Proveniente dall'illustre casata dei Gonzaga, Luigi rinuncia ai suoi titoli e alla sua fortuna per entrare nella Compagnia di Gesù. Modello di purezza e penitenza fin dall'infanzia, muore a Roma a 23 anni, vittima della sua carità verso gli appestati. È il patrono speciale della gioventù cristiana.
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SAN LUIGI GONZAGA,
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ
Origini e prima pietà
Nascita di Luigi nell'illustre casa Gonzaga ed educazione cristiana rigorosa sotto l'influenza di sua madre.
Chi trascura di aiutare l'anima del prossimo non sa amare Dio, poiché non cerca di accrescere la sua gloria.
Massima di san Luigi Gonzaga.
Per quanto illustre sia la casa Gonzaga, una delle prime di tutta l'Italia, possiamo tuttavia dire che essa ha ricevuto più splendore donando al cielo il Santo di cui stiamo per sc rivere la vita, di quanto ne avesse Saint dont nous allons écrire la vie Santo gesuita, modello per la gioventù dell'Opera. per aver dato marchesi al Monferrato, duchi a Mantova e cardinali alla Chiesa. Ebbe per padre Ferrante o Ferdinando Gonzaga, marc hese di Castiglione, principe de Fernand ou Ferdinand de Gonzague Padre di Luigi, marchese di Castiglione. l Sacro Roman o Impero; e Castiglione Luogo di nascita e feudo della famiglia Gonzaga. per madre Marta Tana Santena, figlia di Tano Santena, signore di Chieri, in Piemonte. Filippo II, re di Spagna, e Isabella di Francia, sua sposa, alla cui corte entrambi si trovavano, li avevano uniti in matrimonio per un affetto singolare che nutrivano verso di loro; ma, dopo le nozze, essi si ritirarono in Italia, dove la marchesa, che era assai pia, vedendosi liberata dal rumore e dalle cure della corte, si dedicò interamente agli esercizi della virtù. Il desiderio di divenire madre la spinse a rivolgere preghiere a Dio per ottenerne un figlio, non già per essere il sostegno della sua famiglia, ma per servire Gesù Cristo. I suoi voti furono infine esauditi. Ma questa gioia fu presto attraversata dall'apprensione di perderlo ancor prima di possederlo: poiché soffrì dolori così grandi nel parto e cadde in una tale debolezza che, al giudizio dei medici, né la madre né il bambino potevano sopravvivere. In tale stato, ella fece ricorso alla santa Vergine e fece voto che, se lei e suo figlio fossero scampati a quel pericolo, si sarebbe recata in pellegrinaggio a Nostra Signor a di Loreto e vi avre Notre-Dame de Lorette Luogo di pellegrinaggio in Italia dove Olier fu guarito. bbe portato il suo bambino per offrirglielo. Non ebbe appena terminato questa promessa, che il bambino venne al mondo pieno di vita, il 9 marzo dell'anno 1568, sotto il pontificato di san Pio V. Le cerimonie del suo battesimo si svolsero il 20 aprile dello stesso anno ed ebbe per padrino Guglielmo, duca di Mantova.
La marchesa, sua madre, si prese una cura straordinaria di educarlo nel timore di Dio e di ispirargli fin da presto i sentimenti della pietà cristiana. Egli stesso diede, fin dalla culla, segni di una tenerezza estrema per i poveri; poiché, quando se ne presentava qualcuno davanti a lui, si metteva a piangere amaramente; non lo si poteva mai placare se non facendo loro l'elemosina. Non appena poté parlare, gli si insegnò a pronunciare i santi nomi di Gesù e di Maria, a fare il segno della croce e a recitare diverse preghiere di devozione; cosa che faceva con molta facilità. Era così amabile e aveva un aspetto così pio che a coloro che lo portavano tra le braccia sembrava di tenere un angelo, alla cui vista si sentivano interiormente animati alla virtù. Non appena poté camminare, cominciò a ritirarsi da solo, in piccoli angoli, per pregare Dio con più raccoglimento e lontano dagli affanni del mondo. La sua virtuosa madre era rapita nel vedere queste inclinazioni del figlio per la pietà. Ma il marchese, suo padre, che avrebbe preferito vedergli ardore per le armi e per gli esercizi della guerra, lo condusse con sé a Casalmaggiore, dove si doveva tenere la rassegna delle truppe che aveva levato per il re di Spagna, il quale era in guerra con la città di Tunisi, affinché, conversando sempre con soldati, potesse assumere un temperamento guerriero.
Poiché non aveva allora che quattro o cinque anni, il cattivo esempio dei militari fece qualche impressione su di lui; ritenne da loro parole indecenti senza sapere ciò che diceva; ma essendo stato ripreso dal suo precettore, non le proferì più ed evitò coloro che le dicevano. Più tardi, provò molta confusione per aver usato quelle parole grossolane: considerando questa licenza come uno dei peccati più grandi che avesse commesso in vita sua, lo piangeva amaramente e non vi pensava mai se non con sentimenti di una perfetta contrizione. I padri e le madri devono dunque avere cura che i loro figli conversino solo con persone ben educate, poiché la frequentazione di coloro che sono troppo liberi è capace di corromperli, per quanto buona natura abbiano ricevuto da Dio.
Conversione e voto di verginità
All'età di sette anni, Luigi si consacra a Dio e più tardi pronuncia un voto di verginità perpetua alla corte di Firenze.
All'età di sette anni, fu talmente prevenuto dalle luci del cielo, che risolse fin da allora di rinunciare all'amore del secolo, per consacrarsi interamente all'amore divino; da allora, considerò quel tempo come quello della sua conversione. Essendo in quella tenera età, si trovò tra gli astanti all'esorcismo di un ossesso, che un religioso di grande santità, dell'Ordine di San Francesco, aveva intrapreso. I demoni, avendolo scorto, sia che giudicassero ciò che sarebbe dovuto essere un giorno da ciò che avevano già riconosciuto in lui, sia che Dio si servisse di loro per far risplendere maggiormente il merito del nostro Santo, si misero a gridare, indicandolo col dito: «Vedete questo fanciullo? è destinato al cielo, e gli si prepara una grande gloria». Aveva le sue devozioni regolate come un uomo già esperto nella virtù. Recitava ogni giorno, in ginocchio, i sette Salmi della penitenza, le ore di Nostra Signora e molte altre preghiere che si era prescritte; era così fedele nell'adempiere a questa pratica, che non si poté nemmeno fargliela interrompere durante una febbre quartana che lo tormentò per otto mesi interi; si ottenne soltanto da lui che, quando la sua debolezza fosse eccessiva, qualcuno recitasse queste preghiere in sua presenza. Non si poté mai nemmeno convincerlo a servirsi di tappeti, quando si metteva in ginocchio.
A otto anni, suo padre lo condusse, con Rodolfo, suo fratello minore, da Francesco de' Medici, granduca di Toscana, per farli educare entrambi alla sua corte; ma, ben lungi dal lasciarsi corrompere da un'aria così contagiosa, Luigi vi continuò sempre i suoi stessi esercizi spirituali; e, per trionfare più facilmente dalle insidie del demonio, dalle lusinghe del mondo e dalla propria concupiscenza, prese la santa Vergine come sua avvocata, si mise sotto la sua protezione e fece voto di mantenere la sua verginità inviolabilmente; ciò gli attirò tante grazie, che, da allora, non sentì alcun movimento, né fu attaccato da alcun pensiero contrario alla purezza. Inoltre, da parte sua, faceva tutto il possibile per evitarne le occasioni; poiché non guardava mai le donne fissamente, nemmeno la marchesa sua madre, né l'imperatrice Maria, al servizio della quale rimase a lungo; e finché fu a corte, non permise che le giovani persone mettessero piede nella sua camera. Evitava anche, il più possibile, di trovarsi solo con loro o di parlare con loro. Il suo pudore era così grande che, quando si vestiva, non osava mostrare la punta dei suoi piedi nudi al suo cameriere.
Iniziò a dieci anni a condurre una vita più ritirata e a confessarsi più spesso, senza preoccuparsi dei suoi compagni che lo chiamavano scrupoloso e malinconico, e fece una confessione generale al rettore del collegio della Compagnia di Gesù, a Firenze, con un'esattezza ammirabile, e con tanto dolore, che piangeva i suoi peccati come se fosse stato il più grande criminale del mondo. La chiesa era il luogo dove andava con maggiore inclinazione. Non mancava di recarvisi al mattino per ascoltare la messa, e la sera per assistere al saluto.
Vocazione religiosa e rinuncia
Luigi decide di cedere il suo diritto di primogenitura al fratello per abbracciare lo stato ecclesiastico, nonostante l'opposizione del padre.
Aveva undici o dodici anni quando lasciò Firenze per recarsi a Mantova con Rodolfo, suo fratello, poiché il marchese di Castiglione, suo padre, essendo stato nominato governatore del Monferrato dal duca omonimo, volle che i suoi figli dimorassero presso la corte del suo benefattore. Ma vi divenne così infermo, sia per le indisposizioni che lo colsero, sia per le mortificazioni che vi praticò, che risolse di condurvi una vita ritirata dal commercio e dalla conversazione degli uomini: ciò gli diede modo di applicarsi alla lettura, particolarmente a quella della Vita dei Santi, e di frequentare solo le chiese e i monasteri. Fu allora che prese la risoluzione di cedere al fratello minore ciò che gli apparteneva per diritto di primogenitura, sebbene ne fosse già stato investito dall'imperatore, per abbracciare lo stato ecclesiastico e attendere più liberamente a Dio; poiché non ebbe affatto di mira i benefici né le dignità che poteva sperare, come è abbastanza ordinario per le persone di qualità; ma non considerò che la gloria di Gesù Cristo e la propria perfezione, che credeva di poter trovare solo dedicandosi al culto degli altari e calpestando tutte le vanità del secolo.
Tuttavia il pio giovane deperiva: era considerevolmente indebolito, di una magrezza estrema, e il suo stomaco rifiutava anche gli alimenti più leggeri; era caduto in uno stato di languore che metteva in pericolo i suoi giorni. Il marchese di Castiglione, essendone avvertito, ordinò che i suoi figli fossero ricondotti al suo castello, nella speranza che l'aria natale e le cure materne di Marta restituissero la salute al figlio. Tornato a Castiglione, continuò a lavorare sempre più alla virtù. Si chiudeva solitamente nella sua stanza, per non essere interrotto nelle sue preghiere. I suoi domestici lo hanno visto spesso prostrato a terra davanti a un crocifisso, le braccia distese e levate al cielo o incrociate sul petto, sciogliendosi in lacrime e lanciando sospiri capaci di toccare i cuori più induriti. Altre volte, lo vedevano rapito in estasi e immobile come una statua. Si dedicò particolarmente alla lettura del libro del Padre Canisio, della Compagnia di Gesù, dove imparò a fare l'orazione; prendeva anche piacere a leggere le relazioni delle Indie, il che lo affezionò insensibilmente alla Compagnia e gli fece formare il disegno di entrarvi per lavorare alla salvezza delle anime e alla conversione degli idolatri. Le domeniche e i giorni di festa, dopo aver assistito al catechismo, riuniva alcuni bambini e spiegava loro l'istruzione che aveva ascoltato; vi aggiungeva saggi consigli e pie esortazioni.
In quel tempo, san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, passò per C astiglione; il nostro saint Charles Borromée Santo che fece eseguire donazioni a favore degli orfani. Beato ebbe la felicità di intrattenersi con lui più volte, con tanto spirito ed edificazione, che quel grande prelato non poteva stancarsi di ammirare le grazie che Nostro Signore faceva a quel giovane. Lo esortò ad accostarsi spesso alla santa comunione e, avendo appreso da lui che non l'aveva ancora ricevuta, gliela diede dalle sue proprie mani. Da allora, il nostro Santo fu sempre così devoto verso il santissimo Sacramento, che si scioglieva in lacrime quando ascoltava la santa messa.
Avendo ricevuto da suo padre l'ordine di raggiungerlo da Castiglione a Casale, vi si recò in fretta, sempre risoluto a non abbandonare mai la via della virtù. Infatti, per i suoi pii esercizi e per le frequenti conversazioni che ebbe con i Cappuccini e i Barnabiti, vi fece tali progressi che intraprese di lasciare del tutto il mondo e di aggiungere al voto di verginità che aveva già fatto a Firenze, quelli di obbedienza e di povertà. Ma poiché aveva ancora solo tredici anni, tenne segreto questo disegno, finché non fosse in età di eseguirlo; e, nell'attesa, praticò le stesse austerità e le stesse mortificazioni dei religiosi; digiunava tre giorni alla settimana e, in uno di questi giorni, digiunava a pane e acqua. D'altronde, mangiava così poco che, senza un soccorso straordinario di Dio, non avrebbe potuto vivere con il nutrimento che prendeva; arrivava a malapena al valore di un'oncia. Aggiunse a questa astinenza la disciplina fino al sangue. Dapprima, non se la dava che tre volte alla settimana; ma, in seguito, se la diede tutti i giorni, e infine tre volte in ventiquattr'ore. Infilava abilmente una tavola nel suo letto, per dormire sul duro; e, al posto del cilicio, metteva i suoi speroni tra la camicia, per esserne punto a ogni momento. La notte, quando i suoi domestici erano addormentati, si alzava segretamente e, sebbene nel cuore dell'inverno, rimaneva in camicia finché il freddo, assalendolo per tutto il corpo, lo faceva cadere a terra per la debolezza.
Ingresso nella Compagnia di Gesù
Dopo un soggiorno alla corte di Spagna, Luigi riceve una rivelazione divina che lo chiama a entrare tra i Gesuiti a Roma.
Nell'anno 1581, il marchese, suo padre, lo condusse con sé in Spagna, al seguito dell'imperatrice Maria, figlia di Carlo V; non appena vi fu giunto, Filippo II lo nominò paggio del principe Diego, suo figlio. Tra gli impegni di corte, non tralasciò di apprendere la filosofia, di accostarsi spesso ai Sacramenti e di praticare gli stessi esercizi di pietà che faceva in precedenza. Quando giunse all'età di sedici anni, giudicò che fosse giunto il momento di eseguire il disegno che aveva concepito di farsi religioso. Ma poiché non aveva ancora scelto una Congregazione in particolare, ricorse alla santa Vergine, sua avvocata, e, il giorno della sua Assunzione, fece la comunione al collegio dei Gesuiti, a Madrid, con una preparazione e una devozione straordinarie, affinché apprendesse ciò che Dio chiedeva da lui. La sua preghiera fu subito esaudita; poiché, mentre faceva il suo ringraziamento, una voce miracolosa gli disse distintamente «che doveva entrare nella Compagnia di Gesù; che non doveva far altro che apr Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. ire il suo cuore al suo confessore che ne faceva parte, e che avrebbe appreso da lui ciò che doveva fare per il compimento di questo disegno». Eseguì all'istante quest'ordine del cielo; e, avendo appreso che era necessario avere il permesso di suo padre, glielo chiese con tutta l'istanza possibile.
Quando il marchese seppe la risoluzione di suo figlio, ne fu vivamente scosso e tentò, con ogni mezzo, di fargliela cambiare. Dapprima impiegò le carezze, poi le minacce; e, vedendo che nulla era capace di piegare il suo cuore, rimandò la sua decisione al ritorno in Italia, dicendo che non voleva che si facesse religioso in Spagna. Tuttavia, questi non erano che artifici per dissipare il disegno di Luigi, differendo sempre il tempo; poiché, quando fu in Italia, gli fece compiere ancora diversi viaggi presso principi vicini, per negoziare con loro affari importanti ed estremamente spinosi. Li terminò sempre felicemente, e con la prudenza di un uomo consumato nella politica. Ma per quanto fossero pressanti, non cessava mai, durante le sue negoziazioni, di fare preghiere, digiuni e mortificazioni, per ottenere da Dio che piegasse il cuore di suo padre, il quale, infine, diede il suo consenso e gli permise di andare a Roma, per entrare nella Compagnia. Il nostro Santo rinunciò dapprima ai suoi Stati, nel Mantovano, con l'assenso dell'imperatore (poiché si trattava di un feudo imperiale), in favore di Rodolfo, suo fratello minore. Quando disse addio ai suoi sudditi, che si scioglievano in lacrime per la perdita di un così buon signore, rivolse loro queste belle parole: «È molto difficile che i grandi signori si salvino; per me, non cerco che la mia salvezza, e consiglio a tutti voi di fare lo stesso».
Passando per Loreto, fece la comunione in quella santa cappella con una devozione singolare, e pregò Nostra Signora di continuare ad essere la sua protettrice. Non appena fu a Roma, visitò le chiese della città, baciò i piedi del pap a Si Rome Città natale di Massimiano. sto V, e infine, dopo aver preso congedo da alcuni cardinali della sua casata, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù, a Sant'Andrea, l'anno 1585, non avendo ancora compiuto diciotto anni, il giorno di santa Caterina, martire, che prese, per questo motivo, come sua patrona per il resto della sua vita. Nella lettera che scrisse a suo padre, per dirgli addio, si servì solo di queste parole del Salmista: «Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre». E in quella che scrisse a Rodolfo, suo fratello, impiegò solo queste parole del Sapiente: «Chi teme Dio farà buone opere». Entrando nella cella che gli fu assegnata per il suo noviziato, disse con un trasporto di gioia, come se fosse entrato in un paradiso: «Questo è il mio riposo per tutti i secoli; dimorerò in questo luogo, perché l'ho scelto».
Perfezione e virtù monastiche
Descrizione della sua vita di novizio, segnata da un'umiltà, un'obbedienza e una mortificazione estreme.
Non si vide mai novizio intraprendere con più fervore l'opera della perfezione, né fare progressi così grandi in così poco tempo. Superava tutti gli altri, non tanto per la nobiltà della sua famiglia, quanto per lo splendore di ogni sorta di virtù: era il più modesto, il più sobrio, il più mortificato, il più umile, il più affabile, il più dolce e il più obbediente. Aveva lo sguardo così custodito che, dopo tre mesi di noviziato, non sapeva ancora come fossero disposti i tavoli nel refettorio. Un giorno, gli fu ordinato di andare a cercare un libro al posto del rettore; fu costretto a informarsi dove fosse. Avendogli il sacrestano dato l'incarico, il giovedì santo, di stare nella cappella per spegnere le candele e i ceri accesi davanti al santissimo Sacramento, vi rimase diverse ore in ginocchio, senza mai alzare gli occhi per osservare gli ornamenti e le ricchezze di quel luogo santo, non credendo che gli fosse permesso avere altri pensieri se non quelli che riguardavano il suo ufficio. Si sarebbe facilmente creduto che avesse interamente perso il gusto, vedendolo mangiare senza assaporare le vivande e senza esaminare se fossero buone o cattive. Ebbe un giorno un grande scrupolo, pensando di aver leggermente gettato gli occhi di lato per vedere cosa facesse un fratello che era seduto a tavola accanto a lui; e, rendendo conto di questo scrupolo al maestro dei novizi, gli confessò che era la prima volta che ciò gli accadeva. Le sue orecchie non erano mai aperte alle notizie del mondo, né alle cose inutili. Manteneva un silenzio quasi continuo e, quando era costretto a parlare, era così a proposito e con tanta candore e semplicità, che bandiva dal suo discorso ogni sorta di parole equivoche e di dissimulazione; aveva l'abitudine di dire che la duplicità, l'artificio o la finzione nel mondo vi facevano perdere la sicurezza del commercio umano, ma che, in una comunità, era un veleno e una peste. Aveva tanto orrore dei piaceri sensuali che, per non risentirne la minima offesa, non ometteva mai le austerità che gli erano permesse; per quanto gliele concedessero, ne desiderava sempre di più grandi. Era felice quando lo si mandava a chiedere l'elemosina per le strade di Roma, mal vestito e con la bisaccia sulle spalle; e poiché un giorno gli si chiese se non avesse alcuna ripugnanza per questo, rispose di no, perché si rappresentava davanti agli occhi Gesù Cristo umiliato per i peccati degli uomini, e la ricompensa eterna che egli dona a coloro che si abbassano per il suo amore. Prendeva ancora piacere ad andare, nei giorni di festa, a catechizzare i poveri e i contadini, e a visitare gli ospedali, dove si dedicava particolarmente a servire i più infetti e i più miserabili, dando ovunque esempi della sua umiltà e della sua carità. Era così distaccato dalla carne e dal sangue che, al terzo mese del suo noviziato, quando gli fu data la notizia della morte di suo padre, non ne fu più scosso che se gli fosse stata del tutto indifferente. I suoi condiscepoli gliene manifestarono la loro sorpresa. «Vi confesso», rispose, «che, se considerassi solo la morte di mio padre, ne sarei profondamente afflitto. Ma, riconoscendo che questa morte viene dalla mano di Dio, non posso rattristarmi. Si può essere afflitti per una cosa che si sa essere gradita alla sua divina Maestà? Tutto ciò che Dio fa è bene. Lo ringrazio soprattutto per la santa morte di mio padre. Gli ha fatto lì una grande grazia. Mi rallegro per la salvezza della sua anima. È assicurata, e ne rendo grazie alla divina Maestà». Apprese anche, senza alcuna emozione, che Monsignor di Gonzaga, suo zio, era stato creato cardinale; poiché, essendo veramente morto al mondo, nulla era capace di toccarlo.
Gli esercizi della vita attiva non gli impedivano di applicarsi alla vita contemplativa; poiché era così dedito all'orazione, che si sarebbe detto che essa costituisse tutta la sua occupazione. A questo proposito, diceva talvolta che «colui che non era uomo d'orazione non sarebbe mai arrivato a un alto grado di santità, né avrebbe mai trionfato su se stesso; e che tutta la viltà e la poca mortificazione che si vedono nelle anime religiose non procedevano che dal fatto che si trascurava la meditazione, che è il mezzo più breve e più efficace per acquisire le virtù». Non bisogna dunque stupirsi se, essendo convinto di queste verità, metteva tutte le sue delizie nel fare la santa orazione, e se aveva tanta cura di tenere senza sosta il suo spirito nel raccoglimento e nella tranquillità necessari a questo pio esercizio, e di bandirne tutti i pensieri che avrebbero potuto turbarlo. «L'anima che si presenta all'orazione», diceva, «deve essere assolutamente libera da ogni affetto e da ogni pensiero estraneo al soggetto che deve occuparla; senza ciò, non può essere attenta a ciò che vuole meditare, non può ricevere in sé l'immagine di Dio nella contemplazione». Era talmente padrone della sua immaginazione che confessò un giorno che, per lo spazio di sei mesi, tutte le sue distrazioni non erano durate il tempo di un Ave Maria. «Ho tanta difficoltà», diceva, «a distrarmi da Dio, quanta altri dicono di averne a raccogliersi; poiché il tempo che impiego per riuscire a distrarmi è un tempo di violenza e di grande sofferenza. Questo combattimento interiore è ben più dannoso alla mia salute del raccoglimento di cui ho l'abitudine e nel quale trovo la calma e la pace». Aveva anche molta devozione durante le sue preghiere vocali, particolarmente quando recitava i salmi; poiché era con tanto gusto spirituale e dolcezza interiore, che non poteva nemmeno pensarci né sentire la parola salmo, senza essere tutto trasportato di allegrezza. Aveva una singolare devozione a meditare sulla passione di Nostro Signore, alla quale non poteva pensare, né agli altri misteri della nostra redenzione, senza versare torrenti di lacrime e sentire tenerezze e languori che non si possono esprimere. Si nota ancora che aveva un particolare affetto per i santi angeli, e specialmente per quello alla cui custodia la divina Provvidenza lo aveva affidato. Compose su questo soggetto una pia meditazione, che si vede stampata con altre del R. P. Vincenzo Bruno, della Compagnia di Gesù, nella vita che ha composto del nostro Santo. Abbiamo già detto una parola della sua devozione verso il santissimo Sacramento dell'altare; ma aggiungeremo in questo luogo che era così cordiale e così fervente, che non faceva mai la comunione senza risentire una gioia e un gusto ammirabili della santa Eucaristia. Il giorno prima della comunione, non parlava che di questo augusto mistero; ne diceva cose così belle e così toccanti, che i sacerdoti cercavano di ascoltarlo su questa materia, per eccitarsi al fervore. Infine, non mancava di visitare più volte al giorno questo adorabile Sacramento, tanto per rendervi profondi rispetti a Gesù Cristo, quanto per intrattenervisi familiarmente di tutto ciò che riguardava la sua perfezione.
Era allora talmente portato a fare penitenze corporali che, se i superiori non lo avessero trattenuto, avrebbe senza dubbio abbreviato di molto i suoi giorni, portandolo il fervore spesso a mortificazioni che superavano le sue forze. Molti persino lo biasimavano per questo e gliene facevano scrupolo, dicendo che si uccideva da solo; ma egli rispondeva che, dopo aver esposto il suo desiderio ai suoi superiori, non aveva più motivo di temere quando gli si accordava ciò che chiedeva; e che, quando gli si rifiutava ciò che desiderava, si accontentava di offrire la sua buona volontà a Dio. Diceva anche molto piacevolmente ai Padri che gli consigliavano di moderare le sue austerità che, poiché essi stessi non lo facevano riguardo a se stessi, preferiva imitare il loro esempio piuttosto che seguire il loro consiglio; che, essendo un ferro duro e storto, era venuto in religione come in una fornace, per essere ammorbidito e raddrizzato con il martello della mortificazione e della penitenza; che il vero tempo per farla era quello della giovinezza, essendo l'uomo sano e con tutte le sue forze, laddove, nella vecchiaia, è ordinariamente così infermo e così debole, che non saprebbe più farne. Così, in punto di morte, dopo aver ricevuto il Viatico, dichiarò, alla presenza di diversi Padri, che, se aveva avuto qualche scrupolo, non era che per le penitenze che aveva omesso e non per quelle che aveva praticato, perché le aveva fatte per obbedienza, e non per il movimento della sua propria volontà. Quando gli si rifiutava il permesso di fare qualche austerità, cercava di supplirvi con altri atti di virtù, o procurandosi dolore con posture penose e con modi di camminare, di stare in piedi o di sedersi, che infastidivano il suo corpo.
Questa grande mortificazione esteriore era accompagnata e sostenuta da una perfetta mortificazione interiore delle sue passioni e dei suoi appetiti. Per venirne più agevolmente a capo, esaminava così accuratamente tutti i movimenti della sua anima, che non ne lasciava passare quasi nessuno che fosse contrario all'alta virtù. Tuttavia, quando si accorgeva di essere caduto in qualche colpa, non si rattristava eccessivamente; ma, umiliandosi davanti alla maestà di Dio, gliene chiedeva perdono con tutto il cuore, e si rialzava così dalle sue cadute con una grande risoluzione di fare meglio che mai: «Perché», diceva, «colui che si rattrista e si scoraggia quando è caduto, mostra di non conoscere se stesso, e di non pensare che è impastato di una terra che non produce che cardi e spine». Di qui viene che era felice quando lo si correggeva delle sue colpe: desiderava persino che lo si riprendesse in pubblico, e, al fine di portare i superiori a farlo, le dava loro per iscritto.
Sebbene lavorasse a mortificare tutte le sue passioni, si applicò nondimeno particolarmente a vincere quella dell'orgoglio e i desideri di onore e di stima, che sono così naturali all'uomo, e così delicati nelle persone di grande nascita: abbracciò con tale ardore lo studio dell'umiltà, che non omise nulla di ciò che credette potesse contribuire a stabilirla solidamente nel suo cuore; così, questa virtù, che è il fermo sostegno di tutte le altre, vi gettò radici così profonde, che sembrava essere il principio che animava tutte le sue azioni. Non uscì mai dalla sua bocca una sola parola che fosse a sua lode, e, con un industrioso silenzio, coprì sempre ciò che si poteva lodare in lui. Un giorno, aveva predicato al refettorio per l'edificazione di tutta la comunità; poiché un Padre parlava di lui in sua presenza in termini vantaggiosi, ne rimase tutto confuso e afflitto per aver sentito dire del bene di lui, quanto altri sono contenti di sentir pubblicare le loro lodi. Per mantenersi in questo spirito di umiltà e di annientamento, fece una raccolta, che fu trovata dopo la sua morte, dei motivi che l'uomo ha per disprezzare e abbassare se stesso. In casa, così come fuori, cedeva sempre il primo posto ai suoi fratelli. Non poté mai soffrire che, sotto pretesto delle sue malattie e delle sue debolezze, lo si dispensasse dalla vita comune, sia per il cibo, sia per la sua camera, sia per i suoi abiti. Non c'era ufficio, per quanto basso fosse, che non desiderasse con più ardore di quanto gli uomini del mondo desiderino le dignità e le cariche più onorevoli. Serviva, in certi giorni della settimana, al refettorio e in cucina, e vi raccoglieva gli avanzi, che distribuiva poi con le sue proprie mani ai poveri con molta umiltà e carità.
Questa profonda umiltà aveva prodotto nel suo cuore un'obbedienza così esatta, che la sua coscienza non gli rimproverò mai di aver mancato agli ordini dei suoi superiori, né persino di aver risentito ripugnanza e movimenti contro ciò che gli prescrivevano. La loro volontà era sempre la regola della sua, e, senza ricercare la causa di ciò che ordinavano, né badare se fossero dotti o meno, nobili o popolani, considerava solo in essi l'autorità di Dio. Obbediva anche con piacere ai fratelli che, per il loro ufficio, avevano qualche sorta di autorità su di lui, dicendo che colui che obbediva in questa maniera era assicurato della ricompensa che Dio promette agli obbedienti. Questa sottomissione così rispettosa riguardo ai suoi fratelli, lungi dal trovarla penosa, la trovava dolce e gradevole. «Mi è più consolante, lo confesso», diceva, «obbedire ai superiori subalterni che ai primi superiori. Se si considerasse l'obbedienza umanamente, non si potrebbe risolvere che molto difficilmente a obbedire a un uomo, a maggior ragione a colui che ci sarebbe inferiore per nascita e per sapere; ma sottomettersi a un uomo per obbedire a Dio, è questa, al contrario, una gloria e una grande gloria. Nulla mi sembra più bello, perché non c'è nulla di umano».
L'obbedienza gli era così cara, che non esitava mai a sacrificare tutto ad essa. Un giorno, mentre piegava della biancheria con altri novizi, si ricorda che non ha ancora letto alcune pagine di san Bernardo, così come aveva l'abitudine di fare ogni giorno; ma, nello stesso istante, si dice: «Potrei lasciare questo lavoro, come hanno già fatto alcuni altri, poiché il tempo da impiegarvi non è assolutamente determinato; ma, se lo lasciassi per andare a leggere san Bernardo, che cosa mi insegnerebbe questa lettura? Che devo obbedire. Ebbene! devo praticare ciò che san Bernardo mi insegnerebbe, e restare a questa occupazione per spirito d'obbedienza». E continuò a piegare la biancheria.
Il suo zelo per l'intera osservanza della regola non è meno apparso in lui che le altre virtù di cui abbiamo appena parlato: si dice che l'abbia osservata alla lettera, e che non ne abbia mai violato alcun punto, fino al punto che il suo compagno di camera, avendogli chiesto mezzo foglio di carta per scrivere una lettera, dubitò se glielo potesse dare senza permesso; ecco perché, uscendo dalla sua cella, andò a chiedere questo permesso. Un giorno, il cardinale di Gonzaga volendo trattenerlo a cena con lui, gli rispose che non lo poteva fare, perché la Regola glielo vietava; il cardinale ne fu così edificato, che da allora, quando lo pregava di qualcosa, aggiungeva sempre: «Se non è contro la vostra Regola». Il cardinale della Rovere venne una mattina a parlargli in sacrestia. «Monsignore, non mi è permesso parlare», gli disse il nostro Santo. «A Dio non piaccia che io vi porti mai a infrangere la Regola», riprese il cardinale; «ma, essendo l'affare importante, andrò a chiedere al Padre generale di dispensarvi dal silenzio in questo momento». Luigi si inchinò, senza rispondere una sillaba, e non si intrattenne con lui che dopo averne ricevuto il permesso dal Padre Acquaviva.
Per la santa povertà, l'amava con più passione di quanto i grandi del mondo amino il loro oro e il loro argento. Tutto il suo piacere era di non desiderare nulla ed essere privo di ogni cosa, al fine di possedere Dio solo. Non aveva per ornare la sua cella alcuna pittura né figura; ma solo due immagini di carta: una di santa Caterina, martire, che aveva scelto, come abbiamo detto, per sua patrona, perché era entrato in religione il giorno della sua festa; e l'altra, di san Tommaso d'Aquino. Avendo scritto una piccola opera su qualche materia di teologia, la diede poi al suo superiore; interrogato perché gliela desse quando aveva bisogno di conservarla, rispose che era perché aveva qualche attaccamento a quel trattato come a una cosa che veniva da lui. Essendo entrato nella Compagnia, non volle più servirsi del Breviario che aveva nel mondo, perché era troppo riccamente rilegato. Durante i suoi studi, gli fecero dono di una Somma di san Tommaso, che era dorata sul taglio; ma non ebbe pace finché non gli fu permesso di disfarsene per averne un vecchio esemplare. I superiori volendo che avesse una cella per sé solo, a causa della sua indisposizione, fece in modo che gliene dessero una stretta, oscura e bassa, sotto una scala, dove aveva pena a stare in piedi, e che somigliava piuttosto a una tomba per un morto che alla dimora di un essere vivente. Non trovava mai nulla da ridire sui suoi abiti, né su tutto ciò che lo riguardava, stimandosi felice quando gli si dava il peggio. Essendo presso sua madre, durante il rigore dell'inverno, non si poté mai ottenere da lui che vi prendesse le cose che gli erano necessarie; ma inviò a chiedere al rettore di Brescia qualche vecchio straccio per coprirsi, e si ebbe molta pena a persuaderlo a ricevere da lei qualche abito intimo che gli diede per elemosina, come a un povero. Presso Alfonso di Gonzaga, suo zio, vedendo che lo alloggiavano in una camera ben arredata, esclamò, parlando al suo compagno: «Dio voglia aiutarci questa notte, mio caro fratello! dove ci hanno ridotto i nostri peccati? Ah! come staremmo ben meglio nei nostri poveri letti!». Era l'amore che aveva per la santa povertà che gli ispirava questi bei sentimenti.
Dedizione agli appestati e trapasso
Luigi muore a Roma dopo aver contratto la peste curando i malati, offrendo la sua vita per carità.
Fu per tutte queste virtù, praticate in grado eroico, che il nostro Santo si elevò alla perfezione della carità, la quale, essendo regina delle altre, lega fortemente l'anima al suo sommo bene. In effetti, egli era così intimamente unito a Lui, che non poteva sentir parlare di Dio senza provare nel suo cuore tenerezze e trasporti inconcepibili che apparivano persino sul suo volto. Trovandosi un giorno in refettorio, la lettura che fu fatta di un trattato sull'amore divino lo infiammò a tal punto che non poté finire di pranzare, avendo il petto e il volto tutti in fuoco e gli occhi bagnati di lacrime. Durante i suoi studi, mentre era alla ricreazione, faceva in modo che si parlasse sempre di cose spirituali; e fece tanto, con il suo esempio e con il suo zelo, che questa consuetudine, così lodevole e così necessaria per giungere alla perfezione, si mantenne nella Compagnia. Questo amore per Dio produsse in lui quello per il prossimo a un tal grado, che sarebbe andato molto volentieri nelle Indie per lavorarvi alla conversione delle anime, se i suoi superiori glielo avessero voluto permettere. Sollecitava spesso di essere mandato negli ospedali per servire i malati. Quando vi andava, rifaceva i loro letti, dava loro da mangiare, lavava i loro piedi e spazzava la loro stanza. Nella malattia di cui morì, e che aveva contratto assistendo gli appestati, avendo sentito dire che quell'anno si temeva che il contagio si diffondesse a Roma, fece voto, con il permesso del generale, di servire ivi i poveri malati di peste, se fosse tornato in salute.
Questo amore per il prossimo lo trasse dalla solitudine religiosa per recarsi dai suoi parenti, al fine di placare una grande disputa che vi era nella sua famiglia, tra il marchese di Castiglione, suo fratello, e il duca di Mantova, per il feudo di Solferino, che di diritto apparteneva al marchese, ma di cui Orazio Gonzaga, suo zio, aveva disposto, per testamento, in favore del duca. Si credette dunque che non si sarebbe mai vista la fine di questa faccenda se non mettendola nelle mani del nostro Santo: e ognuno era così persuaso della sua probità, che non si dubitò affatto che egli preferisse la giustizia a tutti gli interessi che vi poteva avere. Quando arrivò nel marchesato di Castiglione, tutto il popolo gli andò incontro e lo ricevette con mille testimonianze di rispetto; molti persino si mettevano in ginocchio quando passava, onorandolo come un Santo, e piangendo la loro sventura di non aver meritato un tale signore; sua madre, che aveva l'abitudine, fin da quando era ancora bambino, di chiamarlo il suo angelo, non lo considerò solo come suo figlio, ma come una persona inviata dal cielo per portare la pace nella sua famiglia; in effetti, egli terminò felicemente questa grande disputa con soddisfazione di tutte le parti. Era per mezzo delle sue preghiere, piuttosto che per le luci della sua prudenza, sebbene fosse ammirevole, vista la sua giovane età, che giungeva a capo di tutto ciò che intraprendeva; poiché egli stesso confessò di non aver mai raccomandato nulla a Dio che non ne avesse ottenuto un felice esito.
Terminate queste faccende, e avendogli Dio rivelato, al collegio di Milano, che lo avrebbe presto chiamato a sé, ritornò a Roma l'anno 1591, molto gioioso per una così lieta notizia. Avendo trovato questa città afflitta dalla peste, importunò tanto i suoi superiori che gli permisero di soccorrere i malati; ma poiché la sua carità e il suo fervore lo portavano a servire particolarmente coloro che erano più in pericolo e attaccati con più violenza, egli stesso fu presto colto dal male. Se ne rallegrò estremamente e ne ringraziò Dio, vedendosi così vicino a essere liberato dalla prigione noiosa di questo corpo mortale. È vero che i rimedi che gli furono prescritti lo sollevarono per un tempo; ma gli rimase una febbre lenta che durò tre mesi, come per dargli modo di vedere arrivare con più dolcezza e tranquillità l'felice momento della sua morte. Durante tutto quel tempo provava un singolare piacere a sentir parlare di Dio e della gloria dei Santi. Avendogli Nostro Signore fatto conoscere il giorno in cui sarebbe uscito da questo mondo, cantò il Te Deum in ringraziamento, poi disse agli assistenti che sarebbe stato il giorno dell'ottava del Santissimo Sacramento. Giunto quel giorno, gli infermieri, trovando che stava meglio, gli dissero: «Non pensate di morire oggi, poiché state iniziando a guarire». Ma egli rispose loro che il giorno non era ancora passato, e che sarebbe morto di notte. Verso sera, il Padre Provinciale, venuto a visitarlo, gli chiese come si sentisse: «Ce ne andiamo», gli disse, «padre mio. — E dove?» riprese il superiore. — «In cielo», aggiunse, «come spero per la misericordia del mio Dio, se le mie offese passate non me lo impediranno». Poco prima di morire, desiderò prendere ancora una volta la disciplina, o almeno, perché era troppo debole, che un altro gliela desse, e supplicò il Padre Provinciale che lo lasciasse spirare a terra. Quando ricevette la benedizione e l'indulgenza plenaria che Gregorio XIV gli inviava, esclamò: «Ahimè! chi sono io? che i Papi degnino di ricordarsi di me, meschino verme di terra, che se ne va morendo». Infine, invocando il santo nome di Gesù, rese l'anima a Dio sul finire del giorno dell'ottava del Santissimo Sacramento, che era allora il 20 giugno, all'età di ventidue anni, tre mesi e undici giorni. Fu nell'anno 1592, e il sesto del suo ingresso nella Compagnia. Dopo la sua morte, si trovarono le sue ginocchia tutte callose, per la grande abitudine che aveva, fin dall'infanzia, di inginocchiarsi per pregare Dio. Si trovò anche sul suo petto un crocifisso di rame che aveva sempre portato con sé.
Riconoscimento e posterità
Processo di canonizzazione, miracoli e proclamazione di Luigi a patrono della gioventù.
Infine, non si deve omettere qui la testimonianza favorevole che il cardinale Bellarmino, che era stato suo confessore e lo aveva conosciuto molto da vicino, diede di lui. Egli assicurò dunque che il nostro Santo non aveva mai peccato mortalmente; che, fin dall'età di sette anni, quando disse di essersi convertito a Dio, aveva condotto una vita così perfetta e mortificata, da non aver nemmeno sentito gli stimoli della carne; che pregava senza alcuna distrazione; che era un modello compiuto di tutte le virtù, e che vi era motivo di credere che, lasciando la terra, fosse andato a godere dell'eterna felicità in cielo. È per questo che quel dotto e pio cardinale si faceva scrupolo di pregare Dio per lui, temendo di fare ingiuria alla grazia divina di cui aveva riconosciuto tante meraviglie nella sua anima.
Spesso lo si dipinge vicino a lui, o nella sua mano, un flagello, a causa dei suoi rigori quasi eccessivi verso se stesso. A volte viene rappresentato mentre sviene ai piedi del suo confessore, ma soprattutto mentre riceve la prima comunione dalle mani di Carlo Borromeo. Poiché è il patrono dei giovani che studiano, è stato dipinto più di una volta circondato da scolari che lo invocano o che egli sembra istruire nel servizio di Dio. Viene anche rappresentato mentre porta un giglio, per indicare che ha conservato la sua verginità fino alla morte.
## CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI DI SAN LUIGI GONZAGA.
Il corpo di san Luigi Gonzaga fu trasportato nella chiesa dell'Annunziata del Collegio Romano e inumato nella cappella del Crocifisso. Presto la folla si recò alla sua tomba, vi depose offerte ed ex-voto, proclamandolo Santo, rendendogli un culto che era impossibile arrestare nei suoi eccessi. Non era solo a Roma che questa devozione si manifestava: a Firenze, a Milano, a Torino, a Ferrara, a Castiglione soprattutto, in tutti i luoghi in cui era stato, era apertamente onorato, invocato, e ognuno assicurava di aver provato gli effetti della sua protezione.
Nel 1598, poiché si temevano per il corpo i danni che potevano derivare dallo straripamento del Tevere che inondava la città di Roma, si ritirò la bara dal sepolcro e la si esaminò con cura; era nello stato più soddisfacente, l'acqua non l'aveva alterata. Il Padre provinciale, dopo aver preso per sé alcune reliquie, ne distribuì a tutti i Padri presenti. Poi si misero i preziosi resti in una cassa meno grande della bara; essa fu sigillata e deposta poi nel sepolcro; ma collocata il più in alto possibile e fissata al muro, affinché non fosse esposta all'umidità e l'acqua non potesse più raggiungerla.
L'8 giugno 1602, il Padre generale, dopo numerosi e strepitosi miracoli, credette di dover dare alle sante reliquie di Luigi Gonzaga una testimonianza di rispetto, ritirandole dalla sepoltura comune; ordinò la loro traslazione nella sacrestia della chiesa del collegio, in attesa che la corte romana permettesse di rendere loro gli onori che la devozione pubblica reclamava già. Il 1° luglio seguente, la cassa che le conteneva fu rinchiusa in una seconda di piombo, e questa in una terza di legno, e posta sotto il gradino dell'altare di San Sebastiano.
Nel 1604, a Roma non si parlava che dei miracoli operati da san Luigi Gonzaga. Tutti i principi e i vescovi d'Italia supplicavano il Papa di procedere alla canonizzazione; e tutte le diocesi della Lombardia, prendendo l'iniziativa, avevano appena celebrato con pompa l'anniversario della morte del giovane taumaturgo. Il 21 giugno dello stesso anno, la chiesa del collegio della Compagnia di Gesù, a Brescia, era ornata come nei suoi giorni di festa più belli: il ritratto di Luigi Gonzaga vi era esposto alla venerazione pubblica e l'assistenza era molto considerevole. Il vescovo, cedendo all'entusiasmo generale e al suo desiderio personale, aveva permesso che l'anniversario della santa morte di Luigi fosse celebrato solennemente nella chiesa del collegio, e gli studenti, la nobiltà, il clero, il popolo, avevano voluto trovare posto a questa festa. Il 28 luglio, una solennità simile ebbe luogo a Castiglione, in mezzo a una grande affluenza di fedeli che consideravano san Luigi come l'angelo tutelare di Castiglione. Il 13 maggio 1605, le reliquie del nostro Santo, che erano state depositate sotto il gradino dell'altare di San Sebastiano, furono trasferite, con l'autorizzazione della Santa Sede, alla cappella della santa Vergine, e collocate nel muro, dal lato del Vangelo. Nel 1605, il cardinale Dietrichstein ottenne da papa Paolo V che il ritratto di Luigi Gonzaga fosse esposto nella chiesa del collegio con l'attestazione e il titolo di Beato, e che si lasciasse alla riconoscenza dei fedeli la libertà di manifestarsi con ex-voto deposti nella cappella dove erano conservati i preziosi resti del Santo. Lo stesso anno, le città di Firenze, Cremona, Padova e altre, celebravano, con la massima pompa, la festa di Luigi Gonzaga. A Castiglione, tutti digiunavano la vigilia. Il 10 ottobre 1605, papa Paolo V emanò un decreto che dichiarava Luigi Gonzaga Beato, e ordinava allo stesso tempo di stampare con questo titolo la vita del giovane Santo, scritta dal Padre Cepari.
Una cappella fu eretta a Mantova nella cattedrale, e inaugurata il giorno della festa di san Tommaso. La devozione al nostro Beato si diffuse con grande rapidità. Da tutte le parti d'Europa, si inviavano i più ricchi doni alla sua tomba.
Il villaggio di Sasso, situato nella provincia di Sondrio, in Lombardia, ottenne una reliquia insigne del Santo, e questo luogo divenne un pellegrinaggio celebre.
Il papa Gregorio XV lo beatificò il 2 ottobre 1621. Si eressero in suo onore due cappelle al Collegio Romano, una nella stanza dove era morto, e l'altra nella chiesa. La prima ha lasciato il posto a una chiesa dedicata a sant'Ignazio, dove, nel 1640, il suo corpo fu posto in una cappella che vi era stata eretta in suo onore. Nel 1699, vi si elevò un altare, e vi si trasportarono le sue preziose reliquie. La causa della canonizzazione, interrotta dalla morte di Clemente XI, fu ripresa da Innocenzo XIII e terminata da Benedetto XIII. Il 26 aprile 1726, egli diede la bolla di canonizzazione, e la c erimonia si Benoît XIII Papa che elevò l'Istituto a Ordine religioso nel 1725. svolse il 31 dicembre dello stesso anno, nella basilica del Vaticano.
Il 22 novembre 1729, Benedetto XIII diede san Luigi Gonzaga come protettore speciale alla gioventù, e concesse un'indulgenza plenaria a coloro che, dopo essersi confessati e aver fatto la comunione, avessero visitato il suo altare. Il papa Clemente XIII concesse la stessa grazia il 21 novembre 1737. Nel 1762, celebrò pontificalmente, al Collegio Romano, la messa all'altare del Santo, e dichiarò questo altare privilegiato a perpetuità in favore di ogni sacerdote che vi celebrasse. Il papa Pio VII concesse diverse indulgenze alla recita di una preghiera a san Luigi Gonzaga. Nel 1847, il sovrano pontefice Pio IX donò per l'altare del Santo una pianeta in drappo d'argento, ornata di fogliame d'oro, e, nel 1861, un giglio il cui stelo in argento dorato si divideva in cinque fiori aperti e in tre boccioli d'argento puro.
Il signor Andrea Coppiardi, arciprete di Castiglione, ha fatto dono alla chiesa di Le Forest di preziose reliquie del Santo, accompagnando il suo invio con questo distico:
Militia ossa tut retinet Castilio : Sylva Non desit, elocres tradidit illo sacra.
La traslazione di queste reliquie ebbe luogo il 15 maggio 1864 in un'urna donata da Napoleone III.
Nel 1858, il papa Pio IX fece dono alla Compagnia di Gesù di uno scritto di san Luigi Gonzaga: si trattava di un trattato di teologia scolastica. Le opere complete del Santo sono state piamente raccolte e pubblicate in latino a Ratisbona. Un Padre gesuita le ha tradotte in Belgio. In Francia, lo sono state dall'abate Ant. Ricard. Parigi, 1858.
Questo racconto è estratto dalla vita del nostro Santo, composta dal R. P. Virgilio Cepari, della Compagnia di Gesù, secondo le istruzioni che aveva raccolto da coloro che lo avevano conosciuto, e secondo i processi fatti in vari luoghi per la sua canonizzazione.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita il 9 marzo 1568 a Castiglione
- Voto di verginità all'età di 8 anni a Firenze
- Prima comunione ricevuta dalle mani di san Carlo Borromeo
- Rinuncia al diritto di primogenitura e al marchesato
- Ingresso nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma nel 1585
- Assistenza agli appestati a Roma e contagio
Miracoli
- Voce miracolosa a Madrid che gli indicava di entrare tra i Gesuiti
- Guarigione di sua madre al momento della nascita dopo un voto a Loreto
- Numerosi miracoli postumi attestati per la sua canonizzazione
Citazioni
-
Chi trascura di aiutare l'anima del proprio prossimo non sa amare Dio, poiché non cerca di accrescere la sua gloria.
Massima di san Luigi Gonzaga -
Questo è il mio riposo per sempre; qui abiterò, perché l'ho desiderato.
Parole all'ingresso del noviziato