19 marzo 14° secolo

Beata Sibillina da Pavia

E LA BEATA MARGHERITA DA CITTÀ DI CASTELLO, — DUE POVERE CIECHE DEL XIV SECOLO

Vergine, cieca e reclusa

Festa
19 marzo
Morte
19 mars 1367
Epoca
14° secolo

Orfana e divenuta cieca all'età di dodici anni, Sibillina da Pavia si unì al Terz'Ordine di San Domenico. Visse reclusa per oltre sessant'anni in una stretta cella, praticando mortificazioni estreme e dedicandosi alla meditazione della Passione di Cristo. Morì ottuagenaria nel 1367, rinomata per la sua pazienza e le sue visioni celesti.

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Sezioni di lettura: 7

LA BEATA SIBILLINA DA PAVIA

E LA BEATA MARGHERITA DA CITTÀ DI CASTELLO, — DUE POVERE CIECHE DEL XIV SECOLO

Vita 01 / 07

Parallelo tra due anime

Il testo introduce le vite di Sibillina da Pavia e Margherita da Castello, due contemporanee cieche del Terz'Ordine domenicano che condividono una missione di sofferenza e santità.

Sì, nella mia carne vedrò il mio Salvatore. Questa speranza riposa nel mio cuore. Giobbe, xix, 26.

Nel 1287, e forse lo stesso giorno e alla stessa ora, Dio chiamò alla vita perfetta delle religiose del Terz'Ordine di San Domenico due anime di un'ammirabile bellezza, e talmente simili, che si ha difficoltà a distinguerle l'una dall'altra. A entrambe impose la stessa missione, e le favorì con gli stessi doni; soltanto, assegnò all'una una prova più dolorosa e più breve, mentre se quella dell'altra fu meno amara, fu più duratura. Ma le segnò entrambe con la sua croce, e le inviò in questo mondo, affinché testimoniassero agli occhi degli uomini le pie cure che il nostro Padre celeste ha per gli infelici.

L'una nacque nell'alta Italia, sulle ridenti rive del Ticino; l'altra si fermò un momento sulle cime degli Appennini, poi discese alle umili colline del Tevere. Infine, dopo aver entrambe compiuto la missione che era stata loro affidata, si ricongiunsero negli splendori eterni, per non separarsi mai più. Sono la beata Margherita da Castello e la beata Sibillina da Pavia, entrambe cieche ed entrambe il luminate dalla luce di quella s bienheureuse Sybilline de Pavie Religiosa cieca del Terz'Ordine di San Domenico a Pavia. cienza celeste che rivela le sue meraviglie agli umili e a coloro che hanno il cuore puro.

Vita 02 / 07

L'abbandono di Margherita da Castello

Nata cieca e povera a Metola, Margherita viene abbandonata dai genitori al sepolcro di Padre Giacomo a Castello, prima di essere accolta da una donna di nome Grigia.

Sulla cima più elevata degli Appennini, là dove separano l'Umbria dalle Marche e dalla Toscana, non lontano dalla città che vide nascere il re della pittura, vi sono ancora oggi le rovine di antichi castelli distrutti dal tempo e dalla mano degli uomini. Uno di essi era quello di Metola, paese di Marghe rita. Usce Marguerite Santa cieca contemporanea di Sibillina, membro del Terz'Ordine domenicano. ndo dal seno materno, ella non fece che entrare in una prigione più vasta, e provò presto ciò che la vita ha di più amaro: la cecità, la povertà e la barbarie dei suoi genitori che, invece di essere mossi a compassione nel vederla consegnata a tanti mali, formarono il disegno crudele di abbandonarla se non avesse riacquistato la vista. Ciò che parve un orribile sventura, non avvenne tuttavia che per un pio consiglio della Provvidenza, per sottrarla alla crudeltà di genitori che le avrebbero fatto sopportare un troppo lungo e troppo costante supplizio.

Accadde dunque che nel 1292, mentre Margherita aveva cinque anni, il P. Giacomo, dell'Ordine dei Frati Minori, che, secondo l'uso del tempo, esprimeva attraverso la scultura le grandi verità, rendendo sensibili le sue pie contemplazioni, venne a Castello Città in cui si trova il monastero delle Cappuccine dove ha vissuto. mancare a Castello. Si raccontavano cose meravigliose, si parlava di guarigioni e altre grazie ottenute per sua intercessione. I genitori di Margherita, avendolo appreso, condussero la loro bambina al sepolcro del beato, e supplicarono Dio di voler bene, per i meriti del suo fedele servitore, aprire i suoi occhi, come egli stesso aveva aperto quelli del cieco nato, la cui ammirevole guarigione si trova narrata nel Vangelo. La preghiera di questi cuori malvagi non salì affatto ai piedi dell'Eterno come un incenso di gradevole odore, ma piuttosto come un vapore nauseabondo che egli respinse; Dio voleva essere glorificato dalle sofferenze della sua serva diletta, che egli custodiva sotto le ali della sua infinita bontà. Delusi da ogni speranza, invece di umiliarsi adorando le sagge decisioni del Signore, i genitori di Margherita si rattristarono maggiormente, e la lasciarono ai piedi degli altari, sola e priva di ogni soccorso; essi riguadagnarono la loro montagna in tutta fretta, senza più curarsi della loro figlia.

Marguerite essendo rimasta qualche tempo senza udire le care voci di suo padre e di sua madre, si mise a singhiozzare, avanzando le sue piccole mani per cercare le braccia materne, e chiamando i suoi crudeli genitori con grida strazianti. Gli echi del tempio furono colpiti da queste lamentazioni ben a lungo prima che nessuno si accorgesse che ella era lì, brancolando sul suolo. Infi ne, un Grigia Nobile di Castello che accolse Margherita. a dama della città, chiamata Grigia, presagendo un'orribile sventura, la sollevò, la strinse al petto, la portò a casa sua, e col consenso di suo marito, si propose di farle da madre.

Sotto questo tetto ospitale, la povera bambina trovò cure affettuose che avrebbe vanamente cercato nella sua famiglia; poiché, sebbene la sua pia protettrice fosse madre di molti figli, il suo generoso cuore bastava a tutti e li abbracciava tutti in un'uguale carità. Lo sviluppo della ragione, così lungo di solito nei ciechi, fu ammirevole in Margherita, a tal punto che sembrava ricevere da un soffio celeste la vita e l'accrescimento. È vero che presso gli sfortunati afflitti dalla sua infermità, la ragione si fortifica meravigliosamente, perché, essendo raccolta e concentrata in un piccolo cerchio di idee, essa le incide profondamente in se stessa e le conserva in modo che non possano più cancellarsi. L'immaginazione, che turba più spesso la ragione di quanto non la serva, non popola il loro spirito di vani fantasmi che si ha tanta pena poi a separare dalla realtà. Nel secolo scorso, ne abbiamo visto un notevole esempio in Nicola Sanderson, inglese, che perse la vista a malapena un anno di età, di modo che non aveva conservato alcun ricordo della luce e dei colori. Nonostante ciò, per la sola forza del suo genio, acquisì una scienza perfetta nelle matematiche che professò pubblicamente all'Università di Cambridge, stupita di udire un cieco dimostrare le sapienti teorie di Newton sulla luce e i colori, e ciò con una tale lucidità e una così grande profondità di pensieri, che, su questa scienza, non aveva da temere alcun rivale.

Ma torniamo alla nostra cieca di Metola. Ella fece presto prova di uno spirito vivo e penetrante, di una memoria felice e fedele; imparò in poco tempo i centocinquanta salmi di Davide, che le ispirarono più tardi belle riflessioni, e che recitò ogni giorno per nutrire la sua pietà. Questo sviluppo precoce non le fece che meglio sentire la sua sventura veramente incomparabile. Povera giovane privata della vista, miseramente abbandonata dalla sua famiglia, sola e senza risorse, cosa sarebbe diventata, se sua madre adottiva le fosse venuta meno all'improvviso? Per noi, amiamo pensare che spesso ella gemesse sulla sua sorte davanti a Dio, e gli rivolgesse sospirando queste parole di Giobbe: «Perché, Signore, mi avete tratta dal seno materno? Sarebbe stato meglio per me morire prima che alcun uomo mi avesse vista, e d'aver passato, come non avendo mai vissuto, dal seno di mia madre a una tomba».

Diceva ancora: «Signore, ve ne supplico, fate che io non sprofondi nella tempesta che ruggisce attorno a me; fate piuttosto che mi sia dato di gridare nella gioia del mio cuore: Mio padre e mia madre mi hanno abbandonata, ma il Signore, nella sua misericordia, mi ha raccolta e riparata».

Dio volle provare Margherita e purificarla con nuove sofferenze, affinché diffidando di sé e degli altri, ella si abbandonasse interamente tra le sue braccia. Vi sono anime deboli e vili, che la minima pena turba e abbatte, di tal modo che cadono nel fango come fiori scossi dalla tempesta; ve ne sono altre di una tempra così vigorosa che le tribolazioni non servono che ad accrescere la loro forza. La nobiltà e la bellezza di queste anime d'élite non si rivela mai meglio che quando, rinchiuse nella cittadella delle consolazioni religiose, portano una coraggiosa sfida a tutto ciò che la vita ha di più amaro, a tutto ciò che la morte ha di più spaventoso.

Si parlò presto in città di questa povera cieca, della sua intelligenza, e ciascuno voleva vederla e udirla, stimandola piuttosto un angelo del cielo che una creatura mortale. Questo desiderio venne a certe religiose; ma la pietà che, nelle anime ben nate, è un fuoco celeste che le infiamma di un'ardente carità, non è per le anime basse che un mantello di cui ricoprono desideri di avarizia e di ambizione, o, per lo meno, la distrazione di una colpevole oziosità che eccita invidiosi e malevoli rapporti. Queste religiose vennero dunque a trovare Grigia, e la pregarono di voler bene affidare loro la cieca di Metola, che avrebbero considerato come loro figlia, e a cui avrebbero insegnato la religione e ogni cosa. Questa pia dama, ingannata dai volti mentitori e dalle parole melliflue di queste ipocrite, abbandonò loro Margherita che, temendo di essere un peso troppo grave alla famiglia così numerosa della sua benefattrice, e figurandosi di trovare maestre sapienti e affettuose, fu essa stessa soddisfatta di questo accordo. Ma le cose furono tutte differenti da come se le era figurate, e a poco a poco, queste malvagie donne si distaccarono da lei, al punto di arrivare a odiarla. Esse la sottoposero ai più duri e più oltraggiosi trattamenti, finché, non potendo più sopportare la sua vista, la cacciarono impietosamente. L'infortunata tornò dunque a implorare la carità della sua madre adottiva, che la accolse e l'amò come nel passato e non acconsentì mai più a separarsi da lei.

Vita 03 / 07

Giovinezza e cecità di Sibillina

Sibillina perde la vista a dodici anni dopo la morte dei genitori a Pavia e si unisce alle Suore del Terz'Ordine di San Domenico.

In quel tempo in cui, inondata di lacrime, gemeva senza consolazione ai piedi del Salvatore, si levava dalle rive del Ticino un gemito così simile, che si sarebbe detto l'eco fedele della voce di Margherita rappresentata in quel luogo dove si rinnovava lo stesso sacrificio. Questa voce lamentevole era quella di un'altra infelice orfana cieca e abbandonata. Nata a Pavia lo stesso anno di Margherita, trovò nel padre Umberto Biscossi e nella madre Onorata di Vezzy degli educatori attenti e affettuosi che, se non erano dotati dei beni della fortuna, erano almeno ricchi di quella dolce bontà di cuore che consola la vita meglio di quanto potrebbero fare le ricchezze, una nascita illustre e numerose e potenti protezioni. Quando Sibillina entrò nella vita, le sembrò dunque che l a terra e Sybilline Religiosa cieca del Terz'Ordine di San Domenico a Pavia. il cielo le sorridessero, poiché nelle carezze dei suoi genitori poteva intravedere a suo piacimento il cielo sereno, i campi fertili della Lombardia, le mura e le torri, gli antichi templi e i sontuosi palazzi della sua illustre città, e farsi un tesoro di nobili idee e di cari ricordi capaci di fecondare la sua ragione e di metterle la gioia nel cuore. Man mano che avanzava in età, la sua anima si apriva alla speranza, e si abbandonava con fiducia a quel futuro lontano e indefinito che appare alla giovinezza come un giorno di primavera. Tempo felice, nel quale l'immaginazione va tessendo sogni dorati e illusioni sempre nuove, che svaniscono poi man mano che la vita avanza e che si scorge la sera in lontananza. Ma in un istante, questa breve aurora di Sibillina si mutò in una notte cupa, minacciosa e terribile, così come una tempesta improvvisa ruba la luce del giorno al viaggiatore e lo immerge inaspettatamente nelle tenebre e nei terrori. Perse dapprima suo padre e sua madre, e si trovò senza amici, povera e abbandonata; poi, un male improvviso e crudele le attaccò la vista che perse totalmente verso l'età di dodici anni. È impossibile descrivere il dolore e lo spavento di questa infelice bambina, nel sentirsi così privata di ogni soccorso a un'età ancora così tenera, e diseredata allo stesso tempo dello spettacolo incantevole di quella natura che aveva tanto ammirato nella sua infanzia. Ma ciò che le era più doloroso, e se ne lamentava spesso, era di non poter aiutarsi in nulla, e di vedersi nella necessità di trovare il suo sostentamento pezzo per pezzo, quando ancora le elemosine non le mancavano, il che accadeva talvolta; non era raro nemmeno che gliele facessero pagare con rimproveri e umiliazioni. Tuttavia, Dio che non abbandona mai chi confida in lui, ispirò alle Suore del Terz'Ordine di San Domenico, conosciute a Pavia per la loro pietà, di prendersi cura di questa sventurata. Esse l'aggregarono dunque alla loro associazione, le prodigarono tutte le cure che richiedeva il suo stato, e si intesero soprattutto ad affermarla nella pietà, affinché potesse attingere dalla religione la forza che le era necessaria per sopportare la prova così difficile che Dio le aveva inviato. Poi, la istruirono sulla natura degli uffici e delle parti dell'orazione vocale e mentale, e le resero familiari sia le pie meditazioni di san Bernardo, sia i soliloqui di sant'Agostino, così dolci, così teneri, e che, dopo i libri divinamente ispirati, non hanno nulla che sia loro superiore. La povera bambina vi attinse un nuovo coraggio, e le sembrò che il peso dei suoi mali si fosse alleggerito. Ma non aveva affatto perso la speranza di recuperare la vista un giorno, e si affidava per ottenerla all'intercessione del suo padre san Domenico. Digiunò e pregò a questa intenzione per diversi mesi. La sua fede era così viva, che era convinta che i suoi voti sarebbero stati esauditi i l giorno stesso saint Dominique Fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori e compagno di missione di Pietro. della festa del suo santo protettore, vale a dire il 4 agosto. Giunto dunque il giorno solenne, Sibillina si alzò di buon mattino, e si mise a pregare aspettando l'effetto così ardentemente desiderato. Pregò e pianse a lungo, e i suoi occhi non si aprirono affatto; poi, pensando che avrebbe ottenuto questa grazia verso mezzogiorno, raddoppiò le sue preghiere, i suoi pianti e i suoi gemiti in modo da toccare le anime più dure: tutto fu inutile. Tuttavia non si scoraggiò, e continuò così fino a sera, cercando invano, con le sue pupille spente, di scoprire quella luce tanto desiderata: ma le sue tenebre erano altrettanto profonde. Allora, vinta dal dolore, si mise con una ingenuità infantile a rivolgere questi rimproveri al suo beato intercessore: «È dunque così, Padre senza viscere, che puoi respingere l'umile e fiduciosa preghiera, non voglio più dire di tua figlia, ma della tua misera serva! Tu non hai alcuna pietà di me, povera sventurata caduta in un abisso di mali, errante nelle ombre di una notte perpetua, e per cui la vita non è un dono, ma il più crudele supplizio. Di chi dunque avrai compassione, se non di me? Poiché non ti curi affatto della mia vita, allora, rendimi le mie lacrime, le mie pene, le mie veglie, la mia ansiosa inquietudine e la mia lunga e inutile attesa, affinché io possa offrirle a un altro protettore o più potente o più compassionevole di te». La pia leggenda racconta che continuò così a piangere e a lamentarsi come se il Santo fosse stato presente, finché, afferrata per mano e come sollevata da terra, fu condotta in spirito in presenza di luoghi talmente orribili, che il suo cuore ne fu sopraffatto dal dolore e dalla tristezza, al punto che le sue tenebre le parvero desiderabili. Avendo pregato il Santo di far cessare un così orrendo spettacolo, egli la consolò facendole contemplare luoghi di una bellezza così nuova e meravigliosa, che non poteva saziarsi di ammirarli; le sembrava di aver lasciato la terra per le gioie della Gerusalemme celeste. Allora, con affettuose parole, san Domenico la esortò a sopportare la crudele prova della sua cecità, che Dio le inviava per nasconderle la vista delle cose grossolane e fugaci del mondo, e renderle così più agevole la conquista di quei luoghi incantevoli che aveva appena intravisto; del resto, l'orrore di quella notte penosa non doveva durare a lungo, e presto le sarebbe apparso il sole di un giorno risplendente e felice che non avrebbe avuto sera, e nel quale avrebbe goduto della ricompensa promessa a coloro che soffrono con rassegnazione. Allora, la visione scomparve. Sibillina ringraziò Dio dei salutari rimproveri che le aveva fatto per mezzo del ministero del suo fedele servitore, e si sottomise a portare la sua croce per tutto il tempo che piacesse a Dio, poiché ciò era necessario alla sua salvezza, e la portò in effetti per sessantotto anni con un coraggio tale che sembrava un miracolo di forza.

Conversione 04 / 07

La visione di san Domenico

Dopo aver pregato invano per riacquistare la vista, Sibillina riceve una visione di san Domenico che la esorta ad accettare la sua cecità come un cammino verso la salvezza.

Mentre Sibillina vestiva a Pavia l'abito domenicano, Margherita, nonostante la dolorosa esperienza vissuta a Castello con l'ipocrisia di quelle religiose che l'avevano così crudelmente ingannata, volle associarsi alle Suore del Terz'Ordine di San Domenico, dette volgarmente Suore Mantellate o della Penitenza. Queste Sœurs en Manteaux Ramo laicale dell'ordine domenicano a cui si unì Benvenuta. l'amarono sinceramente e le furono sempre sorelle devote. Così il santo Patriarca accolse contemporaneamente nel numero delle sue figlie queste due povere orfane cieche e abbandonate, che furono le primizie più degne che il Terz'Ordine offrisse al suo Fondatore. L'una e l'altra, associandosi alla Congregazione Domenicana della Penitenza, erano per questo solo titolo istruite sulla vita alla quale si consacravano. In effetti, il santo Fondatore aveva organizzato il Terz'Ordine come una milizia spirituale, che doveva combattere le battaglie del Signore con le armi della preghiera e della mortificazione, senza che per questo fosse necessario rompere o allentare i legami naturali della famiglia, mostrando così più da vicino al mondo quelle perfezioni sublimi che sembrano essere appannaggio esclusivo di coloro che vivono ritirati nei chiostri. La vita di questi due angeli fu talmente austera, che si trova a stento l'esempio di un così lungo e volontario martirio presso alcuni grandi peccatori convertiti, che vogliono vendicare su se stessi una vita trascorsa nel fango del vizio e nelle atrocità del crimine. Esse avevano tuttavia trascorso la loro giovinezza nell'innocenza e nella pratica delle virtù cristiane. Estranee alle folli e tumultuose gioie del mondo, prive di ogni consolazione umana, isolate in mezzo alla folla, sconosciute o disprezzate, soffrivano un supplizio che tutti ritengono il più atroce che l'uomo possa sopportare. I biografi forniscono sulle mortificazioni di Margherita dettagli che fanno rabbrividire. Seguendo l'esempio del suo santo Fondatore, tre volte per notte macerava il suo corpo delicato con discipline date con così poca moderazione, che dopo la sua morte si trovarono le carni della sua schiena livide, lacerate e ulcerate. Univa alla flagellazione digiuni quasi quotidiani, spesso anche a pane e acqua, e la fatica di orazioni e gemiti continui; il che faceva della sua vita una sorta di miracolo. Ma pur essendo dura e spietata verso se stessa, era dolce e colma di tenerezza per gli altri. Si prendeva cura con attenzione di tutti gli infelici, era commossa dai loro mali, li consolava con bontà, li istruiva e li rimproverava se erano smarriti, non disdegnando di visitare i malfattori nelle prigioni pubbliche per tentare di ricondurli sulla via della virtù, con quella parola potente che esce così naturalmente da un cuore colmo d'amore per Dio e per gli uomini.

Vita 05 / 07

Austerità e vita da reclusa

Sybillina si impose mortificazioni estreme in un angusto rifugio vicino alla chiesa dei Domenicani, vivendo in una solitudine e una penitenza rigorose per oltre sessant'anni.

Sybillina superò di gran lunga la sua compagna nelle austerità della penitenza. Per tre anni fu assidua, insieme alle Suore del Terz'Ordine, ai sermoni, alle preghiere e agli altri pii esercizi che si era soliti compiere nella chiesa dei Domenicani, e la sua memoria accoglieva con avidità e conservava fedelmente, per farne oggetto delle sue meditazioni, tutto ciò che sentiva insegnare sulla parola evangelica. Dimorava con un'altra sorella del suo Ordine in un angusto e misero rifugio, direi quasi un antro o un sepolcro, che, essendo molto vicino alla chiesa dei Padri, le permetteva di ricevere dalle loro mani il pane eucaristico. Un autore che le conobbe entrambe, diresse la loro coscienza e ci ha lasciato una breve e fedele storia, dice che per tutta la vita si dedicarono a mortificazioni talmente straordinarie da essere più degne di ammirazione che di imitazione. Ogni sera, per unirsi alla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, e bere per così dire al calice dei suoi dolori, Sybillina si flagellava il corpo in modo da lacerarsi le carni e spargere il suo sangue con tale abbondanza che, d'inverno, accadeva talvolta che questo sangue, accumulatosi attorno alle ginocchia appoggiate al suolo, si congelasse fino a mantenerla incollata a terra, tanto che poteva rialzarsi solo appoggiandovi fortemente le mani. Durante l'inverno, molto rigido in Lombardia, non usava alcun fuoco e si copriva appena; così le sue mani si gonfiavano e si ulceravano a tal punto che, nello spezzare il pane duro che la nutriva, lo sporcava di sangue e di pus. Poi, quando oppressa dal digiuno, le macerazioni, le orazioni e i pianti continui, era costretta a prendere un po' di riposo, si addormentava per un istante su una tavola nuda. La compagna del suo martirio, non potendo sopportare un tale genere di vita, morì dopo tre anni, e Sybillina, per una sorta di miracolo, visse sola in quella specie di prigione e giunse persino a un'età avanzata. Quando credette di aver vinto la ribellione dei sensi e di essersi assicurata il pacifico impero della ragione, moderò un poco le sue austerità e godette per anticipazione i frutti della vittoria; e, poiché pensava di aver potuto oltrepassare i rigori della penitenza, consigliava alle Suore che venivano a visitarla di essere meno dure per la carne e più severe per lo spirito, il che è una vittoria infinitamente più bella e più difficile. Pensate a quale dovesse essere il carattere di questa donna, a cui non bastava il martirio della cecità, che volle aggiungervi quello della solitudine, quasi altrettanto penoso, e che, alle tenebre e all'isolamento, aggiungeva ancora i rigori volontari di una dolorosa penitenza. E quando uno solo di questi supplizi, sopportato per qualche tempo, sarebbe bastato a provare la virtù di un uomo molto forte, lei li sopportò tutti per oltre sessant'anni.

Vita 06 / 07

Grazie mistiche e trapasso

Favorite da visioni della Passione e della Natività, le due sante si spengono in date diverse, con Sibillina che muore ottuagenaria nel 1367.

Ma per soffrire questo triplice martirio, occorreva una grande abbondanza di consolazioni celesti; così, le nostre due povere cieche domenicane le chiedevano costantemente attraverso le preghiere e le lacrime (si vedano i Soliloqui di sant'Agostino). Gli altri si ricreano con il gaio spettacolo della scienza creatrice; godono dello sfavillante splendore del sole, dell'azzurro del firmamento, delle dolci malinconie della notte, della freschezza dei prati, del mormorio delle acque, del corso dei fiumi, della calma dei laghi, dell'agitazione dei mari; e, cosa ancora più desiderabile, i loro occhi si inebriano dello sguardo affettuoso e del sorriso benevolo di coloro che sono loro cari, che comunica al cuore quel raggio divino dell'amore: che tutto ciò ci sia tolto, a noi povere cieche, purché ci sia dato di contemplarti, Signore, tu che sei il sole di giustizia.

Questa luce, così a lungo invocata e attesa, rifulse eterna e splendida, circondandole da ogni parte e introducendole nelle segrete dimore della scienza celeste. Videro i misteri di Dio, nuovi cieli, nuove terre; le meraviglie dell'amore, i trionfi della fede, le sante gioie degli spiriti immortali, che cantavano inni a Geova. La loro anima, purificata dalle lacrime e lavata dal sangue dell'Agnello senza macchia, poté leggere nel libro della vita cose misteriose e sorprendenti che nessun linguaggio umano saprebbe esprimere. Così colmate e come inebriate d'amore, le si sentì sviluppare dottrine e profetizzare il futuro. Alla beata Margherita furono svelati i misteri della vita di Gesù Cristo, e alla beata Sibillina quelli della sua dolorosa Passione. Scene di gioia o di lutto si presentavano senza sosta al loro spirito, e queste visioni erano seguite da riflessioni che non ci è possibile rendere. La prima meditava giorno e notte i misteri dell'amore del Verbo fatto carne, e approfondiva quell'abisso di carità che lo fece rivestire della nostra spoglia mortale, al fine di riscattarci da una terribile schiavitù. Non poteva separarsi dalla grotta di Betlemme; e le sembrava di essere mescolata ai pastori, e di confondere la sua voce con quelle di quella povera gente che benediceva Dio per aver rigenerato l'umanità decaduta. La seconda, salendo al Calvario, stringeva amorosamente la croce, e piangeva pensando agli ineffabili dolori di Gesù che sparse tutto il suo sangue, offrendosi in olocausto al Padre suo al fine di espiare i nostri peccati. L'una sussultava di gioia, l'altra di amarezza; e amando e piangendo, entrambe si immolavano in un simile sacrificio. L'amore, questa potenza meravigliosa, per un artificio divino, incise, impresse nel cuore di Margherita la scena delle sue pie contemplazioni. La sofferenza donò a Sibillina la corona di spine e i flagelli, così portò nelle sue membra di vergine i segni crudeli della passione del suo divino Sposo. L'amore, più potente del dolore, consumò in poco tempo le forze di Margherita, che, appena al suo trentesimo anno, volò verso la patria celeste, affrettando con i suoi desideri l'arrivo della compagna del suo martirio (1320). Sibillina, gemendo e solitaria, visse ancora lunghi anni nella sua prigione; infine, dopo essere stata per il cielo e per la terra un sublime spettacolo, il 19 marzo 1367, già ottuagenaria, andò a raggiungere la sua compagna di sventura nel seno della luce increata e nell'eterno amore.

Fonte 07 / 07

Posterità e fonti

Il racconto si basa sui lavori di Padre Marchese e dei Bollandisti, precisando l'iconografia di Margherita e le date di festa.

Possa l'esempio di queste due care cieche portare un po' di coraggio agli infelici provati da una tribolazione così amara; che questa fonte di consolazioni celesti, alla quale attinsero così largamente queste sventurate, sia aperta per tutti, e che queste acque ne sgorghino abbondanti e continue per rinfrescare i cuori umili e puri, secondo quanto è scritto: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt.

Si rappresenta la beata Margherita con tre piccole pietre in mano, perché, dopo la sua morte, si trovarono nel suo cuore tre piccoli sassolini scolpiti che portavano l'immagine di Nostro Signore adorato, nella mangiatoia, da Giuseppe e Maria.

Abbiamo tratto questo racconto da Padr e Marchese, t Père Marchèse Autore e traduttore dell'Année dominicaine. raduzione dell'Année dominicaine. L'autore italiano lo ha fatto precedere da una dissertazione nella quale esamina la questione di sapere chi siano i più infelici tra i ciechi nati o i sordomuti: egli trova i primi più degni di compassione dei secondi, paragonando la loro anima alle terre australi, sepolte in ghiacci e tenebre eterne. Se l'educazione si sforza di spargere la verità su questo suolo sterile e freddo, la migliore fertilità non può riuscire a riscaldare e far germogliare questo seme. «A mio avviso», aggiunge Padre Marchese, «è ben difficile concepire come un cieco nato possa pervenire alla conoscenza della verità». — Cfr. Année dominicaine, t. v, p. 263 e segg., 509 e segg. — I Bollandisti riportano l a vita di sa Bellandistes Società di studiosi gesuiti che pubblica gli Acta Sanctorum. nta Margherita il 18 aprile, e quella di santa Sibillina il 19 marzo.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.