San Giovanni Gualberto
FONDATORE DELLA CONGREGAZIONE DI VALLOMBROSA, IN ITALIA
Fondatore della Congregazione di Vallombrosa
Nobile fiorentino dell'XI secolo, Giovanni Gualberto rinuncia alla vendetta dopo aver perdonato l'assassino di suo fratello davanti a un crocifisso. Fonda la congregazione di Vallombrosa sotto la regola di San Benedetto, promuovendo un'austerità rigorosa e lottando attivamente contro la simonia nella Chiesa.
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SAN GIOVANNI GUALBERTO,
FONDATORE DELLA CONGREGAZIONE DI VALLOMBROSA, IN ITALIA
L'eredità benedettina e Vallombrosa
L'Ordine di San Benedetto è presentato come una vigna feconda che ha generato numerosi rami, tra cui l'illustre congregazione di Vallombrosa in Italia.
Non putet aliquis futuram in se esse misericordiam Dei, si est in se immisericors.
Nessuno deve sperare di ottenere la misericordia di Dio, se egli stesso è senza misericordia. Sant'Agostino.
L'Ordine di San Benedetto è quella vigna di cui parla il Profeta; piantata dalle mani di Dio stesso, non solo si eleva sulle montagne più alte e sui cedri più forti e più potenti; ma ha anche esteso i suoi rami fino al bordo del mare e alle ultime estremità della terra. In effetti, questo santo Ordine, essendo stato stabilito per l'ispirazione e il soccorso di Dio, si è acquisito una così alta stima nel mondo, che lo si è visto occupare le prime dignità del secolo e della Chiesa, e che si è diffuso, in poco tempo, in tutti i luoghi abitabili della terra; ma ciò che ci fa vedere più chiaramente la sua beata fecondità, è che, non solo è composto da un'infinità di case e di abbazie, che sono state, durante diversi secoli, gli asili della pietà, i seminari dei santi vescovi e le scuole pubbliche dove si sono conservate le lettere divine e umane; ma che racchiude anche diversi Ordini e diverse Congregazioni differenti, che, per la varietà delle loro istituzioni, servono meravigliosamente all'ornamento della Chiesa militante, di cui è scritto «che è rivestita di drappi d'oro e circondata di diversità». Tra questi Ordini o Congregazioni, quello di Vallombrosa, di cui vi sono diverse case in Italia, non è dei meno illustri, e merita bene che diamo qui la vita del suo santo Fondatore, una delle più ricche di virtù e delle più edificanti che si possano proporre ai fedeli.
La conversione attraverso il perdono
Nobile fiorentino dedito allo sfarzo, Giovanni Gualberto rinuncia a vendicare l'omicidio del suo parente perdonando il suo nemico in nome di Cristo.
Questo virtuoso discepolo di san Benedetto, c hiamato Giova Jean Gualbert Fondatore dell'Ordine di Vallombrosa e riformatore benedettino. nni Gualber to, nacq Florence Città in cui Giulia ha servito come domestica. ue a Firenze verso l'inizio dell'XI secolo. I suoi genitori erano nobili e tra i più ragguardevoli del paese. Suo padre si chiamava Gualberto e faceva professione delle armi; quanto a sua madre, non ne conosciamo il nome. Sia che il nostro Santo non fosse stato educato alle vere massime della pietà, sia che le avesse messe da parte nell'età delle passioni, si lanciò nella dissipazione e nello sfarzo. Si era già esercitato nel maneggio delle armi quando uno dei suoi parenti, forse Ugo, suo fratello, fu ucciso; suo padre lo esortò a vendicarlo e a cercare, come lui, ogni occasione per eliminare l'autore di quell'omicidio. Un giorno, mentre il nostro Santo si recava a Firenze, meditando nel suo spirito come avrebbe potuto trovare il suo nemico e sbarazzarsene, lo scorse venire incontro a lui in un luogo così stretto che nessuno dei due poteva scansarsi. La vista del suo nemico non fece che aumentare la sua sete di vendetta; impugnò la spada e si preparò a trafiggerlo; l'altro, che non era preparato a quell'incontro, si gettò ai piedi di Gualberto e, con le braccia distese a forma di croce, lo scongiurò, per la passione di Gesù Cristo di cui si celebrava la memoria in quel giorno, di non togliergli la vita. Giovanni Gualberto fu singolarmente colpito da ciò che vedeva e udiva. L'esempio del Salvatore che prega per i suoi stessi carnefici ammorbidì la durezza del suo cuore; tese la mano al gentiluomo, poi gli disse con dolcezza: «Non posso rifiutarvi ciò che mi chiedete in nome di Gesù Cristo. Vi concedo non solo la vita, ma anche la mia amicizia. Pregate Dio che mi perdoni il mio peccato». Essendosi poi abbracciati, si separarono.
L'ingresso nel monastero di San Miniato
Dopo il miracolo di un crocifisso che si inchina verso di lui, Giovanni entra nell'abbazia di San Miniato nonostante la violenta opposizione del padre.
Giovanni proseguì il suo cammino fino all'abbazia di Sa abbaye de Saint-Miniat Primo monastero in cui Giovanni Gualberto entrò in religione. n Miniato, che apparteneva all'Ordine di San Benedetto. Entrato nella chiesa del monastero, pregò davanti a un crocifisso con straordinario fervore; il crocifisso davanti al quale pregava chinò il capo e si inchinò verso di lui, come per ringraziarlo del perdono che aveva così generosamente concesso per amore di Dio. Questo crocifisso è ancora conservato in quella chiesa. Da quel momento, Gualberto concepì per il mondo un tale disgusto e un così grande amore per Dio che, sia all'uscita dalla chiesa, sia qualche tempo dopo, si recò dall'abate del monastero, si prostrò ai suoi piedi e gli chiese l'abito monastico. Gli fu rifiutata questa grazia per timore di suo padre. Gli fu permesso solo di seguire gli esercizi della comunità in abito secolare. Suo padre, infatti, rivolse le più gravi minacce ai religiosi. Per questo, nessuno osò intraprendere di dare la tonsura monacale né l'abito religioso al santo postulante. Allora, animato da uno straordinario spirito di fervore, si tagliò egli stesso i capelli e, avendo pregato uno dei frati di prestargli uno dei suoi abiti, lo pose prima sull'altare, poi se ne rivestì in presenza di tutta la comunità, che non poté fare a meno di applaudirlo e di aiutarlo in un'azione così coraggiosa. Suo padre, informato del passo che aveva appena compiuto, accorse al monastero, dove esplose in invettive e minacce contro i religiosi. Alla fine, toccato dalla pietà e dalla costanza del figlio, tornò a sentimenti più dolci, approvò la sua risoluzione e fu tra i primi a esortarlo alla perseveranza.
La fondazione di Vallombrosa
Rifiutando di diventare abate a San Miniato, Giovanni cerca la solitudine a Camaldoli e poi fonda un monastero a Vallombrosa, nella diocesi di Fiesole.
Giovanni Gualberto, vedendosi dunque religioso, mise subito mano all'opera per sradicare i vizi dal suo cuore e per acquisire le più solide virtù. Era il più temperante, il più umile, il più mansueto e il più devoto di tutto il convento. L'astinenza, i digiuni, le veglie e le altre mortificazioni corporali erano le sue delizie. Non si considerava che come l'ultimo dei fratelli. Non lo si offendeva mai, perché credeva che lo si trattasse sempre con più onore e carità di quanto si dovesse. La sua conversazione era così dolce, le sue risposte così rispettose e tutti i suoi modi così pieni di circospezione, che non dava mai motivo a nessuno di rattristarsi. Nelle contraddizioni e nelle malattie, mostrava una pazienza invincibile; obbediva ciecamente ai suoi superiori, e la loro volontà era per lui una legge inviolabile. Infine, tutta la sua vita consisteva nell'essere con Dio, nel cantare le sue lodi, nell'averlo sempre davanti agli occhi, nell'elevarsi a lui attraverso l'orazione e nel trattenersi con lui nel segreto del suo cuore. È così che quest'uomo grande trascorse il suo noviziato e i primi anni della sua professione. Tuttavia, essendo morto l'abate di San Miniato, Gualberto fu eletto suo successore dai suffragi di tutta la comunità. Ma il Servo di Dio, che preferiva la sicurezza dell'obbedienza allo splendore della prelatura, rifiutò tale carica e pregò istantemente i religiosi di procedere a una nuova elezione. Qualche tempo dopo, il nostro Santo lasciò il monastero di San Miniato con un altro religioso e andò a cercare una solitudine più completa. Visitò l'eremo di Camaldoli, per edificarvisi con coloro che lo abitavano; poi raggiunse una valle assai gradevole chiamata Vallombrosa (Vallis Umbrosa ), a causa Vallombrose Valle nella diocesi di Fiesole dove fu fondato l'ordine omonimo. della moltitudine di salici che la coprono con la loro ombra. Essa si trova nella diocesi di Fiesole, distante da Firenze mezza giornata di cammino. Due religiosi, che si trovavano già in un piccolo eremo, ricevettero lui e il suo compagno con molta gioia. La sua reputazione vi attirò anche molte altre persone, che credettero che sarebbe stata per loro una grande felicità vivere in compagnia di un uomo così santo; così, ingrossandosi la schiera di giorno in giorno, egli costruì un piccolo monastero in legno e terra, su un terreno che gli fu donato dall'abbadessa di Sant'Ilario. Questi nuovi religiosi, considerando la sua prudenza e la sua santità, lo elessero unanimemente come loro abate. Egli vi resistette come aveva fatto a San Miniato; ma la sua resistenza non ebbe lo stesso successo; fu infine obbligato ad arrendersi e a farsi carico della guida spirituale e temporale di questa comunità nascente. La prima cura che si prese fu quella di farvi osservare la Regola di San Benedetto, secondo lo spirito e secondo la lettera. È qualcosa di così grande, che richiede un'abilità e una forza d'animo meravigliose in un superiore. Voleva che i suoi religiosi avessero solo abiti di vile stoffa che faceva tessere con la lana dei suoi greggi; li esortava persino a portare continuamente il cilicio per domare la loro carne e renderla soggetta allo spirito; non permetteva loro di uscire se non per necessità indispensabili, sapendo bene che il religioso perde facilmente, fuori, lo spirito di orazione e di devozione che si è acquisito nel silenzio e nel ritiro. Ordinò che vi fosse sempre una lampada accesa la notte nel dormitorio: cosa che è stata anche stabilita molto saggiamente da altri istitutori di Congregazioni, e ordinata dal papa Clemente VIII, per tutte le case regolari.
Disciplina e vita comunitaria
Giovanni impone una rigorosa osservanza della Regola di San Benedetto, caratterizzata da austerità, dal lavoro dei fratelli conversi e da una grande carità.
Ciò che conferiva una forza invincibile alla sua parola era il fatto che non comandava nulla senza dare prima l'esempio, e praticava tutto lui stesso con più esattezza e rigore di quanto ne esigesse dai suoi religiosi. Possedeva una carità universale, un'umiltà sincera, una pazienza invincibile e un fervore che non si vedeva mai rallentare. Se era severo nella correzione del vizio, nessuno era più dolce di lui verso coloro che riconoscevano le proprie colpe e promettevano di emendarsene. La temperanza gli era così cara che mangiava solo ciò che gli era necessario per non morire. Ben lontano dall'avere cibi più delicati dei religiosi della sua comunità, voleva, al contrario, essere il meno favorito di tutti, al fine di osservare l'astinenza con maggiore perfezione. Questa mortificazione gli causò un mal di stomaco e un asma che lo accompagnarono per tutto il resto della sua vita; le sue sofferenze erano così violente che, senza la cura che i suoi figli avevano di fargli prendere spesso un po' di nutrimento, sarebbe caduto più volte al giorno in pericolosi svenimenti. Si credette che Dio gli inviasse questa infermità affinché l'esperienza del male lo rendesse un po' più indulgente verso i suoi discepoli, e affinché diminuisse qualcosa di quell'austerità straordinaria che impediva a molte persone di abbracciare il suo istituto. Accolse diversi fratelli conversi per i ministeri esterni, affinché i religiosi del coro, non essendo obbligati ai lavori dei campi, potessero applicarsi più tranquillamente, e con meno distrazione, alla preghiera e alle altre funzioni dello spirito.
Espansione e miracoli di riforma
Il santo riforma diversi monasteri e manifesta il suo zelo per la povertà, provocando talvolta miracoli distruttivi contro lo sfarzo architettonico.
Mentre governava la sua abbazia con questa ammirevole saggezza, l' imperatore Enrico II l'empereur Henri III Imperatore del Sacro Romano Impero che accompagnava Brunone durante il suo incidente. I giunse a Firenze; informato delle sue virtù, concepì una benevolenza particolare per lui e gli inviò un vescovo per consacrare l'altare maggiore della sua chiesa, che fu poi dedicata interamente dal cardinale Uberto. La sua reputazione crescendo sempre più, molti ricchi gli offrirono fondi e rendite per costruire nuovi monasteri della sua Congregazione, e fu pregato di riformarne alcuni antichi sul modello dell'osservanza che aveva stabilito a Vallombrosa. Il suo zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime lo spinse ad abbracciare questo grande lavoro, e vi si applicò con tale successo che ebbe presto la consolazione di vedere la Regola di San Benedetto, con le costituzioni che vi aveva aggiunto, osservata molto esattamente in otto o dieci case diverse. Aveva cura di visitarle spesso per mantenervi lo spirito di povertà, di silenzio, di orazione e di mortificazione che vi aveva introdotto, e per correggervi ciò che trovasse degno di correzione. Un giorno, visitando quella di Moscetta, che era di nuova fondazione, trovò che l'abate, di nome Rodolfo, vi aveva fatto costruire edifici più splendidi e più ornati di quanto fosse conveniente alla povertà religiosa. Ne provò un dolore sensibile e, guardando quell'abate con indignazione: «Avete», gli disse, «impiegato nel vostro edificio grandi somme con cui si sarebbero potuti nutrire molti poveri, e vi siete costruiti palazzi per alloggiarvi come signori; non andrà così». Poi, voltandosi verso un piccolo ruscello che bagnava le mura del convento, pregò Dio, che impiega le cose più piccole per rovesciare le più alte, di servirsi di quell'acqua per rovinare quel superbo edificio che non era che opera dello sfarzo e dell'ambizione umana. La sua preghiera fu subito esaudita: poiché non fu appena uscito da quel luogo, dove non si poté mai trattenerlo un momento, che quel ruscello, che non aveva quasi nessuna forza, si ingrossò così smisuratamente e divenne così violento che, trascinando dall'alto della montagna alberi, rocce e masse di terra e di sabbia, rovesciò interamente tutto il convento, senza lasciarvi alcun segno di magnificenza. L'abate e i religiosi, spaventati da questo incidente, volevano trasferire la loro dimora altrove; ma il Santo li trattenne, mandando loro a dire che quell'inondazione era stata solo per quella volta e che, in seguito, il piccolo fiume non sarebbe più straripato.
In un altro monastero, Gualberto apprese che nel ricevere un novizio gli avevano fatto fare una donazione generale di tutti i suoi beni in favore della comunità, senza lasciare nulla ai suoi eredi: chiese di vedere il contratto; glielo portarono subito; ma quando lo ebbe tra le mani, lo strappò e ne gettò i pezzi al vento, dicendo «che era molto più conveniente avere pochi beni che arricchirsi per vie così poco caritatevoli». Non si accontentò di questo; ma, uscendo dal convento in collera, pregò Dio di fargli sentire sul momento il peso della sua indignazione. Infatti, non era a cento passi che il fuoco vi prese improvvisamente, senza che si potesse sapere chi l'avesse acceso: la maggior parte dell'edificio fu consumata. Il religioso che lo accompagnava, avendo scorto da lontano l'incendio, lo pregò di tornare sui suoi passi per porvi rimedio; ma egli non volle nemmeno voltare la testa per vederlo e, nell'ardore di quello zelo, si recò prontamente al suo monastero di Vallombrosa.
La sua carità verso i poveri era estrema, e avrebbe dato loro volentieri, nella necessità, tutte le provviste dei suoi monasteri: in diverse occasioni fece distribuire loro molto liberalmente il grano dei suoi granai e la carne delle sue greggi. Dio lo dotò, in ricompensa, di diverse grazie gratuite, come il dono dei miracoli, quello di profezia e la grazia del discernimento degli spiriti. La sua biografia, riportata da Surio, cita alcune guarigioni soprannaturali che operò per l'efficacia della sua intercessione. Leggeva nel fondo dei cuori e vi vedeva i pensieri e le inclinazioni più nascosti. Un giovane, di nome Gerardo, si preparava a ricevere l'abito, fece la sua confessione secondo l'usanza; ma vi celò i suoi peccati più gravi. Il Santo lo avvertì e gli indicò così distintamente le circostanze delle sue colpe, che fu obbligato ad ammetterle con il sacrilegio che aveva commesso in confessione, e ne chiese la penitenza.
Incontri con i Papi
La sua fama attira l'attenzione dei papi Leone IX e Stefano IX, illustrata dal miracolo dei pesci a Passignano.
Tanti doni straordinari procurarono a san Giovanni Gualberto una così alta stima nel mondo, che i Papi stessi desiderarono vederlo e conversare con lui. San Leone IX, sapendo che Saint Léon IX Papa che visitò il sepolcro del santo nel 1049. si trovava nel suo convento di Passignano, vi si recò con tutta la sua corte per consumare un pasto. Non vi era allora alcun pesce nel monastero da presentare a Sua Santità, e ognuno assicurava che non se ne trovava alcuno nel lago che vi era vicino. Ma il nostro Beato non mancò di mandarvi a pescare e, per un miracolo della divina Provvidenza, che voleva testimoniare il suo amore per questi due santi personaggi, il Papa e l'Abate, vi si pescarono due grossi pesci che servirono per accogliere un ospite così illustre. Stefano IX, trovandosi in una città abbastanza vicina a Vallombrosa, mandò a cercare il servo di Dio. Il Santo, che amava più il silenzio della sua povera solitudine che il rumore della corte pontificia, pregò Dio con insistenza di liberarlo da questo imbarazzo, senza che si rendesse colpevole di disobbedienza: fu esaudito; un furioso temporale, con un vento impetuoso, essendosi improvvisamente levato quando era già in cammino, i deputati riconobbero bene che Nostro Signore non voleva che facesse quel viaggio e, infatti, lo fecero ricondurre al suo monastero. Il Papa, avvertito di quanto era accaduto, non mostrò alcun malcontento.
La lotta contro la simonia
Giovanni Gualberto si oppose vigorosamente all'arcivescovo simoniaco di Firenze, lotta coronata dalla vittoriosa prova del fuoco di Pietro Igneo.
Gualberto nutriva il massimo orrore per il detestabile crimine della simonia, che era anche oggetto di lacrime e gemiti dei più grandi uomini del suo tempo, come si può vedere dalle Lettere del Beato cardinale Pier Damiani; egli perseguitò costantemente, a rischio della propria vita, Pietro, arcivescovo di Firenze, che accusava di aver comprato il suo vescovado. Questo falso vescovo si vendicò con i maltrattamenti che fece subire ai religiosi della Congregazione di Vallombrosa. Un giorno i suoi satelliti vennero al convento di San Salvi, lo saccheggiarono, vi appiccarono il fuoco e, avendo indegnamente spogliato la maggior parte dei religiosi, li batterono con molta crudeltà e li coprirono di ferite. Gualberto si congratulò con questi religiosi: «Voi siete ora dei veri religiosi», disse loro, «oh! perché non ho avuto la fortuna di essere qui quando questi carnefici vi sono venuti, per avere parte alla gloria delle vostre corone!». Egli riportò infine una gloriosa vittoria grazie a questo grande evento, di cui tutta la storia ecclesiastica rende testimonianza. Essendosi i suoi religiosi offerti di provare, attraverso il fuoco, l'iniqu ità del vescovo di Firenze, uno di loro, chiamato P Pierre, et qui fut depuis, pour cela, surnommé Igné Monaco vallombrosano celebre per aver superato la prova del fuoco. ietro, che fu poi, per questo, soprannominato Igneo (Igneus, di fuoco), e fu elevato alla dignità di cardinale, entrò generosamente in un braciere ardente e vi rimase a lungo in presenza di tutta la città di Firenze, senza riceverne alcun danno: allora il Papa, su preghiera del clero e del popolo di quella città, depose solennemente l'arcivescovo e restituì, per questo mezzo, la pace a quella Chiesa, che la malizia di quel tiranno aveva desolato.
Transito e culto
Giovanni muore nel 1073 a Passignano; viene canonizzato nel 1193 da Celestino III dopo numerosi miracoli sulla sua tomba.
Questo trionfo coronò tutte le azioni del nostro beato Abate. Così, poco tempo dopo, avendo ricevuto devotamente i sacramenti della Chiesa ed esortato gli abati della sua Congregazione, che aveva fatto chiamare, a mantenere ovunque l'osservanza regolare, rese l'anima a Dio, più carica di meriti che di anni, sebbene ne avesse settantaquattro. Fu il 12 luglio 1073. Gli angeli accompagnarono il suo transito con una musica celeste. Si pose nella sua tomba un biglietto che egli aveva dettato prima di morire, contenente queste parole: «Io, Giovanni, credo e confesso la fede che i santi Apostoli hanno predicato e che i santi Padri hanno confermato con quattro Concili». Poiché morì a Passi gnano, vi Passignano Luogo di morte e di sepoltura del santo. fu anche sepolto. Si verificarono subito, sulla sua tomba, molti miracoli che spinsero, in seguito, il papa Celestin o III ad annovera pape Célestin III Papa che confermò l'elezione di Alberto e lo nominò cardinale. rlo tra i Santi (1193). Se ne faceva solo memoria nel Breviario romano; ma il papa Clemente X permise di celebrarne l'ufficio semidoppio. È ora doppio e di precetto, per un decreto di Innocenzo XI.
Lo si rappresenta spesso nel momento che decise la sua conversione, vale a dire con la spada in mano e pronto a trafiggere un uomo che gli chiede grazia; altre volte mentre porta sulla mano una chiesa o un eremo, poiché fondò la Congregazione benedettina di Vallombrosa.
Acta Sanctorum, tom. III iul.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Perdono concesso all'assassino di suo fratello in un Venerdì Santo
- Miracolo del crocifisso di San Miniato che china il capo
- Ingresso nel monastero di San Miniato nonostante l'opposizione paterna
- Ritiro a Camaldoli e successiva fondazione di Vallombrosa
- Lotta contro la simonia e l'arcivescovo Pietro di Firenze
- Canonizzazione da parte di papa Celestino III nel 1193
Miracoli
- Il crocifisso di San Miniato si inchina per ringraziarlo del suo perdono
- Inondazione miracolosa che distrusse il monastero troppo lussuoso di Moscetta
- Pesca miracolosa di due grossi pesci per papa Leone IX
- Temporale provvidenziale che impedisce un viaggio non desiderato
- Dono di profezia e di lettura dei cuori
Citazioni
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Non posso rifiutarvi ciò che mi chiedete nel nome di Gesù Cristo. Vi concedo non solo la vita, ma anche la mia amicizia.
Parole di Giovanni Gualberto al suo nemico -
Io, Giovanni, credo e confesso la fede che i santi Apostoli hanno predicato e che i santi Padri hanno confermato con quattro Concili
Biglietto dettato prima della sua morte