Già precettore dei figli dell'imperatore Teodosio a Costantinopoli, Arsenio lascia la corte per il deserto d'Egitto dopo aver udito una voce divina. Diventa uno dei più illustri Padri del deserto, celebre per la sua umiltà radicale, il suo silenzio assoluto e il suo dono continuo delle lacrime. Muore quasi centenario dopo una vita di solitudine e di preghiera pura.
Lettura guidata
Sezioni di lettura: 9
SANT'ARSENIO DI ROMA, DIACONO E CONFESSORE,
EREMITA NEL DESERTO DI SCETE, IN EGITTO
Giovinezza e istruzione a Roma
Proveniente da una famiglia nobile e opulenta di Roma, Arsenio riceve un'educazione d'élite, diventando uno degli uomini più dotti d'Italia nelle lingue e nelle scienze.
San Arsenio era rom ano, d Romain Città natale di Massimiano. i una famiglia distinta sia per nobiltà che per opulenza. Ricevette un'educazione conforme alla grandezza della sua nascita, e possiamo aggiungere che la superò grazie alle eccellenti disposizioni del suo spirito e alla sua applicazione nel coltivarle; ciò lo rese uno degli uomini più dotti d'Italia, tanto nelle lingue greca e latina quanto nelle altre scienze.
Precettore imperiale a Costantinopoli
Chiamato dall'imperatore Teodosio il Grande, divenne il precettore dei principi Arcadio e Onorio e occupò un rango prestigioso alla corte imperiale.
La sua reputazione giunse f ino all'imperatore Teodosio l'empereur Théodose le Grand Imperatore romano sotto il quale Teodulo fu prefetto. il Grande, il quale, volendo provvedere all'educazione dei propri figli, lo chi Constantinople Città in cui il santo esercita il suo ministero e il suo patriarcato. amò a Costantinopoli per affidargli la loro guida. La scelta di un così grande principe non poteva che ricadere su uno dei personaggi più illustri dell'impero: il che non è un mediocre motivo di elogio per sant'Arsenio; ma egli ne era così degno che, se tale scelta gli fece onore, non ne fece meno al giusto discernimento di Teodosio.
Il suo arrivo alla corte imperiale sembra risalire all'anno 383. Aveva ventinove anni; di modo che può essere nato Arcade Imperatore romano sotto il cui regno Autenio fu console. verso l'anno 334. Arcadio, primo figlio dell'imperatore, aveva solo sei anni qu Honorius Imperatore romano d'Occidente che abolì i giochi gladiatori dopo la morte di Telemaco. ando egli vi giunse, e Onorio, suo fratello, non era ancora nato. Venne al mondo solo l'anno seguente, e fu solo al suo ottavo anno che Arsenio fu incaricato della sua guida, avendo in precedenza quella di Arcadio. Il titolo di padre degli imperatori, che i solitari gli diedero in seguito, mostra abbastanza in quale considerazione fosse tenuto a corte. San Teodoro Studita, che glielo attribuisce anch'egli, dice che egli teneva il primo rango dopo il principe, e ciò sembra autorizzare quanto dice Metafraste, ovvero che l'imperatore lo pose al rango dei senatori e lo onorò del titolo di patrizio.
Vocazione e fuga nel deserto
Nonostante il suo sfarzo, Arsenio aspira alla salvezza; una voce divina gli ordina di fuggire la compagnia degli uomini, spingendolo a imbarcarsi segretamente per l'Egitto.
Comunque sia, Arsenio, sia per sostenere la sua dignità, sia perché amasse naturalmente lo sfarzo, faceva a corte una figura brillante. Era il più riccamente vestito e il più superbamente arredato. Faceva grande uso di profumi e aveva al suo servizio mille domestici tutti vestiti di ricche stoffe. Dio, che lo chiamava nella sua misericordia a grandezze più solide, non permise che quelle della terra lo abbagliassero così tanto da non riconoscerne il falso splendore. Arsenio, rientrando talvolta in se stesso con salutari riflessioni, sentiva che la sua elevazione e le sue ricchezze non erano che beni passeggeri che si è costretti a lasciare con la vita, dopo di che non restano che le nostre opere. Lo sentiva, e la grazia che agiva nel suo cuore vi imprimeva anche, con queste riflessioni, un vivo timore di perdere la sua anima. Di tanto in tanto si gettava ai piedi di Dio e, spargendo davanti a Lui le sue lacrime e le sue preghiere, gli chiedeva con sincerità di fargli conoscere ciò che doveva fare per salvarsi. Infine, la sua perseveranza in questa richiesta gli ottenne da Dio una grazia che si può considerare come l'epoca saliente della sua vocazione alla sublime perfezione a cui si elevò in seguito.
Pregando dunque un giorno come d'abitudine e reiterando la stessa richiesta tra le lacrime, udì una voce che gli disse: «Arsenio, fuggi la compagnia degli uomini e ti salverai». Sia che questa voce colpisse esteriormente le sue orecchie, sia che si facesse sentire solo nel profondo del suo cuore, non fu meno distinta e non operò meno il suo effetto. Quest'uomo grande, il cui cuore era già, come dice san Teodoro, preparato al sacrificio dal timore del Signore, non differì più dopo questo oracolo e, disprezzando tutte le frivole grandezze della terra, si imbarcò segretamente su una nave che faceva vela per Alessandria, da dove passò al deserto di Scet e per abbraccia désert de Scété Luogo principale della vita monastica di Arsenio in Egitto. re la vita solitaria.
Formazione monastica a Scete
Arrivato al deserto di Scete, viene formato all'umiltà da Giovanni il Nano, accettando di essere trattato come un cane per spezzare il suo orgoglio passato.
Aveva allora quarant'anni; poteva essere l'anno 394. Si recò subito alla chiesa dei solitari e, rivolgendosi a loro, disse con molta modestia: «Vi supplico di ricevermi nel numero dei monaci e di mostrarmi la via che devo seguire per essere salvato». Non fu difficile per loro comprendere, dal suo aspetto e dal suo linguaggio, che era un personaggio di grande considerazione. Lo interrogarono molto per sapere da dove venisse e cosa facesse nel mondo. Ma egli cercava di difendersi, adducendo solo di essere uno straniero che cercava soltanto di assicurarsi la salvezza. Infine, vedendo che tutto ciò che diceva per nascondere il suo rango e la sua condizione non cambiava nulla nel giudizio che avevano inizialmente dato sulla sua persona, fece loro la confidenza che desideravano, sperando di impegnarli così più efficacemente ad aiutarlo nella sua santa impresa.
Non furono poco imbarazzati nel sapere a quale dei solitari di quel deserto indirizzarlo per formarlo alle virtù monastiche. Non era facile trovare un maestro per colui che lo era stato dei figli del padrone del mondo; ma dopo essersi consultati tra loro, posarono gli occhi sul venerabile Giovanni il Nano e lo condussero alla sua cella.
Questo celebre s olitario, av Jean le Nain Maestro spirituale di Arsenio nel deserto. endo appreso da loro in particolare il motivo che li conduceva e le qualità di Arsenio, non dichiarò subito cosa ne pensasse; ma giunta l'ora di Nona, disse loro: «Se volete, fratelli miei, anticiperemo l'ora del pasto (poiché i solitari mangiavano solo all'ora di Sesta), e per il resto, che la volontà di Dio si compia». Apparecchiò allo stesso tempo la tavola, si sedette con loro e lasciò Arsenio in piedi, senza nemmeno far finta di badare a lui. Mentre egli se ne stava in quella posizione umiliante, Giovanni il Nano prese un pane che era sulla tavola, lo gettò in mezzo alla cella e, guardandolo con aria di indifferenza, gli disse: «Mangiate, se volete». Subito Arsenio si diresse verso il luogo dove glielo aveva gettato, lo raccolse e lo mangiò. Una così rara docilità fece comprendere al venerabile Giovanni il Nano la solidità della sua vocazione. Non ne chiese altra prova e disse ai religiosi: «Potete, fratelli miei, andarvene con la benedizione del Signore. Pregate per noi. Vi assicuro che costui è adatto alla vita religiosa».
Quei solitari chiesero poi ad Arsenio cosa avesse pensato del modo in cui Giovanni il Nano lo aveva trattato; ed egli rispose loro che si era considerato come un cane e che aveva, con la stessa idea, mangiato il pane che gli aveva gettato a terra: il che li edificò molto. Non ebbe bisogno, dopo un così felice inizio, di rimanere a lungo discepolo per essere formato nei doveri del suo nuovo stato. Il suo maestro ebbe la consolazione di vederlo fare, sotto la sua guida, progressi così rapidi nella perfezione, da superare persino i più anziani del deserto nella costanza nel sopportare le fatiche della penitenza, e nella pazienza e nel coraggio nel sostenere i combattimenti delle passioni e del demonio; cosicché, come nel mondo si era distinto per la sua scienza e per il suo fasto, si distingueva ancora di più nella religione per la sua umiltà e per la sua mortificazione. Ciò fece sì che il suo padre spirituale, riconoscendo l'attrazione della sua grazia, che era per la vita interamente ritirata, non lo trattenne più presso di sé e gli permise di rimanere solo.
Una vita di silenzio e di solitudine
Arsenio si addentra nel deserto per praticare un silenzio assoluto, rifiutando persino le visite del patriarca Teofilo per preservare la sua unione con Dio.
Fu allora che, trovandosi nella piena libertà di abbandonarsi a tutta l'estensione del suo fervore, pregò ancora Nostro Signore di fargli conoscere ciò che doveva fare per giungere alla santità, e udì di nuovo una voce che gli disse: «Arsenio, fuggi gli uomini, osserva il silenzio e dimora nel riposo: questi sono i primi fondamenti che devi gettare per elevare l'edificio della tua salvezza». San Teodoro dice che, avendo ricevuto questa divina lezione, egli cominciò da quel momento, più che mai, a rivolgere tutti i suoi affetti verso il cielo. Il suo corpo era, in verità, sulla terra, ma la conversazione familiare del suo cuore non era più che con gli spiriti beati. Questa lezione così eccellente gli servì da regola di condotta per tutta la vita. Non cessò mai di applicarla, e nulla appare più meraviglioso in lui della cura che si prese di metterla in pratica; ciò che lo ha reso un oggetto di ammirazione per tutta l'antichità.
Si inoltrò nel deserto, a tredici leghe, lontano dalla chiesa di Scete, per meglio allontanarsi dal commercio degli uomini. Si rinchiuse così rigorosamente nella sua cella che preferiva, quando aveva bisogno di qualcosa, servirsi del ministero dei suoi discepoli piuttosto che uscire per andarsela a cercare da solo. Riceveva solo a malincuore coloro che venivano a visitarlo e cercava, per quanto poteva, di dispensarsi dal riceverli. Teofilo, patriarca di Alessa ndria, andò a trovarlo con un uffi Théophile, patriarche d'Alexandrie Patriarca di Alessandria e avversario di Giovanni Crisostomo. ciale e alcuni altri personaggi, e lo pregò di dire una parola di edificazione. Egli rimase qualche tempo senza rispondere, e prendendo poi la parola, parlò loro così: «Se vi dico qualcosa, la osserverete?». Risposero tutti di essere disposti a farlo; ed egli aggiunse: «Ebbene dunque, in qualunque luogo veniate a sapere che si trovi Arsenio, non venite più a cercarlo».
Da allora quel patriarca non osò più interrompere la sua ritirata; ma poiché c'era troppo da guadagnare anche solo vedendolo, non poté determinarsi del tutto a non andarci più. Volendo dunque visitarlo un'altra volta, mandò a chiedere prima se gli avrebbe aperto la porta. Arsenio riconosceva troppo ciò che doveva a un vescovo per rifiutarglielo: rispose al delegato che gliel'avrebbe aperta se fosse venuto; e aggiunse allo stesso tempo che, ricevendolo, sarebbe stato obbligato a ricevere gli altri, il che lo avrebbe costretto infine a lasciare il luogo della sua ritirata e a cercarne altrove un altro dove fosse meno disturbato. Essendo ciò stato riferito a Teofilo, egli disse che preferiva privarsi di vederlo piuttosto che obbligarlo in tal modo ad abbandonare la sua cella.
Sembra che più volesse nascondersi, più ciò ispirasse agli altri il desiderio di andarlo a trovare per trarre profitto stando vicino a lui; ma, sempre attento a praticare la lezione che aveva ricevuto dal cielo, era fermo nel non ricevere visite se non quelle da cui poteva trarre profitto per se stesso, o che sapeva essere gradite a Dio. Un solitario venne a bussare alla sua cella e il Santo, credendo che fosse il suo discepolo, gli aprì subito; ma, vedendo che non era lui, si gettò con il volto a terra e disse a quel solitario, che lo pregava di rialzarsi, che non lo avrebbe fatto finché non se ne fosse andato: cosa che egli fece. Accadde anche che altri solitari, partiti da Alessandria per andare ad acquistare del lino nella Tebaide per i loro lavori, passarono nelle vicinanze della sua cella e si dissero tra loro: «Poiché abbiamo l'occasione favorevole di vedere l'abate Arsenio, bisogna approfittarne», e corsero alla sua cella. Il suo discepolo chiese loro il motivo del loro arrivo e lo riferì a lui. Ma egli gli disse: «Esercitate l'ospitalità verso di loro, dite loro di scusarmi se non li vedo e lasciatemi contemplare il cielo».
Essendo obbligato un'altra volta a ricevere altri solitari, essi lo pregarono di dire loro qualcosa di edificante su coloro che, come lui, amavano tanto stare soli e ricevevano solo con grande pena la visita degli altri. «Finché una fanciulla», rispose loro, «rimane chiusa nella casa di suo padre, se ne ha una grande stima; ma se si mostra all'esterno, si cessa di considerarla come si faceva prima. Lo stesso avviene per le cose dell'anima: se le si espone a tutti, ognuno ne giudica a sua fantasia e la maggior parte non ne fa alcun caso».
Dio fece vedere in un incontro, in modo ben marcato, che la condotta di Arsenio era diretta dal suo Spirito Santo. Un solitario, attratto dalla sua reputazione, venne espressamente a Scete per vederlo e pregò alcuni fratelli, che servivano la chiesa di quel deserto, di condurlo alla sua cella. Essi lo invitarono a riposarsi e a prendere prima del cibo, perché la cella era molto isolata; ma egli protestò che non avrebbe mangiato finché non avesse avuto la fortuna di vederlo; al che uno di loro si offrì di accompagnarvelo. Essendovi entrati, lo salutarono con rispetto, fecero orazione e si sedettero con lui, sperando che desse loro qualche consiglio salutare; ma egli si mantenne sempre in un profondo silenzio. Dopo che ebbero atteso qualche tempo in quel modo, il solitario che aveva condotto lo straniero disse: «Vi lascio in libertà», pensando che Arsenio gli avrebbe parlato più facilmente a tu per tu; ma lo straniero, stupito dal suo silenzio, non volle restare oltre e disse alla sua guida che se ne andava anche lui. Quando furono usciti dalla cella, gli disse: «Conducimi, ti prego, dall'abate Mosè». Era quel famoso solitario che era stato, prima della sua conversione, capo di una banda abbé Moïse Solitario celebre per la sua ospitalità, paragonato ad Arsenio. di ladri. Costui li ricevette ben diversamente da sant'Arsenio; poiché mostrò loro molta carità e diede loro da mangiare. Quando si furono ritirati, il solitario che aveva condotto l'altro gli disse: «Hai dunque visto questi due grandi personaggi; dimmi ora quale dei due stimi di più?». «È», rispose, «colui che ci ha accolti così bene e che ci ha trattati così bene». Essendo ciò stato riferito agli altri solitari, un anziano si mise in preghiera e chiese al Signore di fargli conoscere perché Arsenio, per l'amore che gli portava, fuggisse con tanta cura la compagnia degli uomini, mentre, per effetto dello stesso amore, Mosè ricevesse così bene tutti. Al che, essendo caduto in estasi, Dio gli fece vedere due barche che navigavano sul Nilo, in una delle quali c'era l'abate Arsenio, condotto dallo Spirito Santo, in grande riposo e in grande silenzio; e nell'altra c'era l'abate Mosè, condotto dagli angeli di Dio, che gli riempivano la bocca di miele.
Una delle ragioni per cui evitava la conversazione degli altri è che temeva sempre di commettervi qualche colpa. È ciò che gli faceva dire che si era pentito spesso di aver parlato, ma che non si era mai pentito di aver taciuto. Ammirevole istruzione, ben adatta a farci comprendere quanto sia difficile parlare senza ferire la coscienza e quanto il silenzio sia adatto a conservarla nella sua purezza. Anche l'eccellente autore del libro dell'Imitazione di Gesù Cristo non ha mancato di raccoglierla, come una delle più importanti che si possano dare a coloro che aspirano alla vita interiore.
Ascetismo e doni spirituali
Pratica veglie eroiche e riceve il dono delle lacrime in abbondanza, fuggendo al contempo ogni forma di vana gloria o di conforto materiale.
L'abate Danie L'abbé Daniel Discepolo principale e testimone oculare della vita di Arsenio. le, che poteva parlare di lui come testimone oculare, avendo avuto la fortuna di essere suo discepolo, dice che, quando era in chiesa, si teneva dietro una colonna, sia per non essere distratto dagli oggetti esterni, sia affinché nessuno vedesse il suo volto, che, in effetti, appariva come quello di un angelo.
Quanto questo grande Santo era fedele nel mantenere il silenzio e il ritiro, tanto gustava la dolcezza della vita raccolta, e aveva attrazione per la preghiera e per l'orazione. Si può dire che ne facesse le sue delizie; e lì, il suo cuore, liberato da tutte le cose sensibili, si elevava verso Dio con un ardore ammirevole, per perdersi in qualche modo nel suo seno per la sublimità della sua contemplazione. Un fratello, a cui Dio faceva conoscere talvolta le meraviglie della sua misericordia in coloro che favoriva più particolarmente con i suoi preziosi doni, venne alla sua cella, e guardando dalla finestra, vide il Santo come se fosse tutto in fiamme. Era l'ardore di cui la sua anima era santamente infiammata nell'orazione, che Dio voleva manifestargli attraverso questo prodigio. Bussò poi alla porta, e il Santo, avendo aperto e vedendolo tutto stupito, gli chiese se bussasse da molto tempo e se avesse visto qualcosa; dopo di che lo intrattenne per qualche momento e lo congedò.
Passava le notti intere nell'esercizio dell'orazione; e l'abate Daniele raccontava che il sabato, al tramontare del sole dietro di lui, quando pregava con la faccia rivolta a Oriente e le mani tese verso il cielo, continuava a pregare in quella posizione, finché quell'astro, sorgendo il giorno seguente, non gli colpiva gli occhi con i suoi raggi, e che allora si sedeva per prendere un po' di riposo.
Diceva che un religioso che volesse davvero conoscere le proprie passioni e riuscirvi efficacemente, doveva accontentarsi di dormire un'ora al giorno. Il demonio non mancava tuttavia di tentarlo su questo, come su altri argomenti. Se ne lamentò persino una volta con i suoi discepoli Alessandro e Zoilo , e li pr Alexandre Discepolo di Arsenio. egò di pa Zoïle Discepolo di Arsenio. ssare la notte con lui per osservare se non si lasciasse vincere dal sonno. Lo fecero e notarono solo che al mattino, allo spuntar del giorno, aveva chiuso gli occhi e respirato tre o quattro volte, tanto che non poterono capire se avesse veramente sonnecchiato.
Poiché non soffriva nulla nel suo interiore che lo distogliesse dallo spirito di preghiera e impedisse al suo cuore di elevarsi a Dio con libertà, temeva anche di essere distratto all'esterno, dal minimo rumore, dall'attenzione alla presenza di Dio, soprattutto al tempo dell'orazione. Trovandosi con altri solitari in un luogo vicino al quale c'era una quantità di canne, sentì del rumore e chiese agli altri cosa fosse. Gli dissero che era il vento che soffiava tra le canne. «Mi stupisco», rispose loro, «che possiate abituarvi a questo rumore; poiché se un solitario rimane seduto in un vero riposo, il canto stesso di un uccello disturberà un poco la pace e la tranquillità del suo cuore».
Non era solo per amore del ritiro che sant'Arsenio amava così tanto il silenzio; lo conservava anche per sottrarsi più spesso alle trappole della vanità. È detto, nelle Vite dei Padri, di lui e di Teodoro di Ferme, che detestavano sovranamente la vana gloria, e che era per questa ragione che Arsenio fuggiva le occasioni di parlare, e che Teodoro non lo faceva che soffrendo un'estrema violenza, come se lo avessero trafitto con un pugnale. Per questo principio di umiltà non disdegnava di chiedere consiglio agli altri, mentre era così ben in grado di darne lui stesso per l'eminenza della sua scienza, e soprattutto della sua esperienza nei doni di Dio. Andò a consultare un giorno san Pemen riguardo al suo discepolo, che gli aveva portato, sul fatto che testimoniava sempre un piacere sensibile nell 'ascoltarlo saint Pemen Padre del deserto consultato da Arsenio. parlare delle cose di Dio; e san Pemen gli rispose che si dedicasse principalmente a istruirlo con i suoi esempi, piuttosto che con i suoi discorsi.
San Teodoro Studita riferisce anche che questo grande Santo, comunicando i suoi pensieri a un solitario d'Egitto molto avanzato in età, ma poco istruito nelle lettere umane, un altro che si trovava lì gli disse poi: «Abate Arsenio, come, essendo profondo come voi nelle scienze greche e latine, consultate questo buon vecchio rustico e ignorante?». A cui rispose: «È vero che sono abbastanza versato nelle scienze di cui parlate; ma non sono ancora giunto a conoscere l'alfabeto di questo vecchio, che voi guardate come un rustico». Su cui san Teodoro fa questa bella riflessione: «Questo santo uomo», dice, «voleva farci intendere, con ciò, che se non ci studiamo, con una sincera umiltà, ad imparare questo alfabeto, preferibilmente a ogni altra scienza, avessimo pure acquisito altrove sublimi conoscenze, non saremo, nella verità, che dei rustici e degli ignoranti».
Sant'Arsenio, ugualmente distinto per l'eminente carica che aveva occupato a corte e per lo splendore delle virtù di cui brillava nel suo deserto, meritava di essere sovranamente rispettato da tutti i solitari, e lo era anche; ma la sua umiltà non poteva soffrirlo e non voleva alcuna distinzione. Ciò apparve soprattutto nell'occasione che stiamo per dire. Alcune persone portarono dei fichi secchi per distribuirli ai solitari di Scete; ma, poiché ce n'erano pochi, i Padri che ne fecero la distribuzione non osarono, per rispetto, inviargliene, temendo che fosse fargli un'ingiuria piuttosto che un regalo, dargli così poca cosa. Lo seppe, e non volle più andare in chiesa come faceva prima, dicendo ai Padri: «Mi avete dunque scomunicato, non rendendomi partecipe delle larghezze che Dio ci ha fatto, perché in effetti non ne sono degno?». Su cui il sacerdote gliene portò, e lo condusse poi in chiesa molto soddisfatto; ciò fu per i solitari, che ammirarono la sua umiltà, un grande motivo di edificazione.
Si può guardare anche l'estrema povertà a cui si era ridotto, come un effetto della sua umiltà tanto quanto del distacco del suo cuore. Si diceva di lui che, come non c'era nessuno a corte, quando vi era, che fosse vestito più magnificamente, così non c'era, in tutto il deserto di Scete, solitario che avesse una veste più misera. Essendo caduto malato, si trovò in così grande necessità, che avendo bisogno di un po' di biancheria, non ebbe di che comprarla, sebbene bastasse poco denaro. La ricevette in elemosina, e disse poi: «Vi rendo grazie, o mio Dio, di ciò che mi avete reso degno di aver bisogno di ricevere l'elemosina in vostro nome».
San Teodoro Studita e l'abate Daniele dicevano del nostro Santo, che un ufficiale dell'imperatore avendogli portato il testamento che uno dei suoi parenti, dell'ordine dei senatori, aveva fatto in suo favore, per il quale gli lasciava una ricchissima successione, volle subito strapparlo, affinché non se ne parlasse più; ma l'ufficiale si gettò ai suoi piedi e lo pregò di non farne nulla, perché ne andava della sua testa. Su cui sant'Arsenio gli disse: «Come ha potuto farmi suo erede, essendo morto solo da poco, mentre io stesso sono morto da molto tempo?». Così lo congedò con il testamento, senza accettare nulla di quell'eredità.
Non era una piccola penitenza per sant'Arsenio vivere in un così grande spogliamento di tutte le cose, e essersi ridotto a una privazione intera di tutte le comodità della vita, dopo aver goduto a corte di tutte quelle che procura l'opulenza. Ma questo grande Santo, lasciando il mondo, si era applicato a mortificarsi in tutte le cose dove credeva di aver seguito la soddisfazione dei sensi. Così mortificava il prurito di apparire, così naturale alle persone di spirito, con il ritiro rigoroso e con quel silenzio che non interrompeva quasi mai. Mortificava l'amore degli agi e delle comodità del corpo, con la privazione di tutto e quella povertà evangelica così perfetta a cui si era ridotto. Mortificava l'amore del riposo, con le veglie continue di cui abbiamo parlato. Mortificava l'orgoglio con la fuga di tutto ciò che poteva farlo stimare dagli uomini e il disprezzo generoso di tutta la gloria mondana. Gli autori della sua Vita ci indicano ancora due generi di mortificazione che praticava, e che mostrano in lui lo zelo che il desiderio di morire a tutto e di immolarsi a Dio con la penitenza ispira a un cuore penetrato da questa virtù.
L'abate Daniele diceva che quando faceva dei cesti, che era il suo lavoro ordinario, e l'acqua nella quale faceva immergere le foglie di palma veniva a corrompersi, non voleva che la si rinnovasse; ma si accontentava di mettervi sopra dell'acqua fresca, affinché continuasse a puzzare e non la cambiava che una volta l'anno. Alcuni solitari gli rappresentarono su questo che quell'acqua infetta dava un cattivo odore nella sua cella e non poteva che incomodarlo molto; ma fece loro questa bella risposta: «Non ho che troppo usato profumi eccellenti quando ero nel mondo; è ben giusto che ora io soffra questo cattivo odore per riparare questa sensualità che ho seguito, affinché sopportandola con pazienza Dio mi liberi, nel giorno del giudizio, dal fetore insopportabile dell'inferno e che io non sia condannato con quel cattivo ricco che aveva vissuto nel lusso e nei buoni cibi».
La sua astinenza era tale che i suoi discepoli confessavano di non sapere di cosa vivesse; poiché, diceva l'abate Daniele, durante i molti anni che siamo stati con lui, non gli davamo che una piccola misura ogni anno, e tuttavia non solo gli bastava, ma ancora ce ne dava tutte le volte che andavamo a trovarlo. Non mangiava nemmeno frutta, eccetto quando erano troppo mature. Pregava allora, per evitare la singolarità, che gliene portassero, e si accontentava di assaggiarne un po'.
Qualunque attrazione avesse per l'orazione e la contemplazione, non tralasciava di lavorare con le mani fino all'ora di Sesta; ma questo lavoro non interrompeva il suo raccoglimento e la sua unione interiore con Dio. Era, al contrario, così penetrato dalla sua divina presenza, che non la perdeva mai di vista ed era obbligato a tenere sempre un fazzoletto per asciugare le lacrime che scorrevano dai suoi occhi, anche lavorando. Dio gliene aveva accordato il dono prezioso in così grande abbondanza, che gli fecero cadere i peli delle palpebre. Questi pianti venivano sia dal rimpianto delle sue colpe passate che dal desiderio ardente con cui sospirava dopo l'eternità beata. Il ricordo della morte, che aveva anche quasi senza sosta presente, gliene forniva ancora il soggetto; poiché, sebbene aspirasse alla patria celeste per la veemenza del suo amore, la severità dei giudizi di Dio gli ispirava ugualmente un santo timore; ciò che fece dire a Teofilo, patriarca di Alessandria, quando era vicino a morire: «O abate Arsenio, quanto siete felice di aver sempre avuto nello spirito questo temibile momento!».
Un antico riferiva anche di lui, che esaminava due volte al giorno, al mattino e alla sera, se avesse fedelmente osservato ciò che Dio voleva da lui, o se avesse mancato di seguire la sua volontà in qualcosa, e che aveva passato così la sua vita nell'esercizio continuo di un giudizio rigoroso verso se stesso e un sentimento abituale di penitenza; ciò che ogni buon solitario doveva fare al suo esempio.
Incursioni barbariche ed esili
Gli attacchi dei Mori lo costringono a lasciare Scete per Troe e Canopo, illustrando l'instabilità della vita monastica di fronte alle invasioni del V secolo.
Ma non fu solo attraverso la tentazione degli spiriti maligni che Dio mise alla prova sant'Arsenio. Appena si fu ritirato nel deserto, vi fu turbato dall'irruzione dei Mori e costretto a fuggire per qualche tempo, come molti altri. Questi popoli provenivano dalla Libia; Cassiano ne parla in questi termini: «È», dice, «la nazione più crudele e barbara. Trova un piacere singolare nell'esercitare le sue crudeltà. Non è l'avidità del bottino che la spinge a spargere sangue umano, come le altre nazioni barbare; è l'inclinazione che ha naturalmente a fare il male». In questa incursione, avvenuta verso l'anno 395, uccisero molti solitari di Scete. Sant'Arsenio si sottrasse alla loro furia con coloro che riuscirono a scappare. Non sappiamo dove si ritirò allora. Fu forse a Troe, chiamata altrimenti Petra, o la Roccia di Troe, vic ino Troé Luogo di rifugio e di morte di Sant'Arsenio. a Menfi, da dove andò a Canopo; ma non vi rimase a lungo; poiché, ritiratisi i barba Canope Luogo di soggiorno temporaneo di Arsenio in Egitto. ri, tornò a Scete. È verosimile che, durante questo primo soggiorno a Troe e a Canopo, ricevette la visita di alcuni solitari e dello zio di Timoteo, patriarca di Alessandria. Forse fu anche in quel periodo che una dama romana, attratta dalla fama della sua santità, venne espressamente da Roma per vederlo. Riporteremo qui questa storia; ma non assicuriamo che sia avvenuta a Canopo durante la prima uscita del Santo, in occasione dell'irruzione dei Mori, o se fu nel suo stesso deserto, quando vi fece ritorno.
Questa dama, molto ricca e molto pia, sentendo parlare della sua eminente virtù, volle esserne testimone lei stessa. Partì da Roma e venne a Canopo, da dove si recò ad Alessandria presso il patriarca Teofilo, per pregarlo di ottenere dal Santo il permesso di andarlo a trovare. Il patriarca, che la ricevette con molta cortesia, si fece carico dell'incarico e, recatosi alla sua cella, gli disse: «Padre mio, una dama romana di grande pietà e di rango molto distinto è arrivata da poco e ha intrapreso questo lungo viaggio, spinta dal desiderio di edificarsi vedendovi e di ricevere la vostra benedizione. Vi prego dunque di non rifiutarle questa grazia e di voler fare una parte del cammino per facilitarle questa consolazione».
Per quanto rispetto sant'Arsenio avesse per il patriarca, non poté risolversi a fare ciò che gli chiedeva. Fuggiva gli uomini con tanta cura per rispondere ai disegni di Dio, a maggior ragione evitava la vista delle donne, per non dare appiglio al nemico della salvezza? Così Teofilo, non potendo ottenere nulla dalla sua risoluzione, riferì la risposta a questa donna, la quale, lungi dal perdersi d'animo, fece al contrario sellare i suoi cavalli e si mise in cammino, dicendo: «Ho fiducia in Dio e spero che mi farà la grazia di vederlo, poiché non è il desiderio di vedere un uomo che mi ha fatto intraprendere un così lungo viaggio, ma solo il desiderio di vedere un Profeta».
Mentre si avvicinava alla sua cella, lo incontrò fuori che passeggiava e si gettò subito ai suoi piedi, con il volto chino fino a terra. Il Santo la rialzò e le disse con aria severa: «Se è il mio volto che desiderate vedere, eccomi, guardatemi». Ella fu così sorpresa da queste prime parole che non osò alzare gli occhi; e il Santo continuò così: «Se vi avessero riferito qualche bene di me che potesse edificarvi, avreste dovuto accontentarvi di pensarci dentro di voi, senza intraprendere, per venirmi a vedere, di attraversare un così lungo spazio di mare. Non sapete che una donna deve vivere ritirata nella sua casa? E siete venuta qui per gloriarvi al vostro ritorno di aver visto Arsenio e di ispirare perciò alle altre donne il desiderio di attraversare anch'esse il mare per venirmi a vedere?» Ella rispose a questi rimproveri: «Lascio alla volontà di Dio impedire che ne vengano altre; ma vi chiedo umilmente di pregare per me e di non dimenticarmi». — «Al contrario», le disse il Santo, «prego il Signore che cancelli interamente il vostro ricordo dal mio cuore». Queste ultime parole la afflissero estremamente. La febbre la prese quando fu di ritorno ad Alessandria e, venuto l'arcivescovo a trovarla per apprendere da lei l'esito della sua visita, ella gli riferì soprattutto le ultime parole del Santo, aggiungendo che l'avrebbero fatta morire di dolore. Il prelato la consolò spiegandole il vero senso. «Non sapete», le disse, «che siete donna e che le donne sono lo strumento di cui il demonio si serve spesso per combattere gli uomini? È per questa ragione che l'abate Arsenio vi ha detto che voleva cancellare il vostro volto dal suo cuore; ma, quanto alla vostra anima, non dubitate per un momento che egli non preghi per essa». Queste parole la risollevarono dalla sua afflizione ed ella tornò in Italia, molto soddisfatta del suo viaggio.
I Mori fecero una seconda irruzione nel deserto di Scete, circa verso l'anno 434, e Arsenio fu costretto a fuggire una seconda volta per evitare di cadere nelle loro mani. Erano quarant'anni che dimorava in quel deserto. Partendo, versò lacrime e disse: «La troppa moltitudine di popolo ha causato la rovina di Roma, e la troppa moltitudine di monaci ha causato quella di Scete».
Il luogo che il Santo scelse per la sua ritirata fu Troe, come aveva fatto la prima volta. Dimorò dieci anni in quel luogo, dopo di che un'altra incursione dei barbari lo costrinse a ritirarsi a Canopo, dove passò ancora tre anni. Risolse poi di abbandonare la sua cella senza portar via nulla, e persino di separarsi da Alessandro e da Zolie, i suoi due discepoli, per vivere più solitario che mai. Disse al primo di prendere una nave e di ritirarsi, e a Zolie di accompagnarlo fino al fiume per trovargli una barca che lo conducesse ad Alessandria, e che dopo ciò egli sarebbe andato a raggiungere suo fratello, cioè Alessandro, suo discepolo. Furono ugualmente sorpresi da quest'ordine, non potendo quasi consolarsi della sua separazione, e si chiedevano reciprocamente se lo avessero scontentato in qualcosa, o se gli avessero mancato di obbedienza; cosa che tuttavia non avevano da rimproverarsi. Obbedirono nondimeno senza replicare e si ritirarono alla Roccia di Troe. Quanto al Santo, andò ad Alessandria, dove cadde pericolosamente malato.
Non era la sua ultima ora ed egli si riprese insensibilmente dalla sua malattia. I suoi discepoli, che si informavano di lui in tutte le occasioni che ne avevano, appresero con dolore la sua situazione e non osarono andarlo a trovare per paura di mancare ai suoi ordini e di dargli dispiacere; ma quando fu del tutto rimesso, si determinò da sé a venire a raggiungerli a Troe, dove sapeva che si trovavano, dicendo: «Andrò a raggiungere ora i miei padri»; poiché è così che li chiamava per onore.
Morte e umiltà finale
Muore verso l'età di 95 anni a Troe, piangendo per timore del giudizio di Dio e vietando che il suo corpo sia conservato come reliquia.
Fu lì che, due anni dopo, terminò felicemente la sua corsa. Quando vide che la sua fine si avvicinava, disse ai suoi discepoli, tra cui vi era Daniele, di non preoccuparsi di fare elemosine per lui dopo la sua morte; ciò mostrava quanto fosse povero; ma che bastava ricordarsi di lui nel santo sacrificio: «Se ho compiuto qualche buona opera nella mia vita», aggiunse, «la troverò davanti a Dio». Queste parole, che annunciavano loro la morte come imminente, li afflissero e li turbarono molto. Egli volle addolcire il loro animo e disse: «La mia ora non è ancora giunta, vi avvertirò non appena arriverà; ma devo dirvi che non voglio che diate nulla del mio corpo per essere conservato come reliquia, e se lo farete, mi farò vostro accusatore al tribunale di Dio, dove apparirete come me». Questo grande Santo, che aveva voluto nascondersi per tutta la vita, voleva anche, per un sentimento della più profonda umiltà e di un santo amore per la vita nascosta, essere dimenticato dopo la sua morte.
I suoi discepoli gli dissero allora: «Cosa faremo dunque, Padre nostro? Non sappiamo come si prepari e come si seppelliscano i morti». — «Ahimè!» rispose loro, «non saprete legarmi una corda ai piedi e trascinarmi così sulla montagna?»
Infine, mentre era vicino a rendere lo spirito, cominciò a piangere; il che non è sorprendente nei più grandi Santi, i quali, essendo stati penetrati da un più vivo timore del Signore durante la loro vita per le luci che avevano della sua santità, hanno spesso temuto di apparire davanti a Lui, senza perdere il desiderio di possederlo e la speranza nella sua misericordia. Tuttavia, i suoi discepoli, che erano stati testimoni della sua vita tutta celeste, ne furono sorpresi. «Perché, Padre mio, piangete?» gli dissero; «temete forse la morte come gli altri?» — «Sì, senza dubbio», rispose loro, «e questo timore non mi ha mai abbandonato da quando mi sono fatto solitario».
Fu con questi sentimenti di umiltà che rese l'anima al Signore, arricchita di virtù e meriti; essendo all'età di novantacinque anni, di cui ne aveva passati quaranta nel mondo, altrettanti a Scete, dieci a Troe, tre a Canopo o ad Alessandria, e due ancora a Troe; di modo che può essere morto nel 449 o 450, secondo la cronologia dei continuatori di Bollandus, che seguiamo qui come la più sicura. Surio, Gazeo e altri lo fanno vivere fino a centoventi anni; ma si sono sbagliati.
San Pemen, appresa la notizia della sua morte, esclamò versando lacrime: «Quanto sei felice, o Arsenio, di aver pianto così tanto te stesso mentre vivevi, poiché coloro che non piangono in questa vita piangeranno eternamente nell'altra; perché bisogna, o che con una penitenza volontaria piangiamo quaggiù, o che piangiamo infruttuosamente quando saremo morti, per i tormenti che soffriremo».
I suoi discepoli si presero cura della sua sepoltura, e l'abate Daniele disse che il Santo gli lasciò la sua tunica di pelle, il suo cilicio bianco e i suoi sandali di foglie di palma, ed egli se ne rivestì con rispettosa devozione, per partecipare alla sua benedizione.
Dottrina e discepoli
Il testo dettaglia i suoi insegnamenti sulla purezza del cuore e sulle insidie del demonio, nonché la vita dei suoi principali discepoli, Daniele, Alessandro e Zoilo.
Facciamo conoscere ora con alcuni esempi la dottrina spirituale di questo grande Santo. Era consuetudine dei solitari di Scete riunirsi spesso per parlare di cose spirituali e per animarsi, attraverso sante conferenze, alla lotta contro i vizi e alla pratica delle virtù. Si riporta a questo proposito un breve discorso che fece sant'Arsenio in una di queste assemblee, sui diversi artifici di cui il demonio si serve per ingannare i solitari, e sui mezzi per scoprirli ed evitarli.
«Voi sapete, miei Padri e miei Fratelli, che gli uomini non agiscono ordinariamente alla cieca; ma che hanno dei motivi che li fanno agire e che si propongono un fine. Lo abbiamo provato noi stessi quando abbiamo lasciato il mondo. Non è stato che per acquisire la purezza del cuore e per acquisire per mezzo di essa la nostra santificazione. Dobbiamo dunque lavorare senza sosta a questa purificazione di noi stessi, non solo all'esterno, ma anche nel nostro interno; il che è più difficile e richiede un lavoro maggiore, perché la lotta delle passioni è più forte e costa di più riportare la vittoria su di esse. Molti sono giunti a domare la loro carne con i digiuni e altre macerazioni, in modo che essa non faccia sentire loro tanto le sue rivolte; ma non si sono applicati ugualmente a domare le cattive affezioni della loro anima; e si può dire di loro che si sono purificati solo a metà. Hanno posto ogni loro cura nel privarsi delle soddisfazioni dei sensi esterni e nell'evitare di cadere in vizi grossolani, il che è molto lodevole, senza dubbio, e molto necessario; ma non hanno lavorato a distruggere i vizi segreti del cuore, quali sono l'invidia, l'amore della vanagloria, la presunzione, il desiderio delle ricchezze e l'orgoglio, che è il vizio capitale. Si possono paragonare questi solitari a statue che brillano all'esterno per lo splendore dell'oro e del bronzo, e che non racchiudono all'interno che lordura o una materia vile. Non basta dunque riformare in noi l'uomo esteriore, se vogliamo giungere a un'intera purezza di cuore; sono questi vizi interiori che bisogna principalmente attaccare e cercare di distruggere.
«Voi non dovete ignorare, miei Fratelli, che il demonio impiega ogni sorta di artifici per sedurci; e che uno dei più pericolosi, e che gli riesce meglio con molti, è di presentare loro le apparenze di un bene, per trascinarli poi più facilmente al male. È così che ispira, per esempio, ad alcuni l'amore dell'ospitalità, per portarli, trattando bene coloro che vengono a trovarli, all'intemperanza della bocca. È sembrato loro dapprima di non proporsi che di esercitare la carità, e mangiando con i loro ospiti si sono abituati alla gola, e infine ad altri vizi di cui essa è ordinariamente la causa. Allo stesso modo, ha suggerito ad altri il pensiero di accumulare denaro per fare l'elemosina; e per mezzo di questo pensiero, ha fatto scivolare nel loro cuore quella avidità funesta per i beni della terra che causa l'avarizia.
«Ne ha anche ingannati altri, sotto pretesto del bene spirituale del prossimo, facendo loro credere che stando ritirati nelle loro celle si rendevano inutili, e che dovevano piuttosto mostrarsi per il vantaggio degli altri. Così, ascoltando questa suggestione, hanno lasciato il loro ritiro, si sono impegnati in conversazioni con la gente del mondo, anche con le donne; e appoggiandosi troppo sulla virtù che credevano di aver acquisito, come se non avessero più nulla da temere da se stessi e fossero fuori dalla portata della tentazione, si sono esposti temerariamente nelle occasioni e hanno fatto infine cadute funeste.
«Ecco ancora uno dei più pericolosi tranelli di questo nemico delle nostre anime. Egli lascia talvolta i solitari senza tentarli per un certo tempo; e allora, credendosi esenti da vizi, perché non hanno alcuna tentazione da combattere, concepiscono sentimenti di stima di se stessi, come se fossero già perfetti, e cadono nell'abisso dell'orgoglio; o bene, non vedendo alcun nemico contro di loro, cessano di vegliare su se stessi, come se non avessero più nulla da temere; restano nell'inazione, cadono nella negligenza, si addormentano, per così dire, in una falsa sicurezza; e mentre pensano di essere al sicuro, egli viene all'improvviso ad attaccarli con qualche tentazione violenta, e li fa soccombere tanto più facilmente, quanto più gli è stato agevole sorprenderli, perché essi diffidavano meno della sua furia.
«Considerando dunque, miei Fratelli, le astuzie del demonio, e come egli ci attacchi in tanti modi differenti, il che non è sempre facile da scoprire, abbiamo bisogno di una grande attenzione su noi stessi, di una vigilanza continua sui nostri sensi, e su ciò che accade dentro di noi. Abbiamo bisogno di uno spirito di discernimento e di discrezione; ma su tutte le cose abbiamo bisogno di pregare senza sosta il Signore, affinché ci illumini e non permetta che siamo ingannati dalle apparenze di un bene, che lo spirito maligno ci presenta per meglio farci cadere nel peccato. Così stiamo perpetuamente in guardia per scoprire da che parte, quando e come il tentatore viene ad attaccarci».
Un altro gli disse: «Mio Padre, sono spesso tormentato dal pensiero che, non potendo né digiunare né lavorare, devo impiegarmi a visitare i malati; farò almeno con ciò un atto di carità». — «No», gli disse il Santo che comprendeva che era una tentazione del demonio per portarlo a lasciare il suo ritiro; «andatevene, mangiate, bevete, dormite, non lavorate, vi raccomando solo di non uscire mai dalla vostra cella». Ora, egli sapeva, dandogli questo consiglio, dice colui che ha raccolto le sue sentenze, che un religioso che custodisce fedelmente la sua cella con pazienza, rientra presto nell'osservanza delle altre regole del suo stato. Disse anche che, come un mattone che non è ben cotto si scioglie quando lo si mette nell'acqua, mentre si indurisce maggiormente quando lo è a sufficienza, allo stesso modo un religioso che non è ben stabilito e manca di fervore soccombe facilmente alla tentazione.
I principali discepoli di sant'Arsenio, Zoilo, Alessandro e Daniele, erano tutti e tre di Faran, nell'Arabia. È per questo che Daniele è soprannominato talvolta il Faranita nella Raccolta delle azioni e delle parole memorabili dei Padri della solitudine.
Alessandro era molto esatto nelle pratiche laboriose della religione, ed eccelleva in dolcezza e in obbedienza. È per questo che sant'Agatone lo amava singolarmente.
L'abate Daniele non venne sotto la guida di sant'Arsenio che dopo Alessandro e Zoilo; poiché egli li chiama i suoi Padri. È da lui che abbiamo appreso diverse particolarità della vita di questo grande Santo. Anche egli aveva così bene messo a profitto le sue istruzioni, che fu in grado di darne agli altri.
Si potrebbe dipingere sant'Arsenio mentre versa lacrime, perché era un dono che aveva ricevuto dal cielo; o sprofondato ostinatamente nella lettura e nella meditazione, nonostante le visite che si pretendeva di fargli e che sopportava con tanta pena.
Abbiamo tratto questa biografia, abbreviandola, dalle Vite dei Padri dei deserti d'Oriente, del S. P. Michel-Ange Marin Michel-Ange Marin Autore di un'opera sui Padri del deserto. , dell'Ordine dei Minimi.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Roma verso il 354
- Chiamato a Costantinopoli da Teodosio il Grande nel 383 per l'educazione di Arcadio e Onorio
- Vocazione solitaria in seguito a una voce divina: 'Arsenio, fuggi la compagnia degli uomini'
- Arrivo al deserto di Scete nel 394
- Formazione presso Giovanni il Nano
- Fughe successive davanti alle incursioni dei Mori (395 e 434)
- Ritiri a Troe e Canopo
- Morto all'età di 95 anni
Miracoli
- Apparizione del Santo come se fosse tutto in fiamme durante l'orazione
- Voci celesti che dettano la sua condotta
Citazioni
-
Arsenio, fuggi la compagnia degli uomini e ti salverai.
Voce divina -
Mi sono pentito spesso di aver parlato, ma non mi sono mai pentito di essere rimasto in silenzio.
Sant'Arsenio -
Come ha potuto farmi suo erede, essendo morto da poco, mentre io stesso sono morto da molto tempo?
Sant'Arsenio (a proposito di un'eredità)