certezza che numerosi cristiani acquistati dagli ebrei erano, da parte loro, vittime di brutalità che il pudore non permette di descrivere». Il nostro Santo si fa forte di produrre testimoni a sostegno delle sue recriminazioni, e di mostrare agli ebrei la loro condanna nei Libri Santi che hanno tra le mani.

Vi trovava anche quella delle dottrine superstiziose che hanno sostituito alla parola di Dio. Perciò, non mancava alcuna occasione di combatterli, di allontanare i fedeli da ogni commercio con loro, di reclamare dai principi la repressione della loro insolenza e delle loro atrocità.

Uno zelo così ardente contro una setta numerosa e influente a Lione non poteva mancare di attirare al santo vescovo delle persecuzioni. Un giorno la tempesta scoppiò. Ludovico il Pio, per eccesso di condiscendenza, aveva ceduto alle sollecitazioni di alcuni ufficiali guadagnati dagli ebrei, e concesso lettere in loro favore. Uno degli ufficiali di cui parliamo, un certo Evrardo, del numero di quelli che venivano chiamati *missi dominici*, sorta di ispettori incaricati di vigilare sull'esecuzione delle ordinanze imperiali, arrivò a Lione, portatore di una lettera dell'imperatore all'arcivescovo e di un'altra al conte della città, ordinando a quest'ultimo di opporsi alle pretese dello zelante prelato. Queste lettere sono così poco in rapporto con la pietà di Ludovico, che Agobardo dichiara a lui stesso che, a dispetto del sigillo e della firma, ha rifiutato di crederle autentiche. L'atteggiamento del vescovo eccita il furore degli ebrei, incoraggiati già dai procedimenti tirannici di Evrardo per le popolazioni che sfruttavano. Quest'ultimo dice apertamente che l'imperatore ha ritirato la sua stima ad Agobardo. Nel frattempo arrivano altri due ufficiali portatori di titoli e di documenti ai quali non si può rifiutare credito. Grande gioia tra gli ebrei! Spaventati dalle loro minacce, dei cristiani abbandonano la città, altri si nascondono, alcuni vengono arrestati, tutti sono nella costernazione. Gli ebrei, si sente dire agli ufficiali, non sono così odiosi al principe come si pretende; parecchi sono onorati della sua amicizia; ve ne sono alcuni che valgono più dei cristiani...

Al culmine della tempesta, l'arcivescovo era all'abbazia di Nantua, occupato a regolare una contestazione tra i monaci. Evrardo ne approfitta per mettersi apertamente alla testa degli ebrei che lo guardano come il loro maestro, *magister eorum*, secondo l'espressione di Agobardo. Invano il prelato gli fa rappresentare, da sacerdoti che gli invia, che non ha fatto nulla contro l'autorità del principe, i *missi dominici* non vogliono sentire ragioni, e gli inviati del prelato giudicano prudente non mostrarsi più.

Tali sono i fatti di cui si lamenta il nostro Santo all'imperatore stesso, poi all'arcivescovo Nibridio, suo amico. Un'eccellente occasione si presentò un giorno per perorare in presenza del principe la causa della Chiesa. Un'assemblea di prelati e di signori fu convocata a corte: ma, per un effetto della sua eccessiva timidezza, la parola mancò al santo Arcivescovo. Non intese nemmeno ciò che gli disse l'imperatore, salvo l'autorizzazione che gli diede di ritirarsi. È lui stesso che lo racconta con la sua modestia ordinaria. Raggiunse dunque la sua residenza, sconcertato, confuso. Riflettendo sul modo di riparare a questo fallimento e di affidare gli interessi della religione a fermi difensori, redige una nuova memoria che indirizza ai principali personaggi della corte; erano Adalardo, il conte Wala, suo fratello, e l'abate di Saint-Riquier. Chiede che l'imperatore rimetta in vigore gli editti dei suoi predecessori; che gli schiavi degli ebrei siano liberi di chiedere il battesimo, impegnandosi a pagare ai loro padroni il prezzo del loro riscatto, come vuole la legge canonica in questa circostanza, difendendo la Chiesa che nessuno dei suoi figli sia schiavo di un ebreo. Agobardo fa ancora nuove istanze presso il principe per il tramite di Ilduino, abate di Saint-Denis, successore dell'abate di Corbie nelle funzioni di arcicappellano. Si era appena messo alla testa di quest'ultimo monastero il conte Wala, che aveva abbracciato la vita religiosa sotto la guida di Adalardo, suo fratello. Agobardo gli scrisse ugualmente al riguardo di questa faccenda, sapendo che, nel chiostro, continuava ad esercitare presso l'imperatore un'utile influenza. Nonostante tutte queste sollecitazioni, non vediamo affatto che il debole monarca abbia mai revocato le misure prese in favore degli ebrei, né rimesso ai loro schiavi la libertà di ricevere il battesimo senza il consenso dei loro padroni.

other 05 / 08

Riforme dei costumi e della giustizia

Agobardo critica le superstizioni popolari legate al clima e si oppone fermamente ai duelli giudiziari e ai 'giudizi di Dio' ereditati dalla legge burgunda.

Il vigile pastore dovette ancora allontanare un altro pericolo che minacciava la fede dei popoli. Le discussioni, che avevano messo a fuoco l'Oriente riguardo al culto delle immagini, dividevano già gli animi in Francia. L'idea generalmente diffusa allora era che Dio avesse dato l'impero alla nazione francese, in ricompensa della sua fedeltà nell'onorare le immagini dei Santi, e si era persuasi che la supremazia universale sarebbe tornata ai Greci il giorno in cui fossero ritornati, su questo punto, alla dottrina e alla pratica della Chiesa. Così, alcuni per pregiudizio politico, altri per non aver ben compreso i termini del secondo concilio di Nicea, rifiutavano questo concilio. È ciò che fece Agobardo, credendo che esso ordinasse di adorare le immagini. Il trattato che compose su questa questione sembra rifiutare alle immagini ogni specie di culto, mentre in realtà esso non rifiuta loro che quello di latria o di adorazione. Cave censura questo libro con la massima severità; ma altri scrittori più illuminati, come Masson, Baluze, Raynaud, Mabillon, Le Cointe, gli danno un'interpretazione favorevole. Appoggiandosi, infatti, sulla dottrina dei Padri, su quella di sant'Agostino in particolare, Agobardo non condanna che le esagerazioni dei suoi contemporanei. Non bisogna essere sorpresi, tuttavia, che su una questione religiosa alla quale si mescolava il patriottismo, il santo Arcivescovo, trascinato dal suo attaccamento alla sua fede e al suo paese, abbia lasciato sfuggire alcune espressioni imprecise e un po' esagerate.

Egli mise lo stesso ardore nel difendere la verità contro i pregiudizi popolari. Scrisse contro l'opinione che attribuiva a degli stregoni la formazione della grandine e dei temporali, contro le pratiche superstiziose e i sacrifici pagani, ancora in uso per scongiurare le malattie epidemiche di allora. Queste malattie avevano dei caratteri strani. Si vedevano persone prese improvvisamente da convulsioni epilettiche che le facevano credere possedute dal demonio. Altre avevano le membra come divorate da un fuoco interiore, coperte di tumori e di ulcere. Bartolomeo, che aveva sostituito Bibride, nell'anno 818, sulla sede arcivescovile di Narbona, aveva chiesto al nostro Santo cosa pensasse di questi fatti straordinari. Agobardo gli risponde che non vede lì che fenomeni risultanti da cause naturali, di cui Dio solo dispone a suo piacimento, per il ministero degli Angeli, per mettere alla prova i giusti e punire i malvagi.

Egli si levò soprattutto con forza contro i duelli e le prove giudiziarie chiamate giudizi di Dio, come contrari allo spirito di unione e di pace che deve animare i cristiani. Si allegava la legge ancora in vigore in tutta la Borgogna, di cui Lione faceva parte. «Questa legge», rispose, «non viene né da Mosè né dal Vangelo, ma da un re empio, nemi l'arien Gondebaud Zio di Clotilde, re dei Burgundi, assassino di Chilperico. co di Gesù Cristo, l'ariano Gundobado»; e ricorda le parole di sant'Avito, di Vienne, a questo principe: «Perché», diceva Gundobado, «tra Stati, tra nazioni, anche tra privati, quando le cause sono rimesse al giudizio di Dio per la sorte delle armi, la vittoria è dalla parte della giustizia?» — «Se gli Stati o i popoli», rispose Avito, «si rimettessero veramente al giudizio di Dio, dovrebbero ricordare questa parola del Salmista: Disperdi, Signore, le nazioni che cercano la guerra; non dimenticherebbero mai quest'altra parola: A me la vendetta; io mi incarico di dare a ciascuno ciò che merita. La giustizia dall'alto ha bisogno di lance e di spade per dirimere le controversie? Spesso vediamo la parte che sostiene o rivendica il diritto soccombere nei combattimenti, e la parte dell'ingiustizia trionfare con la violenza o l'astuzia». Sant'Agobardo conclude supplicando il molto benevolo imperatore, in nome della religione e dell'umanità, di abolire queste detestabili consuetudini, contro le quali indirizzò allo stesso principe una seconda memoria.

Consultato dai suoi colleghi nell'episcopato, come la luce del suo secolo, il nostro Santo doveva talvolta confutare le obiezioni o gli errori di alcuni. È così che raddrizzò opinioni erronee e prevenzioni contro di lui presso Fredegiso, vescovo di Orléans. La sua lettera a questo prelato resterà un modello dell'urbanità e della cortesia che si dovrebbe sempre mantenere in ogni discussione.

Predicazione 06 / 08

Disciplina ecclesiastica e liturgia

Fervente difensore delle antiche tradizioni, riformò il canto liturgico, corresse l'Antifonario e si oppose alle innovazioni profane nella Chiesa.

Agobardo portò lo stesso zelo per il mantenimento della disciplina ecclesiastica. Nel mese di agosto dell'822, Ludovico il Pio aveva convocato ad Attigny una grande assemblea di prelati e nobili. Due uomini venerabili brillavano in mezzo a questa augusta compagnia per lo splendore del rango, delle virtù e della scienza: l'uno era Adalardo, l'altro Helisachar, di cui abbiamo già parlato. Entrambi proposero di lavorare alla riforma della Chiesa. Agobardo accolse con entusiasmo questa proposta, perorò la causa della Chiesa e trascinò tutti gli animi a concertarsi per lavorare a risollevare le rovine della nuova Gerusalemme. Prendendo poi occasione da questa grande questione, reclamò contro i laici detentori o usurpatori dei beni temporali della Chiesa. «Invano si allega», diceva, «la ragion di Stato e le necessità del tempo; Dio, per il quale il futuro è presente, aveva ben previsto queste necessità, quando ha ispirato alla sua Chiesa di stabilire queste regole per tutti i tempi. Ciò che Carlo Martello, Pipino e Carlo Magno hanno creduto di dover fare contro queste leggi, non impegna affatto il suo successore. Una violazione dei canoni è un attentato contro Dio stesso». Insistette affinché l'imperatore ponesse rimedio a questo abuso sacrilego e affinché l'Assemblea aprisse un'inchiesta contro gli usurpatori. Helisachar e Adalardo applaudirono l'oratore; su loro richiesta, fu indicata un'assemblea a Compiègne, dove sarebbe stata regolata questa importante questione tra la nobiltà e il clero. Lo zelo di Agobardo aveva scontentato troppe persone per non sollevare contro di lui una nuova tempesta: fu terribile, soprattutto in Provenza e in Settimania (Bassa Linguadoca), al punto che dovette scrivere ancora una volta la sua apologia.

In tutte le sue opere, in tutti i suoi discorsi, il nostro Santo professa per l'antichità sacra un vero culto. Che si tratti dei costumi del clero, delle regole della liturgia o del canto, sul quale ha due trattati, uno sulla salmodia e l'altro sulla correzione dell'Antifonario, tutti i suoi sforzi hanno lo scopo di ricondurre alle sane tradizioni del passato. Giovani teste tra i Romani, *neoterici romani*, ostentavano disprezzo per i canoni della Chiesa di Francia o per le ordinanze dei nostri vescovi, finché non li avevano controllati. Agobardo ricorda loro l'esempio dei loro predecessori «che si mostravano», dice, «meno difficili e professavano la più alta stima per i concili e i sinodi della nostra nazione». Teneva molto alla conservazione degli usi locali, a meno che non fossero in opposizione alla fede, e non poteva soffrire la mania di introdurre nella preghiera pubblica composizioni nuove, come mottetti o canti in lingua volgare che egli chiama *psalmos plebeios*.

Amava intrattenersi su queste materie con il suo clero, particolarmente con i suoi cantori. Questi erano stati stabiliti da Leidrado, suo predecessore, e dalla loro scuola erano usciti già diversi maestri. È a loro principalmente che è indirizzata la sua memoria sulla correzione dell'Antifonario. In diversi punti di questo libro, il testo delle Scritture era stato alterato, in altri le parole gli sembravano puerili o poco conformi alla fede e alla pietà. La sua critica su questo punto può sembrare esagerata; perciò non si è tenuto conto dopo di lui di alcune sue correzioni, come nota Baluze.

Quando gli si citava l'esempio di Roma, rispondeva con le parole di san Gregorio: «Non è a causa del luogo in cui si trova che si deve amare una cosa; ma si deve amare il luogo a causa delle buone cose che vi si trovano». Ricordava l'esempio dello stesso Papa che era stato obbligato a imporre, a Roma stessa, alcune riforme sotto pena di anatema.

Ciò che si leggerà sempre con profitto sono i passaggi in cui espone la dottrina dei Padri sulle disposizioni interiori ed esteriori con le quali si devono eseguire i canti sacri. Non vuole che gli studi musicali assorbano tutti gli istanti, a detrimento di studi più importanti. Si vedevano, infatti, cantori che, dall'infanzia fino a un'età avanzata, non avevano aperto un libro adatto a formarli alla pietà e alla conoscenza dei nostri dogmi e delle sante Scritture; e quella gente, piena di una sciocca vanità, osava introdurre nella Chiesa composizioni inette, di carattere profano, e spesso persino macchiate di eresia. Si scaglia ugualmente, con san Girolamo, contro coloro che, prendendo il luogo santo per un teatro, vengono a far mostra della loro voce e della loro persona. «Gli antichi», dice, «ai quali non mancavano né la fecondità alimentata dai Libri Santi, né il talento per l'esecuzione, preferivano ripetere gli stessi brani piuttosto che stancare i cantori e sovraccaricare il loro spirito con novità superflue».

Agobardo era giustamente fiero della sua chiesa di Lione, sotto questo aspetto: non permetteva che se ne criticassero i canti o gli usi. Per aver osato farlo, Amalario si attirò due repliche in termini piuttosto poco moderati. Questo discepolo di Alcuin o, chier Amalaire Liturgista criticato da Agobardo. ico della chiesa di Metz, corepiscopo di quella di Lione, aveva composto, trovandosi a Roma nell'831, un'opera in quattro libri sugli Uffici divini, secondo le istruzioni dei ministri della Chiesa di San Pietro. Per quanto severo fosse il santo Arcivescovo contro quest'opera, la sua critica verte solo su locuzioni o idee secondarie che si possono interpretare in buona parte.

Vita 07 / 08

Crisi politica ed esilio

Coinvolto nelle dispute di successione di Ludovico il Pio, Agobardo sostiene Lotario, il che lo conduce alla deposizione e all'esilio prima della sua riabilitazione.

Queste questioni non facevano perdere di vista a sant'Agobardo la grande idea che fu il sogno di tutta la sua vita, l'unità nell'impero come nella Chiesa. Il mezzo più potente per estendere e mantenere l'unità religiosa era, ai suoi occhi, l'unità politica. Che parli al clero o ai fedeli, è l'unità che predica; che si rivolga ai principi dei consigli, è l'unità che reclama. Egli guarda alla diversità delle leggi come contraria alla perfetta unanimità che deve riunire i fedeli così come i membri di uno stesso corpo. Avrebbe voluto vedere in tutto l'impero una legislazione uniforme. Se piacesse all'imperatore, nostro signore, diceva, di stabilire la legge dei Franchi tra i Burgundi, questi diventerebbero più illustri, e questo paese sarebbe liberato da molte miserie. Agobardo ebbe la sorte ordinaria degli uomini di genio, ebbe il dolore di vedersi incompreso e ridotto a gemere inutilmente sui mali della sua patria. Non si vede, infatti, che il debole imperatore abbia tenuto maggior conto dei suoi avvertimenti riguardo alle leggi di Gundobado che riguardo alle pretese e agli eccessi degli ebrei.

Il degno prelato deplorava soprattutto la spartizione dell'impero. Fin dall'anno 817, nell'assemblea generale di Aquisgrana, Ludovico il Pio aveva diviso i suoi Stati tra i suo i tre fi Lothaire Imperatore e figlio di Ludovico il Pio, sovrano di Everardo in Italia. gli, Lotario, Pipino e Ludovico, e associato il primo al trono. Nel 824, fece confermare e giurare questa costituzione da tutti i grandi riuniti a Nimega, e diede a Lotario il regno d'Italia, vacante per la morte del re Bernardo. L'anno 823, Lotario, accompagnato da Wala divenuto monaco, veniva a Roma, per ordine di suo padre e su invito del Papa, a farsi incoronare re e proclamare imperatore augusto, a San Pietro, il giorno di Pasqua. Agobardo, con il sovrano Pontefice, aveva riconosciuto questo nuovo ordine di cose, e, come tutti gli altri prelati, aveva giurato di esserne il fedele osservatore e difensore. Ciò bastò per trascinarlo più tardi ad abbracciare il partito di Lotario contro suo padre, quando vide quest'ultimo procedere a diversi rimaneggiamenti successivi degli Stati dei suoi figli, malgrado i suoi primi e solenni impegni, cedendo in ciò al capriccio di una donna. Questa donna era Giuditta di Baviera che aveva sposato in seconde nozze, dopo la morte dell'imperatrice Ermengarda. Ella gli aveva dato, nell'829, un figlio che regnò poi sotto il nome di Carlo il Calvo, e non poteva soffrire che questo bambino fosse senza appannaggio. Una nuova spartizione dell'impero, nella quale gli Stati di Lotario e dei suoi fratelli si trovavano smembrati, venne a colmare il malcontento generale. Da molto tempo le voci più scandalose circolavano sul conto di Giuditta e di Bernardo, conte di Settimania e di Barcellona, e si attribuiva a loro il disordine che regnava a corte e negli affari pubblici. Agobardo si fa eco di questi mormorii nell'apologia dei principi che pubblicò dopo la decadenza del loro padre. Questi, dopo aver abbandonato e ripreso l'autorità, arrivò a non far più scrivere il nome di Lotario accanto al proprio, in testa agli atti imperiali, e la guerra scoppiò di nuovo tra Ludovico e i suoi figli. Nell'833, Agobardo scrive al vecchio monarca per avvertirlo dei pericoli che minacciano particolarmente la sua anima. Gli rimprovera di cambiare così, arbitrariamente e senza consultare Dio né i suoi rappresentanti, ciò che Dio sembrava avergli ispirato dopo le più istanti preghiere. Deploriamo, aggiunge, i mali che sono arrivati, quest'anno,

in questa occasione, e temiamo molto che Dio non sia irritato contro di voi. Poiché non possiamo dissimularvi che si mormora molto di questi giuramenti diversi e contrari, e che li si biasima apertamente.

L'esempio del pa pa Gregorio IV m pape Grégoire IV Papa che istituì la festa di Ognissanti in Francia nell'837. anteneva Agobardo nella sua fedeltà a Lotario. Questo giovane principe, vedendo la guerra scoppiare tra suo padre e i suoi fratelli, condusse con sé il sovrano Pontefice in Germania, affinché tentasse di lavorare a una riconciliazione. Allo stesso tempo, Agobardo scriveva a Ludovico il Pio per esortarlo a ricevere il Papa come doveva e a rendersi ai suoi avvertimenti. Le intenzioni del sovrano Pontefice erano travisate; i prelati francesi, fedeli all'imperatore, dimenticavano persino il rispetto dovuto al papato, e alimentavano i pregiudizi del loro signore. Gregorio IV li riprese con una giusta severità, e rimproverò loro persino di aver violato i loro giuramenti sull'esempio di Ludovico. Si conosce l'episodio del Campo della menzogna. Il Papa, mal accolto e vedendo l'inutilità dei suoi passi, ritornò al campo dei principi. La notte seguente, il vecchio imperatore, abbandonato da tutti i suoi partigiani, si consegnava alla mercé dei suoi figli. Per parere del Papa e di tutti, egli è dichiarato decaduto e condotto in un monastero da Lotario. Su richiesta di quest'ultimo, i vescovi, tra i quali è Agobardo, riuniti a Compiègne sotto la presidenza di Ebbone, arcivescovo di Reims, decidono che l'ex imperatore sarà sottoposto alla penitenza pubblica. Essa gli fu imposta, con grande apparato, nella chiesa di Nostra Signora di Soissons, dopo che gli si fu, a forza di istanze, strappata l'ammissione delle colpe della sua vita. Era ritornare su un passato già espiato nell'assemblea di Attigny. Ciascuno dei prelati che presero parte a questo atto di rigore eccessivo, redasse e rimise a Lotario una relazione sommaria di ciò che accadde in questa circostanza; e, da queste relazioni particolari, si compose una sorta di verbale. Si ha la relazione di Agobardo e la relazione collettiva che egli firmò con gli altri. Si vede, da questi documenti, che i vescovi non hanno affatto inteso deporre l'imperatore, come si è detto, ma unicamente esortarlo a riparare le colpe della sua vita accettando le pratiche della penitenza pubblica. Il disgraziato Ludovico era più incapace che colpevole. Lo si compiangeva; e presto si operò una reazione in suo favore. I fratelli di Lotario, indignati, si levarono per liberare il loro padre; questi riprese le insegne della dignità imperiale. Lotario si affrettò a ritornare in Italia, batté i generali di suo padre che lo attaccarono, prese e bruciò Châlons. Gli eserciti stavano ancora per incontrarsi nel Maine. Il saggio e generoso Wala intervenne, come aveva già fatto, per fermare l'effusione del sangue, e più fortunato questa volta, riconciliò il padre con i suoi figli.

Agobardo, durante questa guerra, era fuggito in Italia con san Bernardo, vescovo di Vienne, e la maggior parte degli altri partigiani di Lotario. L'assemblea di Thionville, riunita nel mese di febbraio 835, condannò l'atto di Compiègne, e depose i vescovi che vi avevano preso parte. Ebbone solo comparve e non fu trattato con più riguardo di quanto ne avesse avuto per l'imperatore; così il Papa rifiutò di sanzionare una deposizione irregolarmente pronunciata. In un'altra assemblea, tenuta l'estate seguente a Stremiac, nei dintorni di Lione, si trattò di nuovo la questione delle sedi vacanti di Lione e di Vienne, ma senza concludere nulla: Agobardo e Bernardo rifiutavano sempre di comparire.

Infine gli imperatori, di comune accordo, richiamarono i due prelati nelle loro diocesi. Il santo arcivescovo di Lione rientrò nella sua cattedrale la prima domenica di Quaresima. Prima di risalire sul suo seggio, ricevette pubblicamente l'assoluzione dalle censure ecclesiastiche, riparando così la colpa che aveva commesso, l'unica che si sia mai avuto da rimproverargli, colpa puramente politica, dove lo trascinarono considerazioni dell'ordine più elevato e le intenzioni più pure.

Eredità 08 / 08

Fine della vita ed eredità letteraria

Agobardo muore a Saintes nell'840 durante una missione in Aquitania. I suoi numerosi trattati teologici e politici assicurano la sua fama postuma.

Rientrato nelle grazie di Ludovico il Pio, Agobardo lo accompagnò durante l'inverno, nell'840, a Poitiers, dove i movimenti insurrezionali dei popoli dell'Aquitania e le frequenti invasioni dei Normanni richiedevano la sua presenza. Presto il vecchio imperatore apprese che Ludovico, re di Baviera, indignato per una nuova spartizione dell'impero, aveva preso le armi sulle rive del Reno. Egli partì, dopo aver incaricato Agobardo di una assai difficile missione di pacificazione e di riorganizzazione in Aquitania. Il santo prelato, il 6 giugno segue nte, tr Saintes Città dell'Aquitania dove Psalmode si ritira inizialmente. ovandosi a Saintes, coronò con una morte preziosa davanti a Dio ventisette anni di episcopato e una vita interamente spesa al servizio di Dio e della patria.

La Chiesa di Lione, come abbiamo detto, gli ha conferito il culto dei santi. Quando Feller dice che sant'Agobardo è onorato soprattutto nella Saintonge, è lecito credere che sia stato mal informato. Comunque sia, il suo nome merita di non essere dimenticato in una contrada che egli ha santificato con gli ultimi momenti e il sacrificio della sua vita.

## SCRITTI DI SANT'AGOBARDO.

Come vescovo e come uomo politico, Agobardo svolse un ruolo importante; come teologo e canonista, i suoi scritti basterebbero da soli a immortalare la sua memoria. La scoperta ne fu fatta, nel 1606, da Papire Masson, che ne pubblicò la prima edizione. Baluze pubblicò la seconda nel 1666. È quella che l'abate Migne ha riprodotto in testa al tomo CIV del suo Cours complet de Patrologie.

Abbiamo di sant'Agobardo:

Tre scritti di teologia, vale a dire: una confutazione dell'eresia nestoriana, rinnovata a Lione da Felice di Urgell; un trattato sul culto delle immagini, una delle vive preoccupazioni della Chiesa gallicana in quel tempo; una serie di questioni senza concatenazione in risposta ad attacchi diretti contro una delle sue opere.

Quattro scritti per combattere diversi abusi e superstizioni, vale a dire: una lettera a Ludovico il Pio contro la legge burgunda che autorizzava il duello in giustizia; un'istruzione contro le prove giudiziarie chiamate giudizi di Dio; la confutazione di una credenza assurda sulla grandine e le tempeste; una risposta all'arcivescovo di Narbona, che lo aveva consultato su casi patologici assai singolari.

Cinque scritti sulla perniciosa influenza del giudaismo a Lione, vale a dire: due lettere ad alti personaggi della corte imperiale; due lettere all'imperatore stesso; una lettera a Nebridio di Narbona. Vi sono qui prove curiose della sorprendente potenza di cui godevano gli Ebrei in seno alla società cristiana.

Tre scritti di disciplina, vale a dire: un trattato sull'uso dei beni ecclesiastici; un altro sulla dignità e i diritti del sacerdozio; un ultimo, che è una lettera contenente avvisi ai suoi chierici e ai suoi monaci sul modo di esercitare il sacro ministero.

Tre scritti sulla liturgia: un primo intitolato Della divina Salmodia; un secondo, più esteso, quasi sullo stesso soggetto, intitolato Della correzione dell'Antifonario; un ultimo, che è diretto contro Amalario, l'autore del libro degli Uffici ecclesiastici.

Cinque scritti che hanno a che fare con la politica: una lettera a un conte del palazzo sulla triste situazione della cosa pubblica; una prima lettera a Ludovico il Pio, per ricordargli la fedeltà dovuta agli impegni costituzionali; una seconda lettera allo stesso, per rappresentargli la deferenza dovuta dalle potenze del secolo all'autorità del sovrano Pontefice; un manifesto ai popoli dell'impero sulla decadenza di Ludovico il Pio; un racconto della penitenza pubblica imposta a questo principe.

Infine, tre scritti di natura diversa: il primo è un discorso o sermone predicato dall'arcivescovo al suo popolo; il secondo è la prefazione di un opuscolo morale e ascetico; l'ultimo è quel piccolo poema che compose in occasione della traslazione delle reliquie di san Cipriano.

L'abate Th. Grastlier, canonico onorario, cancelliere del vescovado di La Rochelle e Saintes. — Cfr. Chavallard: L'opera e gli scritti di sant'Agobardo; d'Allumés dà un posto a sant'Agobardo nella sua Bibliotheca Patrum (Venezia, 1765-61). Cave, dottore anglicano, nella sua Storia letteraria degli Autori ecclesiastici; Dupin, nella sua Biblioteca universale degli Autori ecclesiastici, danno un cenno dei suoi scritti. Ogni editore ha aggiunto una breve nota sulla sua vita. Feller gli ha dedicato un articolo nella sua Biografia universale. Le cronache del IX secolo, tutti coloro che hanno scritto la storia generale della Chiesa (Rohrbacher, Storia universale della Chiesa, t. XI, p. 429 e segg.), o la storia particolare della chiesa di Francia (Gallia christiana), hanno fatto menzione dell'illustre arcivescovo.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Consacrazione come coadiutore di Leidrado
  2. Ascesa alla sede di Lione nell'843 (secondo il testo, data storicamente discussa)
  3. Lotta contro l'eresia di Felice di Urgell
  4. Conflitti con gli ebrei di Lione e gli ufficiali imperiali
  5. Opposizione al culto delle immagini (interpretazione di Nicea II)
  6. Partecipazione alla deposizione di Ludovico il Pio a Compiègne (833)
  7. Esilio in Italia e successivo ritorno in grazia
  8. Morto a Saintes durante una missione in Aquitania

Citazioni

  • Viviamo in tempi assai cattivi, e nel mezzo di una società ulcerata Agobardo (citato nel testo)
  • Non è a causa del luogo in cui si trova che si deve amare una cosa; ma si deve amare il luogo a causa delle buone cose che vi si trovano San Gregorio (citato da Agobardo)

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo