Eletto papa nel 795, Leone III fu vittima di un violento attentato nel 799 da parte di persone vicine al suo predecessore che tentarono di accecarlo. Miracolosamente guarito, si pose sotto la protezione di Carlo Magno che incoronò imperatore d'Occidente nell'800. Il suo lungo pontificato fu segnato dalla difesa della Chiesa e da importanti lavori di restauro a Roma.
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SAN LEONE III, PAPA
Giovinezza ed elezione al pontificato
Nato a Roma e formatosi nel palazzo del Laterano, Leone III scalò i ranghi ecclesiastici fino alla sua elezione unanime a papa nel 795.
San Leone III, Saint Léon III Papa romano (795-816) che incoronò Carlo Magno imperatore. romano di nascita, il cui padre si chiamava Asupius, fu allevato, fin dalla più tenera età, nel palazzo patriarcale del Laterano, dove apprese il Salterio, la Sacra Scrittura e tutta la disciplina ecclesiastica. Fu elevato al rango di suddiacono, poi di diacono; infine, alla dignità di cardinale presbitero di Santa Susanna. Fu eletto papa, con il consenso unanime e sollecito di tutti, il 26 dicembre 795, il giorno stesso della morte di A driano I. Adrien Ier Papa che approvò la missione di Ildegrino in Sassonia. Fu consacrato il giorno seguente e, dopo la sua consacrazione, incoronato sui gradini inferiori della basilica Vaticana.
L'alleanza con Carlo Magno
Sin dalla sua elezione, il Papa sollecita la protezione di Carlo Magno, instaurando uno scambio di simboli e reliquie per suggellare la loro alleanza difensiva.
Il nuovo Papa scrisse subito a Carl o Magno per Charlemagne Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. chiedergli la sua protezione, informandolo della morte del suo predecessore e della sua elevazione al sovrano Pontificato. Carlo Magno gli rispose immediatamente e gli inviò Angilberto, il suo segretario. «Conferite con lui», disse, «su ciò che riterrete necessario per l’esaltazione della santa Chiesa, per la gloria del vostro Pontificato e per il consolidamento della nostra patria; poiché, per meritare la benedizione apostolica e la gloria di essere sempre il protettore della Santa Sede, voglio mantenere inviolabilmente, con Vostra Santità, il trattato che ho stipulato con il vostro predecessore. Spetta a noi, con l’aiuto del Signore, difendere ovunque, con le nostre armi, la Chiesa di Dio; all’esterno contro le incursioni e le devastazioni, e all’interno contro gli eretici».
San Leone non omise nulla, da parte sua, per meritare la protezione di Carlo Magno; gli inviò una solenne ambasceria per portargli da parte sua le chiavi della confessione di san Pietro e lo stendardo della città di Roma. I protestanti pretendono che, attraverso queste chiavi e questo stendardo, il Pontefice intendesse mettere Carlo Magno in possesso della Chiesa e della città di Roma; ma questi novatori ignorano che, a quel tempo, l’uso era di inviare queste chiavi in segno di devozione, non solo agli imperatori, ma anche ad altri principi che non si attribuivano alcun diritto sulla Chiesa romana. Bellarmino e Baronio assicurano che queste chiavi non erano altro che scatole riempite di reliquie. In effetti, l’uso di inviare scatole a forma di chiave, contenenti reliquie, risale a san Gregorio Magno, che ne inviò di simili al re Childeberto e a Reccaredo, re di Spagna.
L’anno seguente, il Papa ricevette da Carlo Magno ciò che vi era di più prezioso nel tesoro dei re Unni rois Huns Popolo invasore guidato da Attila. che gli era stato consegnato. Erano le spoglie dell’antica Roma, che quei barbari avevano saccheggiato più di trecento anni prima, e che i loro re avevano conservato nel loro palazzo, per servire come trofeo del loro valore e delle gloriose imprese della nazione. Il resto fu distribuito alle chiese di Roma e di Francia.
Il papa san Leone, per testimoniare la sua riconoscenza, volle lasciare ai posteri un monumento del patriziato di Carlo Magno. Fece rappresentare in mosaico, nella grande sala da pranzo del palazzo del Laterano, san Pietro seduto, che dona a Carlo Magno, in ginocchio alla sua sinistra, uno stendardo sul quale si vedono sei rose, mentre, con la mano destra, dona la stola al papa Leone, anch'egli in ginocchio. Questo monumento sussiste ancora.
La congiura e l'attentato del 799
Alcuni parenti del precedente papa, mossi dalla gelosia, organizzano un brutale attentato contro Leone III, tentando di accecarlo e mutilarlo.
Tali erano le relazioni tra il Papa e il re dei Franchi, quando quest'ultimo ebbe l'occasione di esercitare il suo incarico di patrizio e difensore della Chiesa romana. Alcuni dei principali esponenti del clero romano, Pasquale, Pascal, primicier Antipapa o pretendente rivale che si oppose all'elezione di Sergio. prim icerio, e Campolo, Campolo, chapelain Cappellano della Chiesa romana, complice di Pasquale nell'attentato. cappellano della Chiesa romana, parenti del defunto papa Adriano, non potevano perdonare a san Leone III la sua elezione al Pontificato, che credevano fosse avvenuta a loro discapito. Il dispetto e la gelosia ispirarono loro il disegno di vendicarsene, e lo meditarono così a lungo solo per rendere la vendetta più crudele.
San Leone era molto pio, molto dolce, molto devoto a Dio e non meno caritatevole verso il prossimo; prudente nell'amministrazione degli affari, padre dei poveri e degli afflitti, difensore intrepido della Chiesa e promotore costante del culto divino. Servo ardente di Cristo e della sua Chiesa, non indietreggiò davanti a nessuna pena né a nessun dolore per compiere il suo dovere. Ma le sue virtù e i suoi benefici non fecero che inasprire maggiormente i suoi invidiosi. Arrivarono fino a concepire il più crudele attentato; e affinché nulla mancasse all'atrocità del crimine, scelsero per commetterlo un giorno particolarmente destinato ad placare l'ira di Dio.
Il 25 aprile 799, giorno di San Marco, essendo il Papa uscito dal suo palazzo per recarsi alla chiesa di San Lorenzo, da dove la processione doveva partire, il primicerio Pasquale si avvicinò a lui e si scusò per una presunta malattia del fatto che apparisse in sua presenza senza casula. Leone III ricevette le sue scuse con bontà. Essendosi Campolo unito a Pasquale, accompagnarono il Papa, intrattenendosi familiarmente con lui, finché non furono arrivati davanti al monastero di Santo Stefano e a quello di San Silvestro, dove si trovava l'imboscata.
Allora una banda di persone appostate si gettò sul Papa, e mentre Pasquale lo teneva per la testa e Campolo per i piedi, si sforzarono di cavargli gli occhi e di tagliargli la lingua, e lo lasciarono così disteso sulla piazza. Il furore di questi satelliti era placato; quello di Pasquale e di Campolo non lo era ancora. Trascinarono il Papa nella chiesa del monastero e finirono di cavargli gli occhi e di mutilargli la lingua ai piedi dell'altare, dove lo lasciarono immerso nel suo sangue, sotto la guardia dei loro uomini. Ma, non credendolo lì abbastanza al sicuro, lo fecero trasferire di notte nella prigione del monastero di Sant'Erasmo.
Guarigione miracolosa ed esilio a Paderborn
Dopo aver miracolosamente recuperato l'uso dei sensi, il Papa fuggì a Spoleto e poi raggiunse Carlo Magno a Paderborn per ottenere giustizia.
Un così esecrabile attentato riempì di tumulto e di orrore tutta la città di Roma. Uomini di bene e di cuore trassero il Papa dalla sua prigione e lo portarono nella chiesa di San Pietro, dove si trovava Vironde, abate di Stavelot, inviato di Carlo Magno. Vinigiso, duca di Spoleto, accorse con le sue truppe in soccorso del Papa e lo fece condurre a Spoleto. Ma ciò che riempì di consolazione tutti i fedeli fu che il santo Papa recuperò perfettamente l'uso degli occhi e della lingua; il che fu considerato un miracolo e attribuito alla protezione di san Pietro e san Paolo.
Carlo Magno fu sensibilmente afflitto da una violenza così atroce, fatta al padre comune dei fedeli, e inviò un'ambasciata al Papa per testimoniargli quanto fosse toccato dall'oltraggio che gli era stato fatto e per deliberare con lui sulle misure da prendere per punire i colpevoli e riparare allo scandalo. Il Papa fu estremamente consolato da questa iniziativa e, poiché non aveva altra risorsa che nel re dei Franchi, prese la risoluzione di andare egli stesso a implorarlo. Questa notizia causò una gioia sensibile a Carlo Magno, che partì subito da Aquisgrana per andare ad attenderlo a Paderborn. Inviò dapprima incontro a lui Ildeboldo, arc ivescovo Paderborn Città della Sassonia dove furono traslate le reliquie del santo nell'836. di Colonia, e il conte Anscario, e in seguito suo figlio Pipino, re d'Italia, che aveva appena trionfato sugli Unn i e preso la loro c Pépin, roi d'Italie Figlio di Carlo Magno, re d'Italia. apitale.
Pipino marciava alla testa di centomila uomini. Al loro apparire, il santo Pontefice leva le mani al cielo e benedice l'esercito dei Franchi, che per tre volte si prostra ai suoi piedi. Egli abbraccia con tenerezza il giovane eroe, che da quel momento marcia al suo fianco. Carlo Magno avanzava egli stesso a una certa distanza da Paderborn, alla testa di un altro esercito composto dai diversi popoli d'Europa, che era preceduto dal clero diviso in tre cori e portante la bandiera della croce. Quando vide che il Papa, scortato da suo figlio Pipino, si avvicinava, dispose la moltitudine in un immenso cerchio; egli stesso si tenne nel mezzo. Nel momento in cui il Pontefice apparve nel recinto, quell'innumerabile moltitudine si prostrò tre volte, e tre volte il Pontefice la benedisse e pregò per essa.
Carlo Magno stesso, il padre dell'Europa, si inchinò rispettosamente davanti a Leone, il pastore del mondo; si abbracciarono cordialmente l'un l'altro, non senza versare molte lacrime. Il Papa, dopo aver intonato l'inno degli angeli Gloria in excelsis, che il suo clero continuò, fu condotto come in trionfo alla chiesa di Paderborn, dove furono rese a Dio nuove azioni di grazie.
Durante questo tempo, i nemici del santo Pontefice non dormivano. Allarmati dal suo viaggio in Francia, temettero la giustizia di Carlo Magno e cercarono di coglierlo di sorpresa. Inviarono a quel principe dei deputati che, per giustificare il loro attentato, accusarono il Papa dei crimini più atroci. Ma le loro accuse servirono solo a provare la loro malvagità.
Ritorno a Roma e giuramento di purgazione
Di ritorno a Roma sotto scorta, Leone III si giustifica pubblicamente con un giuramento solenne davanti a un'assemblea di prelati e signori.
Carlo Magno fece riaccompagnare il Papa san Leone a una certa distanza da Paderborn dal principe suo figlio e da tutti i prelati che erano giunti da ogni parte per rendere omaggio a Sua Santità. Lo fece accompagnare a Roma dagli arcivescovi Ildebaldo di Colonia e Arn di Salisburgo, e dai vescovi Bernario di Worms, Atto di Frisinga e Iesse di Amiens. In tutte le città in cui il santo Papa passò, fu ricevuto come se fosse stato san Pietro in persona. Rientrò a Roma come in trionfo, il 29 novembre, giorno di sant'Andrea. Tutto il clero romano, il senato, le scuole dei Franchi, dei Sassoni, dei Frisoni e dei Longobardi, le compagnie della milizia con gli stendardi e le bandiere, le dame romane, le religiose, le diaconesse, gli andarono incontro fino a ponte Milvio e lo condussero, cantando inni, fino alla chiesa di San Pietro, dove celebrò la messa.
I vescovi franchi che avevano accompagnato il Papa condussero indagini giuridiche contro gli autori dell'attentato commesso contro la sua persona e inviarono i colpevoli in Francia, a Carlo Magno, in nome e per autorità del quale si svolgevano tali procedure, in qualità di patrizio dei Romani. Questo principe aveva preso la risoluzione di recarsi egli stesso a ristabilire il buon ordine a Roma, dove arrivò il 24 novembre dell'anno 800. Il Papa inviò ad accoglierlo le compagnie e gli stendardi della città e lo attese con il suo clero sui gradini della basilica di San Pietro.
Qualche giorno dopo, il re convocò un'assemblea di arcivescovi, vescovi e signori laici, franchi e romani, allo scopo di esaminare le accuse mosse contro il Papa. Ma tutti gli arcivescovi, i vescovi e gli abati esclamarono all'unanimità: «Non osiamo giudicare la Sede apostolica, che è il capo di tutte le chiese di Dio, poiché noi siamo tutti giudicati da questa Sede e dal suo Vicario; questa sede non è giudicata da nessuno: è questa l'antica consuetudine; ma come il sovrano Pontefice giudicherà egli stesso, noi obbediremo canonicamente». Il santo papa Leone disse: «Cammino sulle orme dei miei predecessori e sono pronto a purgarmi dalle calunnie con cui si è cercato di infangarmi».
Il giorno seguente, alla presenza dei vescovi e dei signori riuniti nella chiesa di San Pietro, il Papa, dall'alto dell'ambone, pronunciò il seguente giuramento: «Io Leone, Papa della santa Chiesa romana, non essendo stato né giudicato né costretto da nessuno, ma di mia propria volontà, mi giustifico davanti a voi, alla presenza di Dio, che scruta il fondo delle coscienze, alla presenza degli angeli, di san Pietro, principe degli Apostoli, davanti al quale siamo, e prendo a testimone Dio, al cui tribunale tutti compariremo, che non ho né commesso né fatto commettere i crimini di cui sono accusato». Dopo questo giuramento, i vescovi con il clero, il re e il popolo, intonarono il Te Deum e recitarono le litanie in rendimento di grazie.
L'incoronazione imperiale di Carlo Magno
Il giorno di Natale dell'800, Leone III incorona Carlo Magno imperatore d'Occidente, restaurando l'Impero per assicurare la difesa della cristianità.
San Leone aveva qualcosa di ancora più a cuore della propria giustificazione; si trattava di ristabilire, nella persona di Carlo Magno, l'impero romano in Occidente, per essere il difensore armato della Chiesa romana e dell'intera cristianità. Il giorno di Natale dell'anno 800, mentre il re era in preghiera davanti alla tomba di san Pietro, nella chiesa del Principe degli Apostoli, il Papa, accompagnato dai vescovi, dai sacerdoti e dai signori romani e franchi, venne a porgli sul capo una corona d'oro, e tutto il popolo esclamò: «A Carlo piissi Charles Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. mo, Augusto, grande e pacifico, coronato da Dio, vita e vittoria». Il Papa, in seguito, unse Carlo con l'olio santo, così come il re Pipino, suo figlio. In tale occasione, il nuovo imperatore dei Romani fece alle chiese di Roma delle liberalità degne della sua grandezza.
Liturgia e disputa del Filioque
Il Papa interviene su questioni liturgiche come le Rogazioni e gestisce con prudenza la controversia del Filioque con le chiese franche e greche.
L'anno seguente (804), un terribile terremoto rovinò diverse città d'Italia, e in particolare la basilica di San Paolo fuori le mura. Dopo aver ordinato che fosse ricostruita, il Papa dispose che, durante i tre giorni precedenti la festa dell'Ascensione, si cantassero, in una solenne processione, le Litanie, che, per lo stesso motivo, san Mamerto, vescovo di Vienne, aveva stabilito in Francia, istituzioni e riti noti sotto il nome di Rogazioni.
Nel 804, san Leone tornò in Francia per andare a celebrare la festa di Natale con l'imperatore Carlo Magno. Questi andò incontro a Sua Santità fino a Reims. Vi ricevette Leone nella chiesa di San Remigio, e andò a celebrare con lui la festa di Natale a Quiercy. Il Papa rimase solo otto giorni in Francia, e tornò in Italia attraverso la Baviera, carico dei doni dell'imperatore. Nel 806, confermò il testamento di Carlo Magno, che i vescovi e i signori di Francia avevano già confermato. Nel 809, il Papa comunicò a Carlo Magno una difficoltà che veniva posta a dei monaci franchi, stabiliti a Gerusalemme, sull'aggiunta della parola Filioque al simbolo . Carlo Filioque Controversia teologica sulla processione dello Spirito Santo. Magno riunì un Concilio ad Aquisgrana per giustificare questa aggiunta. La Chiesa di Roma non aveva ritenuto opportuno farla, e il Papa la disapprovava persino; poiché, pura da ogni eresia, non aveva alcun bisogno di fare professione della sua fede. Tuttavia, per compiacere il suo devoto difensore Carlo Magno, e poiché la cosa era d'altronde buona in sé, ne adottò l'uso, senza tuttavia ordinarlo né imitarlo. In Spagna, si era aggiunto al simbolo di Nicea la parola Filioque, per indicare che lo Spirito Santo procedeva anche dal Figlio.
Dalla Spagna, questa aggiunta fu ricevuta insensibilmente in diverse chiese di Francia, dove, con il canto del simbolo, prevalse col tempo. Ma san Leone III, per gestire i Greci, presso i quali vedeva un'irrimediabile smania di critica e di disputa, e dare prove eclatanti che non approvava l'aggiunta, fece realizzare due grandi scudi d'argento, del peso di novantaquattro libbre e sei once, vi fece scrivere il simbolo senza l'aggiunta, su uno in greco e sull'altro in latino, e li fece collocare a destra e a sinistra della confessione di san Pietro, come monumenti pubblici della cura con cui la Chiesa di Roma conservava il simbolo così come l'aveva ricevuto.
Nel 813, ristabilì la festa dell'Assunzione, che Sergio aveva già celebrato, e che era caduta in una sorta di disuso. Accasciato dalle afflizioni, aveva l'abitudine di celebrare la messa talvolta otto o nove volte al giorno; a quel tempo, un numero abbastanza grande di sacerdoti praticava questo uso, che fu abolito dal papa Alessandro II.
Morte, opere e posterità
Leone III muore nell'816 dopo un lungo pontificato segnato da importanti restauri architettonici e fondazioni per i poveri.
San Leone III morì il 12 giugno 816, dopo aver governato la Chiesa per vent'anni, cinque mesi e sedici giorni, e fu sepolto in Vaticano. In tre ordinazioni, creò ventisei vescovi, trenta sacerdoti e dieci diaconi. Durante questo lungo pontificato, apportò alle chiese di Roma riparazioni considerevoli e fece offerte immense. Fondò un ospizio considerevole per accogliere stranieri e pellegrini. Esaurì il suo patrimonio in fondazioni per i poveri. Fece rivestire d'oro, per il peso di quattrocentocinquantatré libbre, il pavimento della confessione di San Pietro, e fece realizzare all'ingresso del santuario una balaustra d'argento di millecinquecentosettantatré libbre. Fece ricostruire il battistero di Sant'Andrea, grande e rotondo, con il fonte al centro e colonne di porfido attorno: al centro del fonte vi era una colonna che sosteneva un agnello d'argento, dal quale sgorgava l'acqua. Nella basilica del Laterano, pose alle finestre vetri di vari colori.
Le sue reliquie riposano in un'unica teca insieme a quelle dei santi papi Leone I, Leone II e Leone IV.
Un pittore della sacrestia di Aquisgrana ha rappresentato San Leone con un aspersorio in mano. Questo pittore ha voluto senza dubbio attestare che egli aveva dedicato la chiesa costruita da Carlo Magno. Questo fatto è ricordato dalla teca delle grandi reliquie di Aquisgrana, che contiene una sua statuetta, e sopra la testa di questa statuetta si legge l'iscrizione che un tempo si vedeva su una delle porte della chiesa:
Ecce Leo papa, cujus benedictio sacra Templum sacravit quod Carolus aedificavit.
Lo si rappresenta più comunemente rovesciato a terra da malfattori, che si sforzano di strappargli gli occhi e la lingua.
Abbiamo tratto questa vita dalla Storia dei sommi Pontefici romani, di Arland de Montor; dalle Vite dei Santi, di Rohrbacher; dal Proprio di Roma e dagli Acta Sanctorum.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Elezione al pontificato il 26 dicembre 795
- Attentato di Pasquale e Campolo il 25 aprile 799
- Guarigione miracolosa degli occhi e della lingua
- Incontro con Carlo Magno a Paderborn
- Incoronazione imperiale di Carlo Magno il 25 dicembre 800
- Viaggio in Francia nell'804
- Gestione della disputa sul Filioque nel 809
Miracoli
- Perfetto recupero dell'uso degli occhi e della lingua dopo la mutilazione
Citazioni
-
Exemplum et quasi liber subditorum vita debet esse praelatorum.
Hago card. sup. Ep. I ad Cor. -
Io Leone, Papa della santa Chiesa romana... mi giustifico davanti a voi... di non aver né commesso né fatto commettere i crimini di cui sono accusato.
Giuramento di giustificazione a San Pietro