30 settembre 4° secolo

San Girolamo di Stridone

SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

Sacerdote e Dottore della Chiesa

Festa
30 settembre
Morte
30 septembre 420 (naturelle)
Epoca
4° secolo
Luoghi associati
Stridone , Roma (IT)

Nato a Stridone nel IV secolo, san Girolamo fu uno dei più grandi sapienti della Chiesa, celebre per la sua traduzione della Bibbia in latino (la Vulgata). Dopo una vita di studi a Roma e di ascetismo rigoroso nel deserto di Siria, divenne consigliere di papa Damaso prima di ritirarsi a Betlemme. Qui diresse monasteri e combatté con ardore le eresie del suo tempo fino alla morte nel 420.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SAN GIROLAMO DI STRIDONE,

SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

Vita 01 / 08

Giovinezza e formazione intellettuale

Nato a Stridone, Girolamo studia retorica a Roma sotto Donato e Vittorino, alternando fervore religioso e smarrimenti giovanili.

San Girolamo Saint Jérôme Dottore della Chiesa e traduttore della Vulgata. è stato: 1° un sole nel mondo, poiché ha abbattuto le eresie, convertito i mondani, aperto ai perfetti nuovi orizzonti; 2° un angelo nel deserto, per la sua purezza, la sua mortificazione, il suo spirito di orazione; 3° un prodigio nella Chiesa, per i libri che ha composto, le ambasciate che ha compiuto, le virtù di cui ha dato l'esempio.

Lactantius, Concinnus.

La qualità di grandissimo Dottore non può essere negata a san Girolamo; la Chiesa romana gliela accorda solennemente nell'orazione del suo ufficio, come una distinzione particolare per differenziarlo dagli altri Padri che hanno difeso o arricchito la Sposa di Gesù Cristo con i loro scritti. Nacque nella città di Stridone, ai co ville de Strido Città natale di san Girolamo. nfini della Dalmazia e della Pannonia, o Ungheria. Suo padre si chiamava Eusebio. Ebbe anche un fratello chiamato Paoliniano, che venne al mondo quando Girolamo era già in Siria, e una sorella di cui si ignora il nome così come quello di sua madre. Parla ancora, nella sua Epistola XXVI, di una zia, chiamata Castorina, con la quale ebbe qualche diverbio che cercò di sopire con diverse lettere cortesi. Nato da genitori ricchi e distinti, poté soddisfare il suo gusto precoce per lo studio. Eusebio, suo padre, lo mandò a Roma per seguire le l Rome Città natale di Massimiano. ezioni di grammatica e di retorica dei celebri Donato e Vittorino. Girolamo fece grandi progressi in quell'eccellente scuola. Ma non sfuggì ai pericoli che corre l'innocenza degli scolari nelle grandi città; era allora solo catecumeno. Condusse dapprima la vita cristiana che i suoi genitori gli avevano insegnato; visitava spesso le catacombe, le tombe dei martiri, e si animava di un santo zelo al ricordo di coloro che avevano sigillato la loro fede con il loro sangue. Ma a poco a poco, si lasciò andare al trascinamento delle passioni, come egli stesso raccontò più tardi con grande rimorso.

Conversione 02 / 08

Viaggi in Gallia e vocazione ascetica

Dopo aver attraversato le Gallie e soggiornato a Treviri, decide di consacrarsi interamente a Dio e si unisce a un monastero ad Aquileia.

Avendo appreso tutto ciò che aveva potuto dai grandi uomini della capitale del mondo, risolse di viaggiare, al fine di vedere le celebri biblioteche e gli eruditi degli altri paesi per perfezionarsi sempre più nella conoscenza delle lettere. Prese dapprima la via delle Gallie, accompagnato da Bonoso, con il quale era stato allevato nell'infanzia e che aveva avuto la sua stessa nutrice. Passò per Concordia, piccola città vicino a Mirandola, in Italia, dove strinse legami con un anziano chiamato Paolo, al quale inviò in seguito la vita di san Paolo eremita, in una lettera che è la XXI delle sue Epistole. Fu da lui che apprese che san Cipriano chiamava Tertulliano il suo maestro, come egli stesso nota nel suo libro degli Scrittori ecclesiastici. Dimorò qualche tempo a Treviri, dove copiò di propria mano il lungo trattato di sant'Ilario sui sinodi. Osserva nella prefazione del secondo libro dei suoi Commentari sull'Epistola ai Galati che la lingua usata in quella città era la lingua volgare dei Galati e che questi non si servivano affatto della lingua greca, sebbene allora non ve ne fosse altra in tutto l'Oriente: il che gli fa giudicare che discendessero dai Galli. Il resoconto che fa delle principali città delle Gallie, come Magonza, Strasburgo, Reims, Amiens, Arras, Tournai, Thérouanne, Lione, Narbona, Nantes, Tolosa e molte altre, mostra che ne percorse tutte le province e che non risparmiò nulla per acquisire nuove conoscenze, sia nelle biblioteche, sia nella conversazione dei grandi uomini di cui tutti questi vasti paesi erano pieni.

Fu a Treviri che il nostro Santo prese la risoluzione di servire Dio senza riserve, per essere, e non solo apparire, cristiano. Alcuni credono che avesse tuttavia già ricevuto il battesimo a Roma; altri pretendono che lo ricevette solo al suo ritorno. Dalla Gallia, Girolamo si ritirò ad Aquileia, dove condusse la vita ascetica in un monastero che vi era stato appena stabilito, e strinse legami con diversi ecclesiastici di quella città, molto dotti, i cui nomi riappaiono spesso nei suoi scritti. Fu costretto a lasciare il suo ritiro, probabilmente a causa di sua sorella che si era allontanata dalle vie della salvezza, e che ebbe la fortuna di ricondurvi. Cercando di nuovo un luogo dove potesse vivere con tutta la libertà della solitudine, non scelse il suo paese per questo, perché vi sarebbe stato troppo importunato dai suoi parenti; d'altronde, come confessa nella sua Epistola XLIII, la corruzione vi era così grande che non vi si riconosceva altro Dio che il ventre né altra felicità che le ricchezze, e, ciò che deplora maggiormente, Lupicino, che ne governava la Chiesa, era un sacerdote molto malvagio, che perdeva le anime invece di salvarle. Non si fermò nemmeno a Roma; quella città senza dubbio era tutta santa, e la virtù vi era stimata, ma era difficile condurvi una vita monastica e solitaria, a causa del numero dei suoi abitanti e della folla di pellegrini che vi giungevano da ogni parte. Inoltre, essendovi conosciuto, sarebbe stato costretto a conformarsi agli altri, vale a dire essere visto dai suoi amici e vederli, visitare e ricevere visite, dare lodi da una parte e dall'altra lacerare la reputazione del prossimo. È così che parla nelle sue Epistole XVII e XVIII. Credette dunque che avrebbe fatto meglio a ritirarsi in qualche regione lontana, dove non avrebbe trovato che occasioni di elevarsi a Dio e di lavorare alla sua perfezione. La Siria sembrandogli adatta a questo disegno, sia per la santità dei luoghi che per la vicinanza di un'infinità di monaci che la abitavano, vi si incamminò, portando con sé la sua biblioteca. I compagni di questo grande viaggio furono Eliodoro, Innocenzo e Ila. Passò alcuni giorni a Gerusalemme per visitarvi i luoghi santi; poi percorse la Tracia, il Ponto, la Bitinia, la Cappadocia e la Cilicia, sempre nel desiderio di apprendere qualcosa di nuovo. Soggiornò anche a Tarso, luogo di nascita di san Paolo, al fine di studiare la lingua di cui quell'Apostolo si è servito nelle sue Epistole. Si fermò ancora ad Antiochia, presso Evagrio, da dove andò a conferire del disegno del suo ritiro con Teodosio e gli altri anacoreti, ed esaminare il luogo dove avrebbe potuto dimorare prima di impegnarvisi. Questa solitudine, chiamata Calcide, è situata in un luogo che separa i Siriani dagli Agareni; e, a parte i monaci che la abitavano, non vi si trovavano che bestie selvatiche, serpenti e scorpioni. Vi si recò infine con tutti i suoi libri, la cui lettura e studio dovevano costituire una buona parte della sua occupazione.

Vita 03 / 08

La prova del deserto di Calcide

Ritiratosi nel deserto di Siria, subisce malattie, tentazioni carnali e una visione mistica che lo distoglie dagli autori profani a favore delle Scritture.

Il demonio, che prevedeva gli importanti servizi che Girolamo avrebbe reso in quel ritiro alla Chiesa, impiegò tutta la sua malizia per farglielo abbandonare. Lo gettò dapprima in una strana desolazione per la perdita di tutti coloro che lo avevano accompagnato; poiché Eliodoro, che egli amava più degli altri, ritornò nel suo paese, col pretesto di un bene maggiore e per assistere una sorella e un nipote che vi aveva lasciato, senza che il Santo potesse trattenerlo con le sue preghiere né con le sue lacrime. Gli scrisse persino una potente lettera per sollecitarlo ad eseguire la promessa che gli aveva fatto di ritornare; ma fu senza successo. Innocenzo morì di una febbre ardente; e, qualche tempo dopo, la morte gli tolse ancora Ila. Oltre a queste sventure, che gli furono molto sensibili, fu attaccato da ogni sorta di malattie, tra le altre da una febbre molto violenta che lo prese nel mezzo della Quaresima e che ridusse tutto il suo corpo, delicato e peraltro esausto dai digiuni, a uno stato così pietoso che, non aspettando altro che l'ora della sua morte, si erano già preparate tutte le cose necessarie per seppellirlo. Fu allora che comparve in spirito davanti al tribunale di Gesù Cristo. Ecco come ne parla alla vergine Eustochio nella sua Epistola XXII:

« Digiunavo, e tuttavia leggevo Cicerone; vegliavo e piangevo i miei peccati; non tralasciavo dopo ciò di leggere Plauto; e quando, essendo rientrato in me stesso, gettavo gli occhi sui Profeti, il loro stile basso e incolto mi dava orrore. Mentre il demonio mi seduceva così con le sue astuzie, caddi malato, e, nel culmine della malattia, quando la mia vita non si faceva più sentire che da un battito di cuore, fui rapito in spirito e presentato davanti al tribunale del sovrano Giudice, dove lo splendore delle luci e degli splendori che uscivano da coloro che lo circondavano, mi obbligò a prostrarmi per terra senza osare alzare gli occhi per guardare la maestà del mio Maestro. Là fui interrogato chi fossi: risposi che ero cristiano; ma il Giudice mi disse: Voi mentite, voi siete un ciceroniano, e non un cristiano, perché il vostro cuore è dove avete il vostro tesoro. A queste parole tacqui, e tra i colpi (poiché il Giudice aveva comandato che fossi frustato), sentivo nella mia anima dei furiosi rimorsi di coscienza, facendo riflessione in me stesso su questo versetto del Profeta: *In inferno autem quis confitebitur tibi?* Infine cominciai a gridare e a dire, sciogliendomi in lacrime: « Signore, abbiate pietà di me; Signore, abbiate pietà di me »; era l'unica voce che facevo risuonare in mezzo ai colpi. Coloro che erano presenti si gettarono ai piedi del Giudice e lo pregarono di perdonare alla mia giovinezza, di accordarmi il tempo di fare penitenza, dicendo che, se non la facessi, e leggessi ancora gli autori profani, mi si punirebbe ancora più severamente. Allora feci un giuramento in presenza del mio Dio che non avrei più avuto libri secolari, che non ne avrei mai letti; e che, se fossi venuto meno alla mia parola, volevo passare per apostata. Questa protesta fu causa della mia libertà: mi lasciarono andare e ritornai in me. Non era quello un assopimento né uno di quei sogni che ci ingannano durante il sonno; ne chiamo a testimone il tribunale davanti al quale comparvi, e il triste giudizio che mi diede tanta paura, piaccia al mio Dio che mai cosa simile mi accada! In effetti, sentii bene, al mio risveglio, che ciò era una realtà, poiché portavo, sulle mie spalle, i segni delle frustate che avevo ricevuto.

Da quel tempo, ho letto le sante Scritture con più ardore di quanto leggessi in precedenza i libri profani ».

Tutte queste prove furono seguite da orribili tentazioni della carne, dalle quali fu crudelmente tormentato. La sua immaginazione fu talmente riempita di oggetti disonesti che, nell'orrore del suo deserto, dove non vedeva che animali, rocce e alberi, credeva di essere nel mezzo delle delizie e delle seduzioni di Roma; ma il santo giovane essendo sostenuto dalla grazia del Salvatore, trionfò sempre del suo nemico con le preghiere, le lacrime, le macerazioni e le altre austerità che egli stesso rappresenta nell'Epistola che abbiamo appena citato: « Quante volte », dice, « essendo nel mio eremitaggio, che gli ardori del sole rendevano quasi inabitabile, mi sono immaginato di essere tra le delizie di Roma? Rimanevo solo seduto nella mia cella, il cuore inondato di amarezze, e il corpo simile a quello di un etiope bruciato dagli ardori del sole. Passavo le giornate intere a versare lacrime e a spingere sospiri verso il cielo. E, quando ero sopraffatto dal sonno, mi coricavo sulla terra nuda, dove non mi davo nemmeno il tempo di riposare. Non parlo del bere né del mangiare, poiché l'acqua fredda era tutta la bevanda dei monaci, per quanto languenti fossero, e che mangiare qualcosa di cotto era stimato da loro come un peccato di lussuria. Io dunque, povero Girolamo, che mi ero condannato a questo genere di vita per il timore dell'inferno, essendo in questa prigione, senza altra compagnia che quella degli scorpioni e delle bestie feroci, mi trovavo spesso in spirito in assemblee di giovani persone. Il mio volto era pallido a causa delle mie austerità, mentre il mio cuore, in un corpo freddo come il ghiaccio, era infiammato di cattivi desideri, e, sebbene la mia carne fosse già in qualche modo morta, sentivo in essa gli incendi della concupiscenza. Non avendo alcun soccorso dal lato delle creature, mi gettavo ai piedi del Crocifisso, e dopo averli innaffiati con le mie lacrime, li asciugavo con i miei capelli. Digiunavo settimane intere per spegnere questi bracieri. Passavo i giorni e le notti a colpirmi il petto, finché non udissi una voce interiore che mi disse: È abbastanza. Non entravo che con una specie di orrore nella mia cella, che guardavo come il testimone dei miei cattivi pensieri. E, mettendomi in collera contro me stesso, andavo solo errando nel fondo dei deserti, e mi prostravo in orazione, ora in una valle, ora nel cavo delle rocce, altre volte sulla cima delle montagne, finché infine, dopo torrenti di lacrime e frequenti sguardi verso il cielo, mi sembrava di essere tra cori di angeli, dove cantavo con allegrezza: « Signore, noi corriamo dietro a voi all'odore dei vostri profumi ». Ecco in quale maniera Girolamo rese inutili tutti gli sforzi del demonio; ma questo nemico della nostra salvezza non avendo potuto guadagnare nulla su di lui, attaccandolo da leone e a forza aperta, l'attaccò da volpe e con astuzia, servendosi degli eretici per tentare di sedurre la fede di colui di cui non aveva potuto corrompere la castità.

Teologia 04 / 08

Ordinazione e approfondimento teologico

Ordinato sacerdote ad Antiochia, studia l'ebraico e l'esegesi presso san Gregorio di Nazianzo prima di essere chiamato a Roma da papa Damaso.

Gli ariani di Tarso conoscevano il suo merito; sapevano che questo giovane superava già in scienza e dottrina, così come in santità, i più grandi personaggi della Grecia: vennero a trovarlo per chiedergli se ammettesse una o tre ipostasi in Dio. Egli riconobbe subito il veleno che si celava sotto questa domanda. Rispose loro che se con la parola ipostasi intendevano l'essenza divina, ve n'era una sola in Dio; ma che se intendevano la persona, ve n'erano tre nella santa Trinità. I vari partiti della città di Antiochia fecero anche il possibile per attirarlo ciascuno dalla propria parte: poiché questa Chiesa era allora divisa in tre fazioni: gli ariani, che avevano Vitale come capo, e i cattolici, di cui alcuni riconoscevano Melezio, altri Paolino come vescovo. Tutti sollecitarono in privato san Girolamo ad aderire ai loro interessi; ma non ne ebbero altra risposta se non che egli si legava interamente alla Chiesa romana, fuori della quale non vi è salvezza. Tuttavia, poiché ciascuno sosteneva anche dalla propria parte di essere nella comunione romana, il nostro santo solitario scrisse a papa Damaso e lo pregò vivamente di fargli sapere con quale dei tre vescovi do vesse comun pape Damase Papa che ordinò i due fratelli e li inviò in missione. icare. Gli svelò allo stesso tempo il veleno che si celava sotto la parola ipostasi; e, per ricevere la sua risposta, gli disse di indirizzarla al sacerdote Evagrio, ad Antiochia, loro amico comune, che non avrebbe mancato di fargliela pervenire nel suo eremo.

Tuttavia, fu incessantemente perseguitato dagli eretici, che gli chiedevano ogni giorno nuove professioni di fede. Gli ariani pubblicavano che non era ortodosso, perché difendeva l'homoousion, cioè la consustanzialità delle persone divine; altri lo facevano passare per sabelliano, perché sosteneva tre persone sussistenti, vere, intere e perfette nella santa Trinità: la persecuzione fu così grande che lo costrinsero infine ad abbandonare la sua cara solitudine. Vi era rimasto quattro anni, o sei secondo Baronio, durante i quali aveva tradotto le omelie di Origene e imparato la lingua ebraica da un ebreo che si era convertito e fatto solitario. Confessa di aver avuto pene estreme in questo studio e che, dopo aver gustato le sottigliezze di Quintiliano, l'eloquenza di Cicerone, la gravità di Frontone e la dolcezza di Plinio, gli era stata una dura mortificazione imparare un alfabeto e pronunciare parole gutturali: tanto che aveva disperato più volte di venirne a capo; che spesso vi rinunciava, scoraggiato dalle difficoltà che vi trovava; che poi il desiderio di comprendere questa lingua gli faceva riprendere il lavoro, in una parola, che ne aveva ottenuto l'intelligenza solo con fatiche inconcepibili. Il ricordo delle dolcezze celesti e delle luci divine, di cui la sua anima era colma in quella solitudine, fece sì che la rimpiangesse sempre e che la portasse ovunque nel suo cuore. È ciò che insegnò a Pammachio nella sua Epistola XXVI.

È probabile che fu all'uscita dal deserto che visitò la Grecia, e particolarmente la città di Atene; dopo di che si recò ad Antiochia, dove studiò la Sacra Scrittura sotto Apollinare di Laodicea, senza tuttavia fermarsi alla dottrina contenziosa di questo dotto uomo, in seguito autore di un'eresia di cui cercò di infettare la Chiesa. Aderì a Paolino, uno dei tre vescovi di cui abbiamo parlato, conformemente alla risposta che ricevette da Damaso, che favorì sempre questo partito come il più giusto. Sebbene non risiedesse più nel deserto, non abbandonò per questo l'abito né la professione di solitario e, nei vari luoghi in cui andava per consultare persone abili e fare nuove scoperte nella santa Scrittura, conduceva una vita ritirata per attendere maggiormente alla preghiera e allo studio. Nel suo trentesimo anno, fu ordinato sacerdote dallo stesso Paolino; ma acconsentì alla sua ordinazione solo a condizione che non fosse legato ad alcuna chiesa e che non abbandonasse la professione monastica che aveva scelto, come egli stesso dice, per piangere i peccati della sua giovinezza e per flettere la misericordia di Dio verso di lui. È così che parla a Pammachio nella sesta lettera, e che si difende contro la vessazione di Giovanni, vescovo di Gerusalemme, che voleva assoggettarlo alla sua Chiesa, sebbene non l'avesse ordinato. Il suo sacerdozio non obbligandolo a dimorare ad Antiochia, continuò a viaggiare di qua e di là. Passò qualche tempo vicino a Gerusalemme, in campagna e nelle solitudini, e particolarmente a Betlemme, che gustò fin da allora come il più santo luogo dove potersi ritirare. Andò anche a Costantinopoli per ascoltare san Gregorio di Nazianzo, la cui reputazione era diffusa ovunque. Ma que sto gran Bethléem Luogo di nascita e di unzione di Davide. de prelato, conoscendo la virtù e il merito di Girolamo, non lo trattò da discepolo, ma come un amico dal quale poteva imparare molte cose per l'interpretazione della Sacra Scrittura, a causa della perfetta conoscenza che aveva della lingua ebraica; ciò che non impedisce che il nostro Santo, nella sua Epistola a san Gregorio di Nissa, si glori di aver avuto questo illustre vescovo di Costantinopoli come suo precettore. Fu poco tempo dopo il suo sacerdozio che terminò i suoi Commentari sul profeta Abdia, che aveva iniziato essendo ancora molto giovane e all'uscita dalla sua retorica; corresse anche ciò che ne aveva già fatto, confessando che, quando vi aveva lavorato, non aveva tutte le luci necessarie per una così grande opera. Li dedicò a Pammachio, suo compagno di studi e genero di santa Paola. Papa Damaso gli propose diverse difficoltà su vari passi della Scrittura, scrivendogli a questo scopo tramite Eterio, diacono, che portò le lettere e riportò le risposte. Gli inviò anche dei doni per segnargli più sensibilmente il suo affetto. Certamente, non è una piccola gloria per san Girolamo essere stato così consultato dal sovrano Pontefice, che egli stesso è l'oracolo della Chiesa.

Missione 05 / 08

Segretariato pontificio e direzione spirituale

A Roma, diventa consigliere di papa Damaso, intraprende la revisione del Nuovo Testamento e guida un gruppo di nobili dame verso la perfezione evangelica.

Poiché le fazioni di Antiochia turbavano ancora la tranquillità della Chiesa, l'imperatore Teodosio inviò lettere ai vescovi d'Occidente e d'Oriente per farli riunire a Roma, affinché ponessero fine a tutte queste controversie e risolvessero in sinodo diverse difficoltà che venivano sollevate in vari luoghi su punti di dottrina. Gli Orientali, tra i quali vi era Paolino, furono ben lieti di condurre Girolamo con loro, perché avevano bisogno di un uomo che conoscesse il latino e perché era conosciuto da Damaso, forse anche perché questo Papa gli scrisse espressamente per chiamarlo a quel Sinodo, e persino l'imperatore lo obbligò a recarvisi; poiché egli confessa nella sua Epistola XXVI che vi andò solo suo malgrado e con ripugnanza. Ma se ebbe difficoltà a risolversi per questo viaggio, i Romani, al contrario, ebbero molta gioia nel rivedere nella loro città colui che avevano un tempo ammirato nella sua giovinezza, e la cui reputazione aveva accresciuto di molto la prima idea che si erano formata del suo merito: facevano a gara a chi avrebbe goduto delle dolcezze e delle luci della sua conversazione, e gli avrebbe tributato il maggior numero di lodi. Gli uni lodavano la sua vita penitente e solitaria, gli altri la sua scienza nelle lingue; questi la sua intelligenza nella Scrittura, quelli la purezza della sua dottrina. Le dame romane non potevano stancarsi di ascoltarlo, i sacerdoti lo consultavano, il clero e il popolo avevano senza sosta gli occhi su di lui, come sul più grande uomo del secolo; in una parola, con la sua pietà, la sua erudizione, la sua onestà e i suoi modi gentili, c onquistò il saint Damase Papa che ordinò i due fratelli e li inviò in missione. cuore di tutti. Ma san Damaso, più di tutti gli altri, fu rapito dal possederlo e, per riguardo a lui, strinse grandi amicizie con Paolino ed Epifanio, con i quali era venuto. Lo guardò come un altro san Paolo, che doveva aiutarlo con i suoi consigli nel governo della Chiesa. Infatti, dopo aver terminato il Concilio e confermato Paolino, vescovo di Antiochia, congedò i prelati e trattenne Girolamo presso di sé, affinché lo aiutasse a portare una parte del peso del sommo pontificato. Gli diede l'incarico di rispondere a tutte le domande che venissero poste riguardo alla religione, di chiarire le difficoltà delle Chiese particolari, delle assemblee sinodali, di prescrivere a coloro che tornavano dall'eresia ciò che dovevano credere o non credere, e di redigere per questo regole e formule. Rufino, nella sua apologia per Origene, ammette che fu questo grande dottore a comporre la Confessione, per riconciliare gli Apollinaristi, e riferisce egli stesso, nella sua Epistola 13, le diverse funzioni che era obbligato a svolgere sotto il sommo Pontefice.

Tuttavia, queste occupazioni laboriose non gli fecero diminuire nulla delle sue austerità, e le praticò sempre esattamente, come se fosse stato ancora nel segreto di una solitudine. Continuò le sue orazioni come d'abitudine, e visse nel silenzio e nel raccoglimento di un vero monaco. Celebrava devotamente il santo sacrificio della messa, e si è conservata a lungo a Roma la casula di cui si serviva per questo augusto ministero. Vi si conserva ancora oggi il suo calice, che viene mostrato talvolta al popolo, per rinnovare il suo rispetto verso questo incomparabile dottore che ha così ben meritato dalla Chiesa romana. La devozione che aveva nel celebrare questo divino mistero era così nota al sacerdote Nepoziano, nipote di Eliodoro, che lasciò in eredità morendo la tunica che gli era servita all'altare. Stando così le cose, c'è motivo di stupirsi che Godeau, nella sua Storia della Chiesa, abbia scritto che «san Girolamo non ha mai detto messa, per un timore religioso che aveva di questo temibile sacrificio». Si può giudicare la grandezza del suo zelo per tutto ciò che riguardava il culto della santa Eucaristia, dall'elogio che fa dello stesso Nepoziano, che apportava una cura incomparabile a tutte le cose che avevano rapporto con questo mistero. È nell'epitaffio che fa di lui nella sua Epistola 13: «Aveva cura», dice, «che l'altare fosse sempre di una pulizia conveniente, che le mura della chiesa fossero nette, che il pavimento fosse ben pulito, che il portinaio si tenesse spesso alla porta, per non ammettervi che coloro che dovevano avervi ingresso, e che tutte le cerimonie si osservassero con tutta l'esattezza possibile. Era quasi senza sosta nei templi, e adornava le basiliche dei martiri con fiori, rami d'alberi e pampini di vite. Voleva che non vi apparisse nulla che potesse offendere gli occhi dei fedeli, ma che tutto vi eccitasse alla pietà e all'adorazione della Maestà divina». Bisognava senza dubbio che san Girolamo fosse animato dallo stesso zelo per lodare così altamente queste azioni, che hanno così poco splendore in apparenza. Infatti, vegliò estremamente affinché i divini uffici e tutte le funzioni ecclesiastiche si svolgessero con tutta la decenza possibile. Tutto ciò che aveva notato di devoto e di maestoso nelle chiese di Antiochia e di Gerusalemme, le due più antiche della cristianità, lo introdusse a Roma; fu su sua istanza che Damaso fece cantare l'Alleluia, secondo l'uso della Chiesa di Gerusalemme, e che alla fine di ogni salmo si aggiunse il Gloria Patri, sull'esempio di quella di Antiochia. Corresse i salmi e la versione dei Settanta, che il papa fece poi cantare agli ecclesiastici. Fece lo stesso del Nuovo Testamento, che si è sempre letto da allora nella Chiesa secondo la sua versione. Compilò e abbreviò gli Atti dei Martiri, affinché si potessero recitare ai divini uffici. Diremo in seguito le altre opere che ha composto per il bene universale della religione cristiana: parleremo ora solo di ciò che fece a Roma, essendo ancora nel fiore della sua età.

Diverse dame romane, che avevano una singolare venerazione per lui, lo obbligarono anche a scrivere alcuni libri. Espose a Blesilla, figlia di santa Paola, l'Ecclesiaste di Salomone, per isp irarle il di sainte Paule Nobile romana, discepola di Girolamo e fondatrice di monasteri a Betlemme. sprezzo di tutte le cose del mondo, e da allora cominciò a fare commentari sulla Scrittura. Diede a Fabiola l'interpretazione di quella moltitudine di nomi che si trovano nel libro dei Numeri, e le spiegò la profezia di Balaam. Scrisse, in favore di Eustochia, il Trattato della Verginità, che costituisce la ventiduesima delle sue Eustochie Figlia di santa Paola e discepola di Girolamo. Epistole, per combattere l'errore di Elvidio, che toglieva questa eccellente virtù alla Regina delle Vergini. Diede a Marcella, giovane vedova, l'intelligenza dei dieci nomi di Dio, di cui si servono gli Ebrei. Insegnò a santa Paola l'Alfabeto ebraico. Tutte queste donne erano altrettante sante spose che aveva acquisito a Gesù Cristo, e che aveva portato a passare da una vita comune allo studio della perfezione cristiana.

Il fine al quale Girolamo chiamava risolutamente le anime d'élite che ne erano capaci, era la perfezione evangelica. «Non bisogna», diceva, «nessuna incongruenza; un ideale sublime e una vita volgare; un abito da vedova o da vergine e abitudini da donna mondana. Occorrono mezzi in rapporto con il fine. Chiunque sceglie la vita perfetta, deve camminare nella via perfetta». — «La vostra professione di vergine consacrata a Dio», aggiungeva, «è sovranamente libera, ed è ciò che ne fa il merito; vi rinuncino coloro che non ne possono portare l'onore; altrimenti, ne adempiano i doveri». Tale era l'energica direzione di san Girolamo.

L'astinenza, il digiuno, ecco ciò che consigliava nettamente, come pratica abituale, a queste opulente e delicate patrizie. Non vedeva altro di sicuro per la virtù eroica alla quale aspiravano; e, andando a cercare nel fondo della natura umana la ragione decisiva e invincibile di queste rigorose austerità: «Finché siamo nel tabernacolo del corpo, circondati da una carne mortale», diceva, «possiamo ben moderare e domare le nostre inclinazioni, non possiamo distruggerle. È difficile, o piuttosto impossibile, chiunque si sia, ignorare almeno l'inizio della passione. Ogni carne ha le sue tendenze e sollecita l'anima con le esche del mortale piacere. Vi dico queste cose affinché sappiate bene che la natura umana è in voi, e che queste miserie comuni, se cessaste di fare su voi stesse una guardia severa, potrebbero anche raggiungervi. Sotto la seta, sotto il cilicio, le stesse inclinazioni ci dominano. Non temono né la porpora dei re, né gli stracci dei poveri». — «Per vincere l'avarizia», diceva ancora, «basta aprire la propria borsa; per trionfare di una lingua maldicente, basta il silenzio; contro la vanità e il gusto dei folli ornamenti, basta uno slancio di generosità».

L'amore di Dio, tale era, prima di tutto, l'alimento che san Girolamo voleva dare ai cuori generosi che invitava a crocifiggere la carne con le sue concupiscenze, a morire per rivivere. L'amore dei poveri ne era il secondo. Per trascinare a tutti i sacrifici, a tutte le dedizioni, mostrava Gesù Cristo nei poveri, e presentava come una compensazione sublime della rinuncia al culto e alla vita mondana la felicità di poter dare agli infelici. «Da quando avete abbracciato la castità eterna», diceva, «le vostre ricchezze non sono più vostre, o piuttosto lo sono ben di più, poiché da quel giorno hanno cominciato ad appartenere a Gesù Cristo. Poiché sappiate bene che possedete realmente solo ciò che avrete impiegato in carità». Ma dare il proprio oro all'indigente, non è che il primo grado della carità. Donare se stessi, ecco il secondo. Ed è fin lì che san Girolamo voleva portare le sante donne che conduceva. Voleva che il frutto di questa austerità di vita che spezzava la loro delicatezza, e manteneva la loro anima in tutta la sua purezza, fosse di elevarle, al di sopra di tutte le ripugnanze della natura, a tutte le dedizioni della carità.

L'amore di Dio e l'amore dei poveri, ecco ciò che san Girolamo sostituiva alle passioni miserabili e agli affetti frivoli; aggiungiamovi le dolcezze della pura e santa amicizia che univa tra loro tutte queste vedove e tutte queste vergini sue discepole. Con la vita del cuore, voleva sviluppare anche nei suoi discepoli, sulle rovine della vita dei sensi e della vita frivola, la vita dello spirito. Il suo grande mezzo era la Scrittura, non solo studiata come scienza per lo spirito, ma soprattutto meditata come verità e luce divina per il cuore. Ne imponeva la lettura a tutte le sue discepole.

Per completare questo riassunto della direzione così come la intendeva, è necessario esporre rapidamente i consigli che dava su questo importante argomento. Prescrive rigorosamente il lavoro delle mani alle discendenti degli Scipioni, dei Fabi, dei Camilli, sotto quattro punti di vista: innanzitutto, per evitare la noia, questo peso delle vite mondane; poi, perché è un dovere, anche per coloro che Dio ha più colmato dei doni della fortuna; poi perché il lavoro può essere un ausiliario prezioso della carità; e infine perché nulla mantiene meglio le virtù domestiche, lo spirito di famiglia. Questi quattro punti di vista, così attuali ancora, sono indicati con grande precisione e grande delicatezza nel passaggio seguente di una delle sue lettere: «Quando le ore destinate alla lettura della Scrittura santa e alla preghiera saranno finite, dopo che la cura della vostra anima vi avrà fatto spesso piegare le ginocchia, abbiate sempre la vostra lana nelle mani, e, o con il pollice tirate il filo dal fuso, o costringetelo a seguire una trama; o ciò che gli altri hanno filato mettetelo in gomitolo; aggiustatelo sul telaio. Esaminate il vostro tessuto, rifate ciò che è mal fatto, e preparatevi altro lavoro. Se siete così occupata, mai i giorni vi sembreranno lunghi; al contrario, anche le lunghe giornate d'estate vi sembreranno corte, poiché la sera non avrete mai finito il vostro compito».

Ciò che aggiunge san Girolamo è ben notevole, e non potrebbe essere troppo meditato dalle cristiane dei nostri giorni. «Facendo così, salverete voi stessa, e ne salverete altre». Che cosa significa? Girolamo lo spiegava così: Salverete voi stessa, perché eviterete il pericolo che segnala la Scrittura: «Ogni anima oziosa è agitata da desideri»; e perché non metterete nella vostra vita il vuoto, la grande lacuna che porta sempre con sé la dimenticanza di un dovere capitale, come il dovere del lavoro. «Poiché se una donna crede di potersi dispensare dal lavorare perché, grazie a Dio, non le manca nulla, si sbaglia. Deve lavorare come tutti; e se vuole farlo da cristiana, mentre le sue mani lavorano, che la sua anima pensi a Dio. Le mani e gli occhi sul suo lavoro, il suo cuore al cielo». Come salverà le altre? Con l'esempio. «Sarete così il modello di una vita santa, e la castità di coloro che abitudini laboriose, contratte al vostro esempio, avranno salvato, sarà il vostro guadagno». San Girolamo aggiunge un ultimo tratto ben sorprendente: «Lo dirò semplicemente: anche se distribuiste tutto il vostro bene ai poveri, nulla avrà più prezzo agli occhi di Cristo delle opere fatte da voi stessa, sia per il vostro uso personale, sia per dare l'esempio alle altre vergini, sia per offrirle alla vostra ava e a vostra madre, che vi daranno in cambio largamente di che sovvenire ai bisogni degli infelici». Vi è lì, ci sembra, una profonda e delicata intelligenza della vita di famiglia, ed è ammirevole ciò che queste discrete parole ci fanno intravedere nelle case cristiane riguardo alla pietà filiale e ai calcoli ingegnosi della carità. Cosa! Il lavoro delle mani, un lavoro di donna, al di sopra della carità? Sì, perché il lavoro non è solo la sostituzione di occupazioni utili alle distrazioni vane, di gusti seri ai gusti frivoli, di una vita piena al vuoto dei giorni: è anche il rispetto dell'ava invecchiata e sofferente, virtù benedetta da Dio, la gioia di una figlia per una madre, la protezione di una virtù all'ombra del focolare domestico, sotto lo sguardo materno, e finalmente anche il sollievo dei poveri e la feconda risorsa della carità. Ecco perché san Girolamo vuole trattenere, al riparo della casa paterna, in un lavoro assiduo, la giovane figlia, la giovane vedova, vicino a sua madre e a sua nonna, perché la felicità è lì, con la virtù. Ecco la direzione di san Girolamo, la grande direzione cristiana, così come la cogliamo per la prima volta nella storia.

Fondazione 06 / 08

Fondazione e vita monastica a Betlemme

Fuggendo la calunnia romana, si stabilisce definitivamente a Betlemme dove fonda monasteri e un ospizio con santa Paola.

Tra i discepoli di san Girolamo vediamo ancora: Melania, Asella, Lea, Albina, Marcellina e Felicita, che, per le sue esortazioni, abbracciarono con ardore le strette massime della virtù. Convertì anche diversi uomini che erano talmente immersi nel crimine, da condurre piuttosto una vita da idolatri che da cristiani. Chiamò a sé Paoliniano, suo fratello, non per farlo avanzare nel mondo grazie al suo credito, ma per insegnargli la virtù e le lettere. Si formarono allora per suo zelo diversi bei monasteri a Roma, e la moltitudine dei servitori e delle serve di Gesù Cristo che vi si ritirarono fu causa che la professione monastica, che prima era considerata quasi ignominiosa, divenne gloriosa e onorata da tutti. Queste relazioni con le donne romane sarebbero state molto sospette e molto pericolose per un uomo meno virtuoso di lui; ma la grazia di Nostro Signore, sotto la cui ispirazione agiva, lo sostenne in questi pericoli. Tuttavia la maldicenza non gli perdonò, e gli furono rimproverati, come legami criminali, affetti che erano purissimi e santissimi. La libertà con cui riprendeva il vizio gli attirò questa calunnia; ma la virtù sfolgorante dei discepoli giustificò presto il maestro presso coloro che non gli portavano invidia e che una passione brutale non accecava nei loro giudizi. Il suo esempio, tuttavia, deve essere seguito solo con estrema riserva. Girolamo, dopo tre anni di soggiorno a Roma dove la calunnia era venuta a colpirlo, tornò in Palestina; ma prima di lasciare Ostia, volle sfogare il suo dolore, e dal ponte della nave che stava per portarlo via scrisse ad Asella: «Mi si dice un infame, un furfante, un bugiardo, un mago; e si veniva a baciarmi le mani mentre si lacerava la mia reputazione nel modo più spietato... Mi si è visto entrare da qualche donna sospetta? Mi sono attaccato alla magnificenza degli abiti, a un volto truccato, allo splendore delle pietre preziose e dell'oro? Mi sono trovato diverse volte con delle vergini; ho spiegato spesso ad alcune la Sacra Scrittura nel miglior modo possibile. Questo studio ci obbligava a essere spesso insieme; l'assiduità dava luogo alla familiarità, la familiarità faceva nascere la fiducia; ma dicano esse se hanno notato nella mia condotta qualcosa di indegno di un cristiano, qualcosa di equivoco nei miei discorsi o di passionale nei miei sguardi?

Prima di aver conosciuto santa Paola, tutta Roma mi stimava e applaudiva alla mia virtù; ognuno mi giudicava degno del sommo sacerdozio... Non c'era dunque che una donna penitente e mortificata capace di toccarmi, una donna disseccata da digiuni continui, trascurata nei suoi abiti, diventata quasi cieca a forza di piangere, e che passava le notti intere in orazione? Una donna che non conosceva altro canto che i salmi, altro colloquio che il Vangelo, altro piacere che la continenza, altro nutrimento che il digiuno? Non c'era, ancora una volta, che questa donna a Roma che potesse avere attrattiva per me? Colpito dalla sua castità meravigliosa, appena ho cominciato a vederla e a darle segni di rispetto, che subito il mio merito è scomparso, tutte le mie virtù sono svanite! O invidia che cominci col lacerare te stessa!... Ero ben folle a voler cantare i cantici del Signore su una terra straniera e ad abbandonare il monte Sinai per mendicare i soccorsi dell'Egitto».

Girolamo s'imbarcò nel mese di agosto, con Paoliniano, suo fratello, il sacerdote Vincenzo e alcuni altri religiosi, e fece vela verso Cipro, dove sbarcò felicemente, e fu ricevuto con tutta la possibile accoglienza da sant'Epifanio; di là si recò ad Antiochia, da dove Paolino lo condusse, nel mezzo dell'inverno, in Giudea. Prima di fermarvisi del tutto, andò ancora una volta in Egitto, e visitò i monasteri di Nitria; riprese poi la via della Palestina, e si ritirò a Betlemme. Santa Paola, con sua figlia Eustochio, Melania, nipote del console Marcellino, la quale tuttavia abbandonò in seguito san Girolamo per seguire Rufino, che era suo avversario, e una quantità di altre vergini, l o vennero a Sainte Paule Nobile romana, discepola di Girolamo e fondatrice di monasteri a Betlemme. trovare. Scelse questo luogo per la sua solitudine per una devozione singolare che portava ai misteri dell'infanzia del Salvatore. La vista di questo santo luogo, dove il Figlio unico del Padre eterno ha voluto nascere per la salvezza degli uomini, dove è stato riconosciuto dai pastori e adorato dai magi, era un oggetto toccante che infiammava ogni giorno il suo cuore di nuove fiamme d'amore verso il suo divino Maestro. Non è lontano da Gerusalemme che sei miglia, come nota Sulpicio Severo, che vi visitò il nostro Santo, e vi rimase sei mesi con lui. La sua cella era sulla strada che conduceva alla tomba del re Archelao. C'era una chiesa sulla grotta dove Gesù Cristo venne al mondo, e un altare sulla mangiatoia dove fu posto alla sua nascita, al fine di offrire l'Ostia immacolata nello stesso luogo dove il Verbo divino si era offerto al suo Padre per la redenzione del mondo. Accanto a questa chiesa, Paola fece costruire due monasteri, uno di uomini e uno di vergini. San Girolamo consacrava i giorni e le notti alla preghiera, allo studio e al lavoro con gli altri fratelli del monastero. Viveva in una perfetta povertà, senza possedere denaro e senza desiderare di averne, accontentandosi del nutrimento e dell'abito. Castigava il suo corpo con digiuni rigorosi e veglie continue. Dormiva sul duro, e, durante il suo riposo, il suo cuore non cessava di essere applicato a Dio. Non uscivano dalla sua bocca che discorsi di santità, sia per spiegare la Scrittura, sia per parlare della virtù, sia per fare l'elogio della castità, che aveva per lui dei fascini inconcepibili. Si teneva nascosto il più che poteva, amava meglio essere Santo in realtà che apparirlo agli occhi degli uomini. Il suo grande ritiro non gli impediva di esercitare tutti i doveri di carità verso i pellegrini, che venivano ricevuti in un ospedale che santa Paola aveva fondato, presso la grotta di Betlemme. Li visitava, li intratteneva, li consolava, li portava alla pietà, lavava loro i piedi, e persino quelli dei loro cammelli, li serviva a tavola; in una parola, faceva il possibile per far loro trovare dolcezze dopo le fatiche del loro pellegrinaggio. Nei primi cinque anni di questa solitudine, tradusse dall'ebraico il libro dell'Ecclesiaste, e compose il bel lavoro che abbiamo di lui contro Gioviniano. Più avanzava in età, più sembrava avere ardore per farsi istruire di ciò che credeva di ignorare. E, senza considerare che i capelli bianchi di cui la sua testa cominciava a essere coperta gli davano piuttosto l'autorità di maestro che la qualità di discepolo, andava a consultare coloro dai quali sperava di apprendere qualche segreto per l'intelligenza della Scrittura, che era allora tutta la sua occupazione. L'alta reputazione di Didimo, antico amico di sant'Atanasio e del grande sant'Antonio, lo fece andare ad Alessandria, per proporgli alcune difficoltà; lo vide e ammirò tanto più la sua profonda erudizione, che avendo perso la vista fin dal tempo della sua infanzia, non aveva quasi potuto apprendere nulla dagli uomini; legò una così stretta amicizia con lui, che Didimo, alla sua preghiera, dettò cinque libri di Commentari sul profeta Zaccaria, e fece un'esposizione di Osea che gli dedicò. San Girolamo, dal canto suo, tradusse un libro Sullo Spirito Santo, che Didimo aveva composto. Ammette che la sua penetrazione nella Scrittura era incomparabile; ecco perché, come attribuisce a Origene, come carattere singolare, la composizione di un gran numero di libri, l'eloquenza a Cicerone, la sottigliezza ad Aristotele, la prudenza a Platone e l'erudizione ad Aristarco; così dà a questo autore, come differenza specifica, la scienza delle Scritture. Da Alessandria tornò a Betlemme, dove si applicò di nuovo allo studio dell'ebraico; ebbe ancora come maestro in questa lingua un ebreo che parlava l'ebraico con una purezza e una grazia straordinarie. San Girolamo fece grandi progressi in questa lingua; studiò anche i luoghi, le usanze di cui si parla nella Bibbia, cosa facile in quell'epoca e in quella contrada. Il papa Clemente VIII dice che san Girolamo fu assistito e ispirato dall'alto per tradurre le sante Scritture. La sua traduzione, in effetti, ha finito per far respingere tutte le altre e diventare quella della Chiesa; ci ha anche lasciato eccellenti Commentari su quasi tutti i libri sacri.

Teologia 07 / 08

Lotta contro le eresie

Combatte vigorosamente l'origenismo di Rufino, gli errori di Gioviniano, Vigilanzio e Pelagio, difendendo la verginità e la fede ortodossa.

La moltitudine dei pellegrini, in particolare dei monaci, che giungevano alla grotta di Betlemme, aumentava talmente di giorno in giorno che l'ospedale fondato da santa Paola, non essendo più abbastanza grande per contenerli, san Girolamo decise di farne costruire uno più ampio; e, per avere di che far fronte alle spese, inviò suo fratello in Dalmazia affinché vendesse le eredità del loro padre, che i Goti, i quali venivano spesso a devastare quel paese, non avevano ancora interamente rovinato. Paoliniano, al suo ritorno, fu, suo malgrado, ordinato sacerdote da sant'Epifanio. Giovanni, vescovo di Gerusalemme, condannò questa ordinazione, poiché era stata fatta nella sua diocesi senza il suo permesso; e, sebbene gli si rappresentasse che era avvenuta in un monastero che non ricadeva sotto la sua giurisdizione, e che Paoliniano aveva trent'anni, età richiesta dai Canoni per il sacerdozio, spinse così lontano il suo malcontento da scomunicare tutti coloro che sostenevano tale ordinazione, e persino san Girolamo, al quale vietò l'ingresso al Santo Sepolcro, sebbene fosse permesso agli eretici. La considerazione per Paola fu forse la causa per cui non fu cacciato da quel luogo; poiché fu sul punto di essere bandito per il favore che il suo avversario trovò presso i governatori della provincia. Anche nella sua sessantunesima Epistola, a Pammachio, egli testimonia il suo rammarico di non aver avuto, in effetti, la corona dell'esilio, come aveva la volontà disposta a soffrirlo coraggiosamente. Del resto, l'ordinazione di Paoliniano non era che un pretesto per perseguitare il nostro santo Dottore. Ecco la vera causa: san Girolamo aveva scoperto che quel prelato, peraltro eloquente, insegnava, appoggiandosi a Origene, che nella Trinità il Figlio non poteva vedere il Padre, e lo Spirito Santo non poteva vedere il Figlio; che le anime erano nei corpi come in una prigione, e che erano nel cielo prima di essere unite ai corpi; che i demoni e i dannati avrebbero infine fatto penitenza e sarebbero stati salvati come i Santi; che prima del peccato, Adamo ed Eva non avevano alcun corpo; e che dopo la risurrezione, non vi sarebbe più stata distinzione di sesso. Si era lamentato anche delle sue allegorie e interpretazioni metaforiche che rovinavano la verità della lettera della Scrittura.

Questi errori erano già stati condannati su istanza di sant'Epifanio e di san Girolamo, dalla Chiesa di Alessandria, sotto Teofilo, che ne era patriarca, e tale condanna era stata confermata dalla Chiesa romana; ecco perché il nostro Santo non poté tollerare che venissero resuscitati; poiché era ardente, e non intingeva sempre la sua penna nell'olio scrivendo contro coloro che credeva fossero infetti da cattive opinioni, si attirò addosso questo potente nemico. Il fatto appare certo dall'Epistola che abbiamo appena citato; tuttavia, il Reverendo Padre Vastélius, carmelitano, nell'edizione delle opere di Giovanni di Gerusalemme, che ha dato al pubblico nel 1643, lavora per giustificare il patriarca da tutte queste accuse; egli pretende che l'Epistola a Pammachio, dove sono riportate, non sia di san Girolamo, a causa della differenza sensibile dello stile, che è molto uniforme in tutti gli altri suoi lavori. Il lettore può consultare questo libro; ci basta averlo indicato senza entrare nel merito di questa disputa.

Gli oltraggi che il nostro Santo ricevette da quel patriarca, che non lo amava affatto, non gli furono così sensibili come la sua rottura con Rufino, con il quale aveva avuto un'amicizia del tutto straordinaria. Questa divisione fece grande rumore nella Chiesa, e molti persino se ne scandalizzarono e accusarono il nostro Santo di eccessivo calore, non volendo considerare che egli aveva ragioni molto forti per rompere con un amico di tale qualità, poiché aveva abbandonato la verità della fede ortodossa ed era caduto nell'Origenismo. Teofilo di Alessandria li riconciliò insieme, ma questa riconciliazione non fu di lunga durata. Rufino, essendo andato a Roma, continuò a insegnare gli errori di Origene, e ne pubblicò il libro intitolato Periarchon, cioè dei principi; e, per meglio insinuare la cattiva dottrina che vi era contenuta, dava, in modo affettato, grandi lodi a san Girolamo, che aveva, molto tempo prima, tradotto quest'opera.

Infine egli contraddisse così bene il buon cattolico, diffondendo il veleno della sua eresia, che attirò al suo partito una quantità di Romani, e sorprese persino lettere di comunione del papa Siricio. Allora il nostro Santo, non potendo tollerare che quel seduttore corrompesse così la fede dei cattolici, si dichiarò apertamente contro di lui. Ebbe allo stesso tempo da giustificarsi dei crimini che Rufino gli imputava, e da confutare la falsità dei suoi dogmi; lo fece con tanta forza ed eloquenza, che coloro che vedevano le opere dell'uno e dell'altro non potevano più guardare il suo avversario come un uomo dotto, vedendolo così lontano dall'erudizione di Girolamo.

Oltre ai suoi scritti contro Elvidio e contro Rufino, scrisse ancora due eccellenti libri contro Gioviniano; era un monaco del monastero che sant'Ambrogio governava nei sobborghi di Milano; non potendo tollerare la disciplina di quel santo Prelato, sebbene fosse piena di dolcezza, ne uscì con alcuni altri che aveva infettato con le sue cattive opinioni. Volle poi rientrarvi; ma poiché non diede alcun segno di vera penitenza, e la sua conversazione fu giudicata contagiosa per i suoi fratelli, non poté ottenere ciò che chiedeva. Fu in seguito a questo rifiuto molto giusto che Gioviniano cominciò a insegnare pubblicamente gli errori di Elvidio, ai quali aggiunse che lo stato della verginità non aveva alcun vantaggio su quello del matrimonio, e che le vergini, di conseguenza, non meritavano più delle donne sposate; che non vi era che una stessa ricompensa per tutti i beati; che la carne di Gesù Cristo non era vera, ma fantastica, e altre fantasticherie di questa natura. Con questa perniciosa dottrina, ingannò molte vergini consacrate a Dio e le fece rinunciare alla loro santa professione per abbracciare lo stato del matrimonio. Il nostro Santo, che aveva acquisito alla castità tante vedove e giovani Romane, non poté tollerare questo seduttore. Prese la penna contro di lui, lo combatté, lo confutò, lo confuse e fece vedere così manifestamente la sua malizia, la sua corruzione e il suo errore, che lo costrinse a tacere. Nel calore della discussione, sembra talvolta abbassare un po' troppo il matrimonio, che è santo e onorevole e il simbolo dell'alleanza di Gesù Cristo con la sua Chiesa, secondo il modo di parlare di san Paolo; ma ciò è solo per confronto allo stato beato della verginità, che è molto più santo e più perfetto, e che rende le anime cristiane le spose care di Gesù Cristo stesso.

La reputazione di Girolamo, che la sua santità e la sua dottrina mettevano sempre al di sopra delle persecuzioni dei suoi avversari, obbligò Alipio, discepolo di sant'Agostino, in un viaggio che saint Augustin Citato per la sua definizione di carità fraterna. fece a Gerusalemme, l'anno 393, a fargli visita nel suo monastero. Gli parlò così vantaggiosamente dei meriti dello stesso sant'Agostino, suo maestro, che non era ancora che sacerdote, che il nostro Santo decise, fin da allora, di legare e mantenere una stretta amicizia con lui. Gli scrisse dunque una lettera, che non abbiamo, per avvertirlo di leggere con precauzione le lettere di Origene, a causa degli errori che vi erano contenuti. Sant'Agostino ebbe una gioia estrema dell'affetto che gli testimoniava, e non desiderava nulla più che poter dimorare presso di lui, per attingere a quel mare di erudizione di cui sapeva che era colmo. Gli scrisse tre lettere, una tramite Profuturo, la seconda tramite Paolo, la terza tramite il diacono Cipriano, che inviò appositamente dall'Africa in Palestina, essendo già vescovo. In queste lettere, lo prega di tradurre in latino gli autori greci che avevano fatto commentari sulla Scrittura santa; gli testimonia il poco soddisfacimento che ha della sua versione dell'Antico Testamento dall'ebraico al latino, perché ci si era abituati nelle Chiese cristiane alla versione dei Settanta, che era ben diversa dalla sua; gli chiede quale titolo bisogna dare al suo libro degli Scrittori ecclesiastici, perché le copie che correvano in Africa erano senza titolo; infine si prende la libertà di riprenderlo dall'interpretazione che aveva dato al secondo capitolo dell'Epistola di san Paolo ai Galati, dove si parla della correzione pubblica che quell'Apostolo fece a san Pietro, sul fatto che, giudaizzando, faceva credere ai Gentili che avevano abbracciato il Cristianesimo, che essi stessi fossero obbligati a osservare le cerimonie della legge.

La prima di queste lettere, che precedette le altre di molto tempo, non fu affatto portata al nostro Santo, perché Profuturo, che ne era incaricato, non poté fare il viaggio d'Oriente, essendo stato eletto vescovo, ed essendo morto poco tempo dopo la sua elezione. Ma alcuni malintenzionati, che la trovarono tra le sue carte, la pubblicarono, ed essa percorse l'Africa, l'Italia e le Gallie prima che san Girolamo ne avesse conoscenza. Non fu che Sisinnius, diacono di sant'Esuperio, vescovo di Tolosa, che, dopo dodici anni, gliene diede una copia. Vi rispose, e allo stesso tempo alle altre due, con una lettera che è l'undicesima tra quelle di sant'Agostino, e che comincia con queste parole: Tres simul epistolas, imo libellos breves; gli mostra l'utilità ammirevole della sua versione dell'Antico Testamento, a causa delle omissioni di quella dei Settanta e dei cambiamenti che i Giudei vi avevano fatto. Gli dichiara qual è il titolo del suo libro degli Scrittori ecclesiastici, che la materia di cui tratta dichiarava abbastanza da sé stessa. Si estende molto a lungo sul dissidio di san Pietro e di san Paolo che pretende non essere stato che dispensatorio, e per un mutuo accordo tra loro, per il bene spirituale dei Giudei e dei Gentili. Questa risposta diede motivo a sant'Agostino di trattare la materia più a fondo; e abbiamo detto, nella vita di questi grandi apostoli, ciò che se ne deve pensare, secondo il sentimento più comune dei Dottori. Da allora queste due grandi luci del V secolo si scrissero ancora altre lettere, le une di dottrina, le altre solo di amicizia e di civiltà, soprattutto sant'Agostino, che era molto più giovane di san Girolamo, e che lo guardava come suo padre e come un Dottore già consumato, gli inviò alcuni dei suoi trattati, affinché li esaminasse e li correggesse secondo quanto giudicasse opportuno. Lo consultò anche su molte difficoltà importanti della teologia, e particolarmente toccando l'origine delle anime, la cui creazione non era ancora così chiaramente riconosciuta e così comunemente ricevuta come lo è al presente. Infine, tutto ciò che abbiamo da rammaricarci, nel commercio di questi due santi Dottori, è che, essendo estremamente distanti e non avendo la comodità dei messaggeri, non poterono conferire così facilmente insieme come i grandi soggetti che avevano da esaminare richiedevano. Paolo Orosio, sacerdote spagnolo, fu l'ultimo messaggero che sant'Agostino impiegò per un così santo commercio; e quest'uomo santo fu molto ben pagato del suo messaggio, poiché, avendo avuto la fortuna di intrattenere san Girolamo poco tempo prima della sua morte, ne trasse grandi luci, di cui la Chiesa ha profittato per i bei scritti che ha da allora dato al pubblico.

Sant'Agostino non fu il solo che lo consultò e che ebbe considerazione per lui. Abbiamo già detto che Sulpicio Severo dimorò sei mesi con lui; ed era così affascinato dalla sua dottrina e dalla sua santità, che vi sarebbe rimasto tutta la vita, se ciò fosse stato in suo potere. Ebedia e Algasia gli inviarono, dalle estremità delle Gallie, Apodemo, per sapere il suo sentimento su questioni straordinarie. Sunia e Fretella gli deputarono persone di fiducia, per apprendere da lui le diverse versioni dei salmi. Pammachio, Oceano e una quantità di altri, gli scrivevano senza sosta da Roma, per avere la soluzione delle difficoltà che nascevano tra i cattolici e le obiezioni che facevano gli eretici. In una parola, tanti dotti di tutti i luoghi dell'Occidente avevano ricorso a lui come all'oracolo del suo secolo, che egli confessa, scrivendo a san Paolino, che gli era impossibile soddisfare tutto quel mondo. Ciò che è ammirevole in questo, è che, essendo obbligato a scrivere a un così gran numero di persone diverse, al Papa, a vescovi, a sacerdoti, a religiosi, a chierici, a signori, a vergini, a donne sposate e a vedove, egli proporziona talmente il suo stile a tutte queste condizioni, che risponde a ciascuno secondo la portata del suo spirito, e dà avvisi e istruzioni conformi allo stato di ogni particolare.

Verso l'anno 406, scrisse contro Vigilanzio, che, per ironia, chiamava Dormitanzo. Questo eretico era spagnolo di nazione e rettore di una chiesa di Catalogna. Nascose dapprima così abilmente i suoi errori sotto la maschera dell'ipocrisia, che san Paolino di Nola, che era stato ordinato sacerdote a Barcellona, scrisse in suo favore a san Girolamo, e glielo raccomandò come un uomo di grande pietà e che era tra i suoi amici. Ma quando san Girolamo ebbe visto, a Gerusalemme, Vigilanzio e osservato la sua condotta, gli ritirò in gran parte la sua stima. Appena Vigilanzio fu di ritorno nelle Gallie, cominciò a seminarvi i suoi errori. Insegnava che non si doveva rendere alcun onore alle reliquie dei santi Martiri, e chiamava cenerai e idolatri coloro che le riverivano; che tutti i miracoli che si diceva si facessero alle loro tombe erano illusioni del demonio; che bisognava fuggire i cattolici che entravano nelle basiliche dedicate in loro onore, come persone sporche di idolatria, e che era una follia accendere nella chiesa lampade e ceri durante il giorno. Condannava anche tutte le veglie che vi si facevano dai fedeli, secondo l'antica consuetudine, e vietava di fare elemosine ai luoghi santi. Preferiva coloro che davano poco a poco i loro beni ai poveri, a coloro che li davano loro tutti in una volta. Rinnovava ancora gli errori di Gioviniano contro il celibato e la verginità e aggiungeva altre opinioni stravaganti alle sue empietà. San Girolamo apprese tutte queste bestemmie dalle lettere di Ripario e di Didier, sacerdoti galli, che gli furono portate dal religioso Sisinnius, che sant'Esuperio, vescovo di Tolosa, inviava in Oriente per assistere i monaci d'Egitto, che una grande carestia aveva ridotto alla estrema necessità. Si servì della stessa via per far pervenire a quel prelato lo scritto che compose in una notte contro Vigilanzio, dove lo tratta nel modo che le sue stravaganze e le sue empietà meritavano. Vi deplora la sventura delle Gallie, che, non avendo ancora portato mostri, avevano infine prodotto quello (la Catalogna era allora una parte delle Gallie); e quest'opera piccola confutò così potentemente i dogmi di questa nuova setta, che fu subito estinta e sepolta nell'oblio. Si può trarre da ciò un forte argomento contro i Luterani e i Calvinisti, che hanno rinnovato gli errori di questo eresiarca, e mostrare loro che la Chiesa dei primi secoli aveva sentimenti ben opposti ai loro, poiché guardava come bestemmie le proposizioni di Vigilanzio, che essi non hanno fatto difficoltà di resuscitare e di insegnare al popolo, con altre che non sono meno contrarie alla fede degli antichi Padri.

Eredità 08 / 08

Ultimi anni e compimento dell'opera

Nonostante il sacco di Roma e le persecuzioni pelagiane, porta a termine la sua monumentale traduzione della Bibbia prima di spegnersi nel 420.

Scrivendo sul profeta Daniele, aveva predetto la rovina dell'impero romano, e i suoi nemici avevano preso spunto da questa predizione per disprezzarlo e denigrare le sue opere. Ma l'evento dimostrò che essa era veritiera e che lo Spirito Santo ne era l'autore: infatti, nell'anno 410, Alarico, re dei Goti, assediò Roma e la prese, e, con il saccheggio che concesse ai soldati, ridusse un'infinità di famiglie di questa grande città a un'estrema miseria. Quando il racconto di queste catastrofi giunse a Girolamo, trafitto fino al profondo dell'anima, lasciò sfogare il suo dolore in grida eloquenti; si sarebbe detto il vecchio Geremia che faceva di nuovo udire i suoi lamenti su queste nuove rovine: «Ecco dunque spenta la luce del mondo, ecco tagliata la testa dell'impero romano; nella caduta di una sola città, l'universo intero crolla!...» E, per rappresentarsi questo grande disastro, prendeva in prestito immagini ora dai Profeti: «Moab è stata presa di notte; è di notte che il suo baluardo è caduto!» e ora dai ricordi profani del sacco di Troia: «Chi racconterà le sventure di questa notte crudele? Chi eguaglierà i lamenti alle calamità? È rovesciata l'antica città dominatrice dei popoli...» E altrove; poiché è ossessionato da questa immagine: «È credibile?

questa Roma, arricchita dalle spoglie del mondo, questa fiera sovrana delle nazioni, è caduta, è diventata il sepolcro del suo popolo, ed eccola ora che copre con i suoi figli fuggitivi o schiavi tutte le rive dell'Oriente, dell'Egitto e dell'Africa!»

E, in effetti, presto Girolamo vide arrivare a Betlemme schiere di esuli; era uno spettacolo lamentevole. Patrizi, consolari, nobili matrone, vedove, vergini, uomini che prima non conoscevano nemmeno la loro immensa fortuna, fuggendo agli estremi confini del mondo il ferro dei barbari e la rovina della loro patria, venivano, nel massimo grado di indigenza, a chiedere asilo ai monasteri di Paola. Molti di loro forse avevano un tempo biasimato la sua partenza per l'Oriente. Non sapevano che lei stava per preparare a loro stessi, sotto quel cielo lontano, un asilo per il giorno delle grandi sventure. Così talvolta la Provvidenza si compiace di giustificare i suoi Santi. Girolamo lasciò tutto per raccogliere questi resti del naufragio di Roma e del mondo; riceveva i sacerdoti nel suo monastero; Eustochio, le vergini e le vedove nel suo. L'ospizio era ingombro. Girolamo si moltiplicava per provvedere a tante miserie. Ma come alleviarle tutte? «Betlemme», scriveva, «vede ogni giorno mendicare alle sue porte i più illustri personaggi di Roma. Ahimè! non possiamo dare soccorso a tutti; diamo loro almeno le nostre lacrime, piangiamo insieme».

L'anno 415, pubblicò i suoi Dialoghi contro Pelagio, di cui aveva già combattuto la dottrina; ma questo eresiarca era stato assolto nel Concilio di Diospoli, i n segu Pélage Eresiarca combattuto da Girolamo alla fine della sua vita. ito all'abiura simulata che aveva fatto degli errori di cui era accusato, ingannando con le sue sottigliezze e le sue risposte equivoche i vescovi riuniti. Girolamo lo combatté di nuovo in tre dialoghi tra Critobulo e Attico. Non volle nominarvi quell'impostore, per rispetto verso il Sinodo che lo aveva giudicato ortodosso; ma sotto il nome di Critobulo, gli fa dichiarare il veleno della sua eresia che aveva nascosto sotto belle apparenze ai Padri del Concilio. Pelagio ne fu estremamente irritato e pubblicò ovunque che l'invidia e la gelosia avevano spinto quel grande Dottore a comporli; spinse il suo risentimento così lontano, che risolse di vendicarsene contro di lui. In effetti, molte sante donne, che vivevano sotto la guida di questo Santo, ricevettero una morte crudele da una banda di briganti che erano del partito dell'eresiarca; un diacono fu coinvolto nel massacro, e Girolamo evitò la loro rabbia solo per miracolo, mentre venivano bruciati i monasteri che governava. Infine, Pelagio, essendo animato dallo spirito dell'eresia che è sempre impietoso, non dimenticò nulla per soddisfare la sua vendetta. Baronio, sull'anno 416, dice che Giovanni di Gerusalemme, che amava tanto Pelagio quanto odiava san Girolamo, fu sospettato di aver dato occasione a queste crudeltà; poiché, fin dal Sinodo di Diospoli, aveva mostrato apertamente di favorire l'eretico contro i suoi accusatori; così, il papa Innocenzo, a cui Eustochio e la giovane Paola, figlia di Leta e nipote della grande santa Paola, fecero le loro lagnanze e inviarono la relazione di quanto era accaduto, scrisse a quel vescovo in un modo che testimoniava bene che lo sospettava di avervi connivuto: «La vostra pietà», gli dice, «non è forse toccata dagli eccessi di crudeltà che il demonio ha esercitato contro di voi e contro i vostri? Contro di voi, dico, perché non è forse la vostra condanna e la vergogna della vostra dignità sacerdotale, che una così grande malvagità sia stata commessa nella vostra diocesi? Dove è apparsa la vostra previdenza per impedirla? dove sono le vostre consolazioni e le vostre assistenze quando il male è apparso? e ciò che è lamentevole, è che le persone che mi hanno avvertito di questo eccesso, dicono di temere ancora più mali di quanti ne abbiano patiti».

Questo santo Papa scriveva, al contrario, a san Girolamo per lodarlo della sua costanza e della sua fede e consolarlo di questa persecuzione, offrendogli, d'altronde, di impiegare tutta la sua autorità apostolica per reprimere l'insolenza dei suoi nemici. Ma poiché la sua estrema modestia nel lamentarsi degli oltraggi che gli erano stati fatti, gli aveva impedito di nominarli, gli dice che non poteva fare altro per fermarli e prevenirli, che scrivere al vescovo di Gerusalemme, affinché vegliasse con più circospezione su ciò che sarebbe accaduto in futuro nei suoi confronti.

Tuttavia né quel grande concorso di persone che lo consultavano da tutte le parti della terra, né la sua diligenza ammirabile nel combattere gli eretici, non appena li scopriva, o nel fare apologie contro i suoi avversari, né la sua assiduità senza sosta nel governare i monasteri, né la sua applicazione continua nel dirigere, per lettera o a voce, le anime che avevano fiducia in lui, né la sua carità laboriosa nel rendere ospitalità ai pellegrini che visitavano i luoghi santi, né infine le persecuzioni dei suoi nemici; tutto ciò, diciamo, non gli impediva affatto di occuparsi, giorno e notte, a meditare la legge del suo Signore, a leggere, a spiegare e a tradurre i libri sacri della Scrittura santa. Abbiamo già parlato delle sue traduzioni; ma, poiché è il carattere singolare di questo grande Dottore aver impiegato la sua penna per dare alla Chiesa versioni fedeli della Bibbia, riferiremo qui, prima di finire la nostra storia, tutto ciò che ha fatto per questo, affinché i cristiani possano conoscere quanto siano debitori ai suoi lavori.

Si trovava al suo tempo un'infinità di versioni latine dell'Antico Testamento, tratte dalla versione greca dei Settanta, e quasi altrettante del Nuovo; si può dire persino che non ce ne fossero meno che di volumi, perché erano tutti differenti gli uni dagli altri; bisognava per così dire ridurre tutte queste versioni all'unità, al fine di purificare la fonte delle verità divine che devono diffondersi nelle anime dei fedeli. San Girolamo fu scelto da Dio tra gli altri Dottori per una condotta meravigliosa della sua Provvidenza, per lavorare a questa grande opera così desiderata dalla Chiesa e così importante per il Cristianesimo. A tal fine, lo fece nascere con un'inclinazione ardente ad apprendere le lingue orientali, vale a dire: la greca, la siriaca e l'ebraica. In seguito gli ispirò il desiderio di viaggiare in diversi paesi, affinché, facendosi discepolo dei più grandi uomini del suo secolo, che erano versati nello studio delle Scritture, imparasse da loro i segreti necessari per eseguire questo disegno. Gli diede anche un coraggio instancabile nel copiare i libri adatti a questa impresa. E infine, per metterlo in grado di riuscirvi felicemente, lo chiamò a una vita ritirata e penitente, impresse nella sua anima i sentimenti di una profondissima umiltà, e gli diede un generoso disprezzo per le ricchezze, la cui cura non avrebbe fatto che distrarlo; una specie di orrore, fin dalla sua infanzia, per tutte le grandezze della terra, il cui splendore non sarebbe servito che a oscurare le luci divine e quelle del suo bell'ingegno; una forte avversione per i grandi impieghi che gli avrebbero sottratto i più preziosi momenti del suo tempo, e infine una continua diffidenza di se stesso, che lo obbligava a chiedere il chiarimento, non solo delle cose di cui dubitava, ma anche di quelle che credeva di sapere perfettamente.

È così che Girolamo, consumato nelle scienze umane e nell'intelligenza della lingua santa, fortificato dallo spirito di Dio e animato dallo zele della sua gloria e del bene della sua Chiesa, intraprese ciò che nessuno prima di lui aveva osato tentare, e ciò che, dopo di lui, chiunque non ha osato intraprendere, poiché fece due traduzioni dell'Antico Testamento, una dal greco in latino, seguendo la versione dei Settanta, e l'altra dall'ebraico anch'essa in latino. Per i salmi, non solo li tradusse così bene come gli altri libri, ma ancora corresse due volte l'antica edizione latina, che era in uso al suo tempo e che era stata tratta dalla versione greca comune e volgare. Rivedette e corresse, con un'esattezza incredibile, per ordine del papa Damaso, il Nuovo Testamento che, per la negligenza degli scrittori, era allora pieno di errori e di sbagli, e questa traduzione della Scrittura santa fu trovata così pura e così compiuta che, non solo fu ricevuta dai Dottori particolari, ma anche dalla Chiesa universale che l'ha dichiarata autentica; di modo che serve ancora oggi a confermare i punti della fede. I predicatori e i teologi la citano nelle cattedre e nelle scuole, e i Padri dei Concili generali la impiegano per definire le controversie nelle materie della religione.

Ciò che era ammirevole in questo grande uomo, era la facilità e la prontezza con cui produceva le sue opere. Si avrebbe stento a crederlo se lui stesso non l'avesse scritto; poiché in tre giorni tradusse i libri di Salomone, e in uno solo mise in latino il libro di Tobia, che era prima in lingua caldea. In quindici giorni dettò commentari su san Matteo, su istanza di Eusebio di Cremona, suo discepolo, che, essendo pressato di ritornare in Italia, volle portare con sé questo prezioso lavoro del suo maestro. Abbiamo detto che non impiegò che una notte a comporre il dotto trattato che pubblicò contro gli errori di Vigilanzio, perché Sisinnius, che doveva esserne il portatore a sant'Esuperio di Tolosa, essendo pressato di partire, non gli diede più tempo. Ciò che segna ancora la vivacità del suo spirito, è che aveva talvolta sei scrittori ai quali dettava sul momento diverse materie con tanta nettezza come se non fosse stato occupato che di un solo soggetto. Ma ciò che è ancora più sorprendente, nei suoi studi, è che, fin dalla sua giovinezza, cominciò a essere attaccato da grandi malattie, che lo fecero invecchiare prima del tempo e lo misero in tale stato, che rimase quattordici anni senza poter servirsi della sua mano per scrivere, né dei suoi occhi per leggere la notte i libri ebraici, e che non li leggeva nemmeno di giorno se non con molta pena. Per i libri greci, se li faceva leggere da altri, perché la debolezza della sua vista non gli permetteva più di leggerli lui stesso. Tuttavia, nonostante le sue serie occupazioni e la sua grande età, non disdegnava di abbassarsi fino a insegnare ai piccoli bambini, al fine di formare Gesù Cristo nei loro cuori e di gettarvi i primi semi della virtù, così come possiamo inferire dalla sua epistola VII, a una donna romana, chiamata Leta, la quale aveva sposato Tossocio, uno dei figli della grande santa Paola: la prega di inviargli la sua bambina, affinché possa insegnarle a servire Dio e a imitare la pietà di sua nonna, di cui portava il nome.

Tale fu la vita di questo grandissimo Dottore, fino a quando, consumato dal numero dei suoi anni ed esausto di penitenza e di lavoro, fu colto da una febbre che lo obbligò a mettersi a letto. Poiché si era sempre conservato in un grande vigore di spirito, lo impiegò allora tutto intero a prepararsi alla morte con un'umile contrizione di cuore e con trasporti amorosi verso Gesù Cristo. Infine, in presenza dei monaci e delle vergini ai quali raccomandò la pratica dell'umiltà, della pazienza, della carità e delle altre virtù cristiane e religiose di cui li aveva così spesso intrattenuti, inviò pacificamente la sua anima al cielo per ricevervi la ricompensa che aveva meritato con i suoi immensi lavori. Fu il 30 settembre dell'anno 420, che era, secondo Baronio, l'ottantunesimo della sua età, sebbene altri lo facciano molto più vecchio, ma con poca verosimiglianza. Il suo corpo fu sepolto nella grotta di Betlemme che aveva così spesso bagnato con le sue lacrime; ma, in seguito, è stato trasportato a Roma nella chiesa di Santa Maria Maggiore, e posto accanto alla cappella dove si conserva la santa Culla, nella quale il Salvatore del mondo fu deposto alla sua nascita.

Si rappresenta san Girolamo: 1° vicino a morire, sostenuto tra le braccia di alcuni discepoli, afflosciandosi sotto un corpo esausto dalla penitenza e dagli anni; ma lo sguardo è ancora pieno di fiamma, e l'anima, con uno sforzo supremo, solleva questo corpo defaillante, come per slanciarsi verso Dio; 2° facendo vela per la Palestina; 3° disputando contro i Pelagiani; 4° spiegando la Scrittura a santa Paola e a sua figlia; 5° studiando i libri ebraici; 6° nel deserto; 7° tentato nel suo deserto e sostenuto da un angelo; 8° meditando le sante Scritture; 9° benedicendo un leone nel deserto; 10° morente: il Santo tiene un libro, e gli angeli ricevono la sua anima.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Studi di grammatica e retorica a Roma sotto Donato e Vittorino
  2. Viaggio nelle Gallie e decisione di servire Dio a Treviri
  3. Ritiro di quattro-sei anni nel deserto di Calcide in Siria
  4. Ordinazione sacerdotale ad Antiochia dal vescovo Paolino
  5. Soggiorno a Roma come segretario e consigliere di papa Damaso
  6. Traduzione della Bibbia (Vulgata) e revisione del Nuovo Testamento
  7. Stabilimento definitivo a Betlemme e fondazione di monasteri
  8. Lotta contro le eresie di Elvidio, Gioviniano, Vigilanzio e Pelagio

Miracoli

  1. Apparizione e flagellazione mistica davanti al tribunale di Cristo
  2. Addomesticamento di un leone nel deserto
  3. Guarigioni e visioni menzionate nei suoi scritti

Citazioni

  • Tu menti, tu sei un ciceroniano, non un cristiano, perché il tuo cuore è dove hai il tuo tesoro. Lettera XXII a Eustochio
  • Ecco dunque spenta la luce del mondo, ecco tagliata la testa dell'impero romano. Commento sulla caduta di Roma

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo