28 giugno 2° secolo

Sant'Ireneo di Lione

DOTTORE DELLA CHIESA E MARTIRE

Vescovo di Lione, Dottore della Chiesa e Martire

Festa
28 giugno
Morte
202 (ou 208) (martyre)
Epoca
2° secolo
Luoghi associati
Asia Minore , Smirne (TR)

Originario dell'Asia Minore e discepolo di san Policarpo, Ireneo divenne il secondo vescovo di Lione dopo il martirio di san Potino. Grande difensore dell'ortodossia, combatté le eresie gnostiche con i suoi scritti e operò per la pace della Chiesa universale. Morì martire sotto l'imperatore Settimio Severo all'inizio del III secolo.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

SANT'IRENEO, VESCOVO DI LIONE,

DOTTORE DELLA CHIESA E MARTIRE

Vita 01 / 09

Origini e formazione presso san Policarpo

Nato verso il 120 in Asia Minore, Ireneo divenne discepolo di san Policarpo a Smirne, dove ricevette un'educazione incentrata sulla tradizione apostolica.

Beatus Irenaeus, Polycarpi successor martyris, qui a beato Polycarpo Lugdunum directus est, admirabili virtute enituit.

Ireneo, successore del martire san Pothin, inviato come vescovo alla città di L Lyon Sede episcopale di sant'Eucherio. ione dal beato Policarpo, mi appare con una brillante aureola di virtù.

S. Greg. Turon., Hist., l, 27.

San Ireneo nacque verso l'anno 120 di Gesù Cristo; era greco e, secondo ogni apparenza, dell'Asia Minore, dove trascorse i suoi primi anni. I suoi genitori, che erano cristiani, lo misero sotto la guida di san Policarpo, vesco vo di Smirne, c saint Polycarpe Vescovo di Smirne e maestro spirituale di Ireneo. he lo allevò con tenerezza paterna nell'amore del Signore e nella pratica della sua legge. Il giovane Ireneo, coltivato da mani così abili, cresceva nell'innocenza, in mezzo agli esempi di virtù che gli dava anche la fiorente cristianità di Smirne.

San Ireneo aveva concepito per san Policarpo una venerazione così profonda che, non contento di penetrare la sua dottrina e il suo spirito, studiava tutte le sue azioni, osservando con cura persino il suo passo e il suo modo di camminare. Condivise tutta la sua giovinezza tra la pratica della virtù, la meditazione delle Sacre Scritture e lo studio delle tradizioni apostoliche. Alla scuola di san Policarpo, cresceva in grazia e in sapienza; le sue felici disposizioni e la sua pietà suscitavano un'ammirazione generale in mezzo a una Chiesa le cui virtù erano tuttavia così ammirevoli. La legge del Signore aveva per lui attrattive così potenti che non poteva stancarsi di ascoltarla o di parlarne. Quando non assisteva alle lezioni del santo vescovo di Smirne, o non poteva intrattenersi con lui, andava a trovare gli uomini più rispettabili di quella cristianità, ma soprattutto i vecchi che avevano avuto la fortuna di vedere e ascoltare gli Apostoli; li pregava di raccontargli ciò che avevano appreso da loro; e questi racconti non si imprimevano meno profondamente nel suo cuore delle istruzioni di san Policarpo.

Nelle opere che ci ha lasciato, parla spesso, senza nominarlo, di un santo vecchio che gli aveva dato la spiegazione di alcuni passaggi difficili della Scrittura. Cita Papia, vescovo di Ierapoli, che aveva potuto vedere e ascolt are a Papias Vescovo di Gerapoli e fonte di tradizione per Ireneo. Smirne, quando questi veniva a conferire con san Policarpo sugli affari della religione. (È senza dubbio ciò che ha fatto dire a san Girolamo che san Ireneo era stato discepolo di Papia.) Fa anche menzione di molti altri discepoli degli Apostoli che gli avevano parlato di Gesù Cristo e della gloria dei suoi eletti dopo la risurrezione.

Ireneo, nei disegni della Provvidenza, era destinato, in qualche modo, a legare i tempi degli Apostoli al secolo che doveva seguirli; e il Signore gli riservava la gloria di trasmettere alle età posteriori le tradizioni apostoliche, e di camminare alla testa di questa imponente schiera di difensori di cui la Chiesa non doveva mai mancare. Così Dio, la cui sapienza proporziona sempre i mezzi ai fini che si propone, aveva ispirato al nostro Santo, per la dottrina e la gloria di Gesù Cristo, un amore che, fin dalla sua infanzia, assorbì la sua anima intera.

Policarpo, interprete fedele della volontà divina, considerava con estremo piacere i progressi che faceva il suo giovane discepolo nelle conoscenze proprie della sua vocazione: lo amava teneramente; la sua gioia era vederlo degno delle compiacenze del Signore e amato da tutta la cristianità.

Teologia 02 / 09

Ministero diaconale e preparazione intellettuale

Ordinato diacono, si dedica al servizio dei poveri e allo studio approfondito dei sistemi gnostici e pagani per meglio confutarli.

Il santo vescovo di Smirne non attese che Ireneo, in cui la saggezza e la pietà prevenivano gli anni, avesse raggiunto l'età ordinaria per ammetterlo nei ranghi della gerarchia ecclesiastica. Gli conferì successivamente tutti gli ordini fino al diaconato. La dignità di diacono imponeva allora obblighi numerosi e difficili. Ireneo li comprese e li adempì tutti con quello spirito di fede e di pietà che deve sempre presiedere al ministero evangelico. Assisteva, al santo sacrificio, i ministri degli altari, vegliava sull'opera delle cerimonie, esortava il popolo alla preghiera, gli predicava la parola della salvezza, gli distribuiva il corpo e il sangue di Gesù Cristo, invocava su di esso la pace e le benedizioni del Signore e lo congedava edificato e consolato; raccoglieva le elemosine dei fedeli e andava poi a distribuirle, in nome di Gesù Cristo, agli indigenti, alle vedove, agli orfani, agli infermi e soprattutto ai santi confessori detenuti nelle catene per la causa della fede; con i sollievi corporali, dava loro sempre le consolazioni della religione, ravvivava il loro coraggio, risollevava le loro speranze, predicava loro e ispirava in loro l'amore per il divino Maestro. Si informava dei bisogni della Chiesa, ne avvertiva il vescovo, dal quale riceveva con gioia la missione di provvedervi. Allora, percorrendo la cristianità, portava in ogni luogo gli avvisi o le esortazioni di Policarpo, metteva tutti i figli in rapporto con il padre; manteneva tra tutti lo spirito di pace, di unione e di carità; risollevava gli uni dalla loro caduta, impediva agli altri di cadere, e ravvivava o manteneva ovunque il fervore. Il suo zelo rispondeva alla sollecitudine di Policarpo; questo rispettabile prelato si riposava sul giovane e santo levita dalle sue cure paterne, lo ammetteva agli affari più spinosi della sua Chiesa e gliene affidava di molto importanti.

In tutte queste circostanze, Ireneo dispiegò virtù e talenti che promisero un apostolo alla religione. Obbligato a istruire i fedeli e a premunirli contro le trappole dell'errore, dovette far brillare allora la profonda conoscenza che aveva acquisito delle sacre Scritture e delle scienze profane. Aveva studiato le prime per gusto e con amore; le altre, per necessità. Sant'Ignazio e san Policarpo esortavano i cristiani a chiudere le orecchie alle perfide insinuazioni degli eretici e degli empi, che cercavano di rapire loro il tesoro della fede. Questi dottori di menzogna si moltiplicavano allora in modo spaventoso, si diffondevano in tutta l'Asia e si sforzavano di seminare l'errore nelle cristianità più fiorenti. Una colonia di questi eretici, osservando il corso delle conquiste della religione, la seguì fino nelle Gallie, dove questa era appena stata introdotta. Il commercio frequente tra le città marittime dell'Occidente e quelle dell'Asia Minore, le lettere greche insegnate nelle numerose scuole della Gallia meridionale, intere popolazioni di negozianti asiatici stabiliti in queste stesse contrade, erano altrettante circostanze che favorivano i perniciosi progetti di questi seduttori; essi lo compresero fin troppo bene; partirono dunque in gran numero dall'Asia, sbarcarono nei porti focesi del Mediterraneo e, risalendo il Rodano fino a Lione, la Garonna fino alla sua foce, la Saona fino ai Vosgi, diffusero la peste dei loro errori nei paesi bagnati da questi fiumi e nelle città vicine.

In attesa che fosse dato a Ireneo di venire a combattere l'eresia in Occidente, egli la respingeva in Oriente e ne preservava la Chiesa di Smirne. La meditazione della sacra Scrittura, la lettura assidua delle epistole degli Apostoli, di sant'Ignazio e degli altri uomini apostolici dello stesso tempo, le lezioni e l'esempio di san Policarpo, gli avevano ispirato un amore ardente per la fede e la gloria di Gesù Cristo, e un orrore sovrano per l'eresia, che voleva corrompere e alterare la dottrina del Vangelo. Nel desiderio e nell'intenzione di difendere quest'ultima e di combattere la prima, sant'Ireneo aveva fatto uno studio particolare dei numerosi sistemi dello gnosticismo: era penetrato con disgusto, ma con dedizione, nel caos delle favole del paganesimo e nel d edalo degli gnosticisme Principale movimento eretico combattuto dal santo. errori dell'eresia. Lo studio del paganesimo e delle eresie gli parve necessario; da allora, non esitò a fare al Vangelo il sacrificio delle sue ripugnanze e dei suoi disgusti per fargli più sicuramente quello dell'errore. Simile a un generale che esamina il forte e il debole di una piazza di cui medita l'assedio, esplorò attentamente i campi nemici che doveva attaccare; acquisì una conoscenza così estesa ed esatta dei sistemi degli eretici, delle teogonie dei pagani, delle opere dei loro poeti, dei loro oratori, dei loro filosofi e dei loro libri pretesi sacri, che poteva indicare ai settari le fonti vergognose da cui avevano tratto le loro menzogne e le loro fantasticherie; provava, infatti, ai valentiniani che avevano preso in prestito le loro massime e i loro principi da Antifane, Talete, Anassimandro, Anassagora, Democrito, Empedocle, Epicuro, Esiodo, dagli Stoici, dai Cinici, dai Peripatetici, dai Pitagorici; mostrava loro i passaggi di questi autori che avevano troncato o forzato per accomodarli alle loro immaginazioni, che tale parte del loro sistema era ricalcata su tale punto di un autore antico che citava loro. Così, le vaste conoscenze che Ireneo aveva acquisito per la gloria di Gesù Cristo non hanno meno eccitato l'ammirazione dei santi Padri che le sue virtù, i suoi talenti e il suo genio: Tertulliano, che ha attinto dalle opere del nostro Santo il fondo del suo libro contro i valentiniani, lo chiama un uomo versato in tutte le scienze. Sant'Epifanio ci rappresenta lui che avanza nobilmente al combattimento, circondato dalle luci della fede e da tutti i soccorsi della scienza. Sant'Efrem trova magnificenza nella sua dottrina; essa appare come una fiaccola luminosa a Teodoreto, che si appoggia spesso all'autorità di questo dottore ammirevole; in una parola, tutta l'antichità sacra ha parlato di Ireneo come di un santo ugualmente versato nelle scienze divine e umane, e ha lodato il nobile uso che fece dei suoi talenti, in tutte le circostanze della sua vita. Era appena stato ammesso nella gerarchia della Chiesa che già prometteva alla religione un glorioso difensore, e all'eresia un indomabile avversario. In attesa che fosse giunto il tempo di opporlo ai nemici della Chiesa, la Provvidenza lo aveva messo alla scuola dello zelo e della virtù, e Ireneo, sempre fedele alla volontà del suo Dio, lavorava per la gloria di Gesù Cristo nella cerchia delle sue attribuzioni.

Lo zelo di Ireneo si infiammava di un nuovo ardore quando vedeva partire da Smirne i missionari che Policarpo inviava nelle Gallie; ma non essendo ancora giunto il momento segnato dalla Provvidenza, Ireneo continuò a edificare la cristianità di Smirne, a adempiere le funzioni che gli affidò san Policarpo, a prepararsi ai disegni del Signore e a desiderare, nella pratica di tutte le virtù, il giorno in cui Egli avrebbe voluto disporre di lui.

Missione 03 / 09

Missione in Gallia e sacerdozio

Inviato a Lione per assistere il vescovo Potino, viene ordinato sacerdote e si distingue per il suo zelo, diventando un pilastro della Chiesa nascente delle Gallie.

La Chiesa di Lione, che aveva a capo san Potino, le cui forze, indebolite dall'età, dalle fatiche e dalle infermità, servivano male l'ardore del suo zelo, richiese presto nuovi soccorsi. San Potino fece conoscere a san Policarpo lo stato del suo popolo e lo pregò di interessarsi alla conservazione di una Chiesa che gli doveva così felici inizi.

Sant'Ireneo, che la Provvidenza aveva destinato a questa missione, aveva ricevuto dal cielo segni di vocazione ai quali il suo santo maestro non rimase affatto estraneo. Egli era allora nel pieno del vigore, nutrito delle divine Scritture, abile nelle lettere umane, perfetto nella pratica di tutte le virtù, e riuniva in sé tutte le qualità che esigevano i bisogni della cristianità lionese.

Gli Gnostici, partiti dall'Asia quasi nello stesso tempo di Potino, suscitavano al santo missionario i più seri ostacoli; già infettavano con i loro errori le contrade bagnate dal Rodano; i loro prestigi e la corruzione della loro morale facevano loro guadagnare un gran numero di adepti, soprattutto tra le persone del gentil sesso. I pagani, incapaci di distinguere la vera Chiesa da una setta che si dava anch'essa il titolo di cristiana, potevano confondere, come in effetti confusero, l'una con l'altra, e accusare i cattolici delle turpitudini e degli errori degli Gnostici. I vantaggi dell'eresia erano altrettante perdite per la verità, e se quella fosse riuscita a stabilire il suo regno a Lione, questa ne sarebbe stata esclusa forse per sempre. Importava dunque ai predicatori del Vangelo trionfare, fin dai primi tempi, di un nemico che lavorava per soppiantarli nella loro nuova conquista.

San Policarpo misurò la grandezza del bisogno della sua missione diletta e fu spaventato dal pericolo che essa correva. Comprese che gli occorreva un uomo capace di arrestare l'errore e di propagare la verità; un uomo che, con la sua scienza, potesse ridurre i settari al silenzio, guadagnare nuovi discepoli a Gesù Cristo ed edificare i fedeli con le sue virtù. La missione era grande e difficile, ma non era affatto al di sopra di Ireneo; fu su di lui che si fissò la scelta di san Policarpo. Questo venerabile vecchio preferì separarsi da un discepolo così caro e privare la sua Chiesa di un così fermo sostegno, piuttosto che lasciare che la fiaccola della fede si spegnesse nelle Gallie, al soffio dell'errore. Avrebbe temuto, d'altronde, di opporsi a una vocazione che Dio gli aveva manifestato con tanti segni luminosi. Lo inviò dunque dove lo chiamava lo spirito di Dio, e gli aggiunse collaboratori capaci di assecondare il suo zelo e di condividere i suoi lavori. L'amore di sant'Ireneo per Gesù Cristo e per la religione ci darà la misura della gioia e della felicità che dovette provare quando san Policarpo gli impose questa importante missione. La ricevette con tanto rispetto come se il Signore in persona gliel'avesse data, e non pensò più che a compierla.

L'arrivo di sant'Ireneo e dei suoi compagni a Lione fu, per la cristianità di questa città, l'aurora di un felice avvenire. San Potino accolse con trasporti di gioia, e benedisse nel nome del Signore gli apostoli che il cielo inviava in suo aiuto. La sua felicità superò le sue speranze, quando ebbe conosciuto tutto il merito di Ireneo; poiché, appena arrivato nel campo dove lo aveva inviato il padre di famiglia, questo nuovo operaio si mise a coltivarlo con un ardore che gli diede una nuova fecondità; il suo zelo, la sua scienza, il suo amore per la pace e il dono che aveva di mantenerla ovunque, facevano l'edificazione dei suoi fratelli e la felicità di questa Chiesa nascente. Fu allora che san Potino elevò il giovane apostolo al sacerdozio. Ireneo onorò il suo augusto carattere con una pietà più ardente, uno zelo più attivo; tanto più confuso di questa dignità, quanto meglio ne conosceva la grandezza e gli obblighi, raddoppiò gli sforzi per adempiere alle vedute e corrispondere alle bontà del Signore. Le sue virtù allora brillarono di un così vivo splendore che attirarono su di lui la venerazione pubblica, e gli si dava comunemente il titolo di zelatore del nuovo Testamento: e quando la cristianità di Lione lo deputò a Roma per gli affari della Chiesa, non allegò altro titolo per lui alla protezione del sovrano Pontefice, che il suo zelo e la sua santità, senza far valere il diritto che gli dava la dignità sacerdotale.

Le istruzioni e gli esempi di Ireneo producevano frutti felici e abbondanti; per le sue cure, un popolo di Santi cresceva sotto gli sguardi soddisfatti di Potino; questo venerabile vecchio, già curvo sotto vent'anni di apostolato, non poteva più bastare agli ardori del suo zelo; era tuttavia ancora l'anima della sua Chiesa: dirigeva tutto con la sua saggezza; il suo popolo era la sua famiglia, tutti i cristiani erano i suoi figli; tutti lo amavano e lo veneravano come loro padre. Si sarebbe detta la cristianità di Smirne trasportata nelle Gallie. Il nostro Santo, la cui modestia eguagliava i meriti, guardava inoltre il suo vescovo come il suo oracolo, non parlava e non agiva che per i suoi ordini e secondo i suoi consigli; il cielo sorrideva a questa pace angelica e benediceva una società così degna di lui. Sant'Ireneo ci ha lasciato un quadro toccante delle virtù di cui la Chiesa del suo tempo offriva al mondo lo spettacolo ravvivante, e dei miracoli che Dio operava allora nel suo seno. Non nomina alcuna Chiesa in particolare, ma poiché ne parla come di cose che aveva visto con i propri occhi, non dubitiamo che tutto ciò che dice possa applicarsi alla cristianità che edificava e di cui la sua umiltà gli avrà fatto tacere il nome. «Agli uni», dice questo grande Santo, «il Signore svela l'avvenire e li incarica di annunciare eventi che la perspicacia umana non può prevedere; dà agli altri il potere di scacciare i demoni, di guarire le malattie più inveterate, e di richiamare alla vita corpi inanimati; dei morti risuscitati hanno vissuto a lungo in mezzo a noi. A questi, accorda il dono delle lingue; scopre a quelli i segreti dei cuori; nulla sembra impossibile alla vivacità della loro fede, all'ardore delle loro preghiere; Gesù Cristo non rifiuta mai nulla a voti che sono formati per la sua gloria».

Missione 04 / 09

Legazione a Roma e lotta contro le eresie

Viene inviato a Roma presso papa Eleuterio per trattare degli errori montanisti e difendere l'unità della fede di fronte agli eresiarchi come Valentino.

Allo stesso tempo, la Chiesa d'Asia, che quella di Lione riconosceva come sua madre, fu attaccata dagli errori dei montanisti. I fedeli, in questa duplice afflizione, credettero di dover informare il Papa di ciò che accadeva presso di loro, sia per riceverne qualche consolazione, sia per consultarlo sulle nuove eresie di Montano, per timore che si insinuassero nella loro Chiesa come stavano iniziando a fare in quella d'Asia. Giudicarono inoltre che fosse loro dovere scrivere ai loro fratelli d'Asia, per esortarli a perseverare generosamente nella fede cattolica contro le detestabili invenzioni degli eretici, che cercavano di corromperli. Il sacerdote Ireneo fu scelto per essere il portatore di queste due importanti epistole: Potino, al quale si erano uniti alcuni altri prelati delle Gallie, e i santi confessori prigionieri erano persuasi che nessuno fosse più capace di lui per questa legazione. Si recò dunque a Roma, presso il sommo pontefice Eleuterio, che aveva appena assunto il go verno del Éleuthère Predecessore di Vittore I sulla sede di Roma. la Chiesa dopo la morte di san Sotero, rapito nella persecuzione di Marco Aurelio; gli propose i suoi dubbi sulla nuova dottrina dei montanisti e, dopo averne avuto una risposta che confermava il giudizio che i vescovi delle Gallie avevano espresso su tali errori, prese la via dell'Asia. È facile giudicare con quanta gioia fu accolto dai fedeli di questa Chiesa, dove si era già reso così illustre per la sua erudizione. Rasserenò i loro animi contro i falsi dogmi di Montano, mostrò loro il sentimento degli occidentali, confermato dall'autorità della Santa Sede, riguardo ai suoi errori, e li esortò a rimanere fermi e incrollabili nella fede di Gesù Cristo. Nauclero, Vincenzo di Beauvais e Ugo, monaco di Fleury, dicono che si trovò a un concilio riunito nella città di Cesarea, in Palestina, dove la disciplina ecclesiastica fu fortemente stabilita contro le massime di questo eretico; tuttavia, il cardinale Baronio ritiene che non fece questo grande viaggio e che non passò per Roma. Comunque sia, è certo che, trovandosi in quest'ultima città, vide l'eresiarca Valentino logorato dalla vecchiaia, e due dei suoi discepoli, Florino e Bla sto, dep Valentin Eresiarca gnostico confutato da Ireneo. osti dal sacerdozio da Eleuterio; li confuse nelle discussioni che ebbe con loro e distolse un gran numero di persone dalle loro empietà.

Vita 05 / 09

Episcopato e ricostruzione della Chiesa

Dopo il martirio di san Potino, Ireneo viene consacrato vescovo di Lione e si dedica a riunire i fedeli dispersi dalla persecuzione.

Il demonio, geloso della prosperità sempre crescente della cristianità di Lione, suscitò contro di essa una violenta persecuzione. Tutti coloro che erano interessati a mantenere il regno della superstizione risvegliarono l'attenzione dei magistrati, iniziarono a soffiare in tutti i cuori l'odio di cui erano animati e aizzare la popolazione pagana contro i cristiani; la loro religione fu più che mai ridicolizzata; i loro costumi accusati di infamia, la loro condotta trattata come insubordinazione o disobbedienza alle leggi dell'impero, e disprezzo per gli dei e per la religione nazionale. Al fine di rendere le loro persone odiose, si inventavano e si diffondevano ogni giorno nuove calunnie contro di loro. I capi e i principali esponenti della cristianità erano coloro che cercavano i tratti più avvelenati dell'odio. Ma san Potino attirava soprattutto gli sguardi e l'attenzione dei ministri dei falsi dei. I cristiani si videro ovunque insultati: venivano respinti dalle assemblee; espulsi ignominiosamente dai luoghi pubblici; scherniti nelle strade; spesso persino uomini della feccia del popolo, preludendo alla ferocia dei carnefici e delle bestie, li colpivano, li inseguivano a colpi di pietra; mormorii minacciosi si levavano da ogni parte; anatemi terribili esplodevano nella città; grida di morte risuonavano alle orecchie dei cristiani, non appena si azzardavano a uscire dalle loro dimore. Questi segni presagirono a san Potino e a sant'Ireneo eventi sinistri: compresero che il tempo delle prove era giunto. Potino vide con felicità avvicinarsi il momento desiderato in cui, sull'esempio degli Apostoli e del suo maestro san Policarpo, doveva dare la sua vita a Gesù Cristo e cementare con il suo sangue le fondamenta della sua Chiesa. Si rimproverava in qualche modo le infermità e la debolezza della sua età, che gli impedivano di andare a mostrarsi al suo popolo e sostenere la sua costanza in mezzo ai mali che lo minacciavano. Ma conosceva lo zelo e il coraggio di Ireneo; si riposò su di lui per la sua sollecitudine pastorale. Ireneo, la cui anima sembrava crescere man mano che i pericoli aumentavano, espose cento volte la sua vita per rianimare la costanza dei fedeli e prepararli all'ultimo sacrificio che il Signore imponeva alla loro fede e al loro amore. In effetti, la popolazione pagana, spinta e diretta da capi assetati del sangue degli innocenti, strappò dai loro rifugi i principali tra i cristiani, massacrò gli uni, trascinò gli altri nelle prigioni, da dove uscirono solo per perire con più splendore e divertire, con le loro sofferenze, gli ozii barbari del popolo idolatra.

I magistrati pagani, non avendo più bisogno di vittime umane per divertire il popolo, posero fine al massacro dei cristiani di Lione. Credevano di aver annientato il cristianesimo, o almeno di aver diffuso tra il resto dei fedeli un tale spavento che ormai non avrebbero più osato praticare esteriormente la loro religione.

In effetti, le colonne della cristianità di Lione erano spezzate: i pastori erano stati colpiti e le loro greggi disperse o sgozzate con loro. I fedeli che sopravvivevano loro, errando qua e là, si sottraevano come potevano agli sguardi dei lupi rapaci. Il Signore li proteggeva; così come aveva permesso che la religione fosse cementata nel mondo dal sangue dei martiri, allo stesso modo aveva voluto che dei martiri fossero a Lione le fondamenta di una Chiesa che doveva nel seguito dei secoli dare tanta gloria al suo nome.

I pagani avevano creduto di annegare questa Chiesa nascente nel sangue dei suoi figli; ma Ireneo restava ancora: era lui che il Signore aveva incaricato di coltivare un suolo fecondato dal sangue dei martiri. Questo grande uomo comprese tutta l'importanza e le difficoltà della sua missione; ma nulla spaventava il suo cuore magnanimo. Il suo coraggio, sempre superiore agli ostacoli, cresceva con essi; tuttavia, prima di mettere mano all'opera, credette di dover religiosamente obbedire alle ultime volontà dei martiri che lo avevano incaricato di andare a Roma, per deporre ai piedi del sovrano Pontefice le pene che avevano causato ai suoi più fedeli figli i flagelli delle nuove eresie, e i voti che avevano formato per la pace della Chiesa e l'unione di tutti i suoi membri.

Quando i Martiri affidarono questa missione a Ireneo, le circostanze sembravano doverli costringere a trattenerlo presso di loro; «ma la carità di Gesù Cristo li pressava». D'altronde, la persecuzione aveva appena immolato il loro padre, e la Chiesa di Lione era senza pastore; era urgente dargliene uno, e nessuno poteva occupare più degnamente di Ireneo la cattedra di san Potino. Lo avevano dunque deputato a Roma con una lettera particolare di raccomandazione, nella quale facevano al santo papa Eleuterio il più bell'elogio delle virtù e delle qualità di colui che avevano scelto come primo pastore. «Abbiamo incaricato», dicevano, «Ireneo, nostro fratello e nostro collega, di portarvi queste lettere. È un zelatore ardente del Testamento di Gesù Cristo che raccomandiamo alla vostra paternità. È anche elevato alla dignità sacerdotale, e faremmo ancora valere questo titolo, se il rango desse il merito». Non ci resta più di questa lettera che un frammento conservato da Eusebio; il resto conteneva senza dubbio la preghiera che i santi Martiri facevano al vicario di Gesù Cristo di onorare tante virtù con la sua approvazione, e di confermare la loro scelta conferendo a sant'Ireneo l'unzione e la dignità episcopale.

Una preghiera che dei martiri facevano a un santo Papa, in favore di un santo sacerdote, non poteva essere respinta. Eleuterio fu felice di dover preporre alla guardia di una parte del gregge affidato alle sue cure, un pastore così zelante, così vigilante e così abile. Ireneo, la cui modestia eguagliava il merito, dovette solo lamentarsi di un rango che stava per darlo in spettacolo a tutta la Chiesa; ma era un onore che gli imponeva spaventosi sacrifici, e, per subirli, si rassegnò alla dignità episcopale.

L'occupazione del nostro Santo, non appena si vide sulla cattedra episcopale, fu di raccogliere, per così dire, i tristi resti di questo naufragio, di radunare le sue greggi disperse e di fortificare coloro che la rabbia dei tiranni aveva spaventato, al fine di far rifiorire la fede e la pietà con ancora più splendore di prima. Non risparmiò nulla per giungere al termine di una così santa impresa: le sue parole, i suoi esempi, i suoi consigli, la sua scienza, furono i mezzi di cui si servì per farla riuscire. In effetti, fece tanto con le sue preghiere, con le sue predicazioni, con le sue esortazioni, con i suoi rimproveri e con le sue reprimende, impiegando dapprima la dolcezza e la persuasione, come parla l'Apostolo, che incoraggiò i timidi, ricondusse i traviati, fortificò i deboli, e infine rese i fedeli della Chiesa di Lione dei modelli di virtù; di modo che possiamo dire che la loro candore, la loro moderazione nelle parole, la loro dolcezza, la severità e l'innocenza della loro vita, la loro carità per i loro nemici e i loro più grandi persecutori, la loro pazienza nelle ingiurie, la loro fedeltà nel commercio, il loro allontanamento da ogni ambizione, la loro povertà, la loro castità, la loro temperanza, e, in una parola, la santità visibile, costante e uniforme della loro vita, non contribuirono poco a confondere gli avversari della religione cristiana e a stabilire la dottrina di Gesù Cristo.

Missione 06 / 09

Espansione missionaria in Gallia

Forma e invia missionari, in particolare a Valence e nel paese dei Sequani, per evangelizzare le popolazioni pagane.

Gli stessi segni premonitori che avevano preceduto la prima tempesta, ne presagirono presto una seconda. I cristiani di Lione furono nuovamente sottoposti a una sorveglianza molesta, esposti alle calunnie, alle delazioni dei loro nemici e infine braccati nei loro pacifici ritiri. Il fuoco dell'ultima persecuzione, che non si era mai spento del tutto, si riaccese di nuovo e le violenze ricominciarono. Ireneo lo aveva previsto; sapeva che la sua opera non era quella dell'uomo e che Dio voleva ancora delle vittime che fossero come il pegno della grandezza futura della sua Chiesa.

Il sangue dei Martiri scorse di nuovo a fiumi; ma Dio, che ride dei progetti e degli sforzi dei principi e dei popoli congiurati contro di lui e contro il suo Cristo, fece cessare la tempesta, che aveva permesso solo per la sua gloria e quella della sua Chiesa. D'altronde, destinava Ireneo a lavori che esigevano calma e pace: doveva opporlo a schiere di avversari che non si vincevano morendo. La persecuzione finì dunque con il regno e la vita di Marco Aurelio. Questo principe, colpevole di tutti gli eccessi che i suoi ufficiali esercitarono contro i cristiani, sebbene non li avesse comandati tutti, si era visto di nuovo costretto a prendere le armi contro gli indomabili Marcomanni: era già giunto nel loro paese quando, sentendosi colpito da una grave malattia, si rifiutò di mangiare e si lasciò morire di fame. Marco Aurelio ha lasciato dietro di sé la reputazione di uno stoico vanitoso fino al ridicolo e alla bassezza, egoista fino alla crudeltà, austero e fatalista nelle sue massime, incoerente nella sua condotta. Cattivo sposo, padre negligente, monarca bizzarro, regnava solo per se stesso e tutta la sua ambizione era di ottenere la stima o le lusinghe del filosofismo.

Essendo Commodo succeduto a Marco Aurelio, deceduto il 17 marzo dell'anno 181, la Chiesa cominciò a godere delle dolcezze della pace. Questo principe, che Roma guardò come un secondo Nerone, non aveva, è vero, né pietà per i suoi dei, né rispetto per le leggi della natura più inviolabili, né fedeltà per i suoi amici, né riguardo per l'innocenza e il merito degli uomini; risparmiò tuttavia il sangue dei cristiani, volendo Dio servirsi della sua tirannia per castigare coloro che, sotto il regno di suo padre, li avevano così crudelmente trattati.

Ireneo comprese i doveri e i vantaggi che questa calma dava al suo zelo; per metterne a profitto, non risparmiò né veglie né sacrifici: la sua vita fu una dedizione di tutti i giorni: nessun riposo gli sembrava legittimo. Pieno di ammirazione per l'illustre Policarpo, suo maestro, aveva il ricordo o piuttosto il cuore colmo delle sue virtù, e ne riproduceva nella sua condotta gli ammirevoli esempi. Quando il carattere episcopale gli ebbe dato con il suo venerato maestro una somiglianza in più, si sforzò anche di imitare, nell'amministrazione della sua Chiesa, un modello formato egli stesso alla scuola del discepolo che aveva riposato sul cuore di Gesù Cristo. Così si nota,

Nel carattere e nella condotta di sant'Ireneo, le grandi qualità che avevano spiegato l'apostolo san Giovanni e san Policarpo suo discepolo; tutte quelle delle sue azioni di cui la storia ci ha conservato il ricordo, rivelano una dolcezza inalterabile, una carità ardente per Dio e per il prossimo, lo stesso amore della pace, una fermezza incrollabile, un coraggio eroico. Sapeva che la sua nuova dignità lo metteva in qualche modo a disposizione di tutti e dava a ciascuno dei diritti al suo zelo; si incatenava dunque al bene e ai bisogni di tutti. Il cielo sparse benedizioni abbondanti su lavori intrapresi per la sua gloria e perseguiti con tanta dedizione. Ireneo vedeva ogni giorno venire a schierarsi attorno a lui, all'ombra della croce, un gran numero di infedeli che, non potendo resistere all'ascendente delle sue virtù né alla forza delle sue istruzioni, disertavano gli altari dei falsi dei e ingrossavano le file dei cristiani. Le conversioni furono così numerose che quando, un po' più tardi, l'imperatore Severo volle distruggere a Lione la religione cristiana, fu costretto a far perire quasi tutta la popolazione di questa grande città.

Lo zelo di Ireneo non si limitava affatto alla sua Chiesa. Il paganesimo regnava ancora nell'impero e lo gnosticismo tentava ovunque di strappare al Vangelo le sue nuove conquiste. Tuttavia la Provvidenza e l'amore del suo popolo tenevano il nostro Santo fissato a questo posto, e non poteva abbandonarlo per volare ovunque ci fossero nemici da combattere. Si sforzò dunque di moltiplicarsi nei suoi discepoli e suscitò al paganesimo e all'eresia degli avversari formidabili, che andavano in suo nome ad attaccarli e a combatterli su tutti i punti.

Ecco perché, senza cessare di dedicarsi al suo popolo, Ireneo diede un'attenzione particolare al clero della sua Chiesa, a imitazione del grande vescovo di Smirne, il cui clero era sempre stato un seminario di apostoli. L'esempio delle sue virtù, lo splendore delle sue luci, le lezioni della sua esperienza, formarono al santuario dei ministri degni delle loro alte funzioni e conformi all'idea che si era fatto della santità del loro stato.

Sotto l'ispirazione dell'illustre dottore, Lione divenne in Occidente ciò che era stata Smirne in Oriente, il focolare della tradizione, il ginnasio dove l'ortodossia si fortificò attraverso la discussione delle dottrine, attraverso la lotta contro l'eresia. Vi si venne da tutti i punti del mondo cristiano e vi si formarono dei dottori celebri a loro volta, che, appoggiandosi sugli insegnamenti di Ireneo, circondarono questo nome del vivo e pio ricordo di cui Ireneo stesso aveva circondato il nome dei suoi maestri.

La c ittà di Valence Luogo dei primi studi di Ismidone. Valence, situata sulle rive del Rodano, al di sotto di Lione, fissò per prima l'attenzione di Ireneo; il commercio vi aveva attirato diverse famiglie di negozianti asiatici. La voce dei primi predicatori del Vangelo vi aveva risuonato solo debolmente fino ad allora, così come nelle altre parti delle Gallie. Il paganesimo vi regnava senza rivali e lo gnosticismo accorso dall'Oriente, lungi dal dargli inquietudine, gli aiutava al contrario a distruggere in questo paese le tracce che avrebbe potuto lasciare il passaggio della religione. Ma il loro impero non poteva né stabilirsi, né sussistere accanto, per così dire, a Ireneo. Questo santo vescovo suscitò loro tre avversari che dovevano distruggere la loro opera. Inviati a Valence da Ireneo, i santi Felice, sacerdote, Fortunato e Achilleo, diaconi, vennero dunque a elevare in questa città l'altare di Gesù Cristo contro gli altari dei falsi dei.

La predicazione di questi tre discepoli di Ireneo, unita alla santità della loro vita e sostenuta dall'autorità dei miracoli, guadagnarono in poco tempo un gran numero di anime a Gesù Cristo.

I santi Ferreolo e Ferruccio, amici intimi dei tre primi apostoli di Valence e, come loro, formati alla scuola del grande Ireneo, ottenevano gli stessi successi con gli stessi mezzi, nel paese dei Sequani che il loro santo maestro aveva assegnato al loro zelo. Gli uni e gli altri ricevettero, alcuni anni dopo, sotto Caracalla, una ricompensa degna dei loro lavori, la palma del martirio.

Era poco per Ireneo stabilire nelle Gallie la religione di Gesù Cristo. Formò ancora altri discepoli che, con il titolo di vescovi delle nazioni, andassero a predicare e difendere il Vangelo in tutte le parti dell'universo. Questi uomini ammirevoli, dice Eusebio di Cesarea, imitando lo zelo dei loro maestri, elevavano l'edificio della religione là dove gli Apostoli ne avevano gettato le fondamenta: lavoravano con un'applicazione instancabile alla predicazione della fede, spargevano per tutta la terra il seme della divina parola, facevano conoscere Gesù Cristo a coloro che ignoravano ancora il suo nome e spiegavano loro la sua legge santa. Quando questi uomini apostolici avevano stabilito solidamente la religione in un paese infedele, affidavano a pastori stabili la cura delle anime che avevano acquisito a Gesù Cristo; poi proseguivano in altri paesi il corso delle loro conquiste spirituali. Dio li accompagnava ovunque, la sua grazia li fortificava e lo Spirito Santo operava, per mezzo dei suoi servitori e in favore del loro ministero, dei prodigi tanto eclatanti quanto numerosi; così non era raro vedere popoli interi scuotersi alla loro voce ed entrare in folla nella Chiesa di Gesù Cristo.

Teologia 07 / 09

Mediatore di pace nella disputa pasquale

Interviene presso papa Vittore I per placare il conflitto sulla data della Pasqua, promuovendo la carità e il rispetto delle tradizioni locali.

Mentre san Ireneo formava alla religione degli Apostoli e dei Dottori, si sforzava di ricondurre alla Chiesa i ministri infedeli che l'avevano abbandonata per lo scisma e l'eresia. Poiché non aveva avuto abbastanza tempo a Roma per combattere gli errori di Valentino e degli altri eretici, il cui partito cresceva di giorno in giorno, prese la penna per confutarli: cosa che fece con tanta solidità quanta erudizione e buona fede. Li convinse principalmente attraverso le tradizioni apostoliche custodite inviolabilmente dalla Chiesa romana, da san Pietro fino al Papa sotto il quale scriveva.

Il nostro Santo non mostrò meno zelo per l'instaurazione della pace e della concordia della Chiesa di quanto ne avesse mostrato nei suoi scritti e nelle sue discussioni per la purezza della fede. Essendosi risvegliata la disputa riguardante la celebrazione della Pasqua in quasi tutte le Chiese, il papa san Vittore I fece riunire un sinodo a Roma, d saint Victor Ier Papa di origine africana che ha regnato alla fine del II secolo. ove fu ordinato che questa festa si tenesse la domenica successiva al quattordicesimo giorno della luna di marzo, conformemente alla tradizione apostolica. Policrate, vescovo di Efeso, fece deliberare, al contrario, in un'assemblea dei vescovi d'Asia, che, seguendo la loro antica consuetudine, l'avrebbero celebrata il quattordicesimo giorno della luna, così come era stata celebrata da Gesù Cristo stesso e come lo era nell'antica legge, su cui scrisse un'Epistola sinodale al Papa. Questo decreto degli asiatici fu accolto molto male da san Vittore; lo dichiarò contrario alla tradizione apostolica e alla consuetudine generale della Chiesa, fece loro una risposta molto dura e minacciò di scomunicarli. Il nostro Santo prevedeva che questo rigore avrebbe avuto conseguenze spiacevoli; avendo fatto riunire un Sinodo di vescovi dove il decreto di san Vittore fu ricevuto, gli scrisse una lettera a nome di tutti, nella quale gli fece notare che doveva moderare il suo zelo e usare dolcezza piuttosto che rigore; che non era giusto tagliare fuori un così gran numero di Chiese dalla Chiesa universale per un'osservanza che i loro padri avevano mantenuto; che era molto più opportuno conservare l'unione con i propri fratelli, sull'esempio dei suoi predecessori, Aniceto, Pio, Igino, Telesforo e Sisto, che non mancavano di inviare l'Eucaristia (segno a quel tempo dell'unione ecclesiastica) a coloro che non celebravano la Pasqua nello stesso giorno della Chiesa romana. Aggiunse altre cose piuttosto pressanti e un po' forti per obbligarlo ad avere più indulgenza verso i vescovi d'Asia. Scrisse anche molte altre lettere a Chiese e a vescovi, per esortarli a rimanere sottomessi alla Santa Sede e a conformarsi al decreto di san Vittore. È così che procurò una grande tranquillità alla Chiesa, proprio quando era minacciata da una furiosa tempesta, che sarebbe stata capace di farle perdere un'infinità di fedeli.

Tutti i vescovi applaudirono a un esito così felice e benedissero Ireneo che, grande secondo il nome, era apparso tra i suoi fratelli come un angelo di pace, e ristabilito tra loro quei rapporti di carità così raccomandati dal divino Maestro.

Martirio 08 / 09

La suprema testimonianza del sangue

Sotto l'imperatore Settimio Severo nel 202, Ireneo subisce il martirio a Lione insieme a gran parte della popolazione cristiana della città.

Da parte sua, questo venerabile vegliardo rese grazie a Dio per un successo così ardentemente desiderato; aveva vissuto abbastanza, poiché vedeva con i propri occhi la pace regnare di nuovo tra i figli di Dio; poteva terminare nella gioia una vita che aveva consacrato interamente alla gloria di Gesù Cristo e alla salvezza dei suoi fratelli; aveva combattuto le battaglie del Signore; era giunto trionfante alla fine della sua carriera, non gli restava dunque che ricevere la corona che gli preparava il Dio di ogni giustizia. Ma il martirio solo poteva degnamente coronare tante fatiche e virtù; e il Signore, che aveva destinato il suo servo a vendicare la verità, a glorificare il suo nome tra gli uomini, esigeva ancora da lui quest'ultima testimonianza d'amore, la più bella che un cristiano possa dare al suo Dio, affinché la sua provvidenza riunisse su di lui le ricompense che prepara ai confessori, alle vergini, ai pontefici, ai dottori e ai martiri.

Mentre sant'Ireneo edificava la sua Chiesa con lo splendore delle sue virtù e con la purezza della sua dottrina, Septime Sévère Imperatore romano sotto il cui regno Clemente fu ordinato sacerdote e perseguitato. Settimio Severo, dopo aver lasciato per qualche tempo i fedeli in pace, e averli persino difesi in diverse occasioni contro il furore popolare, in riconoscimento del fatto di aver ricevuto la salute da un cristiano di nome Proculo, che tenne presso la sua persona fino alla morte, cessò presto di testimoniare loro la stessa benevolenza. Allora vi fu ovunque un'esplosione spaventosa di minacce: grida di morte si levarono di nuovo da tutte le parti dell'impero e votarono i cristiani ai leoni.

Ma in nessun luogo l'idolatria si scatenò contro i cristiani con più furore che nella città di Lione. La vendetta che Severo aveva fatto pesare su di essa qualche tempo prima, aveva rivelato la loro innocenza: i pagani non l'avevano affatto dimenticato. Appena usciti dallo stupore in cui li aveva gettati l'ira del vincitore, misurando tutta la grandezza dei disastri di cui la vista sembrava accusarli ancora, attinsero persino dalle loro sventure una rabbia nuova contro i cristiani innocenti che piangevano, sulle rovine, il crimine dei loro concittadini e le calamità comuni.

Sant'Ireneo osservava queste disposizioni degli animi; previde che l'inferno preparava alla sua Chiesa una guerra spaventosa; così non attese che scoppiasse per prepararvi il suo popolo. Quanto a lui, vide con gioia avvicinarsi il giorno felice che doveva illuminare il suo martirio. Il suo amore ardente per Gesù Cristo non voleva un sacrificio minore, e scongiurava il suo Dio di concedergli quest'ultimo favore. Discepolo di martire, successore di martire, compagno di martiri, aveva nutrito nel suo cuore il desiderio e la speranza di sacrificare la sua vita alla gloria di Gesù Cristo, e la sua anima dovette infiammarsi di un nuovo ardore all'avvicinarsi del giorno in cui Dio stava finalmente per coronare i suoi voti. Gli fu facile ispirare gli stessi sentimenti a dei cristiani che aveva formato. Senza dubbio, il martirio era allora l'argomento ordinario dei suoi colloqui e delle sue lezioni: ne spiegava l'eccellenza ai suoi discepoli e mostrava loro che era uno dei più bei privilegi della Chiesa di cui erano membri; prometteva loro il soccorso e la forza dello Spirito Santo, rianimava il loro coraggio sollevando le loro speranze, e faceva brillare ai loro occhi la corona di gloria che Gesù Cristo prepara a coloro che lo avranno amato fino a morire per lui. «La Chiesa sola», diceva il grande Ireneo, «ha il privilegio di formare i martiri e di popolarne i cieli: è un favore che Dio accorda all'amore che essa gli porta. Lungi dal partecipare alla sua gloria, le sette fredde e sterili non comprendono la nobiltà del martirio, disprezzano coloro che lo soffrono per il Verbo di Dio, e bestemmiano lo Spirito Santo che ne dà loro il coraggio. Poiché i martiri, forti della forza stessa dello Spirito Santo, sono al di sopra della debolezza umana, e le sofferenze sembrano loro leggere; sfidano la morte e dei tormenti che spaventerebbero la natura, se lo Spirito di Dio non fosse con loro.

«Gesù Cristo per primo ha dato la sua vita per noi; ha dunque diritto che, per amore di lui, partecipiamo al suo sacrificio. È per questo che aveva già detto ai suoi discepoli: Comparirete, a causa del mio nome, davanti ai principi e ai magistrati: vi perseguiteranno di città in città; vi consegneranno ai tormenti e alla morte. Ma non temete coloro che, potendo lacerare il corpo, non hanno alcun potere sull'anima; temete piuttosto colui che può condannare alle fiamme eterne sia l'anima che il corpo. Sì», aggiunge sant'Ireneo, «temete colui che corona i martiri e castiga gli infedeli. Gli eretici osano tuttavia disprezzare i martiri, consegnare al ridicolo coloro che danno la loro vita per il nome di Gesù Cristo. Ma un giorno il sovrano Giudice vendicherà l'onore dei santi e confonderà i loro denigratori. Per noi, imitiamo quaggiù colui che sulla croce ha chiesto grazia per i suoi carnefici, che ci ha raccomandato di amare i nostri nemici; abbandoniamoci alla sua giustizia e alla sua bontà».

È così che, srotolando davanti agli occhi dei suoi discepoli il quadro delle persecuzioni sopportate dalla Chiesa in tutti i tempi, come in tutti i paesi, sant'Ireneo, per eccitare la loro fede e il loro coraggio, ricordava loro la lotta sublime che i cristiani di ogni rango, di ogni sesso e di ogni età, con gli occhi fissi sul Calvario, il cuore fortificato dallo Spirito Santo, avevano sostenuto contro le potenze dell'inferno. D'altronde i cristiani di Lione erano i figli dei martiri: ogni giorno calpestavano il teatro glorioso dove i loro padri avevano combattuto per Gesù Cristo e trionfato sui supplizi: i luoghi testimoni del coraggio e della vittoria di questi generosi atleti, sembravano esortarli a non degenerare dai loro avi. I nomi venerati di Potino, di Sanctus, di Blandina, di Epipodio, di Alessandro, e di tanti altri martiri, vivevano ancora nella loro memoria. Esempi così belli, seminati, per così dire, nei loro cuori, vi portavano quei frutti di salvezza che stava per cogliere presto il padre di famiglia; e la speranza della felicità, di cui il martirio aveva assicurato il possesso ai loro padri, infiammava ancora il loro coraggio e i loro desideri. Era verso questo termine glorioso che Ireneo elevava i loro pensieri. I disastri e le esecuzioni sanguinose che, poco tempo prima, avevano desolato la città di Lione, attestavano ancora la vanità delle cose di questo mondo, confermavano le sue lezioni e portavano i cristiani a soffrire per Gesù Cristo dei mali che tanti disgraziati subivano forzatamente per un uomo.

Ma nulla secondava meglio le lezioni di Ireneo dell'esempio delle sue virtù: così ebbe la consolazione di vedere crescere attorno alla sua vecchiaia un popolo di eroi cristiani, la cui ambizione era di vivere e morire con lui.

Fu in queste disposizioni che la persecuzione trovò la cristianità lionese. Una sommossa popolare aveva dato a Roma il primo segnale di questa persecuzione, che, per diversi anni, inondò l'impero del sangue dei cristiani. Da Roma passò ad Alessandria che si trasformò in un vasto teatro di carneficina, dove brillò il coraggio magnanimo dei cristiani; poi in Occidente, dove Ireneo, come un sole che aveva maestosamente compiuto la sua carriera, stava per spegnersi in flutti di sangue.

Questo grande Santo aveva passato ottant'anni al servizio del Signore. Da un quarto di secolo occupava la sede di san Potino; aveva confuso l'eresia, pacificato la Chiesa intera, allontanato dal suo seno i mali e gli scandali di uno scisma; le sue luci avevano illuminato tutta la cristianità, le sue virtù l'avevano edificata; tutte le sue grandi qualità avevano onorato la religione e glorificato il nome di Gesù Cristo tra i Gentili: non restava più a Ireneo che dare al Salvatore la più eclatante di tutte le testimonianze, quella del suo sangue, e non mancava più ai suoi meriti che la palma del martirio.

I decreti imperiali giunsero a Lione alla fine dell'anno 202, e coincisero precisamente con le feste decennali che dovevano celebrarsi in occasione del decimo anno del regno di Severo. Era per i pagani di questa città un'occasione favorevole per far dimenticare la loro rivolta passata ed esercitare la loro vendetta contro i cristiani: sotto pretesto di testimoniare il loro amore per il loro sovrano, si affrettarono a gara ad eseguire i suoi ordini, celebrarono feste in suo onore, con un apparato straordinario, e moltiplicarono i sacrifici per la prosperità del suo regno. Non prendendo mai parte i cristiani a feste sacrileghe che si celebravano nella dissolutezza, i loro nemici si avvalsero di questa circostanza per accusarli di ribellione contro il principe, o di disprezzo per la sua persona e per gli dei, e per attirare così sulle loro teste l'ira di Severo. I cristiani sapevano bene a quali pericoli li esponeva il rifiuto di partecipare a queste abominazioni; ma non temevano che Dio: perseverarono dunque nella pratica dei loro doveri, e abbandonandosi alla volontà del Signore, conservarono la calma e la pazienza che avevano mostrato in tempi meno minacciosi, o piuttosto chiesero a Gesù Cristo il favore di unire il sacrificio della loro vita al sacrificio della croce. I loro voti furono presto soddisfatti. Circondato dalla venerazione dei fedeli, Ireneo, come abbiamo detto, li preparava al martirio, rianimava la loro fede, elevava i loro pensieri verso il cielo che stava per aprirsi davanti a loro, e insegnava loro a disprezzare una terra dove i discepoli del Vangelo sono obbligati a vivere confusi con i partigiani dell'inferno. Distribuiva loro spesso il pane dei forti, conferiva il battesimo ai bambini e ai catecumeni, affinché non avessero sete di questa vita prima di essere stati rigenerati da questo sacramento. Ispirava a tutti la forza e il coraggio che richiedevano le prossime prove.

Tuttavia i pagani, liberi di fare ai cristiani tutto il male che volevano, esercitarono il loro potere con un furore di cui l'uomo appare appena capace. Senza dubbio, i sacerdoti dei falsi dei lo fecero cadere dapprima su Ireneo, il cui zelo spopolava i loro templi e sosteneva la costanza dei cristiani; questo venerabile vegliardo rese grazie al suo Dio per il fatto che metteva il colmo ai suoi favori con quello del martirio.

Gli occhi levati verso il cielo, la fronte calma e maestosa, ricevette benedicendo il colpo della morte, e la sua anima trionfante andò a ricevere finalmente nei cieli la corona che gli avevano meritato tante battaglie sulla terra. I suoi figli spirituali, istruiti dalle sue lezioni, animati dal suo esempio, condivisero la sua felicità e la sua gloria. Dei vili assassini, ubriachi del loro sangue, ne inondarono la città; armati di pugnali, di pietre o di armi taglienti, li immolavano ovunque li incontrasse il loro cieco furore. Essa fu saziata solo quando non trovò più vittime e che migliaia di cristiani furono caduti sotto i suoi colpi.

Il martirio di sant'Ireneo avvenne l'anno 202, secondo l'opinione più comune; alcuni autori lo pongono nel 208. I Greci onorano sant'Ireneo il 23 agosto, e i Latini il 28 giugno.

Si fa menzione di questo santo Dottore in Tertulliano, Eusebio, sant'Epifanio, san Girolamo, san Gregorio di Tours, Ecumenio, Adone di Vienne e in tutti i martirologi.

Si trova sant'Ireneo rappresentato con una fiaccola in mano, sia come dottore, sia nella sua qualità di apostolo di Lione: il Vangelo è infatti una luce che dissipa la notte dell'errore.

Eredità 09 / 09

Eredità teologica e culto delle reliquie

Autore del trattato 'Adversus Haereses', le sue reliquie subirono le profanazioni ugonotte nel 1562 prima di essere parzialmente salvate.

[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI DI SANT'IRENEO.]

Il corpo di sant'Ireneo fu portato via nel favore delle tenebre dal santo sacerdote Zaccaria e deposto nelle catacombe di Lione, insieme a quelli degli altri martiri della persecuzione. Più tardi, all'estremità della città, fu eretta una basilica sulla cripta dove sant'Ireneo aveva riunito tante volte i suoi figli, e dove le sue spoglie mortali erano state in seguito religiosamente deposte.

I fedeli hanno conservato questo ricco tesoro con molta venerazione fino all'anno 1562: gli Ugonotti, che esercitarono allora mille impetuosità contro le sante reliquie, avendo saccheggiato l'urna del nostro Santo, gettarono una gran parte delle sue ossa nel Rodano e un'altra parte nel fango; quanto al cranio del suo venerato capo, lo fecero rotolare qua e là per le strade, e lo lasciarono imbrattato in una fogna; ma ne fu tratto quasi nello stesso tempo dalla pietà di un chirurgo, che lo custodì nella sua casa finché, placati i torbidi delle guerre civili, l'arcivescovo con il suo clero, accompagnato dai magistrati della città, lo trasportarono solennemente in una processione generale, come una preziosa reliquia, dal luogo in cui si trovava a una chiesa dedicata sotto il nome di Sant'Ireneo.

Quanto alla basilica, essa fu rovesciata in parte dai settari, poi rialzata e di nuovo distrutta, durante il memorabile e crudele assedio di Lione. L'attuale basilica di Sant'Ireneo è quasi interamente nuova: non ha di antico che le sostruzioni dell'abside e la sua chiesa sotterranea; essa tocca il magnifico palazzo che forma il rifugio Saint-Michel, che possiede un'affascinante chiesa. Vicino ad essa si trova anche una fontana la cui ornamentazione e il cui carattere fanno onore al gusto dell'architetto.

L'opera principale di sant'Ireneo, in cinque libri, è conosciuta sotto questo titolo: *Adversus hærese Adversus hæreses Opera maggiore di Ireneo che confuta lo gnosticismo. s*, contro le eresie.

Nel suo primo libro, sant'Ireneo espone i sogni di Valentino sulla genealogia di trenta Eoni. Questi esseri immaginari erano specie di divinità inferiori che si facevano produrre dal Dio eterno, invisibile, incomprensibile, chiamato *Bathos* o *Profondità*, al quale si dava per moglie *Ennoia* o il *Pensiero*, altrimenti chiamato *Sigé* o il *Silenzio*. Questo sistema assurdo fu formato sulla teogonia di Esiodo e su alcune idee di Platone, nelle quali Valentino mescolò certe verità che aveva preso in prestito dal vangelo secondo san Giovanni. Sant'Ireneo lo confuta con l'autorità della Scrittura, con quella del simbolo di cui riporta quasi tutti gli articoli, e con l'unanimità delle diverse chiese nella stessa fede, unanimità alla quale egli oppone la difficoltà che hanno gli eretici di accordarsi tra loro. Dopo aver parlato di molte delle loro variazioni, descrive con ampiezza le superstizioni e le imposture di Marco, capo dei Marcosiani; poi espone gli errori degli altri eretici che apparvero alla nascita del cristianesimo.

Egli mostra nel suo secondo libro che Dio ha creato l'universo, e confuta il sistema degli Eoni. Egli assicura, I. II. c. LVII, ed. Ben. Oton. 32, che i cristiani operavano miracoli nel nome del Figlio di Dio, e mette questo dono nel numero dei segni caratteristici della vera Chiesa.

Nel suo terzo libro, sant'Ireneo si lamenta del fatto che gli eretici, essendo pressati dalla Scrittura, ne studiavano l'autorità, pretendendo che la tradizione fosse per loro, e del fatto che, quando li si attaccava con la tradizione, essi l'abbandonavano e facevano appello alla sola Scrittura, mentre la Scrittura e la tradizione fornivano armi invincibili contro i loro errori. Egli fa osservare che gli Apostoli hanno trasmesso la verità e tutti i misteri della fede ai pastori che sono succeduti loro, e che è a loro conseguentemente che dobbiamo rivolgerci per averne la conoscenza.

Il santo dottore, nel suo quarto libro, prova l'unità di Dio, e mostra, c. XVII, XVIII, che Gesù Cristo, abolendo gli antichi sacrifici, vi ha sostituito quello del suo Corpo e del suo Sangue, che deve essere offerto in tutto il mondo, secondo la predizione di Malachia. Egli dà la moltitudine dei martiri come un segno della vera Chiesa, e sostiene che gli eretici non possono vantarsi dello stesso vantaggio, sebbene alcuni di loro siano stati mescolati nella folla dei nostri martiri, c. XXXIII.

Egli parla, nel suo quinto libro, della nostra redenzione per mezzo di Gesù Cristo, e vi riporta le prove della risurrezione dei corpi; ritorna, c. VI, ai doni profetici e ai miracoli che, ai suoi tempi, sussistevano nella Chiesa. Segue una ricapitolazione delle eresie confutate nell'opera. «La loro novità», dice sant'Ireneo, «basterebbe da sola a confonderle». Aggiunge alcune osservazioni sulla venuta dell'Anticristo. Conclude, da un passaggio dell'Apocalisse, che interpretava male secondo Papia, suo maestro, che prima del giudizio universale, Gesù Cristo avrebbe regnato mille anni sulla terra con i suoi eletti nel godimento dei piaceri spirituali. (Cerinto e altri eretici pretendevano che questi piaceri sarebbero stati carnali.) Consultando la tradizione, come il santo dottore ordina lui stesso, si condurrà presto l'opinione dei Millenaristi. Essa è stata rinnovata in Germania da diversi Luterani, e da alcuni protestanti d'Inghilterra, in particolare dal dottor Wells, nelle sue note sull'Apocalisse.

Oltre ai cinque libri contro le eresie, sant'Ireneo ne compose molti altri di cui non ci restano che i titoli o piccolissimi frammenti. Essi sono: 1° Un trattato della Monarchia, contro Florino; 2° un trattato dell'Ogdoade, o numero di otto, contro lo stesso; 3° un trattato dello Scisma, contro Blasto; 4° una Lettera al papa Vittore riguardante la Pasqua; 5° un libro della Scienza; 6° una Raccolta di diverse dispute; 7° dei Discorsi sulla fede; 8° la Lettera delle Chiese di Lione e di Vienne.

Le opere di sant'Ireneo sono state pubblicate da Erasmo e da Feu-Ardent. Grabe le fece ristampare a Oxford nel 1702; ma vi ha spesso alterato il testo del suo autore; vi ha aggiunto anche delle note che le sfigurano per la loro eterodossia, e che, per la maggior parte, hanno per oggetto di stabilire le idee particolari dell'editore, rispetto alla nuova religione che aveva abbracciato. La migliore di tutte le edizioni che abbiamo delle opere del santo dottore è quella che Dom Massuet, benedettino della congregazione di San Mauro, diede a Parigi nel 1710, in-folio. Pfaff, luterano, pubblicò, nel 1715, quattro nuovi frammenti di sant'Ireneo, secondo un manoscritto della biblioteca di Torino. Il secondo di questi frammenti presenta in abbreviato la dottrina della Chiesa sulla presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia. Nel 1734, l'edizione di Dom Massuet fu ristampata a Vienna con i frammenti di Pfaff. Quest'opera è stata tradotta dal signor de Gencode.

Il R. P. Feu-Ardent, dell'Ordine dei Minori, dottore della Facoltà di Parigi, ci ha dato la sua vita all'inizio delle dotti Osservazioni che ha fatto sulle sue opere; è da lì e dagli Annali del cardinale Baronio, così come dalla Storia di sant'Ireneo, dell'abate Prat, che abbiamo tratto la parte migliore di questo racconto.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita intorno all'anno 120 in Asia Minore
  2. Discepolo di san Policarpo a Smirne
  3. Missione in Gallia e ordinazione sacerdotale a Lione
  4. Legazione a Roma presso papa Eleuterio
  5. Elezione a vescovo di Lione dopo il martirio di san Potino
  6. Redazione del trattato Adversus Haereses contro lo gnosticismo
  7. Mediazione nella controversia pasquale presso papa Vittore I
  8. Martirio sotto Settimio Severo

Miracoli

  1. Dono delle lingue
  2. Guarigioni e resurrezioni menzionate nei suoi racconti sulla Chiesa del suo tempo

Citazioni

  • Solo la Chiesa ha il privilegio di formare i martiri e di popolarne i cieli. Testo fonte (discorso attribuito)

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo