Nato a Lisbona nel 1195, Ferdinando divenne Antonio unendosi ai Francescani per cercare il martirio. Predicatore prodigioso e taumaturgo, combatté l'eresia in Francia e in Italia con la sua eloquenza e i suoi miracoli eclatanti. Morì a Padova a 36 anni e fu canonizzato meno di un anno dopo la sua morte.
Lettura guidata
Sezioni di lettura: 10
SANT'ANTONIO DI PADOVA,
APOSTOLO E TAUMATURGO
Origini e educazione a Lisbona
Nato Ferdinando a Lisbona nel 1195, il futuro santo proviene da una stirpe illustre e riceve una rigorosa educazione cristiana e intellettuale.
Sant'Antonio di Padova Saint Antoine de Padoue Religioso francescano, dottore della Chiesa e celebre predicatore. nacque nel 1195, a Lisbona, capitale del Portogallo, una delle città più antiche del mondo, nel giorno della festa dell'Assunzione. Aveva per padre Martino di Bouillon e per madre Teresa o Maria Teresa di Tavera. Tutto fa presumere che Martino di Bouillon, o, secondo altri, di Bullones, di Bulhan, di Bulhem, non fosse di origine portoghese, e che appartenesse alla famiglia del famoso Goffredo di Buglione, duca di Lorena, re di Gerusalemme, conquistatore dei Luoghi Santi.
Maria Teresa di Tavera era anch'essa di altissima stirpe; discendeva, a quanto pare, da Froila o Fruela, re delle Asturie, che regnava nell'ottavo secolo. I Tavera sono del resto celebri in Spagna e in Portogallo; vi fu un Didacus de Tavera, arcivescovo di Siviglia, un Giovanni di Tavera, cardinale-arcivescovo di Toledo.
Sant'Antonio ricevette al battesimo il nome di Fe rdinando. Ferdinand Religioso francescano, dottore della Chiesa e celebre predicatore. Secondo un antico uso del Portogallo, lo si battezzò solennemente otto giorni dopo la sua nascita. I fonti sui quali gli fu conferito il Sacramento della rigenerazione sussistono ancora; si conservano con cura religiosa nella chiesa di Nostra Signora. Uno dei gradini in pietra che servono a salire al coro della cattedrale porta ancora, come nel XII secolo, l'impronta miracolosa di una croce che vi tracciò il dito del Santo, un giorno che il demonio gli apparve sotto una forma orribile. Infine, Giovanni II, re del Portogallo, grande ammiratore di Antonio, ha trasformato in una chiesa splendida la casa dove nacque il santo taumaturgo. La si chiama oggi la chiesa di Sant'Antonio.
Ferdinando fu allevato nel timore di Dio e nella pratica di tutte le virtù. I suoi genitori, pii essi stessi e ferventi cristiani, guidarono con tenera sollecitudine i suoi primi passi nella via della salvezza. Sua madre soprattutto, la virtuosa Teresa di Tavera, che, nel chiedere un figlio al Signore, aveva pensato più alla gloria dell'Altissimo che all'onore del suo nome, lo offrì a Dio dandogli la vita, e, non appena poté balbettare qualche parola, gli insegnò a ripetere i nomi benedetti di Gesù e di Maria. Piena di devozione alla Regina del cielo, non intratteneva il suo figlio beneamato che della sua potenza e della sua bontà, abituandolo così di buon'ora a riporre in lei la sua fiducia e il suo amore.
Ferdinando rispose all'affetto di sua madre. Tutto in lui presagiva un cuore d'oro e un'intelligenza d'élite; con il suo cuore amò Dio, con la sua intelligenza lo comprese. Non era felice se non quando gli si parlava della Trinità santa, della santa Vergine e dei Santi; e l'ardore con cui recitava le sue preghiere faceva l'ammirazione di tutti. Si può dire che la sua educazione si fece in chiesa, ai piedi degli altari, e che la sua scienza fu basata innanzitutto sulla conoscenza delle cose della religione. Imparò rapidamente il latino, e in generale tutto ciò che si insegnava nelle scuole del tempo: le discipline umanistiche, la retorica e la filosofia. Tutto ciò che aveva rapporto con la religione, con la storia ecclesiastica e con la liturgia, era per lui oggetto di una predilezione marcata.
Il suo ardore nel lavoro, l'energia con cui affrontava studi spesso ostici, ma soprattutto la sua modestia, la sua dolcezza e la sua pietà, facevano la consolazione dei suoi maestri e l'ammirazione di tutti i suoi compagni. Lo si citava come un modello di tutte le virtù, e meritava ancor meglio degli elogi di cui lo si colmava. Ecco come uno dei suoi principali biografi parla di questo primo periodo della sua gloriosa vita:
«Avrebbe vivamente desiderato occupare il posto del suo Salvatore attaccato alla croce, e quello del suo prossimo, quando lo vedeva nell'afflizione e nel bisogno. Faceva procedere di pari passo, nel suo spirito e nel suo cuore, l'obbedienza alle leggi della sua patria e ai comandamenti dei suoi genitori, i sentimenti di riverenza verso i vescovi e i sacerdoti, la sottomissione ai suoi maestri, il rispetto per i vecchi, l'amore della purezza, del ritiro, dell'umiltà, della sofferenza, della dolcezza, della carità, della temperanza, dei digiuni, dell'astinenza, e l'orrore della menzogna anche scherzosa. Non rideva mai fragorosamente, e non proferiva alcuna parola inutile; era il nemico dichiarato della vanità, dei giochi rumorosi, dello sfarzo, della vendetta, degli odi, dei mormorii, dei giudizi temerari... Che cosa doveva dunque essere questo sole annunciato da una così brillante aurora!»
L'impegno presso i Canonici di Sant'Agostino
Ferdinando entra tra i Canonici regolari di Sant'Agostino a Lisbona e poi a Coimbra per fuggire le sollecitazioni del mondo e dedicarsi allo studio.
Tuttavia il fanciullo raggiungeva l'adolescenza, l'età in cui le passioni fermentano, il momento dei sogni ingannevoli e delle illusioni, epoca critica della vita, scoglio pericoloso sul quale vanno a naufragare tante belle anime che sembravano crescere per il cielo. Tutte le seduzioni circondavano Antonio. Ricco, di nascita illustre, di aspetto gradevole, era esposto a tutti gli attacchi del mondo, in una città che, allora come oggi, era un vero luogo di delizie. Non soccombette; non che le anime elette come la sua non siano esposte quanto le altre ai pericoli, alle tentazioni, alle cadute; ebbe molto da lottare senza dubbio contro se stesso e contro il demonio, il suo cuore fu il gioco di grandi incertezze; ma Dio era con lui, e Dio non l'abbandonò mai. Nei momenti in cui si sentiva vacillare, si raccomandava all'Altissimo e alla Regina degli angeli, sua patrona, e le chiedeva tra le lacrime aiuto e protezione. Poi un giorno, elevato dalla grazia al di sopra del mondo e di se stesso, risolse di non attendere oltre per consacrarsi a Dio, e andò a chiedere l'abito al convento dei Canonici regolari di Sant'Agostino, a Lisbona.
I Canonici regolari di Sant'Agostino, presso i quali era stato educato il beato Antonio, godevano in tutta la contrada di una grande reputazione di scienza e di pietà. L'abate, di nome Pelagio, toccato dal candore, dalla modestia e dall'ardente fede del giovane, lo ricevette a braccia aperte e gli diede l'amitto bianco dei novizi.
Antonio era felice: non doveva pensare che a Dio. Sotto le grandi arcate e nei lunghi corridoi silenziosi, passeggiava lentamente, le braccia incrociate sul petto, gli occhi levati al cielo, l'anima immersa in un immenso amore. Non lo si lasciò godere a lungo della pace che desiderava con tanto ardore. I suoi genitori e i suoi amici, durante l'anno del suo noviziato, lo tormentarono senza sosta per riportarlo al mondo, di cui aveva disdegnato le gioie. Tutti i mezzi furono buoni per loro: carezze e minacce, lusinghe e scherni amari; gli parlarono delle sue ricchezze, dello splendore del suo nome, dell'oscura povertà che lo attendeva in convento; così che il giovane novizio, molestato da ogni parte, stanco di una lotta incessante che strappava la sua anima alle gioie pure del santuario, risolse di allontanarsi da Lisbona e di andare a cercare altrove la tranquillità che non vi poteva trovare.
Rifletté e pregò a lungo prima di decidersi; poi infine, chiese ai suoi superiori il permesso di passare al convento di Coimbra. Il priore glielo accordò, non senza pena; gli costava separarsi da un noviz io così Coïmbre Città dove la santa fondò un monastero e dove è sepolta. pio, così sottomesso alla Regola, così ardente nel lavoro. A Coimbra, come a Lisbona, Antonio fu l'ammirazione degli altri religiosi. Allo stesso tempo, i suoi progressi nella virtù come nella scienza divenivano più rapidi. Già a Lisbona si era applicato allo studio della teologia e delle sacre Scritture; liberato ora dalle ossessioni e dalle recriminazioni dei suoi genitori, solo a solo con Dio, meditando senza sosta l'infinita potenza del Padre e l'infinita bontà del Figlio, aveva delle cose del cielo una conoscenza quasi piena e intera. Si sarebbe detto che lo Spirito Santo fosse disceso su di lui come un tempo sugli Apostoli, per dargli il dono delle lingue, una scienza immensa e un'eloquenza irresistibile. I più sapienti dottori del convento si vergognavano della loro ignoranza, in presenza di questo giovane novizio che sembrava possedere i segreti di Dio; anche i più santi religiosi si trovavano troppo mondani, paragonati a questo austero servitore di Cristo, così umile, così povero, così occupato in digiuni, veglie, ritiri e mortificazioni.
D'altronde, l'Altissimo si prendeva già cura di affermare agli occhi del mondo la santità del suo servitore con miracoli eclatanti. Un giorno che era occupato, vicino alla chiesa, in qualche umile lavoro, udì tutto a un tratto risuonare la campana che annuncia l'elevazione. Si mise in ginocchio, e vide improvvisamente le mura di pietra aprirsi davanti a lui, e il sacerdote apparirgli in piedi sui gradini dell'altare, compiendo il santo sacrificio.
Un giorno, curava un fratello malato, che emetteva grida orribili o scoppi di risa nervosi e convulsi, ancora più spaventosi. L'idea gli venne che il disgraziato dovesse essere sotto la potenza del demonio, e, in effetti, lo liberò seduta stante coprendolo con il suo mantello.
Un'altra volta ancora, mentre assisteva, in qualità di diacono o suddiacono, il sacerdote all'altare, scorse l'anima di un religioso francescano, venuto da Roma con san Zaccaria, che si elevava nell'aria sotto forma di un uccello bianco, attraversava il purgatorio e penetrava, con le ali ben spiegate, nel regno degli eletti.
I Canonici Agostiniani di Santa Croce di Coimbra avevano concepito delle virtù di Antonio una così alta stima che scrivevano di lui, nei loro archivi, appena due anni dopo che li aveva lasciati: *Vir utique famosus, doctus et pius, magna litteratura ornatus, et gloria meritorum stipatus*: «Era certamente un uomo straordinario, sapiente e pio, di una scienza immensa, e che una gloria meritata accompagnava già ovunque!».
La chiamata dell'Ordine Serafico
Ispirato dal martirio di cinque francescani in Marocco, si unisce ai Frati Minori nel 1220 con il nome di Antonio, sperando nel martirio in Africa.
Tuttavia, il santo patriarca d'Assisi le saint patriarche d'Assise Fondatore dell'ordine dei Frati Minori. aveva appena inviato in Portogallo, nell'anno 1216, san Zaccaria e san Gualtiero con alcuni altri Frati Minori. Il re Alfonso II aveva dato loro la cappella del santo abate Antonio, a mezza lega da Coimbra, e aveva fatto costruire per loro un convento. Poiché venivano spesso a chiedere l'elemosina al convento degli Agostiniani, Antonio non tardò a conoscerli e, di conseguenza, ad ammirare l'austerità della loro vita apostolica. Amava intrattenersi con loro e sentiva nel cuore un immenso desiderio di imitarli. Fu ben altra cosa, poi, quando ebbe luogo la solenne traslazione dei corpi di cinque religiosi francescani che erano stati appena martirizzati in Marocco. Apprendendo la gloriosa storia di questi cinque apostoli, anche lui volle dare il suo sangue per Cristo, propagando la sua fede. Giorno e notte, sognava la palma del martirio, che credeva di non poter meritare meglio che sotto l'abito di Frate Minore.
Ma non osava decidere da solo di lasciare l'Ordine degli Agostiniani, dove lo aveva chiamato innanzitutto la volontà di Dio. Voleva attendere che piacesse al Signore manifestargli chiaramente le sue intenzioni, e raddoppiava le preghiere per ottenere questa grazia. Il Signore lo esaudì infine: un giorno, mentre era ritirato nella sua cella ed effondeva la sua anima nel cuore del suo Dio, san Francesco gli apparve e gli ordinò, in nome dell'Altissimo, di prendere l'abito di frate minore, per lavorare alla gloria di Cristo e al bene delle anime. Il giorno stesso, Antonio si presentò al convento di Sant'Antonio degli Ulivi e si fece ammettere nel numero dei novizi (luglio 1220).
Grande fu il dolore dei Canonici Agostiniani quando appresero questa determinazione. Si erano cullati nella speranza che il loro giovane confratello sarebbe stato un giorno l'onore del loro Ordine; si erano abituati a circondarlo di cure e di affetto, e all'improvviso li abbandonava. Il priore, nel dargli l'autorizzazione che non poteva rifiutargli, non gli nascose il suo malcontento, e uno dei canonici, a cui stava dicendo addio, gli disse con amarezza: «Va', diventerai forse un Santo»; al che Antonio rispose umilmente: «Il giorno in cui apprenderete la mia canonizzazione, sarete i primi a renderne grazie a Dio».
I buoni Padri non poterono consolarsi della perdita di Antonio, e il dolore tutto paterno che ne avevano provato all'inizio si trasformò a poco a poco in risentimento mal contenuto e in sorda ostilità. Fu necessario ch e il papa Gregorio le pape Grégoire IX Papa che ha attestato i miracoli di Bruno. IX intervenisse con due brevi indirizzati, l'uno al vescovo di Viseu, l'altro alla comunità degli Agostiniani di Coimbra, per far cessare i cattivi trattamenti che riservavano ai Frati Minori.
Il nuovo francescano ricevette, con l'abito dell'Ordine, il nome di Antonio, in onore del santo abate a cui era dedicato il primo convento Serafico in Portogallo. Era anche un modo per lui di vivere più sconosciuto e di sfuggire alle ricerche incessantemente rinnovate dei suoi parenti e dei suoi amici mondani.
L'arrivo in Italia e la rivelazione dell'oratore
Dopo un fallimento in Africa e un naufragio in Sicilia, incontra san Francesco ad Assisi e rivela il suo talento di oratore eccezionale a Forlì nel 1222.
Durante il suo noviziato, Antonio si dedicò interamente alla preghiera, alla contemplazione, alle opere di obbedienza e di umiltà. Quando ebbe pronunciato i voti, ricordando di essere entrato nell'Ordine Serafico solo con il desiderio di guadagnarvi la palma del martirio, chiese ai suoi superiori il permesso di recarsi in Africa per predicarvi la verità ai Mori. I suoi superiori lo lasciarono partire; ma Dio non volle il suo sacrificio; nella sua eterna sapienza, aveva deciso che Antonio avrebbe convertito gli infedeli dell'Europa cristiana, e non quelli dell'Asia e dell'Africa maomettane. Appena giunto al termine del suo viaggio, Antonio si vide preda di una malattia crudele, che mise più di una volta i suoi giorni in pericolo, e lo costrinse, in primavera, a reimbarcarsi per il Portogallo, dove contava di ritrovare la forza e la salute. La traversata fu sfortunata: una violenta tempesta lo gettò sulle coste della Sicilia.
Antonio sbarcò a Taormina, antica città episcopale della provincia di Messina. Lì, avendo appreso che san Francesco stava per tenere il Capitolo generale dell'Ordine nella città di Assisi, decise di recarvisi, sebbene fosse ancora indebolito a causa della sua malattia. Frati Minori da ogni parte d'Europa vi erano riuniti. Antonio non poteva ringraziare abbastanza il Signore per averlo condotto in seno a questa imponente riunione. Era felice di contemplare quei valorosi soldati di Cristo, sempre pronti a versare il loro sangue per il loro Dio, poveri, austeri, senza preoccuparsi del mondo che aveva gli occhi fissi su di loro, più grandi nella loro umiltà che i re nel loro orgoglio, e soprattutto il venerabile patriarca di Assisi, che l'Europa intera onorava già come un Santo, e che ne aveva la calma e la serenità.
Quando giunse la distribuzione degli incarichi e delle dignità, Antonio, nuovo arrivato nell'Ordine, ancora sconosciuto, e che la sua modestia tratteneva nell'ombra, fu completamente dimenticato. Se ne rallegrò in fondo al cuore, poiché aveva preso l'abito francescano solo per essere umiliato, e non per essere esaltato. Fu allora che incontrò Padre Graziano, un uomo santo, ministro della provincia di Bologna. Questo venerabile Padre cercava un cappellano per celebrare la messa per alcuni religiosi che vivevano una vita contemplativa in un eremo; aveva notato nell'assemblea la scienza di Antonio, la cui umiltà gli aveva subito conquistato il cuore. Alla sua risposta che era rivestito del sacerdozio, lo portò con sé per esercitarne le funzioni nel piccolo monastero di San Paolo, sul monte omonimo.
Il convento era situato in una posizione ammirevole. Sulla cima della montagna, sospeso per così dire tra la terra e il cielo, nessun rumore mondano vi penetrava, e l'anima rapita poteva ascoltarvi nel silenzio e nella pace le grandi armonie della natura che celebravano la grandezza e la potenza del suo Creatore. Era questo ciò che Antonio aveva sempre desiderato; si fece dare da un religioso una piccola cella scavata nella roccia, sul fianco della montagna, e vi veniva, una volta assolti i suoi doveri di cappellano, a trascorrere i giorni e le notti in una perpetua meditazione, interrotta solo da pratiche austere. Viveva di pane e acqua, e portava sotto i vestiti una camicia di crine, aspra e ruvida, che si conserva ancora a Padova in un'urna d'argento. Le sue mortificazioni lo indebolivano a tal punto che riusciva a malapena a reggersi in piedi. Ma se il corpo era debole, l'anima era valorosa e robusta, ritemprandosi senza sosta nella preghiera e preparandosi, attraverso un commercio di ogni istante con Dio, a lottare vittoriosamente contro l'eresia e tutte le vanità del mondo.
Antonio visse così per un anno nella solitudine e nella contemplazione, sottomesso alla Provvidenza di Dio, di cui non dubitò mai un momento. Nascondeva la sua grande scienza sotto il velo di un'eccessiva modestia; e per quanto desideroso di lavorare per la gloria del Signore e per la salvezza delle anime, aveva paura del mondo, e lo spettacolo che avrebbe avuto sotto gli occhi lo spaventava. Sapeva anche che gli uomini sono portati ad ammirare le virtù stesse che non mettono in pratica, e che spesso distribuiscono a piene mani elogi e gloria a coloro che castigano i loro vizi con più vigore, e il pensiero che avrebbe potuto peccare per orgoglio lo faceva cadere in ginocchio.
Il tempo si avvicinava tuttavia, in cui il pio Antonio avrebbe messo in luce i doni preziosi che aveva ricevuto dal cielo. Nel 1222, Antonio accompagnò i Frati del monte San Paolo che si recavano a Forlì, insieme a religiosi di San Domenico, per ricevervi gli ordini sacri. Era l'uso, dopo un'ordinazione, rivolgere alcune parole ai giovani chierici che erano appena stati consacrati ministri dell'Altissimo. Il vescovo di Forlì pregò il guardiano del monte San Paolo di farsi carico di questa missione, o di affidarla a uno dei suoi religiosi. Fu su Antonio che caddero gli occhi del suo superiore, e fu lui a ricevere l'ordine, in nome della santa obbedienza, di salire sul pulpito e di pronunciare il discorso d'uso. Vi si rassegnò a malincuore, stimandosi indegno di tale onore; ma bisognava obbedire; sollecitò la benedizione del vescovo e si preparò a parlare. Nessuno degli astanti sospettava che avesse studiato o anche solo letto i libri santi, e i suoi fratelli se lo figuravano più volentieri in cucina, occupato a lavare le stoviglie del convento, che immerso nelle opere dei dottori della Chiesa.
Prese come testo questo passo dell'ufficio del giovedì santo: *Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem*. La sua parola, dapprima calma, senza slancio, quasi esitante, si animò in qualche modo suo malgrado, e divenne rapida, energica, infuocata. Quel monaco, estenuato dalle sofferenze e dalle privazioni, dall'aspetto misero, aveva l'autorità di un apostolo e l'eloquenza di un profeta; la voce potente, il gesto superbo, dominava tutta quell'assemblea, a cui, con il solo atteggiamento, sembrava dire: «Ascoltate, figli degli uomini, poiché io sono colui che parla in nome del Signore». Lo si ascoltava infatti, in una religiosa ammirazione. Gli astanti, muti, stupiti, fuori di sé, versavano lacrime di felicità e, allo stesso tempo, vedendo brillare in lui un raggio della divina sapienza, si sentivano penetrati da un santo rispetto. Una nuova vita stava per cominciare per Antonio.
Il clamore pubblico e i rapporti dei superiori di Antonio non tardarono a far sapere al santo patriarca Francesco quale fosse stato il successo del primo sermone pronunciato dal giovane religioso e quali magnifiche speranze si potessero fondare su un tale inizio. Quasi subito gli affidò la difficile missione di lavorare per la conversione e la salvezza delle anime (1222). Antonio aveva allora ventisette anni.
Dal giorno in cui iniziò il suo penoso e glorioso lavoro, fino al giorno in cui smise di predicare, una moltitudine attenta e pia si accalcò ai suoi sermoni. Evangelizzò dapprima le principali città della Romagna e della Lombardia. Il successo coronò i suoi sforzi oltre ogni speranza; i peccatori singhiozzavano nelle chiese dove parlava, e le conversioni più inattese si operavano per suo tramite. Del resto, la natura e la grazia sembravano averlo formato per la predicazione. Ecco quale ritratto ne traccia uno dei suoi biografi:
«Aveva un aspetto curato, modi disinvolti, un'aria interessante. La sua voce era forte, chiara, gradevole, e la sua memoria felice. A questi vantaggi, univa un'azione piena di grazia; sapeva, variando a proposito il tono della voce, insinuarsi nell'anima dei suoi ascoltatori. Era versato nella conoscenza della Scrittura, che aveva il talento di applicare con molta giustezza alle materie che trattava. Il testo sacro diventava tra le sue mani una fonte feconda di luci, e ne sviluppava il senso e lo spirito con una facilità e un'energia ammirevoli. Ma la sua eloquenza traeva la sua forza principale dall'unzione con cui pronunciava i suoi discorsi. L'amore di cui era infiammato per la pratica di tutte le virtù, lo faceva parlare con uno zelo a cui non si poteva resistere. Le sue parole erano come altrettanti dardi che andavano a trafiggere il cuore di ciascuno dei suoi ascoltatori. Comunicava agli altri la sua pienezza, e non c'era da stupirsi che, dopo aver acceso nella sua anima il fuoco della divina carità, lo accendesse di fuoco in quella di tutti coloro che lo ascoltavano!»
Il primo lettore dell'Ordine
Per ordine di san Francesco, Antonio insegna teologia a Montpellier, Bologna, Padova e Tolosa, diventando il primo professore ufficiale dei Francescani.
Era passato già un anno da quando Antonio percorreva ed evangelizzava le città e i villaggi del Nord Italia, quand o san Francesc saint François Fondatore dell'ordine dei Frati Minori. o gli chiese di insegnare teologia ai Frati Minori, e anche ai laici che desiderassero istruirsi sotto la sua direzione. Ecco la lettera che gli indirizzò in quell'occasione:
« Al mio carissimo fratello Antonio, salute e benedizione in Nostro Signore Gesù Cristo.
« Desidero che tu insegni ai nostri fratelli la sacra teologia; ma abbi cura, allo stesso tempo, di sviluppare in loro come in te lo spirito di preghiera e di orazione, secondo le ordinanze della Regola che professiamo. Addio! »
In virtù di quest'ordine, pur continuando le sue predicazioni, Antonio professò teologia, dapprima in Francia, a Montpellier, poi a Bologna e a Padova, e, in ultimo, a Tolosa, e in alcune altre città della Francia. Un certo numero dei suoi storiografi lo hanno chiamato il primo lettore (lector) dell'Ordine, perché i pochi Frati Minori che cominciavano allora a insegnare in Inghilterra e a Bologna, non vi erano, come lui, autorizzati da san Francesco. Ovunque una folla di giovani avidi di scienza si accalcò alle sue lezioni; e nonostante gli sforzi che fece per rimanere sconosciuto, sebbene non pensasse mai a se stesso, ma alle anime dei suoi uditori, la sua fama cresceva di giorno in giorno.
Nel 1224, Antonio si recò a Vercelli per tenervi una predicazione. Fu solo allora che iniziarono i suoi rapporti con il dotto abate di Sant'Andrea. Entrambi trovarono in questo scambio un profitto e un fascino inesprimibili: tanto pio quanto modesto, Antonio conosceva a fondo la teologia mistica, e l'abate, la teologia dogmatica; si completarono in qualche modo a vicenda, per la maggior gloria di Dio e della religione, e per il profitto delle anime. Un affetto stretto li univa, e l'abate diceva di Antonio in uno dei suoi libri: « L'amore supera spesso i confini entro i quali la scienza rimane; è ciò che ho osservato in Antonio, frate minore con cui ho avuto a lungo relazioni di amicizia: non aveva una conoscenza molto profonda delle scienze mondane, ma per la purezza della sua anima e il fuoco del suo amore, ha superato i più grandi teologi, e si può dire di lui come di san Giovanni Battista: Egli fu come una lampada che brilla consumandosi; il fuoco del suo amore lo bruciava, e con l'esempio della sua santa vita, irradiava sul mondo ».
Anche Antonio amava teneramente il dotto abate, e ogni volta che passava in Piemonte, non mancava mai di fargli visita. All'ora della sua morte, apparve improvvisamente al teologo, che, perso nella sua stanza in mezzo ai suoi libri, soffriva di un violento mal di testa. Antonio lo abbracciò con affetto e gli disse: « Ho lasciato la mia anima a Padova, e ritorno nella mia patria ». Poi lo liberò dal suo dolore e svanì come un fantasma. L'abate, immaginando che Antonio stesse tornando in Portogallo, percorse il convento e fu molto stupito di apprendere che nessuno lo aveva visto; qualche giorno dopo, tutto si spiegava: riceveva da Padova la notizia che Antonio era morto, precisamente all'ora in cui gli era apparso.
Il martello degli eretici
Antonio percorre la Francia e l'Italia per combattere l'eresia albigese, moltiplicando le conversioni con la sua predicazione e i suoi miracoli.
Tuttavia Antonio percorreva la Francia e l'Italia, e predicava la fede di Cristo nelle città e nei villaggi, sempre seguito da una folla immensa di popolo, che vedeva in lui un angelo disceso dal cielo, e ascoltava la sua parola come avesse ascoltato quella di Dio stesso. Sebbene nato in Portogallo, si esprimeva in francese e in italiano con una prodigiosa facilità. I risultati che ottenne sono quasi al di sopra dell'immaginazione: i peccatori si convertivano a migliaia, e i sacerdoti che accompagnavano Antonio non riuscivano a stare dietro alle confessioni.
«Quando il buon frate predicava», dice un antico autore, «tutti i lavori venivano subito sospesi, come nei giorni di festa; i giudici, gli avvocati, i mercanti lasciavano le loro occupazioni per andare ad ascoltarlo. Si accorreva dalle città e dalle campagne: le più grandi dame lasciavano le loro dimore, e non esitavano ad alzarsi nel mezzo della notte per camminare al lume delle torce e venire a prendere posto il più vicino possibile alla cattedra del predicatore. Allora ci si perdonava reciprocamente tutte le offese, i debitori si trovavano liberati, le prigioni si aprivano, i ladri restituivano ciò che avevano rubato, i peccatori si convertivano, gli eretici abiuravano i loro errori, e gli infedeli ricevevano la luce del Vangelo. E tra tutte quelle migliaia di uditori che si riunivano attorno al missionario, non si sentiva il minimo bisbiglio né il più leggero rumore. Infine le chiese erano talmente piene e i sacramenti talmente frequentati, che i sacerdoti non bastavano alle funzioni del santo ministero; e beato era il fedele che riusciva a baciare o a toccare soltanto l'orlo delle vesti del Santo, e a ricevere una parola dalla sua bocca venerata».
In quell'epoca Federico II si preparava a portare la guerra in Italia, contro la santa Chiesa; le strade erano piene di partigiani e di banditi che non si facevano scrupolo di saccheggiare e uccidere all'occasione. Due di loro vennero un giorno ad ascoltare Padre Antonio, per passatempo, non sospettando ciò che ne sarebbe risultato per loro. Uno di questi uomini, divenuto vecchio, diceva a un frate minore: «Sentimmo uscire dalla sua bocca infiammata parole ardenti che ci bruciavano il cuore: ogni parola del divino predicatore veniva come un dardo a colpirci in pieno petto; per quanto mi riguarda, avrei preferito ricevere cento ferite. Con pianti e gemiti, andammo a fare ai suoi piedi la nostra confessione generale; non saprei dirvi con quale dolcezza paterna ci ricevette, quali saggi consigli ci diede, con quale fede e quale eloquenza ci parlò dell'eterna felicità riservata ai veri cristiani, e delle pene eterne che sarebbero state il giusto castigo dei malvagi e degli empi. Mi ha ordinato per penitenza di andare dodici volte in pellegrinaggio alla tomba degli apostoli Pietro e Paolo; vedete: io adempio con felicità a questo dolce obbligo, e ho fiducia nelle parole del santo uomo che mi ha promesso la beata eternità».
In quell'epoca, l'eresia degli Albigesi cominciava a esercitare i suoi flagelli nel sud della Francia. Simile a un morbo contagioso, si diffondeva nelle città e nei villaggi, e faceva numerose vittime. San l'hérésie des Albigeois Movimento religioso dissidente combattuto da Antonio in Francia. Francesco se ne commosse; il suo cuore sanguinò al pensiero delle sventure che migliaia di uomini si preparavano per l'eternità, e pensò di arrestare il progresso del male. Scelse per questa grande missione Antonio, e lo incaricò di andare a fondare conventi dell'Ordine e predicare la vera fede in Provenza e in Linguadoca. Antonio partì forte dell'appoggio del Signore.
Appena arrivato, si mise risolutamente all'opera; senza sosta né tregua, colpì l'eresia fino a ridurla quasi all'impotenza. I suoi sermoni, ora appassionati e ardenti, ora serrati come l'argomentazione di un logico, talvolta pungenti e spirituali, erano sempre eloquenti. Provocava a una lotta cortese i dottori albigesi; ma nessuno di loro osò mai misurarsi con lui: lo chiamavano il martello degli eretici. Le conversioni erano frequenti; ogni sermone ne provocava un gran numero. Si vedeva, quando aveva smesso di parlare, una folla di uomini e donne avvicinarsi a lui con le lacrime agli occhi, e chiedergli, in nome del Signore, perdono e assoluzione per i loro errori. È che alla luce della sua scienza e della sua eloquenza, avevano visto chiaro nelle tenebre della loro anima; comprendevano ora l'enormità della loro colpa, e se per tutti il pentimento non era ancora giunto, almeno un timore salutare del furore di Dio preparava le vie.
Questo grande successo delle predicazioni di Antonio è confermato, non solo dalle testimonianze del tempo, ma anche dalle numerose fondazioni religiose che egli iniziò o completò nel sud della Francia. È grazie a lui che numerosi conventi di Frati Minori poterono stabilirsi e mantenersi al centro stesso di un paese eretico. D'altronde non si risparmiava la fatica. Detta la sua messa, confessava fino all'ora del suo sermone; dopo il sermone, tornava al confessionale, e vi rimaneva fino a sera. Le sue giornate passavano a predicare, a catechizzare, a dare saggi consigli, ad assolvere; e tutto dedito a queste opere di carità e d'amore, dimenticava il bere e il mangiare. Spesso faceva il suo primo pasto al calar della sera. La notte, invece di prendere il riposo che gli sarebbe stato così necessario, si dedicava allo studio e alla meditazione; preparava i suoi sermoni, componeva opere sui salmi, che sono rimaste tra i migliori, i più dotti e i più pii commentari dei libri santi; e il suo biografo non teme di affermare che la sua vita, ahimè, troppo breve, è stata più piena di quella di molti anziani.
I grandi miracoli del taumaturgo
Il testo narra i celebri miracoli: la predicazione ai pesci a Rimini, il miracolo della mula a Tolosa e il suo confronto con il tiranno Ezzelino.
Tra gli innumerevoli titoli del santo apostolo alla venerazione dei fedeli, bisogna porre al primo posto lo zelo che mostrò sempre per la purificazione delle anime e le numerose conversioni che provocò. Dove l'eloquenza della parola non bastava, egli affermava la verità della religione con i miracoli; ed è così che ha fatto rientrare nel grembo della Chiesa una folla di peccatori ed eretici. I dottori albigesi non osavano apparire davanti a quest'uomo, in cui si realizzava di nuovo quella promessa che Cristo aveva fatto ai suoi Apostoli: «Metterò in voi una sapienza e una potenza tali, che i vostri nemici non potranno nulla contro di voi».
La storia ha conservato il ricordo di un prodigio eclatante che il Santo compì a Tolosa, e che si designa ordinariamente con il nome di miracolo della mula. Un eretico, chiamato Guiald, abbastanza influente nella città e di carattere molto ostinato, osò un giorno discutere con il nostro grande Santo su uno dei punti più importanti della religione. Conosceva d'altronde perfettamente la Bibbia, parlava l'ebraico e, forte della sua scienza, pretendeva di trionfare sul Padre. Ma, presto battuto nella discussione, in presenza di un gran numero di albigesi e di cattolici, provò a cavarsela con un sotterfugio: «Lasciamo i discorsi», disse, «e veniamo ai fatti; possiedo una mula, la priverò di cibo per tre giorni. Tra tre giorni, siate qui con un'ostia consacrata; io, dal canto mio, porterò la mia mula e le offrirò da mangiare. Se, disdegnando il fieno che le presenterò, si volgerà verso di voi, riconoscerò la superiorità della vostra religione e mi convertirò». Il Santo accetta la proposta. Nel giorno convenuto, che si trovava essere un giorno di mercato, Antonio, dopo aver celebrato il santo sacrificio della messa e pregato Dio con fervore, accorre all'appuntamento, l'ostensorio sacro in mano. La mula arrivava, condotta dall'eretico, che aveva avuto cura di farla seguire dal cibo che preferiva. Antonio cammina incontro ad essa, il volto ispirato, circondato da cristiani che cantavano inni e preghiere: «Nel nome del tuo creatore, che porto nelle mie mani», le dice, «ti ordino di adorarlo con umiltà, affinché gli eretici vedano con confusione che gli animali stessi sono costretti a riconoscere la divinità di Colui che il sacerdote immola ogni giorno sull'altare». Immediatamente la mula, lasciando il suo conduttore, si prostra a terra e, ponendo la testa sui piedi di Antonio, resta immobile in quella posizione. Descrivere la rabbia e la confusione degli albigesi, così come la gioia dei cattolici, è impossibile. Un immenso concerto di ringraziamenti si eleva verso il cielo; Guiald, fedele alla sua parola, riconosce la religione del santo taumaturgo e provoca la conversione di tutta la sua famiglia e di un gran numero di eretici. Fece anche, in seguito, costruire, nel luogo in cui aveva avuto luogo il miracolo, una bella chiesa che fu posta sotto l'invocazione dell'apostolo san Pietro. Uno dei suoi nipoti elevò anche una cappella, dove un'iscrizione, incisa sulla facciata, ricordava il miracolo della mula.
Un miracolo non meno eclatante, che il Santo compì a Rimini, decise anche la conversione di un gran numero di eretici. Poiché gli occhi dei nemici de lla fe Rimini Città italiana dove il santo ha operato e predicato. de si chiudevano ostinatamente alla luce, nonostante i sermoni più eloquenti, i ragionamenti più serrati e le prove più convincenti, Antonio dichiarò dall'alto della cattedra che coloro che avessero voluto accompagnarlo fino alla foce del fiume, avrebbero visto cose meravigliose. Quando si fu arrivati sulle rive della Marecchia, Antonio, elevando la voce, volse lo sguardo sull'estensione delle acque ed esclamò:
«Pesci del mare e del fiume, ascoltate: poiché gli uomini non vogliono ascoltare la parola di Dio, è a voi che la annuncerò». Immediatamente, dalle profondità del fiume, dagli abissi del mare, i piccoli mescolati ai grandi, una moltitudine di pesci si avvicina alla riva. Arrivavano da ogni parte a schiere innumerevoli, stretti gli uni contro gli altri, la testa fuori dall'acqua, gli occhi rivolti verso il predicatore, che parlò loro così: «Quali azioni di grazie, o pesci, non dovete rendere a Colui che vi ha dato per dimora questa immensa estensione d'acqua! È a lui che dovete questi profondi rifugi dove vi riparate durante la tempesta; è lui che, all'epoca del diluvio universale, quando tutti gli uomini e tutti gli animali che non erano nell'arca perirono, vi ha conservato l'esistenza. Avete salvato il santo profeta Giona, avete fornito a san Pietro e a Nostro Signore Gesù Cristo di che pagare il censo, infine, siete serviti di nutrimento al Re dei re. Lodate dunque e benedite il Signore, che vi ha favoriti tra tutte le creature».
A queste parole i pesci si agitano, battono la coda, aprono la bocca e testimoniano con mille segni che vogliono rendere omaggio all'Altissimo e pagargli il tributo delle loro mute lodi. Gli astanti non potevano contenere la loro ammirazione e il loro stupore: «Lodiamo Dio, fratelli miei», esclamò Antonio voltandosi verso gli astanti, «lodiamo Colui che i pesci riveriscono più di quanto facciano gli uomini creati a sua divina somiglianza». Gli eretici erano confusi; si gettano in folla ai piedi del santo uomo e non acconsentono a lasciare il posto se non dopo aver ricevuto da lui l'assoluzione dei loro peccati. Tutti coloro che assistettero a questo miracolo rientrarono quel giorno stesso nel seno della Chiesa. Il ricordo di questo prodigio si è perpetuato in Italia e anche in Francia, e il Padre Papebroeck ci dice di aver visto con i suoi occhi, il 26 novembre 1660, un'antica cappella elevata sul luogo stesso in cui si compì. Pittori celebri l'hanno rappresentato sulla tela.
Il santo Padre, dopo questa eclatante manifestazione della onnipotenza di Dio, rimase ancora qualche giorno a Rimini per confermare nella fede i nuovi convertiti e istruirli sui principali dogmi della religione.
Gli eretici non ebbero mai nemico più intrepido e più temibile, più abile ad approfittare dei loro errori, più capace di svelare le loro furberie e le loro menzogne. Così tentarono spesso di offuscare la sua fama con la calunnia, o anche di sbarazzarsi di lui con l'assassinio. Un giorno, versarono del veleno nell'acqua che doveva bere e nella zuppa che doveva mangiare. Antonio ne fu avvertito dal Signore: «Non avete vergogna», disse loro, «di ricorrere a questi miserevoli mezzi, e credete che l'eterno vigore della religione cattolica debba indebolirsi se io muoio?». Gli avvelenatori, che sapevano che non potevano esserci traditori tra loro, erano confusi: «Mangiate e bevete», risposero, «poiché è detto nel Vangelo: Potrete bere senza pericolo bevande mortali; e, se il veleno non produce su di voi alcun effetto, siamo pronti a riconoscere che la vostra religione è quella vera». Antonio fece un segno di croce, mangiò e bevve: «Non è, Signore», esclamò, «non è per sfidarvi che assorbo questo veleno, è per dare alla vostra gloria una nuova occasione di manifestarsi». Non provò il minimo dolore, e gli eretici, che avevano voluto farlo morire, rientrarono nel grembo della Chiesa cattolica.
Ovunque passasse il Santo, gli stessi prodigi lo accompagnavano, e non solo gli eretici, ma i peccatori lo temevano come il fulmine; lo chiamavano «il terrore dei tiranni». E veramente, mai titolo fu meglio meritato. Quando l'Italia intera tremava al solo nome del feroce Ezzelino, e che, padrone già di Vicenza, di Brescia, di Castel-Fonte, quest'uomo crudele minacciava di invadere tutta la contrada, quando gli abitanti di Padova, spaventati, credevano già di vedere alle loro porte le forche e i patiboli, Antonio, dedicandosi ai suoi concittadini, annunciò che sarebbe andato a trovare il tiranno. Parte, arriva a Verona, si presenta nel palazzo dove il miserabile, circondato da banditi come lui, era seduto su un trono di seta e velluto. Cammina dritto verso Ezzelino e, senza spaventarsi di tutto quell'apparato, esclama: «Tiranno crudele, cane rabbioso, che l'ira del cielo si abbatta sulla tua testa! Fino a quando verserai così a torrenti il sangue dei cristiani? Pensa, pensa al giorno del giudizio; si avvicina, e la pena sarà terribile...». Ezzelino tremava dalla testa ai piedi, ed era così pallido che non sembrava più avere una goccia di sangue nelle vene: «Ho visto uscire dagli occhi di questo monaco», diceva ai suoi soldati, «dei lampi così minacciosi, che ho temuto un momento di essere sul momento precipitato nell'inferno». Si confessò, chiese umilmente perdono dei suoi crimini e promise di emendarsi, e testimoniò, durante tutta la sua vita, una grande venerazione per l'uomo di Dio.
Sfortunatamente mantenne le sue promesse solo a metà, e il santo religioso, difensore intrepido dei cristiani e degli italiani, non cessava di fulminare contro di lui i discorsi più eloquenti. Ezzelino volle metterlo alla prova; gli inviò tramite alcuni dei suoi ufficiali un dono considerevole, con l'ordine di ucciderlo se lo avesse accettato, ma di rispettare la sua vita se lo avesse rifiutato. I messaggeri del tiranno si avvicinano molto umilmente ad Antonio e gli dicono: «Vostro figlio Ezzelino vi prega in grazia di accettare questo regalo e vi chiede anche di intercedere per lui presso Dio». Antonio rifiutò con indignazione:
«È il frutto dell'omicidio, del saccheggio e delle rapine che portate nelle vostre mani; vedo ancora del sangue su quest'oro; uscite da casa mia, maledetti, e non sporcate più a lungo la mia casa con la vostra presenza».
Se ne tornarono tutti confusi e raccontarono a Ezzelino i risultati della loro missione: «È veramente un uomo di Dio e un Santo», disse, «che predichi contro di noi come vorrà; lo lasceremo in pace». E finché Antonio visse, lo spavento e il rispetto che gli ispirava il grande taumaturgo lo fermarono nei suoi sfrenati eccessi.
Più tardi, dopo la morte di Antonio, la sua onnipotente intercessione liberò Padova dalla tirannia sanguinosa del tiranno e diede la vittoria all'esercito del Papa e delle repubbliche italiane.
Ritiro e morte a Padova
Esausto, Antonio si ritira a Camposampiero e muore poi all'Arcella, vicino a Padova, il 13 giugno 1231, all'età di 36 anni.
All'inizio dell'anno 1231, Antonio tornò a Padova, su in Padoue Luogo dei suoi studi di medicina. vito del cardinale Rinaldo, protettore dell'Ordine, che divenne in seguito Papa con il nome di Alessandro IV. Sebbene molto stanco e di salute cagionevole, riprese il suo corso di teologia e si applicò, nelle lezioni pubbliche, a combattere gli errori degli eretici chiamati Catari e Catarini. Allo stesso tempo, scriveva i suoi sermoni sui Santi e si preparava, attraverso la meditazione, a predicare la Quaresima del 1231.
Come se avesse sentito arrivare la morte, raddoppiava lo zelo e compiva prodigi di attività. Questa stazione quaresimale fu di gran lunga la più feconda di conversioni e miracoli. Iniziò il 5 febbraio. Antonio predicava ogni giorno e, malato e sofferente, sembrava attingere dall'ardore della sua fede e della sua carità forze soprannaturali. Si accorreva ai suoi sermoni da tutte le città e da tutti i villaggi dei dintorni a molte leghe di distanza; le strade erano coperte di pellegrini avidi di ascoltare quella voce eloquente, i cui accenti commuovevano il mondo. Più di trentamila persone si accalcavano attorno alla cattedra del taumaturgo; vescovi, prelati, religiosi di tutti gli Ordini, il clero e la nobiltà di Padova tenevano a onore assistere ai suoi sermoni. Si attendeva nel raccoglimento e nel silenzio che il santo uomo arrivasse. Al suo avvicinarsi, nessun rumore, nessun fremito, nessun respiro; tutti gli occhi si fissavano con avida curiosità su quel bel volto pallido e sofferente; non appena parlava, tutti gli spiriti ricevevano con felicità il seme celeste che egli versava su di loro; e quando scendeva dalla cattedra, se alcuni uomini robusti non lo avessero protetto dalle dimostrazioni di rispetto e di ammirazione della moltitudine, sarebbe infallibilmente soccombuto sotto il peso dei trasporti di fede e d'amore.
Dire i risultati di quest'ultima predicazione è quasi impossibile; gli eretici convertiti, i peccatori più incalliti ricondotti al bene, le donne perdute che facevano penitenza, i prigionieri liberati, i poveri soccorsi, i malati guariti, ecc., ecc., tali sono in due parole i nuovi titoli che Antonio conquistò alla venerazione degli uomini. In questa grande città di Padova, dove si era radunato un clero così numeroso, non c'erano abbastanza sacerdoti per ascoltare le confessioni dei fedeli. Miracoli si compivano ogni giorno; qui Antonio guarisce un povero bambino paralitico; là è una dama nobile di Padova che, recandosi al sermone del Santo, cade in un fosso profondo e fangoso, e ne esce senza incidente, perché si è raccomandata a Dio, per i meriti dell'apostolo; un'altra volta, sono dei ladri, nel numero di ventidue, che, nel mezzo di un sermone, vengono a gettarsi ai piedi di Antonio, dando tutti i segni di una vera contrizione e chiedendo perdono delle loro iniquità; o ancora, è una donna tanto virtuosa quanto bella, mortalmente colpita dal marito in un accesso di ingiusta gelosia, e che il Santo richiama alla vita facendo su di lei il segno della croce.
Alla fine di questa stazione così lunga, così feconda di prodigi, sembra che Antonio abbia dovuto provare il bisogno di prendersi qualche settimana di riposo; continuò, al contrario, a esercitare il suo ministero nei borghi e nei villaggi vicini a Padova, e non cessò la sua opera di carità che quando fu giunto il tempo dei lavori agricoli. Solo allora pensò a prepararsi a comparire davanti a Dio, poiché il tempo della sua morte si avvicinava.
Campo San Pietro, o Campietro, piccolo villaggio situato a tre leghe da Padova, e dove si trova un eremo posto sotto l'invo cazione di san G Campo san Pietro Luogo dell'ultimo ritiro del santo su un noce. iovanni Battista, è il ritiro dove il grande Santo decise di passare gli ultimi giorni della sua vita. Vi fu ricevuto, all'inizio di giugno 1231, da un pio gentiluomo chiamato Tiso, signore di Campietro, con il rispetto che si sarebbe testimoniato a un angelo e a un inviato del cielo. Per le cure di Tiso, furono costruite sui tronchi e sui rami di un vasto noce tre celle, una per Antonio, le altre due per i suoi due compagni, frate Luca e frate Ruggero. Fu quella l'ultima abitazione del taumaturgo. Chiuso giorno e notte nella sua stretta capanna di assi, pasceva il suo spirito e il suo cuore di celesti contemplazioni. Nessun rumore nei dintorni, ovunque la pace e il riposo, sebbene numerosi pellegrini venissero ancora a chiedere al Santo preghiere o consigli; il signore di Campietro otteneva talvolta da lui qualche momento di colloquio, ed ebbe l'insigne felicità di ricevere dalle sue mani l'abito del Terz'Ordine.
Le forze di Antonio si indebolirono tutt'a un tratto; un giorno che, secondo la sua abitudine, si recava al piccolo convento dei Frati Minori del luogo per prendervi il suo frugale pasto, sentì improvvisamente le gambe mancargli, e gli fu necessario, per arrivare fino al refettorio, il soccorso dei suoi due compagni. Provò a mettersi a tavola, ma il male si aggravò; perse quasi conoscenza, e i religiosi dovettero trasportarlo in fretta su uno dei loro poveri letti. La vita se ne andava rapidamente; delle nubi sembravano ammassarsi davanti agli occhi di Antonio, e vedeva le tenebre della morte addensarsi attorno a lui. Se ne rallegrava d'altronde, come l'operaio che ha ben compiuto la sua giornata, e che sta per ricevere la ricompensa meritata delle sue pene e delle sue fatiche, e il suo volto testimoniava una felicità indicibile.
Dopo alcuni minuti di riposo, Antonio chiamò vicino a sé frate Ruggero, e lo pregò, se non vi vedeva impedimento, di farlo trasportare a Padova. Si inviò a cercare un carro, che fu sistemato al meglio che si poté, e vi si pose il Santo, nonostante le suppliche dei monaci di Campietro, che reclamavano l'onore di curarlo.
Mentre ci si avvicinava a Padova, si incontrò un frate minore, incaricato dal guardiano del convento della città di informarsi dello stato del malato. Alla vista di Antonio, così debole e languente, il religioso temette che l'impazienza e il dolore rumoroso degli abitanti peggiorassero ancora la sua situazione, e consigliò ad Antonio di fermarsi presso i frati che officiavano il chiostro delle Clarisse, fuori dalla città. Il taumaturgo acconsentì a tutto ciò che si volle, e lo si condusse al monastero dell'Arcella.
Tuttavia l'indebolimento faceva progressi rapidi, e l'augusto malato, sentendosi venir meno, chiese il santo sacrame nto dell'Eucaristia. F monastère de l'Arcella Luogo del decesso di Sant'Antonio. rate Ruggero si affrettò ad amministrarglielo tra le lacrime di tutti i religiosi. Qualche istante dopo, Antonio intonò con la sua voce melodiosa l'inno: O Gloriosa Domina, che esprimeva così bene i sentimenti della sua anima verso la Regina delle vergini; poi, alzando gli occhi al cielo, mormorò: «Vedo il mio Dio, mi chiama a sé».
Quando gli portarono gli oli santi, disse al sacerdote: «Possiedo questa unzione dentro di me; ma sebbene non sia necessario che voi me la facciate esteriormente, la riceverò con piacere e sarà utile alla mia anima». E mentre la riceveva in effetti con la fede più viva e i più grandi segni di compunzione, cantava con i suoi fratelli i salmi della penitenza; poi mantenne un silenzio assoluto per circa mezz'ora, e tutt'a un tratto, tra i singhiozzi degli astanti, rimise la sua anima nelle mani di Dio, e si addormentò nell'eterno riposo il 13 giugno 1231, un venerdì, poco prima del tramonto del sole.
Canonizzazione e gloria postuma
Canonizzato già nel 1232 da Gregorio IX, il suo culto si diffuse in tutto il mondo e a Padova fu eretta una basilica monumentale per custodire le sue reliquie.
Il giorno seguente, gli abitanti dei sobborghi, quegli stessi che si erano opposti così violentemente alla traslazione del corpo, vennero a piedi nudi, col loro clero in testa, a pregare sulla tomba di Antonio e a deporvi le loro offerte. Questo pio esempio fu seguito dalle diverse parrocchie; si organizzarono processioni e ogni giorno i fedeli si recavano, in abiti da penitenti, alla chiesa di Santa Maria. Tutte le classi si confondevano in una devozione toccante, nobili e borghesi, soldati e sacerdoti mostravano lo stesso zelo. I doni di ogni genere, in oro, in argento, abbondavano sotto ogni forma; e la tomba ne fu presto letteralmente coperta. Allo stesso tempo, la fama di Antonio cominciava a riempire tutto il mondo cattolico; non si parlava che dei prodigi che si compivano ogni giorno per sua intercessione; da tutta l'Italia, dalla Spagna, dalla Francia, dall'Ungheria, dalla Slavonia, i pellegrini si mettevano in cammino per venire a pagare al Santo il tributo della loro ammirazione e dei loro omaggi. I Frati Minori non riuscivano a bastare per ascoltare le confessioni dei fedeli; e così si compiva la predizione del Santo alcune settimane prima della sua morte: «O Padova», diceva guardando dall'alto di una collina la sua patria d'adozione, «città celebre tra tutte le città, la tua fama risuonerà in tutto l'universo!»
Non era trascorso un mese dalla morte di Antonio, e già lo si invocava ovunque come un Beato e un Santo. Così il vescovo, il clero, la magistratura e gli abitanti di Padova pensarono di chiedere la sua canonizzazione, e inviarono a tal fine un'ambasciata a Roma. Il Papa conosceva già per fama pubblica i miracoli che si compivano sulla tomba del taumaturgo; aveva del resto amato e rispettato Antonio durante la sua vita; non poteva che accogliere favorevolmente la deputazione. Incaricò dunque il vescovo di Padova, il priore dei Benedettini e quello dei Predicatori, di condurre un'inchiesta sugli eventi meravigliosi che si erano succeduti con tanta rapidità dopo la morte del Beato; poi, terminato questo primo lavoro, nel mese di febbraio 1232, il vescovo e il clero scelsero due canonici e due frati minori, il senato e i principali cittadini designarono due cavalieri, che ricevettero la missione di andare a portare a Roma una nuova supplica, e di affrettare la canonizzazione di Antonio.
Il Papa riunì immediatamente il Sacro Collegio; due cardinali, designati per fare il rapporto, lo fecero in termini che confermavano la verità delle attestazioni dei primi commissari. Tuttavia alcuni prelati sembravano vedere con dispiacere che si avesse tanta fretta di chiudere un affare così importante; testimoniavano timori ed esitazioni, peraltro assai onorevoli, ed erano dell'avviso che si fornisse alle accuse, se mai se ne fossero presentate, il tempo di emergere. Ma, durante il sonno, il cardinale che chiedeva con più insistenza il rinvio, ebbe una visione in seguito alla quale divenne uno dei più ardenti difensori della canonizzazione immediata di Antonio. Il Santo Padre stava consacrando una chiesa, e nel mezzo della cerimonia ci si accorse che le reliquie destinate secondo l'uso ad essere sigillate sotto l'altare, mancavano. Il Papa allora, voltandosi verso i cardinali, mostrò un cadavere ancora recente, steso sulla pietra della chiesa e nascosto sotto un velo, e ordinò loro di prelevarne alcune particelle per la consacrazione. Si tolse il sudario, e subito da quel corpo già in decomposizione si esalò un profumo delizioso; il volto era ancora intatto: si riconobbero i tratti del beato Antonio, e tutti gli assistenti accorsero ad inginocchiarsi attorno gridando: «Antonio è santo! Antonio è santo!»
Il giorno seguente, il cardinale raccontò il suo sogno ai suoi familiari, e alcuni giorni più tardi, quando i deputati di Padova vennero a supplicarlo di non combattere più la loro giusta richiesta, senza dar loro nemmeno il tempo di parlare, disse: «Ho cambiato opinione dopo l'ultima riunione del concistoro; Antonio è degno di essere messo nel rango dei santi, e siate certi ora che vi appoggerò con tutte le mie forze presso il sovrano Pontefice». Mantenne la parola, e fece così bene che convinse tutti gli altri oppositori, e redasse con loro una supplica al Papa, per pregarlo di non lasciare più a lungo questo grande affare in sospeso.
Era il più ardente desiderio di Gregorio IX; tutto felice di vedere finalmente le difficoltà appianate, fissò al 30 maggio, giorno di Pentecoste, la cerimonia della canonizzazi Grégoire IX Papa che ha attestato i miracoli di Bruno. one. Doveva aver luogo a Spoleto, dove si teneva allora la corte pontificia. Tutta la cristianità volle esservi rappresentata; e il mondo intero vi inviò dei deputati; i superiori di tutti gli Ordini religiosi, molti provinciali Francescani, principi, gentiluomini, tutto il Sacro Collegio, accrebbero con la loro presenza lo splendore di questa bella festa. Il Papa officiò; poi, dopo le preghiere d'uso, ordinò che si facesse pubblicamente la lettura dei prodigi operati per l'intercessione di Antonio.
Quando il sacerdote ebbe lasciato la tribuna, Gregorio IX, in piedi sul suo trono, dichiarò, in nome della santissima Trinità, che Antonio era iscritto nel catalogo dei Santi, e che la sua festa sarebbe stata celebrata il giorno anniversario della sua morte, vale a dire il 13 giugno. Si cantò il Te Deum laudamus, poi il Papa intonò l'antifona: «O doctor optime, o dottore eccellente, luce della Chiesa, prega per noi, sant'Antonio!» Infine, si recitò la preghiera che il Beato aveva composto lui stesso, e che si dice ancora oggi il giorno della sua festa.
Qualche tempo dopo, il Papa inviò bolle a tutti i vescovi della cristianità, per ingiungere loro di onorare con un servizio annuale la memoria del confessore.
Un primo ufficio di sant'Antonio fu composto, si dice, da Gregorio IX stesso; un altro, da frate Giuliano da Spira, nel 1249; un terzo, infine, dal Padre Azzoguidi nel 1737, approvato dalla congregazione dei Riti, nel 1741. L'ufficio rimato non fu quasi conservato da allora, se non dai Padri della stretta Osservanza. Al convento dell'Ara Coeli, a Roma, lo si recita ancora; è ben superiore in bellezza e in unzione all'ufficio nuovo.
Si invoca sant'Antonio di Padova nel pericolo di naufragio e per ritrovare le cose che si sono perdute; e vi è un'infinità di persone che assicurano di aver sentito visibilmente la sua assistenza in questa necessità. Le donne sterili, le donne incinte e i viaggiatori hanno anche in questo grande santo un potentissimo protettore.
Lo si rappresenta mentre porta il Santissimo Sacramento e con un asino inginocchiato davanti a lui; con il bambino Gesù tra le braccia; mentre porta un giglio; mentre porta un crocifisso che si ramifica in rami di giglio; mentre guarisce un uomo che aveva la gamba tagliata; si rappresenta anche talvolta la sua lingua raggiante tra le mani di san Bonaventura.
L'opera dottrinale
Antonio lascia un'opera letteraria importante, in particolare sermoni e una concordanza morale della Bibbia, che testimoniano la sua scienza scritturale.
Quando si pensa al piccolo numero di anni che sant'Antonio ha trascorso sulla terra; quando si riflette ai numerosi viaggi che ha intrapreso, al tempo che ha impiegato per le sue lezioni di teologia e soprattutto per la predicazione e le altre funzioni del ministero sacerdotale, si rimane davvero sorpresi che abbia potuto lasciare alla Chiesa e ai posteri tanti scritti così ammirevoli e utili. — Ecco l'elenco di queste preziose produzioni: incontriamo innanzitutto quattro istruzioni piuttosto estese per le domeniche d'Avvento. — Sono seguite da un sermone per la domenica nell'ottava della Natività. — Vi sono poi quattro esortazioni per le prime quattro domeniche dopo l'Epifania. — Le domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima ci offrono schemi di discorsi piuttosto sviluppati. — Allora si apre una serie di istruzioni per ciascuno dei giorni di Quaresima, fino al Giovedì Santo compreso. Sono materiali per una stazione quaresimale completa. — A seguito di questa Quaresima, si trovano sermoni per tutte le domeniche di Quaresima, per la domenica dell sermons pour tous les dimanches Raccolta delle predicazioni e degli insegnamenti teologici del santo. a Passione, per quella delle Palme, per il Venerdì Santo e per il giorno di Pasqua. Vi sono, inoltre, quattro grandi istruzioni per la prima domenica di Quaresima, due per la seconda domenica, una per la terza e una per la quarta. Queste omelie sono la spiegazione dell'epistola di ciascuna di queste domeniche. — Ora, il Santo ci fornirà schemi di discorsi per tutte le domeniche da Pasqua alla Trinità, e dalla Trinità fino all'Avvento. È la parte più considerevole dei suoi sermoni. — Infine, si presentano le esortazioni per le feste dei santi. Iniziano con un'istruzione sulla Cena del Signore, *de carne Domini*. Poi, ci sono nove sermoni sugli Apostoli, quattro sugli evangelisti, sei sui martiri, cinque per Ognissanti, tre per i confessori, sette per le vergini e uno per il giorno dei Morti. Questi sermoni, così come la maggior parte dei precedenti, non sono, a rigor di termini, che schemi o piani di istruzioni. Il Santo li ha redatti con cura, ma, quando predicava, si abbandonava solitamente all'improvvisazione per i dettagli del suo soggetto e lo sviluppo delle sue idee. — Oltre a questo gran numero di sermoni, si attribuiscono a sant'Antonio altre due opere molto importanti: la prima è un piccolo commento mistico su tutte le parti dell'Antico e del Nuovo Testamento, dalla Genesi fino all'Apocalisse di san Giovanni; la seconda è una concordanza morale della Bibbia, in cinque libri. È molto probabilmente il primo tentativo fatto in questo genere, ed è un lavoro tra i più notevoli. Deve essere costato molto all'autore; e ancora oggi, nonostante le belle concordanze che possediamo, può ancora rendere dei veri servizi ai predicatori. I commenti sulle sacre Scritture trasudano la più soave pietà e una conoscenza ammirevole del cuore umano e delle vie della perfezione.
Tutte queste opere di sant'Antonio sono state raccolte e riunite con quelle di san Francesco d'Assisi, in un volume in-folio molto corposo, a cura del reverendo Padre Jean de La Haye, dell'Ordine Francescano. Apparvero dapprima a Parigi, nel 1641; poi furono ristampate a Lione, nel 1653; e infine, sono state edite, da ultimo, a Pedeponti, vicino a Ratisbona, nel 1739.
Da quell'epoca, è stata scoperta una nuova opera di sant'Antonio di Padova: si tratta di una serie di sermoni sui salmi. Ce ne sono duecentosettantotto. Furono trovati, nel 1757, nel tesoro della chiesa dei Francescani di Bologna, dal Padre Azzoguidi. Questo dotto religioso si affrettò a pubblicarli in un piccolo volume in-folio. Vi ha aggiunto un'antica Vita di sant'Antonio quasi sconosciuta fino ad allora, e che ha arricchito di curiose note storiche, cronologiche e critiche. Il manoscritto di Bologna sembra riunire le prove di autenticità desiderabili in tale materia. Tutto indica che sia stato scritto dal Santo stesso. È dunque un monumento degno del massimo rispetto.
Gli scritti di sant'Antonio di Padova figurano tra le ricchezze inestimabili che il medioevo ha trasmesso alla società moderna. Meritano, sotto una moltitudine di punti di vista, di fissare la seria attenzione dei filosofi, dei teologi, degli oratori, dei politici cristiani e di tutti coloro che vogliono mettersi in grado di apprezzare giustamente due grandi epoche della storia ecclesiastica e profana: la fine del XII secolo e la prima parte del XIII.
Wadding; Cardoso; Vie de saint Antoine de Padoue, dell'abate Guyard, vicario generale di Montauban; Esprit des Saints, dell'abate Grimes.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Lisbona nel 1195
- Ingresso tra i Canonici regolari di Sant'Agostino
- Ingresso tra i Frati Minori (Francescani) nel 1220
- Missione di predicazione contro gli Albigesi in Francia
- Primo sermone notato a Forlì nel 1222
- Insegnamento della teologia a Montpellier, Bologna, Padova e Tolosa
- Incontro con Ezzelino il Tiranno a Verona
- Morte nel monastero dell'Arcella vicino a Padova
- Canonizzazione da parte di Gregorio IX il 30 maggio 1232
Miracoli
- Predicazione ai pesci a Rimini
- Miracolo della mula che si inginocchia davanti all'Ostia a Tolosa
- Bilocazione tra una chiesa e il suo convento a Montpellier
- Lingua rimasta intatta dopo la morte
- Guarigione di una gamba amputata
- Protezione della folla dalla pioggia durante un sermone
Citazioni
-
Vedo il mio Dio, mi chiama a sé.
Ultime parole riportate -
O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore...
San Bonaventura durante la traslazione delle reliquie