Giovane nobile siciliano convertitosi segretamente, Vito subì la persecuzione del padre pagano e delle autorità imperiali. Accompagnato dal suo precettore Modesto e dalla nutrice Crescenzia, compì numerosi miracoli prima di essere martirizzato sotto Diocleziano verso il 303. Le sue reliquie, trasportate da Roma a Saint-Denis e poi in Sassonia, furono oggetto di un culto immenso nel Medioevo.
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SANTI VITO, MODESTO E CRESCENZIA, MARTIRI
Origini ed educazione cristiana
Vito, figlio di un nobile siciliano pagano, viene educato segretamente alla fede cristiana dal suo precettore Modesto e dalla sua nutrice Crescenzia.
Verso il 303. — Papa: San Marcellino. — Imperatori: Diocleziano e Massimiano. Ipsa mors martyrum prænium vita est. La morte stessa dei martiri è il premio della vita. S. Ambr., Orat. de fide resurr. Vito, chi amato anche Guido, era di un' Vite, appelé aussi Vit ou Guy Santo il cui braccio è offerto in reliquia a Venceslao. illustre famiglia di Sicilia, e figlio di un signore di nome Ila, che le sue cariche e le sue ricchezze facevano molto onorare nel paese. Quest'uomo era pagano ed estremamente dedito al culto dei falsi dei; ma Vito ebbe la fortuna di avere come precettore un cristiano di nome Modesto, e come n Modeste Governatore cristiano e compagno di martirio di san Vito. utrice una donna cristiana, di nome Crescenzia, che lo ed Crescence Nutrice cristiana e compagna di martirio di san Vito. ucarono in una giusta avversione per gli idoli e in un amore sincero e ardente per Gesù Cristo. Fu battezzato all'insaputa del padre; e, poiché era prevenuto da una grazia straordinaria, brillò tra gli infedeli per azioni eroiche e per lo zelo con cui guadagnava anime a Dio; ricevette anche il dono dei miracoli; e, per le sue preghiere, i ciechi riacquistavano la vista, i malati la salute, e gli ossessi venivano liberati dalla tirannia del demonio.
Conflitto familiare e autorità imperiale
Denunciato al prefetto Valeriano, Vito resiste alle pressioni di suo padre Ila e ai primi supplizi grazie a interventi divini.
Vito non aveva ancora che dodici anni quan do Valer Valérien Imperatore romano sotto il cui regno avvenne il martirio. iano giunse in Sicilia, per conto dell'imperatore Diocleziano, meno come prefetto e governatore che come persecutore dei cristiani e carnefice. Tra coloro che gli furono denunciati vi fu Vito, il quale, per quanto piccolo fosse, non smetteva di essere considerato dagli idolatri come il più forte e il più pericoloso dei loro nemici. Valeriano fece venire Ila, suo padre, e gli disse che, avendo appreso che suo figlio apparteneva alla setta dei cristiani, aveva il diritto di farlo arrestare e punire secondo le leggi imperiali; ma che, per riguardo verso di lui, voleva soprassedere a tale persecuzione, nella speranza che il padre lo riportasse al suo dovere; Ila doveva dunque impiegare tutta la sua autorità paterna, e anche qualcosa di più, per fargli abbandonare il culto di Gesù Cristo e condurlo al culto degli dei, che era la religione dell'impero. Ila promise di farlo; e, in effetti, ritornato a casa, impiegò ogni sorta di mezzo per guadagnare, o, per meglio dire, per sedurre quel beato fanciullo. Lo abbracciò, gli bagnò le guance con le sue lacrime, gli fece notare che, se non si fosse arreso alle volontà dell'imperatore, avrebbe perso in un istante non solo tutti i grandi beni che gli aveva acquisito e di cui era l'unico erede, ma anche l'onore e la vita; che avrebbe diffamato la sua famiglia e
lasciato suo padre in un'amarezza e un dolore che lo avrebbero condotto presto alla tomba; infine, cercò di ispirargli disprezzo per una religione in cui si adorava un crocifisso, un uomo morto ignominiosamente su un patibolo; ma tutti questi artifici non fecero alcuna impressione sul cuore invincibile di Vito; al contrario, poiché era molto ben istruito sulla santità dei nostri misteri e sulla stravaganza del culto degli dei, ne parlò divinamente a suo padre e gli diede potenti ragioni per obbligarlo a seguire il suo esempio; protestandogli, d'altronde, che né promesse, né minacce, né perdite di beni, né tormenti, per quanto crudeli potessero essere, né la morte stessa, avrebbero mai potuto separarlo dalla carità di Gesù Cristo.
Valeriano fu avvertito del cattivo esito di Ila presso Vito; apprendendo, inoltre, che questo fanciullo continuava a compiere prodigi che propagavano il cristianesimo, lo fece arrestare e ordinò che fosse condotto davanti al suo tribunale. Gli chiese perché, essendo ancora un fanciullo, resistesse alle volontà di suo padre e non si sottomettesse alle leggi degli imperatori, e se non sapesse bene che lui, Valeriano, aveva ordine di castigare duramente questo genere di ostinati e persino di farli morire. Il fanciullo rispose «che non disobbediva agli imperatori e a suo padre se non per obbedire a Dio, che era il suo sovrano signore e il suo primo padre; quanto ai castighi, li avrebbe sopportati molto volentieri per non adorare dei demoni, che sono i nemici giurati degli uomini». Ila, che era presente, lanciò grida di dolore e disse «che era ben infelice ad avere un figlio abbastanza insensato da perdersi da solo per la sua ostinazione». Ma Vito rispose che «ben lungi dal perdersi, lavorava alla sua salvezza restando fedele a colui che, avendogli dato la vita, gli avrebbe dato anche la gloria immortale». Il prefetto, perdendo la pazienza, ordinò che gli venissero date bastonate; ciò che fu eseguito, ma senza che il martire perdesse nulla del suo coraggio e della sua risoluzione. Il prefetto aggiunse: «Che lo spoglino e lo frustino come merita!». I carnefici si misero in procinto di obbedire; ma le loro braccia persero la forza e divennero secche; lo stesso accadde alla mano di Valeriano, che aveva steso per pronunciare quella sentenza. Allora quel giudice esclamò che «quel fanciullo era un mago e che sapeva usare sortilegi»; ma il Santo rispose «che non era affatto un mago, e che non aveva mai imparato altro sortilegio che lodare e benedire Gesù Cristo, che è il padrone onnipotente di tutte le creature». Guarì poi i suoi stessi persecutori, per far vedere che lo spirito di Gesù Cristo è uno spirito di semplicità e di dolcezza, e che i suoi veri discepoli non hanno che amore per tutti i loro nemici.
Tentazioni e guarigione di Ila
Dopo aver resistito a tentativi di corruzione morale, Vito restituisce miracolosamente la vista a suo padre divenuto cieco.
Valeriano, colpito da questo miracolo, restituì Vito a suo padre, con l'ordine di non risparmiare nulla per fargli cambiare opinione. Il padre, immaginando che il mezzo migliore fosse quello di immergerlo nelle delizie, cercò di ammorbidire il suo cuore con mille carezze; lo nutrì più delicatamente del solito; lo circondò di feste, di danze, lo affidò a giovani serve incaricate di corromperlo. Ma il santo fanciullo, in mezzo a tutte queste insidie, non faceva altro che gemere e sospirare; e, avendo perpetuamente gli occhi bagnati di lacrime e il cuore elevato verso il cielo, diceva a Dio: «Signore, non disprezzate e non abbandonate un cuore contrito e umiliato». Gli prepararono anche una camera magnifica, il cui arredamento era arricchito da ricami d'oro e pietre preziose, e lo obbligarono ad alloggiarvi; ma appena ebbe fatto la sua preghiera, una luce celeste e un profumo delizioso la riempirono e vi apparvero dodici pietre di un colore e di uno splendore meravigliosi. I domestici furono testimoni di questo prodigio, ed esclamarono con ammirazione che, nei loro templi stessi, non si era mai visto nulla di simile. Ila accorse per vedere cosa stesse accadendo nella camera di suo figlio, e vi vide dodici angeli di uno splendore e di una bellezza indicibili; ma appena li ebbe visti si ritrovò cieco e sentì un dolore insopportabile agli occhi. Andò subito a cercare un rimedio nel tempio di Giove; ma fu senza alcun risultato; dovette umiliarsi davanti a suo figlio e pregarlo di restituirgli la vista, che la sua curiosità e la sua incredulità gli avevano tolto. Vito comprese bene che un così grande beneficio non lo avrebbe convertito; tuttavia, per mostrare la potenza infinita di Gesù Cristo e per guadagnare una parte dei presenti alla fede, gli pose la mano sugli occhi e, fatta questa preghiera: «Signore, che avete dato la vista a un uomo che era cieco dalla nascita, datela anche a mio padre, affinché i vostri nemici siano confusi e coloro che confessano il vostro nome siano colmi di gioia», lo guarì perfettamente, placando tutti i suoi dolori e restituendogli la facoltà di vedere.
Fuga verso il regno di Napoli
Guidati da un angelo, Vito, Modesto e Crescenzia fuggono in Italia dove proseguono i loro miracoli sulle rive del fiume Sele.
Questo miracolo non impedì a quel padre snaturato, che temeva di perdere la sua fortuna irritando lo spirito del prefetto, di tormentare suo figlio e di concepire il disegno di farlo morire. Ma un angelo apparve a Modesto, governatore di Vito, e gli ordinò, da parte di Dio, di prenderlo con sé e di condurlo in Italia; essi s'imbarcarono dunque, accompagnati da Crescenzia, e arrivarono, sotto la guida di quello spirito beato, nel regno di Napoli, sulle rive del fiume Sel fleuve Silaro Torrente presso il quale i santi furono decapitati. e. Un'aquila li nutrì per qualche tempo, durante il quale essi si occuparono di lodare Dio e di ringraziarlo per l'abbondanza delle sue grazie; ma poiché Vito compiva grandi miracoli, e gli indemoniati proclamavano ovunque il suo arrivo, fu presto riconosciuto, e ci si affrettò ad andarlo a vedere e a portargli dei malati affinché fossero guariti.
Il miracolo davanti a Diocleziano
Chiamato a Roma, Vito libera il figlio dell'imperatore Diocleziano da un demone, ma rifiuta di abiurare la sua fede nonostante le promesse di ricchezze.
Accadde in quel tempo che il figlio di Diocleziano, quel grande persecutore dei cristiani, fu posseduto da un demone che lo tormentava crudelmente. Questo principe impiegò ogni sorta di superstizione per la sua liberazione; ma il demone rispose sempre insolentemente che non sarebbe uscito prima che Vito, che si trovava in Lucania, venisse a scacciarlo. L'imperatore fece dunque cercare Vito da ogni parte; lo trova rono Rome Città natale di Massimiano. infine, lo condussero a Roma con Modesto e Crescenzia, e lo fecero entrare nel palazzo. Diocleziano gli chiese se potesse guarire il giovane principe. Egli rispose: «Che non poteva farlo, ma che Gesù Cristo, che è un Dio onnipotente, poteva farlo per mezzo suo». Diocleziano lo supplicò di impiegare tutto il credito che aveva presso quel Dio. Vito si avvicinò all'indemoniato e, ponendogli le mani sul capo, parlò al demone, nel nome di Gesù Cristo, con una forza e un'autorità così grandi che lo costrinse a uscire: ciò avvenne con un rumore orribile, e molti idolatri, che avevano insultato i santi Martiri, furono colpiti a morte.
Diocleziano, lungi dal riconoscere la potenza di Gesù Cristo che aveva appena liberato suo figlio, non risparmiò nulla per corrompere il giovane Vito e distoglierlo dal cristianesimo. Gli offrì per questo il suo favore e la sua amicizia, un alloggio nel suo palazzo, un posto alla sua tavola, una gran parte dei suoi tesori e persino una porzione del suo impero. Ma l'ammirabile Servo di Dio gli rispose generosamente: «che ciò che gli offriva non era nulla in confronto a ciò che voleva togliergli; che Gesù Cristo era un tesoro incomparabile che non avrebbe abbandonato per tutti gli imperi del mondo; che, possedendo Lui solo, possedeva ogni cosa, e che dunque non aveva nulla da deliberare sulle sue proposte». L'imperatore gli disse che parlava come un bambino; ma che, se avesse disprezzato i suoi favori, gli avrebbe fatto soffrire tormenti così
terribili e inauditi, che alla fine vi avrebbe soccombuto. «Parlo come servitore del vero Dio», rispose Vito; «ma sappiate che i supplizi non mi fanno affatto paura, e che li attendo al contrario con impazienza, per soffrire qualcosa per il mio Maestro». A questa risposta, quell'imperatore ingrato e infedele ordinò che Vito, con i due personaggi che lo accompagnavano, fossero gettati in un carcere e caricati ciascuno di una catena del peso di ottanta libbre, senza che fosse permesso a nessuno di visitarli né di dare loro alcun sollievo. Quest'ordine fu eseguito; ma i santi Martiri, che erano spogliati del soccorso degli uomini, furono visitati dagli angeli e da Gesù Cristo stesso, che riempì la loro prigione di una luce e di un profumo tutti celestiali; poi animò san Vito dicendogli: «Coraggio, Vito, figlio mio, persevera costantemente nella fedeltà al mio servizio; io sarò con te fino alla fine dei tuoi combattimenti».
Il martirio trionfante
Scampati a una fornace e a un leone, i santi muoiono dopo ultimi tormenti sul cavalletto prima di essere riportati da un angelo presso il Sele.
Diocleziano, avendo appreso che la prigione era diventata per i Martiri un luogo di delizie, li fece trarre fuori e fece gettare in seguito san Vito in una fornace ardente dove aveva fatto mettere pece-resina e piombo fuso. Ma il Santo, avendo fatto il segno della croce e invocato Colui che conservò i tre fanciulli in mezzo alla fornace di Babilonia, vi rimase senza alcun male e ne uscì senza che la violenza del fuoco avesse bruciato un solo suo capello; sembrava, al contrario, che avesse acquisito in quella fornace una nuova bellezza; disse a Diocleziano: «È possibile, miserabile, che tu non riconosca la tua cecità, e che tanti prodigi non ti convincano della potenza sovrana e infinita del Dio dei cristiani?». Ma quel Faraone, più indurito che mai, fece esporre il martire a un leone terribile il cui ruggito solo spaventava tutta l'assemblea; il leone, invece di gettarsi sul Martire e di divorarlo, venne dolcemente ad accarezzarlo e a leccargli i piedi: ciò che fu causa della conversione di un gran numero di idolatri.
L'imperatore, attribuendo questo nuovo miracolo all'arte magica, nella quale si persuadeva che i cristiani fossero molto sapienti, fece stendere san Vito con san Modesto e santa Crescenza sul cavalletto, e, per la violenza dei supplizi, le loro ossa furono slogate, i loro nervi rotti, e i loro corpi talmente lacerati che si vedevano fino alle loro viscere. Il tempo era molto bello e il cielo sereno; ma san Vito, avendo fatto la sua preghiera in mezzo ai suoi tormenti, l'aria si turbò in un istante, il tuono cominciò a brontolare in una maniera spaventosa, e questo rumore, unito a un'infinità di lampi, riempì tutto l'anfiteatro di un orribile spavento. Il fulmine cadde in seguito sui templi degli idoli, che schiacciarono con le loro rovine molti pagani. L'imperatore stesso fuggì pieno di confusione e di dispetto nel vedersi vinto da un giovane fanciullo.
Allora un angelo discese dal cielo, staccò i Martiri dal cavalletto, li ristabilì in salute e li riportò miracolosamente da Roma sulla riva del fiume Sele, da dove Diocleziano li aveva fatti venire. Quando vi furono arrivati, san Vito fece la sua preghiera a Dio e gli chiese che, dopo averli resi, per la sua grazia, vittoriosi di tanti tormenti, si degnasse di ritirare le loro anime dai pericoli di questo mondo, per andare a godere di Lui nell'eternità. La sua preghiera fu esaudita, e una voce dal cielo fece sapere ai santi Martiri che il tempo della loro ricompensa era giunto. Essi ne resero le loro azioni di grazie a Dio; e quando lo stesso san Vito ebbe supplicato coloro che erano presenti di seppellirli in quel luogo, e li ebbe assicurati che si sarebbe ottenuto per la sua intercessione e per quella dei suoi beati associati, tutto ciò che si sarebbe chiesto a Dio per la propria salvezza, essi inviarono le loro anime al cielo cariche di meriti e di gloria; ciò che avvenne il 15 giugno dell'anno 303, o circa.
Eredità e devozioni popolari
Il santo è associato a varie protezioni mediche (corea, rabbia) e rappresentato con attributi simbolici come la caldaia o il cane.
San Vito viene rappresentato in una caldaia piena di resina, pece o piombo fuso; è spesso accompagnato dalla sua nutrice, santa Crescenza, e da san Modesto, suo padre adottivo, che condivisero con lui questo supplizio, ma morirono solo sul cavalletto. — In Italia, lo si trova rappresentato qua e là mentre tiene un cane al guinzaglio, forse per esprimere la toccante fedeltà dei suoi tutori che si consegnarono al martirio per salvare dall'apostasia il loro protetto, che un padre idolatra circondava di seduzioni sataniche. — I tedeschi hanno l'abitudine di dipingere san Vito con un gallo, forse a causa della loro usanza di invocare questo giovane martire contro il sonno troppo prolungato e la letargia e per ottenere di svegliarsi esattamente a un'ora fissata. — Infine, lo si trova rappresentato con al suo fianco leoni e altri animali feroci per ricordare che fu esposto alle fiere.
San Vito è il patrono degli attori e dei ballerini, per allusione, senza dubbio, all'affezione nota in medicina con il nome di *Ballo di san Vito*. — Lo Danse de saint Gui Affezione medica di cui il santo è il patrono. si invoca contro la corea e il sonno troppo prolungato, forse perché subì il martirio *di buon'ora*, essendo ancora bambino. — Lo si invoca anche, e abbiamo detto perché, per i cani e contro la rabbia.
Traslazioni attraverso l'Europa
I suoi resti viaggiano da Roma a Saint-Denis, poi verso l'abbazia di Corvey in Sassonia, segnando la storia religiosa carolingia.
## CULTO E RELIQUIE.
I corpi dei nostri santi Martiri furono inumati dai fedeli in un luogo chiamato Mariano. In seguito, quello di san Vito fu trasportato a Roma, e di lì fu portato a Saint- Denis, in F Saint-Denis Luogo di conservazione di una reliquia di un Innocente. rancia, dall'abate Falcade, sotto il regno di Pipino, padre di Carlo Magno. Ma, molti anni dopo, essendo stata portata la fede in Sassonia, e avendo l'Ordine di Saint-Denis fondato colà un celebre monastero, chiam ato Nuova Corve Nouvelle-Corbie Monastero in Sassonia, destinazione finale delle reliquie nell'836. y, Warin, che ne era abate, supplicò Hilduin, abate di Saint-Denis, di donargli questo prezioso tesoro per arricchirne la sua chiesa; cosa che egli fece, col consenso del re e i mperatore Ludovico Louis le Débonnaire Re dei Franchi che nominò Aldrico suo consigliere e comandante del palazzo. il Pio. Così, nell'anno 836, le reliquie di san Vito furono trasportate con grande solennità alla Nuova Corvey, che si chiama Corwey, in Sassonia, sul Weser, tra la Vestfalia e il ducato di Brunswick. Questa traslazione avvenne con una pompa così solenne, che non si era ancora visto nulla di simile in questo genere. Non fu che una processione di sacerdoti, di monaci, di folle di popolo, da Saint-Denis fino a Corwey, lungo un cammino di quasi centocinquanta leghe. Le sue reliquie compivano molti miracoli a Saint-Denis; ma colui che ha scritto la storia di questa traslazione, dice che ne compirono più di quattrocento nelle venti stazioni di questo viaggio, e che portarono con esse l'abbondanza e la felicità in quel paese. San Venceslao, duca di Boemia, ne ottenne alcuni unguenti per Praga, città capitale del suo Stato.
I tre santi martiri sono patroni di Ligoy-sur-Cauche, nella diocesi di Arras. Reliquie di san Vito sono conservate a Saint-Paul e presso le Orsoline di Abbeville, al Carmelo di Amiens.
Questi atti sono tratti da un antico manoscritto che Surio ci ha dato. Baronio parla anche di san Vito, di san Modesto e di santa Crescenza, tanto nei suoi Annali quanto nel suo Martirologio.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Battesimo segreto all'insaputa del padre Ila
- Arresto da parte del prefetto Valeriano in Sicilia all'età di 12 anni
- Guarigione miracolosa del padre diventato cieco
- Fuga in Italia (Napoli) guidato da un angelo
- Esorcismo del figlio dell'imperatore Diocleziano a Roma
- Supplizio della fornace ardente ed esposizione ai leoni
- Martirio finale sul cavalletto presso il fiume Sele
Miracoli
- Guarigione di ciechi e malati
- Disseccamento delle braccia dei carnefici
- Apparizione di dodici angeli nella sua stanza
- Guarigione dalla cecità di suo padre Ila
- Esorcismo del figlio di Diocleziano
- Sopravvivenza illesa in una fornace di piombo fuso
- Leoni che gli leccano i piedi
- Tempesta miracolosa che distrugge i templi pagani
Citazioni
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Ipsa mors martyrum prænium vita est.
S. Ambr., Orat. de fide resurr.