Anacoreta egiziano del V secolo, Sisoes visse settantadue anni nel deserto, in particolare sul monte di sant'Antonio di cui fu rigoroso imitatore. Rinomato per la sua profonda umiltà, la sua dolcezza verso i peccatori e le sue estasi mistiche, si spense verso il 429 circondato da visioni celesti.
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SAN SISOES O SISOY,
ANACORETA NEL DESERTO DI SCETE, IN EGITTO
Origini e vita nel deserto
Originario dell'Egitto, Sisoe si ritira nel deserto di Scete sotto la guida dell'abate Or prima di stabilirsi sul monte dove morì sant'Antonio per imitarne le virtù.
San Sisoe fu Saint Sisoès Anacoreta egiziano del V secolo, figura di spicco del monachesimo dopo sant'Antonio. una delle più splendenti luci dei deserti d'Egitto, dopo la morte di sant'An tonio. Era eg saint Antoine Patrono degli eremiti, primo dedicatario della cappella. iziano di nascita. Avendo lasciato il mondo fin dalla giovinezza, si ritirò nel deserto di Sce te, nel Basso E désert de Scété Luogo principale della vita monastica di Arsenio in Egitto. gitto, a ovest del Delta, vicino ai monti di Nitria, e visse per qualche tempo sotto la guida dell'abate Or. Il desiderio di trovare un luogo ancora più solitario lo spinse ad attraversare il Nilo, e andò a nascondersi su un monte dove sant'Antonio era morto da poco. La memoria ancora viva delle virtù di quel grande uomo sosteneva meravigliosamente il suo fervore; si immaginava di vederlo e di udire dalla sua bocca le istruzioni che aveva dato ai suoi discepoli. Si applicò dunque con tutte le sue forze a imitarne le pratiche più ferventi. La sua penitenza era molto austera, il suo silenzio rigoroso, la sua preghiera ardente e quasi continua. La sua santità gli procurò una tale reputazione che meritò la fiducia di tutti i solitari dei dintorni. Ve n'erano persino alcuni che venivano da molto lontano per chiedergli consigli sulle vie interiori della perfezione; e nonostante la cura che metteva nel nascondersi, era costretto a far cedere alla carità il suo amore per il silenzio e per il ritiro. Spesso passava due giorni senza mangiare; era talmente mortificato e assorbito in Dio che dimenticava di nutrirsi; occorreva che il suo discepolo Abra mo lo avvertisse qua Abraham son disciple Discepolo di Sisoe che lo assistette nella sua vecchiaia. ndo era giunta l'ora di mangiare; e talvolta se ne stupiva ancora, credendo di averlo già fatto, tanto poca attenzione prestava ai bisogni del corpo.
Vita spirituale e carità
Rinomato per il suo silenzio e le sue estasi, concilia una vita di preghiera intensa con l'accoglienza dei fratelli venuti a cercare i suoi consigli sulla perfezione.
La sua orazione era così sublime che giungeva frequentemente fino all'estasi. Altre volte il suo cuore era così fortemente infiammato dal fuoco dell'amore divino che, non potendone quasi sostenere la veemenza, si sollevava con frequenti sospiri che gli sfuggivano senza che se ne accorgesse e persino contro la sua volontà. Egli riteneva come massima che un solitario non debba scegliere il lavoro manuale che più gli aggrada. Ordinariamente si occupava di intrecciare ceste. Un giorno, mentre vendeva il frutto del suo lavoro, ebbe una tentazione di collera; subito gettò le sue ceste a terra, le lasciò lì e fuggì. A forza di vincere se stesso, acquisì una dolcezza che nulla poteva alterare. Non si stupiva affatto delle colpe dei suoi fratelli; e invece di rimproverarli con indignazione, li aiutava a rialzarsi con una tenerezza veramente paterna. Quando voleva raccomandare agli altri la dolcezza e l'esattezza nell'osservare le regole, raccontava la seguente storia:
«Dodici fratelli erano in cammino quando la notte li sorprese, e si accorsero che la loro guida stava smarrendo la strada. Non lo avvertirono tuttavia
VIES DES SAINTS. — TOME VIII. 4 per paura di rompere il silenzio, pensando tra sé che si sarebbe accorto del suo errore al giungere del giorno e che allora li avrebbe riportati sulla strada giusta: lo seguirono dunque con pazienza e percorsero dodici miglia. Giunto il giorno, il conduttore, accortosi di aver smarrito la via, fece loro grandi scuse; e poiché era permesso parlare, i fratelli gli risposero tranquillamente: "Abbiamo visto bene che stavate lasciando la strada, ma non abbiamo voluto dire nulla". Quest'uomo ammirò la loro pazienza e fu molto edificato dalla loro esattezza nel mantenere la regola».
Confronto con l'arianesimo
Di fronte ad alcuni ariani giunti sulla sua montagna per dogmatizzare, Sisoe utilizza gli scritti di sant'Atanasio per confonderli con dolcezza.
Alcuni ar iani, Ariens Eresia combattuta da Colombano in Italia presso i Longobardi. giunti sulla sua montagna, osarono dogmatizzare tra i fratelli. Il Santo non rispose loro nulla; ma ordinò al suo discepolo di leggere in loro presenza un trattato di sant' Atanasio contr saint Athanase Padre della Chiesa che citò Leonzio tra le sommità cattoliche. o l'arianesimo, il che chiuse loro la bocca. Dopo averli confusi, li congedò con la sua abituale dolcezza.
L'umiltà come fondamento
Sisoes insegna l'umiltà radicale, considerandosi inferiore a tutte le creature e rifiutando le lodi per rimanere concentrato sulla misericordia divina.
San Sisoes fu anche un modello compiuto di umiltà; tornava sempre a questa virtù nei consigli e nelle istruzioni che dava agli altri. Avendogli un solitario detto un giorno: «Padre mio, mi considero come se fossi sempre davanti a Dio»; egli rispose: «Non basta, figlio mio, bisogna anche considerarsi al di sotto di tutte le creature: ciò serve efficacemente per acquisire l'umiltà». Senza sosta camminava alla presenza di Dio, concentrato nel suo nulla e nella sua bassezza. «Diventate piccoli», diceva a un fratello, «rinunciate alle soddisfazioni dei sensi, liberatevi dalle vane inquietudini del secolo, e troverete la pace del cuore». Disse a un altro che si lamentava di non essere ancora giunto alla perfezione di sant'Antonio: «Ah! se avessi nel cuore anche solo uno dei sentimenti di questo grande uomo, sarei tutto avvolto dal fuoco dell'amore di Dio». Aveva sentimenti così bassi di se stesso che, nonostante l'austerità del suo genere di vita, si considerava un uomo sensuale, e voleva che gli altri avessero di lui una simile idea. Se per caso la carità verso gli stranieri lo obbligava ad anticipare l'ora del pasto, si rifaceva poi con un lungo digiuno, e faceva, per così dire, pagare al suo corpo una condiscendenza il cui motivo era stato così lodevole. Temeva così tanto le lodi che, pregando talvolta con le mani alzate verso il cielo, le abbassava non appena pensava che qualcuno potesse vederlo. Era sempre pronto a scusarsi. Non vedeva nulla di buono negli altri, senza che ne prendesse occasione per condannare se stesso.
Essendo venuti a trovarlo tre solitari, uno di loro gli disse: «Padre mio, cosa farò per evitare il fuoco dell'inferno?» Ed egli non rispose nulla. «E io», continuò il secondo, «come potrò evitare il pianto e lo stridore di denti e quel verme che non morirà mai?» Il terzo aggiunse: «Cosa farò anch'io? poiché ogni volta che mi rappresento le tenebre esteriori, sono colto da una paura mortale». Allora il Santo, prendendo la parola, rispose loro: «Vi confesso che non penso a queste cose; e poiché so che Dio è pieno di bontà, spero che avrà pietà di me. Voi siete ben felici», aggiunse, «e invidio la vostra virtù. Voi parlate delle pene dell'inferno, e ne siete così penetrati che esse possono aiutarvi potentemente a evitare il peccato. Eh! che farò dunque io, che ho il cuore così insensibile da non pensare nemmeno che vi sia dopo la morte un luogo di supplizi destinato a punire i malvagi? il che è senza dubbio la causa per cui commetto tante colpe». I tre solitari, edificati da questa risposta, se ne tornarono alle loro dimore.
Il Santo diceva che da trent'anni faceva a Gesù Cristo la seguente preghiera: «Signore Gesù, non permettere che io pecchi oggi con la mia lingua; e tuttavia», aggiungeva, «commetto sempre qualche colpa da quel lato». Questo discorso non poteva che essere un effetto della sua umiltà: poiché osservava esattamente il ritiro e il silenzio; teneva la porta della sua cella sempre chiusa, per essere meno interrotto; e quando lo si consultava, non rispondeva mai se non con poche parole.
Ultimi giorni e trapasso
Dopo un breve soggiorno vicino al Mar Rosso, muore nella sua solitudine circondato da visioni celesti, con il volto che diviene luminoso al momento dell'agonia.
Il servo di Dio, essendo logorato dalla vecchiaia e dalle infermità, si arrese infine al consiglio del suo discepolo Abramo e andò a dimorare per qualche tempo a Clysma, città situata sulla riva o quantomeno nelle vicinanze del Mar Rosso. Ammon o Amun, abate di Raithe, venne a visitarlo. Vedendolo afflitto per aver lasciato la sua solitudine, lo consolò rappresentandogli che, essendo fiaccato dalla vecchiaia, aveva bisogno di soccorsi che non avrebbe trovato nel deserto; ma il Santo gettò su di lui uno sguardo di tristezza e gli rispose: «Cosa mi dite? La libertà di spirito di cui godevo non mi bastava forse?»
Sisoè ritornò nella sua solitudine. Quando giunse alla fine della sua corsa, i solitari si riunirono attorno a lui. Rufino dice che, essendo in agonia, esclamò: «Ecco che l'abate Anto nio, il coro d l'abbé Antoine Patrono degli eremiti, primo dedicatario della cappella. ei Profeti e gli Angeli vengono a prendere la mia anima». Allo stesso tempo il suo volto divenne luminoso; e dopo essersi intrattenuto interiormente con Dio, esclamò di nuovo: «Vedete Nostro Signore che viene a me». Spirò pronunciando queste parole e la sua cella fu inebriata da un profumo celeste. La sua morte avvenne verso l'anno 429, settantadue anni almeno dopo che si era ritirato sul monte di sant'Antonio. La sua festa è segnata nei menologi dei Greci al 6 luglio, e in alcuni calendari dei Latini al 5 dello stesso mese.
Distinzione tra omonimi
Il testo precisa di non confondere Sisoe di Scete con Sisoe il Tebeo o Sisoe di Petra, riportando aneddoti sul perdono e l'obbedienza.
Non bisogna confondere questo santo con altri due Sisoe che vissero nello stesso secolo. L'uno, soprannominato il Tebeo, dimorava a Calamon, nel territorio di Arsinoe; l'altro aveva la sua cella a Petra. È di Sisoe il Tebeo che si Sisoès le Thébéen Contemporaneo omonimo vissuto a Calamon. racconta il seguente episodio, che alcuni autori hanno attribuito per errore a san Sisoe di Scete.
Un solitario, che era stato offeso da un altro, venne a trovare Sisoe e gli disse che era risoluto a vendicarsi. Il santo vecchio lo scongiurò di lasciare a Dio il compito della vendetta, di perdonare il suo fratello e di dimenticare l'ingiuria che ne aveva ricevuto; ma vedendo che non otteneva nulla dal suo spirito, gli disse: «Rivolgiamoci almeno entrambi insieme al Signore». E poi, alzandosi, fece ad alta voce questa preghiera: «Mio Dio, non è più necessario che d'ora in poi vi prendiate cura dei nostri interessi e che vi rendiate nostro protettore, poiché questo fratello sostiene che dobbiamo noi stessi vendicarci». Il solitario ne fu così singolarmente toccato che, gettandosi ai piedi di Sisoe, gli chiese perdono e gli promise di dimenticare da quel momento l'ingiuria che aveva ricevuto.
Lo stesso santo amava talmente il ritiro che, quando si trovava nella chiesa dei solitari, ne usciva non appena si era concluso il sacrificio, e si affrettava a tornare alla sua cella. Non faceva in ciò che seguire lo Spirito di Dio, e il suo gusto per il silenzio e la preghiera. All'occorrenza, sapeva prestarsi ai doveri della società, soprattutto se la carità lo esigeva. Non era affatto attaccato alle sue pratiche con quell'ostinazione che deriva dall'amor proprio.
Ordinariamente non mangiava pane. Avendolo i fratelli invitato durante le feste di Pasqua a prendere parte al piccolo pasto che facevano in quel santo tempo: «Mangerò», disse loro, «o del pane o delle altre cose che avete preparato». Alla risposta che gli fecero, che si sarebbero accontentati che mangiasse del pane, ne mangiò subito contro la sua abitudine.
Lo si rappresenta mentre lavora la terra: è la caratteristica ordinaria dei Padri dei deserti d'Oriente.
Abbiamo tratto questa vita da Godeseard. — Cfr. Bulteen, Hist. monast. Orient., I, I, c. 5, n. 7; Tillemont, t. xii, e Pinius, uno dei continuatori di Bolland, sotto il 6 luglio.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Ritiro nel deserto di Scete sotto la guida dell'abate Hor
- Insediamento sul monte di sant'Antonio dopo la morte di quest'ultimo
- Soggiorno temporaneo a Clysma a causa della vecchiaia
- Ritorno e morte nella sua solitudine
- Visione di sant'Antonio e dei profeti durante la sua agonia
Miracoli
- Estasi frequenti e assorbimento in Dio
- Volto che diventa luminoso in punto di morte
- Profumo celeste che inebriò la sua cella al momento del trapasso
Citazioni
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Diventate piccoli, rinunciate ai piaceri dei sensi, liberatevi dalle vane inquietudini del secolo e troverete la pace del cuore.
San Sisoes -
Signore Gesù, non permettere che io pecchi oggi con la mia lingua.
Preghiera quotidiana di San Sisoes